Annalisa Potenza - Concorso Lagunando

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Annalisa Potenza

Nata a Pescara dove vive e insegna in una scuola pubblica.
Dipinge mandala da autodidatta e scrive poesie e racconti.
Crede nel valore terapeutico delle arti e da alcuni mesi partecipa a concorsi dove consegue vari riconoscimenti.
 NATI PER AMARE

Nati per amare,
sulla terra che dalla nascita ci accoglie,
sotto il cielo che ci vede crescere,
portatori di un seme che, per germogliare,
non aspetta primavera.
Nati per essere complici nel labirinto della vita,
tasselli di un solo mosaico.
Nati per amore, un amore consapevole e voluto
che dona respiro, libertà di ricevere e dare,
riconoscere ed essere riconosciuti
per quello che siamo:
finiti nella limitatezza del mondo,
infiniti nella vastità dell’universo.
 IL VERO AMORE

Il vero amore non ha bisogno di giocare con lo sguardo
per catturare l’attenzione, perché è cieco.
Non ricorre a piccoli trucchi per farsi accettare:
la sua selezione è naturale.
Non necessita di abbellirsi per rendersi desiderabile:
la sua attrazione è eccezionale.
Non ragiona su come e su cosa agire:
la sua fiducia è totale.
Ti afferra quando sei più indifeso,
ma poi ti fortifica nella mente e nel cuore.
Ti spinge fin dove non sei mai riuscito ad arrivare
e non ti riporta più indietro.
Ti accetta così come sei e non desidera cambiarti,
perché di te ama tutto.
 ANGELO SENZA ALI

Amata creatura,
di albe di stelle in cieli remoti incastonate
sono luce i tuoi occhi,
portali per viaggi senza tempo
dove il pensiero è sospeso
e ogni senso è trasceso.
Di mondi sconosciuti tenui sospiri
dalla tua soave voce tralucono,
mondi dove non spira di conflitti il vento
e nessun cuore è in tormento
per odio o rancore.
Delicati tuoi canti dalla notte ispirati
d’intenso amore riempiono l’aere terreno,
e veleggiano nel cielo a interrogare la luna:
“Madre, quale il senso di questo cammino?”.
Tace l’astro dal volto di perla,
ma il suo sguardo non mente
e sereno acconsente a indicare la via:
fuori e dentro di te universi infiniti,
da immemore tempo esistiti,
a volte tornano nel cuore,
in forma d’immagini d’amore
a svelare la tua vera natura
di divina creatura.
 FORSE

Forse è il nulla dietro il mantello
o forse è il tutto,
irrisolto dilemma di un antico mistero.
Il cuore insegue speranze che la ragione uccide,
si nutre di sogni pur di esistere.
E nel sogno si osserva, vede il sé e l’altro da sé,
quel lontano orizzonte intessuto di colori,
pulsante d’amore dove tutto è comprensibile,
dove per ogni domanda c’è una risposta,
dove ogni cosa ha ordine e senso.
Forse vi è solo un sogno dietro il mantello.
Ma, se sognare vuol dire seguire se stessi,
ben vengano altri dieci, cento e mille sogni
a svelare i segreti della nostra esistenza.
 VORREI

Vorrei volare con te in alto,
gettare via la zavorra,
lasciare indietro la dura zolla,
salire sopra le vette,
scivolare sull’arcobaleno,
saltare su una nuvola,
inseguire uno stormo.
E poi oltre:
salire nel cielo in alto
dove vi è solo azzurro,
mano nella mano,
così in alto da fonderci col mondo,
creature nel creato,
atomi negli atomi,
luce nella luce.
Vorrei far vibrare le nostre essenze
fino ad innalzare le frequenze.
Un salto e ancora un altro,
sempre più in alto,
fino a toccare l’universo.
E poi ancora oltre
dove tutto è parte del tutto,
tra oscurità e luce nessun contrasto,
solo un chiarore indefinito,
immagini di un colore mai percepito
spalancano le porte all’Infinito.
RACCONTO
LA CONFESSIONE


La porta della chiesa scricchiolò quando fu aperta.
Un timido raggio di sole si intrufolò nell’oscurità ad illuminare per un istante la figura della donna.
Dalla sagoma si poteva intravedere un corpo slanciato e snello fasciato da una veste nera e lunga fino ai piedi, la testa avvolta da un fazzoletto che incorniciava un volto pallido e smunto.
Tolti gli occhiali da sole, si fece il segno della croce e si diresse verso il confessionale.
Si sedette al banco ad aspettare il suo turno in mezzo alle altre donne che attendevano il momento in cui si sarebbero potute alleggerire la coscienza.
Mentre pregava con in mano la sua coroncina bianca, fu assalita dalla sgradevole sensazione che la sua anima fosse malvagia e indegna di essere assolta.
Un brivido di paura le attraversò il petto.
Era pronta ad andare via ma, nell’istante in cui stava concentrando le forze per alzarsi, il tocco di una mano sulla spalla la fece trasalire.
Poi sentì una voce sussurrarle nell’orecchio: “Scusa, non volevo spaventarti. Ho visto che il posto accanto a te era libero e mi sono seduta. Come stai?”.
Era Tina, una sua vecchia amica.
Fu molto sorpresa nel rivederla dopo tanto tempo, quasi fosse un fantasma del passato.
In quel momento decise di restare, anche in considerazione del fatto che la voglia di confessarsi era scaturita da una riflessione durata a lungo, durante la quale le più svariate emozioni avevano albergato nel suo cuore, lo avevano agitato e scomposto a tal punto da fare sorgere la necessità di spegnere una volta per tutte quel fuoco bruciante nell’acqua benedetta dello Spirito Santo.
Impiegò il tempo di attesa a ripassare il discorso che aveva preparato fino a quando, arrivato il suo turno, con grande coraggio si alzò e si diresse al confessionale camminando molto lentamente, quasi avesse dei grossi pesi attaccati alle caviglie.
All’aprirsi della grata, il cuore le si fermò in gola: la voce non era quella di padre Carlo, il suo vecchio confessore.
Dal timbro giovanile le sembrò quella di uno dei preti di nuova generazione, adeguatamente istruiti e mandati dalla capitale nelle città a bacchettare le signore che avevano peccato.
Fece appello a tutte le sue forze e, dopo un lungo sospiro, gli disse che non si confessava da anni, motivo per il quale avrebbe avuto molte cose di cui sfogarsi.
La donna iniziò a parlare del suo matrimonio che era stato combinato sin da quando era una ragazzina.
La famiglia di lei era di origine nobile, aveva dissipato tutte le ricchezze e, per salvarsi dal baratro, aveva deciso di mettere in vendita la propria figlia.
La famiglia di lui aveva accumulato denaro attraverso il commercio di mobili antichi ed era desiderosa di elevare ulteriormente la propria posizione sociale.
I due giovani, sollecitati a vedersi dai rispettivi genitori, non erano mai andati d’accordo in quanto caratterialmente ed emotivamente molto diversi.
I loro dialoghi erano incentrati principalmente sui convenevoli e sulle condizioni atmosferiche.
Tuttavia, la consapevolezza del fatto che avrebbero potuto trarre vantaggio dalla loro unione, li spinse a convolare a nozze, previa stipulazione di un accordo privato in base al quale le loro vite sarebbero potute trascorrere parallelamente, pur abitando sotto lo stesso tetto.
Così, si misero a recitare la parte dei perfetti fidanzati.
Andarono ad abitare a pochi chilometri di distanza dalla città, in una lussuosa villa fornita di tutti i comfort tra i quali una numerosa servitù e un giardiniere.
Gli spazi erano talmente ampi e le stanze così numerose da permettere loro di stare lontani.
Durante il giorno si vedevano solo in occasione dei pasti oppure quando dovevano mettersi d’accordo sulla gestione della casa e dei soldi.
Nessuno dei due comunicava all’altro cosa faceva, dove andava e chi frequentava.
Di notte dormivano in stanze diverse.
Quando erano invitati da amici e parenti, indossavano la maschera degli sposini felici.
La donna era contenta di come stesse funzionando il loro rapporto e del fatto che non doveva condividere alcuna emozione o pensiero con un uomo che non amava.
Grazie alle sovvenzioni economiche del marito, ebbe la possibilità di aprire un piccolo negozio di stoffe.
Era soddisfatta di vivere in una splendida villa, di gestire la sua piccola impresa, di viaggiare quando voleva, di frequentare gli ambienti dell’alta società e i circoli culturali di sole donne che in quel periodo si andavano formando per ottenere diritti pari a quelli degli uomini.
Aveva avuto modo di conoscere la scrittrice Virginia Woolf ed era rimasta colpita dalle sue idee innovative nonché dal suo modo di scrivere incisivo e coinvolgente.
Si sentiva simile a lei sotto molti aspetti, soprattutto per l’interesse che entrambe avevano per la cosiddetta “questione femminile”.
Col tempo aveva sviluppato una mentalità indipendente da quella dei maschi e non si sentiva predisposta ad avere alcuna relazione sentimentale: preferiva il marchio di indomita zitella a quello di femmina sottomessa.
Quando aveva l’occasione di fare vita sociale, cercava di non coinvolgere il marito, in modo che la sua personalità potesse evolvere ed esprimersi liberamente.
Questo tipo di menage andò avanti per un po’ di tempo, fino a quando, un giorno, la donna si ammalò di una forte influenza che non accennava a migliorare.
Guido diede disposizione al dottore di venire spesso a monitorare la situazione che all’inizio fu critica ma poi, nel giro di due settimane, si risolse.
Durante la malattia della moglie fu particolarmente cordiale.
La sua presenza divenne costante e premurosa, al punto da rendersi disponibile per qualunque evenienza.
Nei giorni trascorsi chiusa in casa la donna ricevette la visita dei genitori e di alcune amiche, tra le quali Tina.
Dato che le sue condizioni erano migliorate, la fece accomodare in salotto.
Si conoscevano da quando erano bambine e col tempo avevano maturato una grande confidenza.
In quell’occasione Guido, che era rimasto a casa per finire di sottoscrivere alcuni contratti, ricevette Tina, la fece accomodare nel salone e servì perfino il tè con i pasticcini.
La donna fu molto colpita da quel suo atteggiamento così inaspettatamente ospitale ma, nello stesso tempo, ne fu infastidita: aveva l’impressione che la gentilezza mai espressa in tutti quegli anni di conoscenza si fosse all’improvviso condensata nella finta commedia dei due sposini felici.
Stizzita, non volle che l’amica si trattenesse a lungo e, dopo un po’, le chiese di andare via avanzando come scusa la debolezza.
Nei mesi successivi a quella visita notò in Guido una graduale e vera e propria trasformazione: era presente in modo sempre più costante nella sua vita.
Questo fatto la mandò in subbuglio: non riusciva proprio a capire cosa gli fosse accaduto.
All’inizio ipotizzò che fosse stato lasciato da qualche sua amante e, così, sperava di trovare nella casa e nella moglie nuovi stimoli. In seguito, la sua mente fu sfiorata da un’intuizione che avrebbe potuto meglio giustificare tutta quella premura, cioè che si fosse innamorato di lei.
Prontamente mandò via quel pensiero, quasi fosse una zanzara fastidiosa: no, erano troppo diversi perché potesse scoccare una sia pur minima scintilla. Sicuramente il motivo era un altro e desiderava scoprirlo.
Curiosità e morbosità divennero così forti da indurla a vagliare ogni possibile ipotesi riguardo il suo cambiamento. Perlustrò tutta la casa alla ricerca di indizi che potessero aiutarla a capire.
Frugò nei cassetti, in mezzo alle carte, nella sua borsa da lavoro, nelle tasche dei pantaloni, interrogò la servitù, ma non trovò alcun indizio.
Alla fine non arrivò a nessuna conclusione, ma solo all’amara constatazione che, comportandosi come un cane da caccia, era costretta a pensare sempre a lui. Così, mentre Guido si trasformava in un uomo sempre più amabile, lei si sentiva sempre più frustrata. La cosa che la sconcertava di più era la sua capacità di coinvolgerla nella vita sociale: organizzava feste, invitava parenti e amici a giocare a carte o a fare passeggiate nella loro tenuta. Spesso faceva a meno di uscire per starle accanto e, qualora fosse intenzionata ad andare in città, prontamente si offriva di accompagnarla. Nel giro di pochi mesi il baricentro delle loro esistenze si era spostato da fuori a dentro casa. Il suo eloquio era diventato sorprendente, la sua abilità comunicativa entusiasmante, quasi affascinante. Era riuscito a incrinare l’equilibrio che avevano creato, che le aveva fatto tollerare la sua presenza e permesso di farle condurre un genere di vita che nel complesso le andava bene. Ebbe la sensazione di trovarsi intrappolata in una gabbia d’oro. Abituata a spiccare il volo ogni volta che desiderava, ora era costretta a sottostare a un regime completamente diverso. Il giorno del suo compleanno Guido, per festeggiarla in modo adeguato, organizzò una festa con una cinquantina di invitati. Durante il ricevimento, all’improvviso, la donna si sentì mancare e, mentre spegneva le ventisei candeline, svenne davanti a tutti. In quell’occasione scoprì di essere in dolce attesa. L’inizio della gravidanza comportò minacce di aborto tali da costringerla a rimanere a letto fino al momento del parto. Era cominciato per lei un incubo dal quale aveva paura di non uscire più. L’unico svago era costituito dalla visita delle amiche e dalla lettura. In occasione della nascita della loro figlioletta Daniela, suggerì al marito di non assumere una tata qualsiasi ma di farsi aiutare da Tina, della quale aveva particolare fiducia poiché erano cresciute insieme ed era esperta nella educazione dei bambini in quanto si era occupata di quelli dell’orfanotrofio della città. Tina tornò molto volentieri in quella casa che era ormai le era diventata famigliare. La complicità tra le due amiche, già molto forte, aumentò a tal punto che riuscirono ad estromettere Guido dalla gestione della neonata con la scusa che occuparsi di una bambina fosse “roba da donna”. Ciò le diede la possibilità di riappropriarsi, almeno in casa, dei suoi spazi. Le rimase tuttavia impressa la discrezione con la quale lui si era ritirato dalla scena e anche l’immagine del suo volto che, da allegro e vivace, si era velato di una tristezza infinita. Ciò le dispiacque a tal punto che, quando ebbero modo di vedersi di nuovo, provò una forte compassione. Nei giorni successivi la sua aria malinconica le toccò così tanto il cuore da avvertire, per la prima volta da quando convivevano, una certa tenerezza. Un giorno, agendo d’impulso, diede disposizione alla servitù di organizzare una cena solo per loro due. Quella fu l’occasione per parlare di tante coseche non erano abituati a condividere. Nel notare il modo in cui la guardava, la tenerezza con la quale le prendeva la mano, la dolcezza con cui le parlava, capì che i suoi sospetti non erano affatto infondati: si era proprio innamorato di lei. Fino a quel momento aveva rimosso questa ipotesi perché non era riuscita mai a contemplare la possibilità che una persona potesse cambiare e innamorarsi. Era vissuta così inchiodata alla rigidità del tipo di educazione che aveva ricevuto, agli stereotipi sul matrimonio e ai pregiudizi femministi sugli uomini, da non ammettere che anche frutto acerbo potesse col tempo divenire maturo e acquisire un buon sapore. Si sentì contenta dall’aver fatto un piccolo passo in avanti verso di lui ma, nello stesso tempo, era consapevole di non essere ancora capace di mutare i suoi sentimenti. Quest’ultima riflessione la amareggiò e la fece sentire una mela marcia. Di questo suo stato d’animo rese partecipe Tina che, prontamente, la dissuase dal coltivare un qualsiasi minimo risentimento verso se stessa, rassicurandola sul fatto che al cuore non si comanda. La sollecitò quindi a concentrarsi sulla bambina e sulla vita che di nuovo l’avrebbe attesa una volta trascorso il periodo dello svezzamento. Tina era quel tipo di donna che bastava a se stessa e trovava la compagnia degli uomini alquanto noiosa. Anche lei di famiglia nobile e di bella presenza, era assediata da corteggiatori che si guardava bene dall’incoraggiare e per questo era diventata per i parenti fonte di rammarico. Le piaceva farsi ammirare nell’alta società dove aveva modo di sfoggiare i suoi talenti nel canto, nelle arti e soprattutto nella cultura. Avevano stretto amicizia da piccole dato che le loro madri si conoscevano e tra loro si era subito instaurata una grande intesa. Nel divenire adulte, si erano rese conto di avere nature simili, estremamente caparbie e indipendenti. Avevano frequentato i primi club femministi in cui si dibattevano argomenti importanti tra i quali la condizione della donna e la sua indipendenza dall’uomo. Insieme si divertivano a fare coppia nei salotti dell’alta società e a scandalizzare i benpensanti con le loro rivoluzionarie teorie. Tina era riuscita a concretizzare in parte le sue idee e aspirazioni collaborando con i suoi famigliari alla gestione delle loro proprietà. Nel tempo libero frequentava circoli culturali e si dedicava all’educazione dei bambini rimasti orfani. La donna, nonostante trovasse ragionevole il parere dell’amica sull’opportunità di aspettare tempi migliori per risorgere dalle ceneri della forzata schiavitù con immutato spirito di indipendenza, volle assecondare quel suo nuovo e strano desiderio di far vacillare la barriera posta tra lei e il marito. I mesi trascorrevano velocemente e cominciò a trovare quasi gradevole coinvolgere il marito nelle attività quotidiane: mangiavano insieme di frequente, condividevano di più l’amministrazione della casa e qualche passatempo. Gli fu perfino concesso di prendersi cura di sua figlia. Il forte fastidio che nei primi tempi aveva provato nell’averlo accanto si assopì, anzi alcune volte riteneva necessaria la sua presenza. Il ghiaccio che le aveva paralizzato il cuore si stava sciogliendo per lasciare il posto a un calore diverso, simile ad una sincera amicizia. Si sentì contenta di questo piccolo passo in avanti ma non ancora soddisfatta. Comprese di non avere più bisogno del sostegno materiale e psicologico di Tina che sarebbe potuta tornare alle sue precedenti abitudini. Una mattina piena di sole, a ridosso della sua partenza, Tina le propose di fare una passeggiata insieme alla bambina. La donna si sentiva particolarmente rilassata da quando era arrivata la primavera e desiderava godersela alla luce della bellezza della loro tenuta che in questa stagione si trasformava in un meraviglioso giardino colorato e ricco di profumi. Quel giorno Guido le aveva comunicato che non sarebbe andato al lavoro perché accusava un lieve malessere. Al ritorno, le due amiche trovarono la casa immersa in un profondo silenzio. Nel salone principale tutta la servitù si era raccolta intorno al divano sul quale era steso Guido. Accanto a lui era seduto il medico di famiglia. La donna si precipitò verso il marito, lo chiamo e toccò più volte ma non ebbe risposta. Quando comprese cosa era accaduto, si sentì venir meno. Prima che si accasciasse a terra, il dottore la aiutò a sedersi e le disse che Guido soffriva da tempo di una malattia per la quale non c’era una cura adeguata e, dato che gli erano rimasti pochi mesi di vita, lo aveva pregato di non dire niente a nessuno, tanto meno a sua moglie. L’unico suo desiderio era trascorrere il tempo rimasto a disposizione stando il più possibile vicino a lei e a sua figlia. Nell’ascoltare quelle parole, la donna esplose in un pianto accorato. Ora le era tutto chiaro: il suo radicale cambiamento, la sua premura, la malinconica dolcezza nei suoi occhi, la voglia di parlarle e di starle accanto. Non riusciva a capire perché la avesse lasciata all’oscuro proprio nel momento in cui si stavano avvicinando. Ipotizzò che non fossero abbastanza intimi da renderla partecipe di un problema così grande, oppure che non avesse abbastanza fiducia in lei in quanto era stata sempre indifferente alle sue necessità. I sensi di colpa la assalirono, ma soprattutto una forte collera per aver tar- dato ad aprire il suo cuore: se lo avesse fatto prima, probabilmente le avrebbe detto tutto e, in questo modo, lo avrebbe potuto accompagnare all’estero per tentare nuove e più efficaci cure. E, qualora questo tentativo non avesse sortito alcun effetto, gli sarebbe potuta stare vicino con una   consapevolezza ed emotività diversa. Nei giorni seguenti al funerale passò in rassegna la sua esistenza e comprese che fino a quel momento era vissuta di pregiudizi e false convinzioni generate dalla sua smania di voler rivaleggiare e primeggiare sulla razza maschile, motivo per il quale aveva evitato i piaceri dell’amore. Le idee che aveva condiviso nei club femministi ora le suonavano indifferenti e ostili ad una felicità che avrebbe invece potuto assumere toni sempre più marcati fino ad accendere gli spenti colori del suo angusto e asfittico orizzonte sentimentale. Il suo ostinato atteggiamento di chiusura le si era ritorto a manico d’ombrello e non le restava che pagarne le conseguenze. L’unico desiderio era restare sola a gustare il frutto generato dal suo comportamento. Spiegò al prete che erano trascorsi circa due anni dalla chiusura dell’infelice capitolo della sua esperienza matrimoniale e la sua anima portava segni di ferite non ancora rimarginate. Un giorno, stanca di vederle grondare di sangue, volle tornare nella chiesa che l’aveva vista crescere e dalla quale, per vergogna, si era allontanata dopo la morte del marito. Il suo esaminatore, dopo aver ascoltato il lungo racconto, le chiese che cosa sperava di trovare in Dio. “Perdono. Desidero essere perdonata” - rispose la donna. “Come ti chiami?”. “Mi chiamo Caterina” – disse con tono afflitto - “Ma, dopo ciò che ho commesso, penso che questo nome così nobile non mi si addica affatto”. La voce del prete divenne molto dolce: “Caterina, tu pensi di aver peccato di irresponsabilità e indifferenza nei confronti del tuo ex marito e che solo Dio ti possa dispensare perdono e tranquillità. Ma in realtà è a te stessa che devi chiedere perdono. E’ la tua anima il luogo in cui trovare pace. L’essere umano, talvolta, è capace di infliggersi le più terribili ferite delle quali gli altri diventano lo specchio che le riflette in tutta la loro forza e profondità. Purtroppo di questo meccanismo non siete consapevoli e continuate a nutrirvi di devastanti sensi di colpa. Vedi, mia cara, l’indifferenza che provavi verso tuo marito è quella che nu- trivi e continui ad alimentare verso te stessa, precisamente verso la tua parte maschile che hai sempre ignorato, ne hai soffocato l’urlo, finchè un giorno il silenzio della morte di Guido te lo ha fatto ascoltare. Lui non era altro che il tuo riflesso, ma tu non lo hai capito e per questo continui a stare male. Se non accetterai e vorrai bene anche a questa parte di te che, insieme a quella femminile costituisce il nucleo del tuo essere psichico e spirituale, le tue ferite non si rimargineranno mai”. Nell’ascoltare quel discorso Caterina si sentì sussultare: “ Allora intende dire che devo prima imparare ad amarmi totalmente? E se lo farò, non andrò all’inferno?”. Il prete la rassicurò: “Inferno, purgatorio e paradiso non sono luoghi reali. Sono ologrammi creati dalla coscienza del defunto la cui anima rivive tutti i pensieri e i sentimenti che ha provato nonchè le azioni che ha effettuato in vita nei confronti di sè e degli altri, in modo che possa trarne lezioni utili alla sua evoluzione. Se non vuoi continuare a stare male anche nell’altra dimensione, prenditi cura prima di tutto di te stessa con amore, senza giudicarti con durezza e poi vedrai che sarai in grado di offrire il tuo cuore anche agli altri”.
Le parole del sacerdote le risuonarono nelle orecchie come celestiale melodia. Comprese che, se avesse smesso di punirsi, avrebbe finito di soffrire. Si sentì molto sollevata, ma nello stesso tempo era consapevole del lungo cammino che la aspettava per poter conoscere la vera Caterina, la sua autentica anima   che si era smarrita in qualche luogo oscuro. All’uscita dalla chiesa si accorse che Tina la stava aspettando. Si sentivano in imbarazzo, perché dalla morte di Guido non si erano più cercate, ma nello stesso tempo erano contente che si fosse presentata loro occasione per rivedersi, per parlare di ciò che avevano tenuto dentro, che avrebbero voluto dirsi e non erano riuscite ad esternare. Nel reciproco sguardo vi era una luce diversa, prodromo di un iniziale cambiamento. Entrambe capirono che la loro amicizia, dopo una pausa di riflessione, sarebbe tornata a brillare come una stella, e che le loro anime avrebbero camminato per sempre insieme, ma questa volta sulla via di una diversa consapevolezza.
LUCI SUL PALCO



Sonia, attrice professionista appartenente alla compagnia   “Artis”, era solita svegliarsi presto per andare alle prove ma, questa   volta, aveva i sintomi di un’influenza. Ancora assonnata, telefonò in   teatro pregando Simone, suo collega, di riferire a Roberto, il regista,   che non ce l’avrebbe fatta a raggiungerli né a recitare nei giorni   successivi, motivo per il quale avrebbe potuto dare la sua parte ad   un’altra. Roberto andò su tutte le furie e, strappato di mano il   cellulare a Simone, le ricordò che soltanto lei era in grado di   interpretare la protagonista della loro commedia, perciò avrebbero   aspettato la sua guarigione. I giorni passavano e Sonia non tornava al   lavoro. Era sempre stata la più brava e la più versatile in quanto   riusciva a immedesimarsi perfettamente in qualunque personaggio le fosse   assegnato. Questa volta sarebbe dovuta “diventare” Nora, la coraggiosa   eroina di “Casa di bambola” di Ibsen che era riuscita a riprendere in   mano la sua vita dopo essere stata subordinata per anni ad un marito   incapace di apprezzarla e di amarla. Sonia si era preparata a lungo ma,   ogni volta che si immedesimava in lei, si sentiva male sia   psicologicamente che fisicamente. Così, nonostante la febbre fosse   passata, non volle fare rientro e si lasciò andare alla pigrizia e   all’indifferenza verso tutto quanto stesse accadendo. Un giorno Rosaria,   un’amica della compagnia, andò a trovarla per comunicarle che, data la   sua prolungata assenza, le era stata assegnata la parte di Nora. Questa   notizia la sollevò moltissimo. Le prove generali erano fissate la   settimana successiva, di sabato mattina. Lo spettacolo era previsto di   sera, ma mancava all’appello Rosaria che si era infortunata ad un piede   mentre stava raggiungendo i compagni in bicicletta. Per evitare di   rimandare lo spettacolo, il regista chiamò Sonia pregandola di   riprendere il suo posto. La sua reazione fu all’inizio negativa ma alla   fine, dopo un lungo tira e molla, si rese disponibile. Durante la prova   generale si sentiva strana, quasi fosse improvvisamente caduta in uno   stato di trance. Tutti notarono il suo cambiamento: recitava senza   partecipazione e senzatrasmettere emozioni. Ma ormai non si poteva   tornare indietro. Non restava altro da fare che rassicurarla che tutto   sarebbe andato per il verso giusto. Alle 21.00 si sollevò il sipario. La   platea era gremita. Rosaria era riuscita a farsi accompagnare in teatro   e si era seduta in prima fila. Era sicura che l’amica non l’avrebbe   delusa e che avrebbe dato il meglio di sé. All’inizio del I atto Sonia   sembrava leggermente sotto tono, come se si stesse sforzando di   recitare. Ciononostante era in grado di mantenere discretamente la scena   e di catturare l’attenzione. Dal II atto in poi riuscì ad entrare di più   nel personaggio di Nora e a percepirla per chi veramente era: una donna   responsabile e matura trattata dal marito come una bambina viziata. Ora   le riusciva facile sorridere, annuire come Nora, avanzare richieste e   fare piccole smorfie al marito per assecondarlo e farsi ben volere. La   sua voce risuonava nella platea alta e cristallina, il corpo volteggiava   agile e sciolto sul palco come quello di un’ allodola, il piccolo   uccello simbolo di quello che Tovarld vedeva nella moglie: una persona   che, malgrado la sua immaturità, era riuscita miracolosamente a crescere   i figli; una donna dalla quale pretendeva obbedienza e sottomissione,   perchè spettava soltanto a lui provvedere realmente alle necessità della   famiglia, esserne la colonna portante e la fonte di sussistenza dovuta   alla sua dedizione al lavoro di bancario. Dal suo punto di vista, Nora   non avrebbe mai potuto comprendere cosa significasse guadagnare,   amministrare soldi, relazionarsi con persone importanti. Il suo regno   sarebbe stato sempre e solo la casa, unico spazio adatto ad accogliere   le sue piccole e fragili ali. Le sue ali erano proprio come quelle di   Sonia: anche lei un uccellino, anche lei imprigionata in una gabbia,   quella delle illusioni che suo marito Roberto potesse cambiare e   trattarla in modo diverso. La somiglianza tra i due uomini era notevole:   Tovarld non si era mai sforzato di comprendere ed apprezzare cosa   realmente avesse fatto Nora per lui quando in passato aveva contratto un   debito con Krogstad, un usuraio, per poter curare la sua grave malattia.   Invece di esserle grato per aver corso un così alto rischio, si era solo   preoccupato di mettere a tacere lo scandalo che sarebbe potuto scoppiare   qualora la storia del debito fosse stata svelata a tutti i colleghi da   Krogstad che lavorava nella sua stessa banca. Preso dalla rabbia e dalla   preoccupazione, era stato sul punto di cacciarla di casa e di toglierle   i figli. Solo alla fine, grazie al fatto che la situazione fosse   rientrata fortuitamente nella norma, l’aveva magnanimamente perdonata,   rivelando la sua natura meschina. Così Nora, stanca dei maltrattamenti e   dell’ingratitudine del marito, aveva deciso di abbandonare un nido che   non era stato mai caldo ed accogliente. Ma questa volta non aveva   bisogno del permesso di Torvald per andare via: lo avrebbe fatto di sua   spontanea volontà, nella convinzione che solo la solitudine avrebbe   potuto scardinare o, almeno, scalfire l’orgoglio e la presunzione di un   uomo profondamente egoista e ingrato. Come Torvald, anche Roberto aveva   sempre sottovalutato la moglie e non l’aveva mai ringraziata per tutte   le volte in cui lo aveva aiutato e consigliato. Nei primi anni di   matrimonio Sonia aveva sanato i debiti da lui contratti a causa di un   investimento sbagliato e lo aveva salvato dal baratro. Nonostante fosse   molto più brava ed esperta di lui sia come attrice sia in qualità di   regista, aveva lasciato che dirigesse la compagnia. Si era sempre messa   in ombra perché le interessava solo la sua felicità. E, ora che sembrava   avessero raggiunto una certa tranquillità col lavoro teatrale, le   dimostrava la sua riconoscenza trattandola in modo autoritario e   dispotico, dispensando ordini e critiche sul suo modo di recitare con la   scusa di volerla rendere più brava e perfetta di quanto già fosse. Così   come per Nora era arrivata l’ora di dire basta, anche per Sonia era   giunto il momento che aveva a lungo rimandato. Aveva sperato con tutto   il cuore che il marito cambiasse. Ma, dato che la fiducia riposta era   stata disattesa, avrebbe dato una svolta drastica alla situazione, anche   se le dispiaceva molto dover lasciare i compagni e non poter condividere   più con loro la passione che avevano in comune. Nell’indossare davanti   al pubblico la maschera di Nora, aveva compreso che proprio lei le stava   dando il coraggio di riprendere in mano la sua vita. Ora non temeva più   il giudizio degli altri, non aveva più paura di reprimere le sue   emozioni. Mai come in quel momento si era sentita se stessa, la vera e   autentica Sonia. Era consapevole che avrebbe dovuto abbandonare la   sicurezza economica e professionale costituita da una compagnia ormai   affermata ma, nello stesso tempo, era profondamente convinta che il suo   affezionato pubblico avrebbe continuato a seguirla in qualunque luogo   fosse andata. Non avrebbe avuto più nulla da temere se non l’ennesima e   ultima lite con Roberto, dopodichè avrebbe finalmente spiccato il volo.
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