Astolfi Gabriele - Concorso Lagunando

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Astolfi Gabriele

Nato il 22/2/1955 a Bologna, dove vive e lavora in banca. E’ laureato in giurisprudenza e ha fatto corsi di scrittura e di teatro. Ha recitato per dieci anni in una compagnia di teatro dialettale. Ha pubblicato “Una giornata normale” (Giraldi Editore, 2005), “Due zampe di troppo” (Giraldi, 2007), “…andremo ancora a giocare” (Giraldi, 2009). La produzione completa delle sue opere è su www.gabrieleastolfi.com.
E’ presente in diverse antologie e ha vinto svariati premi in concorsi letterari.
Ricordi d'estate




Mi piaceva andare al mare d’estate, sia da bambino che da ragazzo e anche oltre, a non fare assolutamente niente, tranne magari leggere un libro o un giornale, a non pensare a nulla di preciso o di quotidiano o di obbligatorio, se non al bagno, di pomeriggio, da farsi non prima delle due ore dopo il pasto, a fantasticare con la mente libera da barriere e da freni, come un cane senza guinzaglio o un cavallo senza briglie, a provare l’immenso piacere dell’ozio, lo squisito, incommensurabile gusto della noia, che non è, com’è oggi per troppi giovani e meno giovani, una condanna ma un privilegio. Qualcosa che consente, non facendo niente dalla mattina alla sera, di evadere dall’esperienza dell’ordinario e di vagare lontano con la fantasia attingendo a nuovi e sconosciuti mondi o al puro nulla. Nulla che, al pari del sogno, è una necessità fisiologica del cervello dell’uomo. E il sogno, ho letto da qualche parte, è la forma d’arte perfetta, nella quale si è al tempo stesso creatori e spettatori di un’opera originale, e perciò scrittori, pittori, scultori e musicisti attingono da sempre ispirazione da quella che è la più enigmatica e affascinante delle nostre attività mentali.
Poi una qualche intelligenza spacciata per lungimirante ma in realtà dalla vista più corta di una talpa ha inventato, dopo le “partenze intelligenti” - che, se applicate alla lettera e in contemporanea, portano agli stessi ingorghi di quelle cretine, solo a orari differenti -, pure le “vacanze intelligenti”, quasi che quelle di prima fossero per ottusi o ritardati. Le giornate al mare si sono così caricate di una sovrabbondanza di cose da fare per riempirne ogni singolo minuto secondo, e si sono trasformate in fondachi di attività diversamente lavorative per non perdere il ritmo di queste nemmeno in vacanza - che, ricordo, significa “vuoto” e non “pieno” -, diventata perciò non più tale ma altro. Più nessuno spazio all’ozio e alla noia e ai loro eterei ma non meno palpabili e necessari frutto. Ozio e noia che peraltro richiedono altrettante virtù di quante ne richieda il lavoro, solo alternative a quelle: cultura, inclinazione per la meditazione, serenità interiore - e ai loro eterei ma non meno palpabili e necessari frutti.       
E mi piaceva la spiaggia in agosto, dove l’arenile diventava un po’ bivacco, un po’ condominio e un po’ palcoscenico. Una sorta di piccola società a responsabilità più limitata del normale, di insieme mediamente organizzato di individui che a prima vista si sarebbero detti civilizzati - sebbene talora la spiaggia, soprattutto quella libera, sembrasse più una giungla al pari della città, d’asfalto questa, di sabbia quella, perché alla fine di ogni giornata non c’era alcun bagnino a pulire quanto abbandonato sulla rena sotto forma di rifiuti dal bagnante classico, che è portato a identificare la libertà di accesso a una spiaggia con la libertà di sporcarla -, una piccola, ma non poi tanto, comunità con regole sufficientemente definite e tuttavia non sempre rispettate a disciplinare i rapporti fra i vicini di ombrellone e i meccanismi della seduzione fra uomini e donne.
A cominciare dal primo istante, dal momento in cui si supera lo stabilimento balneare e si occupa lo spazio intorno a sé con stuoie, borse e sdrai, spargendoli dintorno a mo’ di pipì di cane, per dar vita quasi a un accampamento, come quelli degli zingari o dei popoli nomadi; qualcosa di affine a una casa mobile, che poi si deve proteggere dagli estranei. Una difesa inconscia che avviene con precisi sguardi che segnalano i propri confini. Non è solo un’esigenza pratica ma una vera e propria delimitazione del territorio, un bisogno naturale che l’uomo condivide con gli animali. Se qualcuno si avvicina, il “proprietario” di quei tre metri quadrati di sabbia si tira su o assume una posizione più impettita; se sta parlando, alza il tono della voce. Messaggi di dominanza non troppo diversi da quelli che le bestie trasmettono ai propri simili, solo mediati da quel po’ di cultura, da quel minimo che ci differenzia da queste, e nemmeno sempre. Basti pensare alla sensazione di fastidio, tanto inspiegabile quanto tangibile, che talora proviamo allorché qualcuno che magari non ci è neppure troppo simpatico sosta sulla “nostra” ombra per proteggere le sue estremità inferiori dalla rena cocente.
Però, già dopo qualche giorno se non addidirttura il giorno appresso, la comunità della spiaggia si trasforma, cambia pelle come i camaleonti. Nel condominio orizzontale mutano gli atteggiamenti delle persone; si smette di ignorarsi, non ci si guarda più di traverso o con sussiego o perfino in cagnesco ma con disponibilità, accoglienza e pure con saluti e sorrisi di benvenuto, e le distanze fra i lettini e i teli sulla sabbia si riducono. Viene spontaneo socializzare in un ambiente dove non c’è più la “divisa” degli abiti ma si è tutti in costume, spogliati materialmente e mentalmente della vita di ogni giorno. Si dà del “tu” ai vicini di ombrellone e vengono meno o passano in secondo piano le convenzioni e i ruoli assegnati dal lavoro o dalla posizione sociale; contano di più l’abilità nei giochi, nello sport e nel nuoto, la simpatia nell’approccio e l’ironia e la spontaneità nell’eloquio. Conta l’attrazione comune del mare, che è una specie di ritorno all’infanzia: il ricordo inconsapevole dell’elemento liquido nel quale si è sguazzato per nove mesi.
E poi c’è l’ostensione del proprio corpo, il grande, universale codice della società dell’immagine attraverso il quale tutto si dice e quasi tutto si fa, e che domina incontrastato la scena dopo averla sottratta allo spirito. In questo tempo, che celebra il trionfo dell’immanenza sulla trascendenza, dell’avere sull’essere, ogni cosa si gioca sul campo dell’apparire, in cui il corpo e la sua iconografia sono il sole che oscura finanche l’astro che lancia i suoi raggi arroventati sulla terra, che, malgrado ciò, continua imperterrita a ruotargli intorno quanto una pallina al perno di una roulette, seppure a una diversa velocità. Non si ha più un corpo ma si “è” il proprio corpo: un rivestimento che, nel delirio della perfezione, non può essere che l’eminente rappresentazione della seduzione, qualcosa da mostrare e ancora mostrare; da mostrare per vendere, come una merce, ma pure per riceverne un’accettazione sociale, il gradimento e l’affermazione di una bellezza conforme ai principi estetici canonizzati dai più. Ignorando con ciò che la perfezione, oltre che illusoria, è sempre uguale a se stessa, è la semplice iterazione di un modello che finisce per esaurirsi nella banalità, ostentando la bellezza al solo scopo di renderla inaccessibile e, al limite, esorcizzarla, mentre l’imperfezione è unica. C’è una canzone di Meg, ex cantante dei 99 Posse, che si intitola “Imperfezione” e dice: “Oggi ho capito che ciò che amo di te è la tua mirabile imperfezione”, e ancora “Ogni difetto è narrazione, ogni cicatrice è memoria”. Un elogio dell’amore imperfetto, che è quello in cui ci si sporca le mani con la realtà e non si mira a un idillio da fotoromanzo. E allora la sola, vera forma di perfezione è saper godere del proprio essere così com’è, senza cambiarlo. E infatti basta allontanarsi dai confini della propria razza per non disporre più di alcun criterio di bellezza, che ogni cultura esprime in modo del tutto esclusivo ed eterogeneo.
Dunque spogliarsi è il rito che inaugura il tempo della vacanza più di quello dell’amplesso nel chiuso della stanza di due amanti, e restituisce il corpo alla sua nuda verità. Una verità che certi uomini e certe donne, non tutti ma tanti e in particolare le donne, vivono con un’ansia che sconfina nella paranoia, se non nel panico puro, perché togliersi gli abiti al mare è quanto affrontare un esame di coscienza pubblico ed essere finanche disposti a un percorso penitenziale. Il momento di farsi vedere in costume come mamma le ha fatte comporta di sottoporsi all’occhio inquisitore del prossimo, il cui sguardo fa più paura del giudizio di Dio o, almeno, incute più soggezione di questo. Un giudizio che, se non è quello del Creatore dell’universo ma dell’uomo, è un veleno che intossica la mente. E allora si cerca di nascondere i propri difetti come si può, trattenendo le pance in struggenti apnee o adottando, quale tecnica di occultamento, drappi di cotone a uso tende da finestre da tirare sugli “articoli” più imbarazzanti per nasconderli alla visuale, in forma di parei sapientemente avvolti intorno ai fianchi o di copricostume dall’effetto burka. Né manca perfino chi, in estrema “ratio”,  rinuncia al mare per non dover mettersi in costume. Di qui la fobia a esporsi alla vista e al pettegolezzo della spiaggia che mormora, al pari di un coro greco, il suo implacabile verdetto. Il primo segno di questa psicosi è una sorta di paralisi; il corpo assume una totale fissità, come il singolo fotogramma di un film, qualcosa di simile alla strategia mimetica di quegli animali che si immobilizzano per confondersi con l’ambiente circostante, in questo caso la sabbia, nell’illusione di non essere visti.    
E, sempre per mostrare il corpo nel suo aspetto più accattivante, gesti e posture vengono calibrati per offrire l’immagine migliore di sé. Gli uomini mantengono una posizione più eretta, petto in fuori e pancia in dentro, e muscoli più tesi e levigati. Le donne assumono pose più sinuose e stuzzicanti. Per esempio sul lettino, da sdraiate, tengono le ginocchia vicine per mettere in evidenza le curve dei fianchi. I piedi sono allineati con le gambe, l’arco plantare accentuato per assumere una forma slanciata, da mannequin, e scatenare il fascino erotico che promana dai piedi nudi. In spiaggia non c’è la maschera dei vestiti o delle scarpe, aspetto fisico e postura sono immediatamente evidenti. E qui comincia il gioco della seduzione: lui gonfia i muscoli, se li ha, e, sempre se li ha, si tira indietro i capelli; lei se li massaggia come se fossero il vello di un cane, li “lavora” a mo’ di zucchero filato e se li scioglie, quindi indugia nello spalmare le gambe di olio solare e si copre e si scopre, nascondendo o svelando qualche centimetro in più o in meno di pelle con parei e veli dai colori vistosi, che fungono da richiamo per i calabroni da spiaggia quanto i fiori per le api. Una specie di sospensione fra “palese” e “nascosto”, in cui si intreccia il gioco estetico ed erotico, nel quale la regola è far vedere il nascosto lasciando intatto il suo carattere segreto.       
E poi c’è la “passerella”, la passeggiata seduttiva delle donne che sanno di piacere ma, talora, pure degli uomini che sanno o si illudono di piacere - col ridicolo che può derivarne per entrambi ma più di tutto per questi ultimi -, dal bagno al bagnasciuga o lungo la battigia, ancheggianti e provocatorie e con sguardi falsamente indifferenti intorno al proprio asse le prime, e con passo marziale e testa alta i secondi. “Recite” incoraggiate e finanche pretese dall’essere di continuo sotto lo sguardo altrui e perciò dall’esibire alla platea parti del corpo che hanno un’incoercibile funzione di attrazione dei sensi (seni, glutei, fianchi per le donne; petto, spalle e ancora glutei per gli uomini). Su tutti il “sacerdote dell’arenile”, quella figura mitologica metà angelo e metà playboy da strapazzo che risponde al nome di “bagnino”. Il dio ma talora pure il satanasso della spiaggia, un mix di acchiappo fatto di muscoli, abbronzatura, canottiera rossa stinta dal sole e catenone d’oro da sborrone.
E proprio per affrontare con successo un tale spettacolo, prima di mostrare al pubblico questo corpo-idolo, oggetto di culto e quasi di adorazione feticistica, ci si sforza di liberarlo da imperfezioni o difetti, di normalizzarlo, nel senso letterale del termine. Di farlo rientrare negli inesorabili parametri dell’estetica di massa. Un’ossessione in movimento di restauri viventi che parlano da soli: nasi, labbra, seni, pance, natiche e cosce, che sono l’emblema e la riprova che la fiera delle bambole di plastica non chiude mai. Corpi rifatti a cui non si contrappongono soltanto sfasciumi flaccidi e cascanti con pericolo di caduta brandelli dall’alto e spoglie sgangherate e irriconoscibili dei corpi che erano una volta ma, per fortuna, anche tante fisionomie e tante fattezze che non celebrano la loro perfezione anatomica ma neppure rappresentano corpi in disfacimento o già disfatti, bensì corpi imperfetti eppure belli, o belli perché imperfetti. Pezzi unici che sono il prodotto della vita reale e non del fermo immagine di un filmato o della foto su un manifesto o su una rivista patinata; con qualche difetto, certo, che però li impreziosisce e li rende inimitabili nella loro mutevole e affascinante imperfezione. In pratica, tutti quelli ma soprattutto quelle, che se ne infischiano altamente della propria forma esteriore e della soverchia o manchevole misura della taglia e che, anziché farsi rivoltare il proprio corpo come se fosse sfoglia da tirare a mano lavorata con plastica e chimica, hanno imparato invece ad accettarlo e in parte perfino ad amarlo per la ovvia, pacifica ragione che è l’unico posto dove passeranno la loro esistenza.
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La sognavo la spiaggia e la sua comunità effimera e serpeggiante. Una comunità provvisoria finché si vuole ma organizzata secondo regole talora intercambiabili, che schiudevano a un ordine non sempre tale, bensì a un assetto che, in base all’occorrenza, tendeva a questo ma pure al suo contrario, forse anche per assecondare l’offerta, tutto compreso, di libertà dalle convenzioni sociali e di disponibilità a nuove amicizie, all’amore o, quanto meno, all’innamoramento, che a volte è più irresistibile dell’amore stesso.
Amavo quella confusione agostana carica di aspettative, come se il divertimento ma, soprattutto, l’avventura, il piacere della conquista fossero garantiti a tutti, spettassero di diritto per il solo fatto di calcare la rena sotto il solleone o alla luce soffusa e maliziosa della luna. L’agognavo ben prima di entrarvi a farne parte, non vedevo l’ora di buttarmici dentro quasi fosse una piscina o addirittura il mare aperto e dovessi muovermi nel suo stesso liquido, avvertire sulle labbra lo stesso cloro o lo stesso sale, pronto a regredire a una condizione, se non di selvatichezza o di inciviltà piena, di attenuazione dei valori e degli aspetti culturali relativi a questa società - una specie di “buon selvaggio” del ventesimo secolo, incapace di apprezzare le virtù della cultura ma, a differenza di quello classico, pure di vivere in armonia con la natura -, a giocare allo stesso gioco del cretino contento e radioso senza la costrizione di abiti, schemi tradizionali e formule accettate e seguite passivamente dalla collettività, a bere fino in fondo il calice del giorno e ancora di più quello della notte. Un calice che rinfrescava la sabbia resa ardente dal sole e infuocava il cuore di un desiderio ancestrale ma sempre nuovo, identico e differente, effimero e perenne, con la luna che grondava di stelle e dipingeva di un colore grigio pallido gli infiniti granelli che indugiavano davanti a un mare pigro e tenebroso, che sembrava indulgere al riposo per essersi troppo concesso ai bagnanti di giorno. Notti di felicità che spesso finivano malamente all’alba.
Ci andavo coi miei genitori al mare, da Bologna a Rivabella di Rimini, le due settimane a cavallo del Ferragosto, la prima solo con mia madre e la seconda pure con mio padre, che era costretto a farsi bastare quei pochi giorni di distacco da un lavoro che, essendo destinato anche a occuparsi del tempo libero degli altri, non ne lasciava un briciolo a lui.
Mio padre gestiva con una mia zia e un altro lavorante un bar, che chiudeva unicamente la settimana di Ferragosto, affinché i due - il lavorante faceva le ferie da contratto - potessero beneficiare di quei sette giorni di ferie a testa per rimettersi dalle fatiche degli altri trecentocinquantotto. Andavano in vacanza in quel periodo e per così breve tempo per venire incontro alle esigenze dei clienti abituali, di chi era sempre lì quanto una blatta del caffè o un acaro della scabbia o una forma di suppellettile diversamente utile, perché in quella settimana la città quasi chiudeva per ferie, i più andavano a loro volta in vacanza e in giro non restavano che quattro gatti eppure, incredibile a dirsi, c’era sempre qualche cliente che aveva la faccia tosta di brontolare per la chiusura del locale. Una chiusura effettuata proprio nei giorni in cui le serrande dei negozi si prostravano fino a terra pressoché all’unisono per santificare la festa di Mezzagosto, questo rito un po’ kitsch, desiderato e temuto al tempo stesso, con le sue aspettative e le immancabili delusioni. Non tutti i clienti perché la stragrande maggioranza capiva perfettamente il bisogno di riposo, fra l’altro ridotto al minimo, di chi sfacchinava tredici o quattordici ore al giorno per un anno intero, tuttavia non mancava chi aveva questo coraggio, che, guarda caso, coincideva sempre con chi lavorava meno di tutti.
Erano gli elementi - i “tipi”, coloro che si trovavano con altri uguali a loro in rapporti di consuetudine e confidenza e finanche di complicità - della cosiddetta compagnia del bar, che, come se fossero gli ingredienti di una pietanza o di un preparato di cucina, si consideravano parte integrante e perfino immancabile dello stesso. Immancabile perché vi passavano interi pomeriggi, se non intere giornate, sere e spesso e volentieri pure notti, affetti da una “barofilia” che, a somiglianza della filosofia - che era ed è l’amore per la sapienza o per la saggezza -, non era un semplice amore per il bar e per chi lo frequentava con la fedeltà e la dedizione dell’appartenenza a una loggia massonica ma un’ossessione vera e propria, una sorta di infatuazione, di invasamento morboso, che, secondo me, avrebbe necessitato non di uno psicoterapeuta ma di un bravo esorcista.
Il “tipo da bar” è uno che il locale se l’è sposato, se l’è fatto proprio non diversamente dalla sua metà - solo che, mentre una sposa si “possiede” carnalmente con un’intensità e un desiderio che cala rispetto all’incremento dell’età, il “possesso” e la fruizione di un bar e il godimento che ne deriva crescono di concerto con l’aumento degli anni, e quindi è più duraturo del più saldo dei matrimoni -; in breve, è la sua seconda casa. Non di rado addirittura la prima. E’ come il personaggio di una commedia colto nelle conseguenze estreme, farsesche o mostruose, della quotidianità. Se tutto il mondo è teatro, davanti al bancone di un bar i personaggi entrano in scena per poco o per molto, lo spazio di uno o più racconti e talora di interi romanzi, e a volte raccolgono applausi ma molte di più fischi.
Infatti, appena il tipo da bar esce dal lavoro - se fosse in pensione si trasferirebbe a vivere nel locale dormendo su una brandina e utilizzando il bagno dello stesso per radersi e tutto il resto -, va difilato lì e non a casa, a raccontare la sua storia. Dalla moglie ci va soltanto all’ora di cena, giusto il tempo di mangiare, per poi sgattaiolare fuori appena finito e tornare dalla vera e ancor più stabile moglie, il bar e il gruppo degli amici, presso il quale fermarsi e fare tana come faceva da bambino.
Mio padre mi raccontava che tante notti, alle due o alle tre del mattino, era costretto, suo malgrado, a spedire sotto le stelle quelli che, dimentichi dell’orario, erano ancora dentro al bar a replicare la loro parte, a recitarla fino allo sfinimento, perché lui doveva chiudere. I nottambuli rispondevano in corale accordo, non senza il viatico di un imprecisato numero di bicchieri di troppo, che la notte era ancora giovane e tenera, e allora mio padre, il cui cuore non era meno tenero della notte, metteva all’esterno, fra le siepi dell’ampio dehors, quattro, cinque o più sedie, quanti erano i più restii a rincasare, che i suddetti andavano a occupare come se stessero giocando al gioco delle sedie. E mentre mio padre, ubriaco di stanchezza, tornava da me e mia madre, loro, non meno ubriachi di chiacchiere e di vino, continuavano a discutere più o meno animatamente senza una fine in vista, quanto certi passaggi nel deserto, degli argomenti più bizzarri e inarrivabili, impensabili e strampalati, di nessun conto e in cui non avevano alcun interesse personale e dei quali nemmeno doveva star loro a cuore più di tanto ma che, nell’occasione, diventavano di importanza capitale, propugnando ciascuno la propria tesi come se fosse l’unica esistente e confutando quelle degli altri.  Questo fino a quando il dio del sonno non calava pietosamente sui contendenti il suo telo scuro che, quasi per incanto, ottenebrava ogni loro residua energia e, alla fine, li spegneva come si spegne un televisore rimasto acceso troppo a lungo.
Discutevano e litigavano fino a notte alta o mattino inoltrato al solo scopo di aver ragione - che altri scopi non si vedevano e con tutta probabilità non c’erano -, o meglio, di farsela dare dagli “amici” (sebbene in quel momento, nell’atto di sostenere la propria opinione a scapito di quella o di quelle della combutta o dei singoli membri, sembrassero più nemici che altro). E nel frangente il riconoscimento, da parte dei contraddittori, della giustezza di quanto sostenuto o, se non altro, di una sua parvenza, era per questi l’obiettivo della vita. O, almeno, della serata spinta fino alle ore estreme perché la ragione del bar, rappresentato in anima e corpo dalla compagnia degli amici, era ben più importante di quella della propria moglie o della propria famiglia.
Ricordo che d’estate, durante la vacanze scolastiche, andavo ad aiutare mio padre al bar, e qui assistevo a litigate epiche fra questi tiratardi professionali comprensive di urla e offese, di facce sfigurate dall’ira e indici puntati a mo’ di spada sguainata, sulle origini e su come venisse prodotto il clinto - un vitigno pressoché sconosciuto, nato negli Stati Uniti d’America e vietato sia in Italia, con particolari permessi di coltivazione in territori specifici quali per esempio il Veneto, che in altri paesi europei, dal colore violaceo intenso e un sapore inconfondibile, non gradito a tutti ma, ripeto, totalmente oscuro ai più - o sulla dose esatta di noce moscata nei tortellini o su altri non meno pregnanti argomenti. Se non fossero stati comunisti sfegatati, avrebbero disquisito all’arma bianca sul sesso degli angeli.
Tiravano mattina con l’energia in avanzo di una giovinezza ormai perduta o soltanto appassita, o di una libertà o un’incoscienza che il tempo che passa garantiva ogni giorno di più senza limiti né freni per uscire vittoriosi dalla quotidiana “plural tenzone”, dalla battaglia di vivere la notte fino all’ultimo sorso. Fino a quando, vinti dalla fatica e dalle parole, che il sopore faceva uscir loro di bocca deformate e addirittura incomprensibili, come se, unite insieme, costituissero un bolo pressoché impossibile sia da ingerire che da vomitare, scioglievano le righe e andavano a dormire per ricaricare le pile e non mancare la sfida della notte appresso.
Infatti la sera dopo ricominciavano, del tutto immemori della sera prima, quasi che i reiterati, incessanti diverbi della stessa fossero stati annullati, ripuliti con un cancellino dalla lavagna della memoria, dibattendo e questionando su un altro argomento senza soluzione di continuità. Finché non ne avessero trovato uno sul quale non si sarebbero accapigliati perché su questo erano tutti d’accordo ma che non avevano ancora trovato o, più facilmente, non esisteva, o fino al sopraggiungere della morte di uno dei contendenti. Morte sempre pianta da chi restava come la peggiore, deprecata disgrazia ma, nel contempo, sempre considerata, fra il serio e il faceto, un tradimento verso la compagnia, un venir meno finanche truffaldino a un impegno preso, a un assunto e partecipato ideale comune, addirittura a una fede o a un legame di sangue fra i componenti il gruppo.
Ebbene, quando mia zia chiudeva quell’unica settimana di Ferragosto, più di uno trovava da ridire: “E noi come facciamo?” piagnucolavano “Dove andiamo?”, come se non avessero avuto una casa, una moglie, dei figli, magari un padre e una madre, tutti, a vario titolo, bisognosi di compagnia, come se vivessero lì, al bar, e ne venissero scacciati senza ragione e per di più con l’egoistica intenzione di andare a divertirsi. E mia zia, lo stesso cuore tenero di mio padre coi nottambuli più duri a morire, e quasi per scusarsi di andare in ferie una volta l’anno per sette-giorni-sette, lasciava fra le siepi una decina di sedie dove lo zoccolo duro degli irriducibili avrebbe potuto sedersi, discutere fino a bisticciare e, volendo, far finta che il bar fosse aperto portandosi una bibita o un liquore da casa.
Fra l’altro né mia zia né mio padre hanno mai mostrato il benché minimo senso degli affari, se è vero che avevano destinato un intero ambiente, il più grande del bar, a sala giochi, dove si sfidavano a carte i pensionati, che a me allora parevano cariatidi ma che erano ben più giovani di me a tutt’oggi, e con questi cartoncini con disegnati sopra simboli colorati e quasi magici si giocavano il caffè o, tutt’al più, l’amaro che avevano consumato al bar dopo mangiato. Chi perdeva, pagava il proprio e quello dell’altro.
Peccato che le partite per il fatidico caffè o l’ancor più fatidico amaro durassero tutto il pomeriggio, dal dopopranzo all’ora di cena, e che tenere un ambiente riscaldato e con le luci accese costasse assai di più dell’uno e dell’altro messi assieme.
In pratica, almeno per la sala giochi, mio padre e mia zia lavoravano in perdita, sebbene la sala fosse pressoché sempre piena perché pagare un paio di caffè o un paio di amari, se proprio andava male, era una spesa molto piccola per passare tutto un pomeriggio a divertirsi. Anche se il divertimento, il più delle volte, consisteva nel litigare furiosamente e nell’insultarsi a vicenda per la fortuna che avrebbe assistito certuni - sempre gli altri, mai chi parlava - e i madornali errori commessi da questi, che erano la prova evidente che non sapevano giocare a carte, con termini vietati ai minori - benché  oggi i giovani parlino un linguaggio vietato e basta -. Al punto che non era chiaro se si fossero divertiti per davvero o se, al contrario, si fossero annoiati o stufati o proprio rotti tanto da finire per offendersi senza ritegno. Solo quando, regolati i conti di caffè e amaro, uscivano e si salutavano con affettuose pacche sulle spalle e sorrisi a tutti denti o, se questi erano smaccatamente belli e bianchi e disposti in buon ordine, a tutte dentiere, capivi che l’arrabbiatura, parole e gesti inclusi, faceva parte del gioco non meno delle carte ed era il modo per sfogarsi e tornare a casa più leggeri e finanche angelicati.    
Uno dei capatàz di quei giovani vecchietti nella sala delle grida era il “maresciallo”, di cui pochi conoscevano come si chiamasse in realtà - mia zia e mio padre credo di sì, seppure non lo chiamassero mai per nome o per cognome ma sempre “maresciallo” -. Un ometto piccolo piccolo e pelato, vispo di carattere e monello d’occhi e parlata, il timbro che richiamava la Lucania da cui proveniva, al quale il grado sembrava attribuire una diversa caratura ma soprattutto crescerlo di una spanna, che era entrato prestissimo nell’esercito e con la stessa rapidità ne era uscito lucrando una facile pensione. Orbene, il maresciallo chiamava tutti ma proprio tutti, me, mio padre, mia zia, i compari di carte e pure coloro che assistevano alle sue partite o a quelle degli altri - ebbene sì, questi giocatori seriali o, almeno, affetti da una quotidianità di gioco quasi patologica, avevano un pubblico o una “claque” che talora puntava su questo o su quello, scommettendo, sempre per non smentirsi, il solito caffè o il solito amaro -, questo discolo d’uomo in formato ridotto chiamava tutti “Giorgino”. Nessuno sapeva il motivo né, penso, qualcuno gliel’avesse mai chiesto o, se sì, lui gli avesse mai risposto. Allora mi ci ero lambiccato il cervello, non più di tanto ma un po’ era capitato, per dar luce a quel perché, ma invano e, in fondo, non era importante.
A pensarci ora, ho idea potesse essere una specie di rivalsa, di compensazione della sua condizione fisica, appioppando a tutti, indistintamente, un diminutivo qualsiasi, seriale non meno del suo giocare, che potesse omologarlo alla massa. Tutti Giorgini, tutti alla sua altezza. Tutti uguali.   
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Per mia madre, la vacanza in riviera non aveva, fra i suoi scopi o i suoi propositi, quelli che aveva e ha ancor oggi per tutti o quasi, cioè di divertirsi, rilassarsi e prendere la tintarella da mostrare con orgoglio al ritorno ma uno solamente, quello di fare la “cura del sole”. Soffriva di artrite reumatoide e psoriasi e, in misura più lieve rispetto a queste, di eczema o dermatite atopica, da contatto con certe sostanze e, da casalinga in sovrappeso che non era riuscita a liberarsi dei chili di troppo presi alla mia nascita, pure di una forma strisciante di depressione, che con l’andar del tempo si è poi cronicizzata, e il medico le aveva detto che il rimedio per affrontare tutti i suoi problemi in una volta sarebbe stato assumere un unico farmaco, e nemmeno per bocca o per altro più fastidioso condotto ma per via aerea: esporre il suo corpo al sole e ai suoi dardi ultravioletti, che è risaputo siano un’ottima cura per i depressi e migliorino lo stato di molte malattie della pelle. Certo fermo restando che era necessario farlo con moderazione e gradualità e non crogiolandocisi sotto come una lucertola.
Ma per mia madre l’ansia da cura del sole ogni anno più rapida e affrettata le faceva passar sopra ai più elementari protocolli di prevenzione, che, per l’appunto, suggeriscono di esporsi per poco tempo, evitare le ore più calde e proteggersi con creme e oli appropriati. Per la semplice ragione che lei prendeva il sole non per abbronzarsi, ossia per un mero fatto estetico, modaiolo e quindi contingente, bensì per curarsi, cioè per un fatto medico, terapeutico e perciò necessario e, in quanto tale, ben superiore al contingente. Per lei non era un divertimento ma un impegno, un’occupazione, una fatica, oppure una terapia curativa, d’attacco prima e intensiva dopo. L’unica persona al mondo che prendesse una vacanza al mare per un lavoro o un trattamento medico.  
Poi è ovvio che si abbronzava, diventando di un colore talmente scuro da sembrare fosse stata in riviera non due settimane ma due mesi, mentre i capelli, al contrario, le si imbiancavano a tal punto da farla apparire molto più vecchia della sua età, un’anziana signora dalla pelle liscia e nera e la riccioluta chioma bianca. E così veniva regolarmente scambiata, fin da quando ero bambino, per mia nonna, mentre mio padre, che ignorava cosa fosse un solo capello bianco, era suo figlio. Mio padre, in quei frangenti, si divertiva un sacco, faceva la ruota come un pavone, e non perdeva occasione per chiamarla “mamma” a voce alta o comunque premurandosi di farsi sentire dai bagnanti vicini, con un sorrisetto candido e malizioso a un tempo. Lei lasciava correre, senza farsi distrarre da diversivi o spiritosaggini, e tirava dritto per la sua strada, verso quello che era il suo unico obiettivo: l’elioterapia. Perché l’abbronzatura non era il fine ma il mezzo; il fine era l’esporsi all’astro dorato come se fosse una divinità guaritrice e salvifica mettendosi con fiducia nelle sue mani - leggi: sotto i suoi raggi - quanto la più fervente dei suoi seguaci, affidandosi a questo come una vittima sacrificale al suo dio, senza domande né discernimento.
E mentre la spiaggia e i lettini diventavano per tutti, me e mio padre compresi, il luogo del più completo rilassamento, buono per giocare, leggere, ascoltare musica, riposarsi, guardarsi intorno adocchiando le bellezze di passaggio e talora chiacchierando col vicino di ombrellone, privilegiando comunque la nullafacenza più totale e costruttiva, almeno in vista della ripresa della forzata operosità al ritorno dalle vacanze, per mia madre diventavano il luogo della più rigida e ferrea segregazione, come se fosse stata una malata contagiosa o un’esclusa sociale, legata al lettino da fili invisibili quanto un’alienata al suo letto di contenzione da robuste cinghie di cuoio. Tutto per assorbire più sole che poteva e accoglierlo sopra e dentro di sé, respirarlo al pari di una diversa forma di ossigeno, immergersi nei suoi raggi quasi trattenendo il fiato come faceva Maiorca con le profondità marine, l’orologio agganciato a una spallina del costume intero a darle il tempo di immersione nella stella per antonomasia per ogni singola posizione del corpo: supina, prona, fianco destro e fianco sinistro. Mezz’ora per parte, dalla mattina fino a pranzo; poi, dopo la pennichella, fino a cena.   
Si cuoceva quanto un pezzo di carne sul barbecue, facendo bene attenzione a rosticciarsi al punto giusto non solo nelle sue parti estese ma anche in quelle laterali, per “curare” ogni centimetro della sua pelle, pure il più nascosto, che, prima di diventare color carbone, attraversava una serie di sfumature di rosso, dal chiaro al vivo al sangue al bordeaux, spesso passando da impressionanti ulcerazioni. Piaghe tali da far sobbalzare gli stessi farmacisti ai quali era costretta a rivolgersi perché gliele controllassero, e questi, il più delle volte, quando lei mostrava loro la schiena, di solito la parte più lacerata, a esclamarle con tanto d’occhi: “Ma signora, queste sono ustioni di primo grado! Deve starci attenta.” Eppure ogni anno era la solita storia. Ci eravamo tutti abituati: lei, mio padre e io. E anche i farmacisti, che le ripetevano lo stesso ritornello con sempre meno meraviglia e molta più rassegnazione.
Questa era la sua cura del sole. Una cura che, come tante, forse come tutte, avrà pur avuto l’effetto di sanare ciò che doveva o che avrebbe dovuto ma che, per converso, aveva anche quello di guastare ciò che non c’entrava nulla con le malattie che aveva: la pelle nella sua interezza. E infatti per prenderlo tutto, quel sole - il sole di due settimane per l’intero anno a venire -, sacrificava la sua cute, il suo scudo, la sua corazza, il suo rivestimento esteriore che, coi suoi oltre dieci chili di peso e i suoi due metri quadrati di superficie, è il più grande fra gli organi del corpo umano. Un involucro che non è soltanto fisico ma pure psichico - tanto da far a gara con gli occhi per essere considerato anch’esso lo specchio dell’anima - e che fa affiorare in superficie le emozioni più profonde e le cui grinze segnano, come ferite inferte dalla vita, la nostra vulnerabilità all’inesorabile passare del tempo, un treno fantasma che corre senza interruzione verso l’ultima fermata.  
***
Oggi non mi piace più andare al mare d’estate, specie in agosto, il mese del “tutto esaurito” - ma, a guardare quella calca gracidante, sarebbe più corretto dire “tutti esauriti” -, quello in cui si paga il doppio per avere la metà, per ritrovare lo stesso caos che c’è in città. Magari c’è chi lo fa proprio per questo, per non disabituarsi all’immane marasma cittadino nemmeno durante le vacanze. Basta guardare le immagini da fine del mondo che rimandano i telegiornali in questo mese per farmene certo e sfrondare ogni dubbio, di bagnasciuga che sembrano stadi in movimento, di spiagge più dense di ombrelloni che di granelli di sabbia e, nel contempo, benché non si vedano, cimiteri rigurgitanti di mozziconi, e di bagnanti in acqua che si pestano i piedi non meno che in discoteca. Per non parlare delle auto in fila indiana per raggiungerlo, il mare, tante da non riuscire a contarle per quanto sono attaccate l’una all’altra, come un interminato corteo di millepiedi con le ruote. Auto nelle quali, a ben guardare, non è dato intravedere l’ombra di un vecchio o di un cane. Come si dice: “agosto, nonno e cane non vi conosco.” Al ricovero il primo, al macello il secondo.
No, io e Lilly - la mia cagnina, la mia famiglia o, almeno, quello che ne resta e mi è rimasto vicino a tutt’oggi, fra moglie, figli e cani che ho avuto - io e Lilly stiamo a casa, sotto le pale dei ventilatori a soffitto che ho in ogni stanza; usciamo la mattina molto presto, quando ancora si respira, per un lungo giro, e la sera tardi e, ogni due o tre giorni ma non nel weekend, prendiamo la macchina e facciamo un giro in Appennino, e al diavolo le apocalittiche resse agostane. Al diavolo i ricordi.



C H U C K




Ho passato i sessanta (anni, ovviamente, benché la cosa si intuisca senza necessità di precisarla. Cos’è che passa nella vita, se non il tempo? Pure le passioni, certo, i desideri, le speranze, le aspettative, i palpiti del cuore per ciò che si dice o non si dice, che si fa o non si fa, o per ciò che si faceva mentre ora non più, le stagioni dell’amore coi loro corsi e ricorsi, le fasi e i cicli, le dinamiche coi loro rettilinei e le svolte improvvise, le tortuosità e gli umori, i nembi scuri e il bubbolio dei tuoni, la pioggia e l’arcobaleno, il rapido schiarire del cielo con squarci di un azzurro reso più intenso dal bianco delle nuvole, che, di nuovo, si tumefanno, tanto da somigliare a ematomi in viaggio, per poi sgonfiarsi trasudando acqua. Stagioni dell’amore che passano e vanno, oppure cambiano e ritornano uguali e diverse, sotto altra forma o in altra veste, con abiti sgargianti o dimessi, espressioni suadenti o scoraggianti, parole inclusive o di allontanamento. E poi i dolori, le sofferenze per gli accidenti dell’esistenza, ora naturali ora no, talvolta attesi talaltra inaspettati ma sempre, in qualche maniera, confliggenti con la propria idea di normalità, che peraltro è differente per ognuno. Tutto, nella vita, scorre con una rapidità tale che, se si guarda dalla fine, appare sfuggente, inafferrabile ma, se si guarda dall’inizio, sembra procedere talmente piano che dà l’impressione di essere quasi fermo, e gli eventi paiono aggrapparcisi addosso a mo’ di zecche, succhiarci il sangue e non volersene più andare), anzi, per la precisione, ho passato i sessantadue e, se penso a come mi vedevo a vent’anni o a trenta o perfino a quaranta all’età che ho oggi, avrei scommesso che sarei stato da un’altra parte, in un altro pianeta, un’altra galassia a prendermi cura di me, delle mie curiosità, dei miei interessi e di tutto quello che mi appaga dando un senso alla mia vita e anche al mio lavoro, perché è il lavoro che mi dà i mezzi per coltivarli: la lettura, la storia, la natura, gli animali, la musica e, perché no, l’amore, l’inganno più bello che esista e possa capitare a un uomo. Un inganno che, seppur riconosciuto pressoché unanimemente come tale e di conseguenza fonte di illusione travolgente, di fascinazione e incanto, accettiamo con gioia perché ci aiuta a vivere, trasfigurando così da illusione a rimedio. Infatti chiunque non abbia l’amore pensa all’amore, a quell’essenza tanto intensa e profonda e misteriosa che ci cambia la vita. Che ci dà la vita. Un inganno necessario.
E invece sono sempre qui a occuparmi degli interessi del mio datore di lavoro, dell’azienda in cui da quasi quarant’anni sono impiegato - ma la parola che mi verrebbe da dire di primo acchito sarebbe “incatenato” - perché il mio percorso lavorativo non è ancora finito. Interessi questi ultimi che, sebbene mi ci metta, spesso pure di buon grado, mi ci impegni per quanto posso, non sento più miei ma lontani, remoti e coi quali non avverto più alcun palpabile legame. Come certi parenti con cui non si ha più niente a che spartire o che vivono in una città diversa dalla propria e non si sentono mai neppure per telefono e, alla fine, il tempo trasforma in perfetti sconosciuti.   
Credo sia proprio un fatto naturale, fisiologico. Il mio lavoro non mi è mai dispiaciuto, tutt’altro, e anzi in taluni momenti mi è perfino piaciuto, o me lo facevo piacere, non so; comunque non l’ho mai vissuto come una punizione o una pena da subire. Certo non è un lavoro artistico, di quelli che arricchiscono dentro - e magari, se si ha talento e fortuna, anche fuori -, che diventano quanto una seconda pelle, un risvolto dell’anima, dello spirito, né si tratta di un’attività personale in cui il lavoro viene a coincidere con la propria esistenza e il proprio profitto, ma l’ho sempre svolto con scrupolo, con cura, con serietà e, di nuovo, talora perfino con soddisfazione. Insomma, con la consapevolezza di adempiere un dovere; lo stesso con cui ritengo di svolgerlo tuttora. Benché in realtà non ne possa veramente più di lavorare, sia saturo in ogni più piccola fibra del mio essere, nella più oscura e invisibile cellula che mi abita, sia dell’ambiente che dell’attività in se stessa, che incombono su di me come una forma di alterazione e contagiano, guastandolo o rendendolo vano, il mio vorticare nel mondo; sia saturo addirittura del semplice pensiero di dover ancora lavorare, che mi è più insopportabile del lavoro stesso.
Ma al datore di lavoro l’impegno e la serietà, oggi, non bastano più. Ciò che si richiede oggigiorno a chi svolge un’attività lavorativa è la Passione, che, evidentemente, non è quella di Cristo, la quale coincide col suo olocausto sul Calvario ma, in una diversa accezione del termine, un sentimento o un’emozione di particolare intensità, che si traduce in un’entusiastica e totalitaria dedizione sia in ambito amatorio e affettivo che in ambito lavorativo ma pure dilettantistico-amatoriale. D’accordo che senza passioni non si può vivere ma le passioni, per il fatto di esserci, in ognuna di queste, qualcosa che investe il futuro e sembra garantirlo felice a partire dalla felicità del presente, sono ingannevoli. Sono promesse di felicità non arginate da sponde abbastanza solide per contenerle e imbrigliarle, e perciò complementari all’angoscia, che è il contenitore della sofferenza.
Credo dunque non si possa affrontare un lavoro con passione, quasi fosse l’amore per il proprio partner, il proprio figlio o il proprio animale domestico. Trovo che spirito di sacrificio e senso di responsabilità siano più che sufficienti per esercitare con reciproca soddisfazione, sia di chi il lavoro lo dà che di chi lo presta, un’attività impiegatizia o manuale. In fondo, il lavoro che si fa, non lo si è sposato né si deve per forza voler bene alle persone per le quali si fa; basta saper fare quello che ci viene richiesto con la giusta competenza e il dovuto senso di responsabilità.  
A parte che dopo quarant’anni di convivenza la passione non si ha più nemmeno per il più grande amore della propria vita. Potrà esserci affetto, condivisione, tenerezza, vicinanza, aiuto reciproco, qualsiasi cosa ma non passione. Non più. Figuriamoci se può esserci per un’attività lavorativa; bisogna avere qualche rotella fuori posto perché ci sia. E’ come se, per la festa di Halloween, alla domanda “dolcetto o scherzetto?”, si scegliesse il secondo anziché il primo; tutti, col senso dell’umorismo di oggi, preferiscono il dolcetto. Potrà forse, e ripeto forse, averla un neoassunto di vent’anni alla sua prima esperienza di lavoro, quanto una sorta di ebbrezza, di eccitazione provocata da un piacere ubriacante che all’inizio dà alla testa ma poi finisce per far dar di matto. Cambia la prospettiva, l’angolatura anagrafica, lo spettro; cambia ogni cosa perché il tempo rivolta le persone e noi con queste, le rende e ci rende differenti da come eravamo, tanto che stentiamo a riconoscerci o non ci riconosciamo affatto. Quello che in passato ci piaceva, oggi non ci piace più; ci è venuto a noia, se non peggio. Solo il senso del dovere ci sorregge, ci spinge, e la coscienza, ma per tutto ciò che rimane è soltanto fatica bruta - una fatica interiore più che fisica, una stanchezza della mente che il sonno non basta o non riesce a ristorare appieno -, la necessità di procurarci il denaro sufficiente per sbarcare il lunario e nient’altro. Il lavoro serve per mangiare, tutto il resto per vivere.
In ogni caso, passione o non passione, ero tuttora al lavoro, e poiché ne avrei avuto ancora per non pochi anni, galera per galera, ho deciso di dare uno strappo alla mia vita, di offrirle un’aria nuova, un soffio diverso e più puro, di regalarle una nuova aspirazione a un futuro più felice e consolatorio liberando di galera qualcuno che non aveva fatto nulla per esservi rinchiuso: un cane. Ho deciso di affiancare a quanto restava del mio cammino terreno un quattrozampe della specie.
***
Era da tanto che desideravo un cane. Da una vita. Da quando Lucia, mia moglie, se n’è andata e ha portato con sé Mia, la piccola femmina di meticcio dal pelo bianco con chiazze rosse che viveva assieme a noi e che, a dire il vero, aveva preso lei da un’amica che non poteva più tenerla perché il marito, a sua insaputa, le aveva piazzato in casa, da un giorno all’altro, un giovane incrocio di pastore tedesco con una terranova che, a sua volta, aveva prelevato da un uomo che lo trattava male.
Da allora ho sempre sentito la mancanza di quella cagnina simpatica e ritrosa e malfidata, che, per le condizioni avverse della sua nascita (una cucciolata di strada, senz’arte né parte, della quale si è saputo poco o nulla, anche se quel poco è stato sufficiente a considerarla praticamente disgraziata - come se le sue origini si perdessero in una sorta di mistero o di mito inaccessibile a una vera conoscenza, che provoca una reazione in cui si mescolano molta incertezza ma pure un po’ di fascino - e, di questi cuccioli, chi se n’era occupato all’inizio, non doveva essersene preso una cura proprio amichevole, viste le loro condizioni, sia fisiche che psicologiche), a causa degli infausti natali, Mia era un concentrato di paure, una spugna imbevuta di fobie. Una spugna che, a strizzarla, ci si poteva aspettare che sarebbero fuoriuscite a una a una, al punto che se la chiamavi per farle un complimento o una carezza, lei si avvicinava piano a testa e coda basse quasi temesse di ricevere non una coccola ma un rabbuffo, una sgridata per qualcosa che paventava aver commesso o per semplice diffidenza nei confronti degli uomini, oppure ancora perché questo era quello che pensava le spettasse, e la cosa la dice lunga sui primissimi rapporti intercorsi fra lei e i suoi fratellini e le persone che ne hanno, per così dire, avuto cura agli esordi.
Dapprincipio era così, e tale è stata per un bel po’ di tempo ancora, fino a quando, direi dopo alcuni anni, allorché la chiamavamo, ci raggiungeva con un’aria in apparenza più confidente, o meno spaventata di prima ma sempre indomabilmente sospettosa, sebbene con una parvenza di maggior fiducia negli occhi. Sebbene non mancassero le volte in cui, a una chiamata, arrivava con le orecchie a pavimento e la coda fra le zampe, forse perché l’appello era stato fatto a voce troppo alta o con un tono troppo deciso o risoluto, chissà. In ogni caso, era un miscuglio di paturnie e di instabilità mentale dovuto sempre, pensavamo sia io e Lucia che i veterinari che avevamo consultato in proposito, al terrore cieco di un pericolo presunto ma che per lei era più vero del suo stesso, fragile essere; però era anche un impasto di affetto e tenerezza e addirittura di allegria nei momenti in cui era libera dalle sue tare. Con noi stava bene, era per lo più tranquilla, serena, ma le paure con cui era entrata in casa nostra non l’hanno mai abbandonata del tutto, sono sempre rimaste parte di lei, della sua carne, e le si leggevano in cubitali nell’espressione del muso da perpetua cucciola prima ancora che nella postura del corpo.
Io, benché all’inizio non la volessi, non perché non mi piacciano i cani ma perché io e Lucia lavoravamo entrambi e la gestione di un quattrozampe col tartufo avrebbe potuto creare problemi o squilibri, come poi in parte è avvenuto, mi ci sono affezionato, le volevo bene più che se fosse un cane caratterialmente stabile, senza le turbe che la flagellavano con la violenza di una tempesta equatoriale; l’amavo quanto immagino si amino i bambini “difficili”, che hanno disturbi del carattere o della personalità, tanto che a volte appaiono quasi bipolari e alternano fasi di spavento incontrollato ad altre di convulsa euforia. E proprio perché le volevo bene, allorché mia moglie se n’è andata, l’ho lasciata a lei della cui luce riflessa la cagnina viveva e per la quale era la sua vera e unica capobranco.
Da quando Mia è diventata solo sua, non ho mai chiesto di lei alla mia ex. Fa parte del mio carattere o è una forma di difesa, una sorta di corazza invisibile, non so; cerco di vivere giorno per giorno il presente che mi circonda e mi ricopre, che mi è a pelle e basta, anzi, credo di saper vivere solo quello, come fanno i cani. O mi sforzo di vivere solo quello, per non soffrire; ancora una volta, non so. Perché rievocare certo passato - anche se non tutto giacché ci sono ricordi che non si possono dimenticare ma, al contrario, mettono radici sempre più salde e profonde nel terreno del cuore, che le trattiene e diventa tutt’uno con queste così che nessuno riuscirà mai a svellerle -, rivangare determinati trascorsi addolora troppo e la sofferenza è qualcosa di fine a se stesso, che non serve al bisogno né aiuta a districarsi nella vita. Non serve a niente, soltanto a stare male. Un prete potrebbe sostenere che avvicini a Dio e al suo percorso di donazione sulla croce ma per un laico è inutile, benché talora sia inevitabile e perfino irrinunciabile.
Dunque stento a pensare al passato, seppure, ripeto, alle volte non ne possa fare a meno, e la sofferenza, in queste occasioni, perda il suo carattere di condizione angosciosa provocata dall’assiduità di un tormento ma diventi una specie di lenitivo, che placa il bisogno di provare, fra i tanti sentimenti, anche quello del dolore puro, schietto, non diluito con l’acqua dell’autocommiserazione, e non ce la faccio emotivamente a pensare al futuro, che sia quello di una persona o di un cane; cerco di evitarlo per non illudermi e angosciarmi e, di nuovo, come per certe esperienze passate, stare male.
Però era Lucia, che sapeva quanto fossi attaccato a Mia, a darmi con una certa frequenza sue notizie, e delle sue buone condizioni di salute e di umore, nei limiti in cui poteva godere di queste ultime, sono sempre stato felice, e dei suoi incontri con le amiche a quattro zampe, la barboncina Milou, la meticciona Kira, la basset-hound Caterina e la bastardina Kety, o con gli amici, sempre a quattro zampe, Roger e Toby, un barboncino e un maltese, Corrado e Tommy, un cocker spurio e un pastore scozzese, e altri di cui Lucia mi ha riferito e io ho dimenticato ma, soprattutto, il suo spasimante preferito, Angus, un rhodesian ridgeback, un “cagnolino” di razza africana grande sette o otto volte lei, un tempo utilizzato per cacciare i leoni, ho sempre provato un sincero piacere. E, infine, quando è scaduto il suo tempo sulla terra, dopo aver sostenuto Lucia negli ultimi giorni in cui la cagnetta è stata male e averla confortata la sera in cui l’ha lasciata, della sua morte ho sofferto più di quanto mi aspettassi, molto di più, consolato unicamente dal pensiero che quella piccola anima travagliata avrebbe trovato finalmente quella pace che nella vita non aveva mai conosciuto nella sua interezza ma solo a sprazzi. E ho fatto l’unica cosa che potevo fare, l’ho sentita vicina e l’ho ricordata, come la ricordo tuttora, con un rimpianto e un affetto non meno viscerali di quelli coi quali ricordavo e ricordo ancora Lucia al tempo in cui ci amavamo, perché Mia era debole e indifesa e dunque bisognosa di aiuto come i fanciulli.
Da allora non ho più avuto cani perché, per prenderne uno, aspettavo il momento buono, quello di uscire dal lavoro, per poter stare con lui tutto il giorno. Alcuni dei pochi amici e delle poche amiche con cui avevo parlato di questo mio desiderio avevano detto che era da egoisti portarsi a casa un cane e poi lasciarlo solo tanta parte della giornata, l’animale ne avrebbe risentito o addirittura sofferto, sebbene altri avessero sostenuto l’esatto opposto, che ciò che importava non era la quantità del tempo che gli avrei dedicato ma la qualità di questo tempo, l’amore che gli avrei donato e le passeggiate all’aria aperta con cui l’avrei fatto scaricare e divertire al tempo stesso, poi il cane si sarebbe abituato al fatto che uscissi la mattina e tornassi il pomeriggio. Fra l’altro una mia collega d’ufficio, da poco in pensione, ha vissuto per dodici anni con uno shih tzu che l’aspettava a casa, ben felice di stare con la sua padrona indipendentemente dal fatto che lei, di giorno, andasse a lavorare. Certo rimaneva da solo per un po’ ma, appena lei rientrava, recuperavano, stavano insieme tutto il tempo che restava ed erano felici come lo sono ora, che lei è sempre con lui.
Quello che mi ha fatto decidere è stato l’entrata in vigore della legge che ha allungato il raggiungimento dell’età pensionabile a un tempo collocato in un futuro talmente lontano da apparire remoto, surreale, addirittura grottesco; da non credere, se non fosse vero. Ma non in modo progressivo, graduale; no, dall’istante scandito in cui la legge è diventata efficace. Da subito, d’amblée, a schiocco di dita. Così, se in quel momento mi mancavano tre anni e rotti per andare in pensione, l’attimo dopo ne occorrevano circa otto. Io, che allora avevo cinquantasette anni, per uscire dal lavoro passavo dai sessant’anni ai sessantacinque. Una quisquilia, avrebbe detto Totò, il principe della risata. Benché da ridere ci fosse assai poco, anzi, proprio niente; una lacrimuccia solitaria scappata in modo quasi fraudolento e non meno derisorio a colei che ha ideato la legge - una lacrima non si sa di che; di dolore per la sofferta decisione, di isteria, di stress, di protagonismo, di sottile piacere? -, che le è scesa veloce lungo il solco di una delle tante rughe del viso come uno slittino su una pista di neve battuta e fiumi e fiumi di lacrime amare versate da tutti quelli che hanno avuto le vite devastate, stravolte, e che non hanno mancato di rendere grazie alla ministra con pensieri, parole e gesti di riconoscenza e augurio di felice vita futura, in questo mondo o in un altro.
Per prendermi un cane, dunque, non potevo più aspettare la pensione, che mi era stata scippata quanto un portafoglio da un borseggiatore su un autobus, era sparita dal mio orizzonte visivo come un miraggio nel deserto, un abbaglio, un’allucinazione non più rispondente alla realtà ma al sogno, o piuttosto all’incubo, un furto con destrezza in un tempo di ladri istituzionali, rispetto ai quali gli altri sono tutti ladri di galline, e perciò niente più dubbi o esitazioni o timori o rimorsi su quanta parte della giornata ci sarei stato insieme, il cane mi aspettava. Anzi, mi spettava; lui toccava a me come io toccavo a lui. “Latrocinio oblige”.
Perciò, cinque anni fa, appena uscita la famigerata legge, sono andato al canile, uno dei tanti, quello che una scrittrice brava e sensibile definisce la “discarica dei gioielli”, dove creature senza una macchia nell’anima e magari, invece, qualcuna o tante sul pelo ma, talora, senza una chiazza colorata neppure su questo, sono rinchiuse soltanto per essersi fidate ciecamente di un uomo, che le ha tradite piantandole in asso. Uomo che di sicuro, in cuor loro, ancora rimpiangono e a cui sono tuttora legate e devote, quasi condannate da una sentenza non scritta eppure ineluttabile ad amare il proprio compagno umano molto più di quanto possano venire contraccambiate. Lo rimpiangono perché pensano gli sia successo un incidente o qualcosa di grave per essere sparito dalla circolazione e averle lasciate o addirittura credono di essere loro la causa dell’abbandono, credono di aver fatto una cosa che non dovevano fare, di aver commesso uno sbaglio imperdonabile e potenzialmente fatale, che lo ha indotto ad andarsene e a ripudiarle per sempre, e per questo si sentono in colpa e si macerano di dolore.
La discarica dei gioielli, dunque, espressione che richiama il contenuto del caveau delle banche, che racchiude e protegge le cassette di sicurezza dei clienti, in ognuna delle quali sembra esservi dentro tutta la loro esistenza, il loro stesso sangue o, almeno, il tratto di questo che circola altrove, lontano da loro. Vanno a trovarle, quelli che le detengono, nel loculo sotterraneo in cui sono rinchiuse, ben più dei loro morti, che a malapena ricordano, e le toccano e le palpano e le lisciano con la brama e il piacere e il senso di dominio di un bambino per il suo giocattolo preferito, messo al sicuro dall’avidità degli altri bambini, perfino blandendole e adulandole con sguardi svenevoli e sdolcinati. Familiarizzano con la cassetta quasi fosse una parte di loro, un’appendice del proprio corpo che, staccatasi da questo e mutata di aspetto e sostanza, fosse andata a vivere la sua vita da un’altra parte, assieme ad altre appendici di altri corpi che hanno subito - o deliberato di mandare a effetto - la stessa mutazione: il silente condominio che, a guisa di camposanto senza corpi né croci, le contiene tutte. E con la stessa familiarità, una volta apertala e goduto in carne e spirito a brancicarne il contenuto, la richiudono e la depongono di nuovo nel suo loculo, nella tomba in cui giace e di cui hanno le chiavi col prefissato intento di tornare a trovarla prima possibile perché questa appartiene alla loro essenza, è fuori di loro ma è come se fosse dentro, inanimata eppure come se un’anima l’avesse, in un ininterrotto scambio fra vita e morte, che sembra non dover mai avere fine.  
Vecchi e meno vecchi, così attaccati alle cose, a un antico orologio, un anello della nonna, della mamma, una gioia di famiglia che si tramanda di padre in figlio e che ha ormai smarrito o comunque diluito, annacquato il significato e l’importanza del ricordo che rappresentava, a una cianfrusaglia d’oro, una stilografica o una spilla, o addirittura a un lingotto, e così staccati e distanti dal cuore, dagli affetti, dai propri cari, dalla vita comune - la vita che conta - e dalle persone che soffrono e che forse, chissà, avrebbero bisogno di un sostegno anche piccolo, piccolissimo, un sostegno da nulla ma che potrebbe dare loro una spinta ad andare avanti e un significato alla vita di chi li aiuta. Un giorno moriranno senza portarsi appresso quanto con gran cura e affanno e voluttà hanno sepolto là dentro come un tesoro e che, al sicuro fra quelle mura e quell’acciaio, si tramuta in una forma di difesa da ciò che procura ansia, e pure senza la riconoscenza di chi non ha ricevuto da loro l’ombra di un pensiero, un minimo appoggio nelle difficoltà, che anzi si sono girati dall’altra parte per non vederle. Tesoro al quale, un istante dopo la loro morte, si aprirà la caccia da parte degli eredi.
Canile e caveau delle banche, entrambi discariche di gioielli; corpi morti, seppure di valore ma da cui non nasce niente, quelli del secondo, dannatamente vivi e inesauribili dispensatori di bontà e di affetto, i corpi del primo.
Questo è il quadro del canile: esseri dal cuore immacolato incarcerati innocenti, dai cui musi traspare un infinito senso di colpa e di rimorso, che talvolta si esprime perfino con comportamenti autopunitivi, per qualcosa che non hanno commesso e che ha commesso invece qualcun altro che, al contrario, se ne va in giro libero per il mondo con la sua faccia doppia e il suo cuore nero. Immagino abbiano un bel da fare gli addetti e i volontari dei canili per cercare di far vivere i loro ospiti forzati senza che si sentano in colpa, per convincerli che non sono loro a dover essere perdonati ma i loro padroni.
Avevo deciso di sottrarne alla reclusione uno, senza sapere esattamente chi volessi, se un maschio o una femmina, di taglia piccola, media o grande, giovane oppure anziano perché mi sarebbe piaciuto tanto poter dare una possibilità a un cane vecchio, senza ormai più speranza di essere adottato. Comunque, mi bastava che fosse qualcuno che aveva bisogno di essere amato; che aveva bisogno lui di me e io di lui.
***
Quando ho messo piede in quel ricettacolo di quattrozampe latranti che sembravano caricati a molla, saltavano e strillavano quasi bruciasse loro la terra sotto i piedi o, più facilmente, volessero darmi il più festoso benvenuto per catturare la mia attenzione e farla loro, appropriarsene come se fosse un oggetto, un osso da mordere o un bastoncino di legno da rincorrere, che reclamavano a gran voce con ampi e frenetici movimenti del corpo, come quando in uno stadio fa il suo ingresso la star della serata, il Vasco Rossi o la Laura Pausini di turno, per cominciare il concerto, mi sono guardato intorno.
Era tutto chiuso da un’alta recinzione, un intreccio di fili di metallo verde scuro annodati a maglie larghe o poco fitte, che consentivano di vedere fuori, e fuori, naturalmente, di vedere dentro, seppur quanto da dietro una grata; tutto molto ordinato e pulito, nessun cane in giro ma ciascuno serrato nel proprio box multiplo, nella propria gabbia assieme ad altri reclusi. Nella propria prigione a cielo aperto.   
Avanzavo al suo interno con passi incerti, quasi per paura di disturbare, dare noia ma, forse, pure con un pizzico di intenzione di darla, per farmi notare - anche se, considerata la cagnara, pareva non ce ne fosse alcun bisogno -, catturare io la loro attenzione e introiettarla. E mi guardavo in circolo per riempirmi gli occhi di quegli innocenti, fra un’ovazione di canidi di ogni immaginabile taglia e conformazione, età e carattere, con nell’anima la paura di offrirsi ancora a un uomo ma, nel contempo, la non troppo segreta speranza di vincere il primo premio della lotteria di un nuovo padrone. Un’ovazione collettiva e multicolore di entusiasmo eppure dal retrogusto agro per aver già conosciuto quel sapore e poi averlo perso, che nascondeva e mostrava al tempo stesso la sofferenza che provavano per la loro condizione di solitudine a causa della mancanza di un uomo o di una donna, solo in parte mitigata dalla compagnia di propri simili nella stessa situazione. Una sofferenza della quale avvertivo su di me tutto il peso, e che ho sempre pensato che i cani sentissero profonda e lacerante ma senza, per così dire, averla mai toccata con mano o averne avuto le prove o essermi posto il problema ma di cui, in quel momento, avevo l’assoluta certezza.
Appena entrato nel canile, dunque, dopo che un’addetta mi ha aperto il cancello e mi ha soggiunto di attendere un istante, che mi avrebbe mandato una certa signora Adriana, evidentemente la responsabile della struttura o una di queste, tosto che la suddetta mi ha raggiunto, le  ho detto subito che ero lì per uno di quei cani, come peraltro era di gran lunga prevedibile, senza aver idea di chi volessi né di quali caratteristiche dovesse avere. Non sapevo niente di preciso, volevo solo una di quelle creature vocianti.
Questa Adriana, l’espressione del viso molto calorosa, forse troppo, tendente quasi a rivaleggiare con l’accoglienza tributatami dai suoi ospiti forzati, addirittura proclive alla dolcigna, forse pure troppo anche questa, ha detto che, prima di accompagnarmi a vedere, fra i tanti, il mio oggetto del desiderio, era necessario mi ponesse alcune domande; nell’interesse del cane che avrei scelto, ha rimarcato con un sorriso complimentoso, che la tutela degli animali era la loro principale preoccupazione, e lo scopo a cui mirava il canile non era tanto quello di trovare un padrone ma un padrone “adatto”. Per evitare, ha precisato con un esempio, un’inopinata restituzione del quattrozampe da parte di chi lo aveva adottato per i motivi più disparati, che avrebbe fatto soffrire ulteriormente il cane. Come facesse poi questa donna secca e allungata dall’età indefinita al pari del suo abbigliamento - maglia corta color verde foglia appassita e gonna fino ai piedi marrone tronco d’albero su due sabot a punta che sembravano entrare nel terreno quanto i rizomi di una pianta d’alto fusto - e una treccia di capelli, avvolta e fermata sulla cima del capo da un fermaglio etnico fuori squadro di un colore imprecisato - più sale che pepe con striature tuorlo d’uovo, che però non faceva venire appetito ma lo faceva passare -, come facesse questa sosia di Olivia (la stranita, bislunga moglie di Braccio di Ferro) a decidere se avevo i requisiti necessari per diventare padre, seppure di un figlio peloso, non mi era affatto chiaro. Anzi, mi era decisamente oscuro.
Ai primi quesiti devo aver risposto bene o comunque in conformità delle attese ma, allorché mi ha chiesto quanto tempo della mia giornata avrei dedicato all’adottato e io le ho risposto che avrei passato con lui tutto il tempo libero che mi lasciava il lavoro, lei ha cambiato espressione, virando dalla calorosa alla freddiccia, dalla dolcigna all’amarognola.
“Perché, lei non è in pensione?” ha chiesto, quasi avesse dato per scontato che lo fossi.
“No.” ho risposto “Avrei già dovuto esserci ma sa… la legge Fornero…”
“Ah, già.” ha annuito contraendo eloquentemente il viso e, di riflesso, l’attaccatura dei capelli fra il grigio-cenere e il giallo-arancio.
“Già.” ho ripetuto “La Fornero mi ha mandato avanti di quasi cinque anni.”
“Caspita!”
“Caspita sì.”
“Quindi lei lavora ancora?” ha chiesto nuovamente, come per avere un’ulteriore riprova di quanto credevo fosse ormai lampante. Alla domanda ho dondolato su e giù una testa più pesante di una boccia da bowling “Perciò il cane starebbe solo per tutta la giornata?”
“Beh, diciamo dalle otto alle cinque. Il resto del tempo, come le dicevo, lo passerò con lui; e i sabati, le domeniche, le ferie…”
“Non c’è nessuno che vive con lei e che potrebbe stare col cane in sua assenza?”
“No, vivo solo.”
Alla risposta è zittita, gli occhi a terra quasi le fossero cadute le lenti a contatto e le stesse cercando per rimettersele.
“E allora…” ha ripreso, prima di fermarsi e indugiare, come se cercasse le parole da dire, mentre io la fissavo ingoffito in attesa di un parto diventato a un tratto da tranquillo e sicuro a incerto e controverso. Al pari di quelli di particolare difficoltà, in cui il feto deve essere estratto col forcipe, con tutti i rischi che comporta per il neonato l’utilizzo di questa specie di tenaglia “Allora è un problema.” ha espirato sprigionando un odore indistinto ma sgradevole. Forse fra il mentolo e la canfora. Un odore vagamente ostile, quanto l’immagine di chi lo rimandava.
“Che vuol dire?” ho domandato nel buio più fitto.
“Vuol dire che… che non può prendere nessun cane.” ha replicato confermando l’ostilità anche nella voce. Se non era quello che mi diceva che mi appariva ostile e perfino violento, offensivo. E’ come dire a chi ritiene di compiere in buona fede un’azione unanimemente considerata meritevole “no, grazie, non occorre” o, ancora peggio, “non hai i requisiti per compierla”, quando l’unico requisito che conta dovrebbe essere il cuore, l’amore.
Devo averla guardata nel modo in cui si guarda una persona che non sai se ha parlato per davvero o per finta, se era seria o ha scherzato, se ha detto la verità o ha buttato là una battuta e ti guarda a sua volta per vedere se hai abboccato o ti sei accorto che era una finzione, un inganno, la faccia appesa a un punto interrogativo gigante.
“Non posso prendere nessun cane…” ho ripetuto in una sorta di trance quello che aveva appena detto lei, quasi per prendere tempo e con la speranza che nel frattempo si sciogliesse quel nodo vero-falso che stava cominciando a stringermi la gola.
“Purtroppo no.”
“Soltanto perché… lavoro?” ho chiesto sbarrando gli occhi di incredulità.
“Il cane resterebbe solo per troppo tempo.” ha fatto allargando contritamente le braccia e riprendendole in seno,  pronta a usarle da sbarramento contro ogni mio tentativo di superare quel blocco.
“Ma guardi che, quand’ero sposato, io e mia moglie vivevamo con una cagnina e lavoravamo entrambi, e lei ci aspettava a casa in tutta tranquillità. Mia moglie usciva dall’ufficio alle due, prima di me e, quando rientrava, il più delle volte la trovava che dormiva beatamente.”
“Sua moglie usciva alle due, non alle cinque.”
“Sì, ma un cane, quando dorme, non si accorge del tempo che passa. Non controlla l’orologio.”
“Mi dispiace,” ha risposto con uno scatto della testa, forse di fastidio per l’accenno all’orologio “ma il cane ha bisogno di compagnia e lei non è in grado di dargliela. Le manca una condizione essenziale per un’adozione… E’ la regola.”
“Ma starei a casa con lui tutto il resto del mio tempo!” ho insistito “E gli vorrei bene più che a me stesso, e voi potrete sempre venire a controllare se quello che dico è vero!”
Mi ha squadrato con un’aria di affettato rammarico ma di altrettanto fermo diniego, di “mi rincresce ma le regole sono queste”, quasi ergendosi a sentinella di un muro insuperabile posto a difesa delle tavole della legge, a farvi scudo, paladina della caninità, col suo corpo asessuato. Ma se fossero proprio le regole o le leggi a far acqua da tutte le parti, a essere inadeguate, disposte non nell’interesse o a vantaggio dei quattrozampe bensì a loro scapito? Non sarebbe la prima volta che le “regole” o le “leggi” si ritorcono contro chi si vuole aiutare e proteggere e l’unico modo per aiutarlo e proteggerlo veramente è infrangerle.
“Ma scusi,” ho continuato affilando il tono e aumentando la distanza fra me e questa delirante Olivia in panni umani “secondo lei un cane sta meglio qui dentro che in una casa con qualcuno che lo ama, solamente per una questione di tempo, solo perché questo qualcuno non starebbe sufficientemente con lui?!” La sua espressione si è fatta inesplicabile come un geroglifico, incomprensibile come quelle regole “Va bene,” ho tagliato corto “mi dispiace per uno dei vostri cani, che molto volentieri mi sarei portato a casa. Vada a raccontarglielo lei che resta qui soltanto perché non starei abbastanza tempo con lui e le chieda cosa ne pensa!” e me ne sono andato senza salutarla, il culo dritto e l’umore storto, non ricordo se più incredulo o amareggiato ma forse, più di tutto, furibondo, quasi idrofobo. Come se avessi subito un torto; un torto fatto non soltanto a me ma anche a un mio simile con la coda; anzi, fatto soprattutto a lui e solo di riflesso a me.   
Non potevo andare in pensione e non potevo nemmeno avere un cane. Dannata Foriero, dannate regole; e dannata pure Adriana.
***
Lo confesso, ci sono rimasto male, malissimo. Anzi, molto molto di più. Ci sono rimasto veramente di merda. Ecco, l’ho detto. Di merda. Dire una parolaccia non risolve i problemi ma è sgravante, liberatorio, ti fa sentire più leggero, quasi incorporeo, come se ti fossi liberato di un peso dallo stomaco o di una zavorra dal groppone.
Ero convinto, pensavo, speravo di poter offrire una nuova vita, la speranza di un’esistenza più degna e fortunata a una creatura tradita e per di più punita lei per esserlo stata, mentre dovrebbe essere punito chi l’ha ingannata (“facuaioni” si chiamano nel mio dialetto gli imbroglioni, sia gli abituali, che lo fanno poco meno che di professione, che gli occasionali, che lo fanno al momento, lì per lì, a usta; entrambi, comunque, sempre con un gusto di intimo, recondito piacere, seppure più acuito nei secondi che non nei primi perché l’abitudine rende meno sensibili ai piaceri, dà assuefazione), e invece no, dovevo aspettare ancora prima di avere un cane. Dovevo attendere di essere libero dal giogo del lavoro, che d’improvviso era schizzato in avanti di un tempo impensabile dai comuni mortali - ma, evidentemente, non da quelli fuori del comune -.
A quel punto, però, non sapevo nemmeno quando avrei raggiunto il fatidico traguardo della fine del lavoro, considerato che la legge che me lo aveva sottratto prevedeva meccanismi di ulteriori aumenti dell’età pensionabile, dopo quello originario decretato dall’emerito governo tecnico (il governo dei “nobili”, dei migliori, dei professori per giunta bocconiani, dunque dei professori all’ennesima potenza; della crema della crema. Una crema che è diventata ben presto rancida e che lo ha trasformato in un battito di ciglia in quello dei peggiori; di certo il peggiore in assoluto per la mia generazione e per quelle prossime alla mia). Decreto poi approvato in Parlamento, e quindi trasformato in legge, dagli altrettanto emeriti, stolti partiti che lo sostenevano e che lo hanno votato quasi facendo finta di niente, come se si fossero trovati a passare di lì per caso o quel giorno non avessero niente di meglio da fare e perciò come se non fosse colpa loro ma di qualcun altro, un cattivone, un manigoldo al pari di chi, in mezzo al mucchio, tira un sasso contro un vetro che va in frantumi e poi nasconde la mano dietro la schiena e si guarda intorno fischiettando con aria casta e innocentina. Insomma, loro, che, ripeto, hanno votato il decreto - che senza il loro voto sarebbe inesorabilmente decaduto senza diventare legge -, non c’entravano niente, erano semplici figuranti; la sola colpevole era la ministra che lo aveva proposto. E tale è rimasta a tutt’oggi e sempre lo sarà in futuro. Fornero, un nome che è diventato sinonimo di disgrazia biblica; un marchio indelebile, che la segnerà a vita e oltre.
In un attimo, come dev’essersi verificato per il “big bang”, l’immane, iniziale esplosione che avrebbe dato la stura all’universo quanto il tappo di uno spumante la dà alle bollicine che contiene, ciascuna non meno densa di gas, in proporzione, del cosmo al principio dei tempi, si è passati dai quindici anni ai venti per certe attività (anni che non solo erano vergognosamente pochi ma pure una smaccata presa in giro per chi non poteva goderne - ma, anche qui, i politici lo avevano consentito e quindi la colpa, tanto per cambiare, era la loro-) ai venticinque ai trenta ai trentacinque, che era il termine massimo, mentre dopo quel colpo di mano ce ne volevano quarantatre o quarantaquattro e in prospettiva perfino di più. Un blitz da manuale, rapido, preciso, chirurgico e, soprattutto, inatteso, come un calcolo renale o il colpo della strega - nessuna allusione alla ministra, per quanto… -, malattie fluttuanti fra senso del ridicolo e lampeggianti spasimi di dolore.
Del resto, questo sanno fare i politici, pure quelli col pedigree dell’università più autoreferenziale d’Italia, garanzia di cervelli fuori del normale - in tutti i sensi -: passare istericamente da una follia all’altra aborrendo la ragionevolezza o la ragione (che sarebbe ciò che rende l’uomo tale, non di necessità un onorevole o un politico o un ministro ma, semplicemente, un uomo). Ragione che non fa per loro, non la conoscono né intendono conoscerla, forse perché, dal loro pulpito, si sentono superiori e pensano di parlare “ex cathedra” come tanti papocchi, o vogliono lasciare un segno, una traccia del loro transito terreno, del loro esserci stati ed essere ricordati per quello che hanno fatto, non interessa se di buono o di cattivo, figli del celeberrimo aforisma di Oscar Wilde, oggi ancora più attuale di ieri: “Non importa che se ne parli bene o male (di qualcuno o di qualcosa), l’importante è che se ne parli.”
E’ il potere della stupidità o, più precisamente, la stupidità al potere. Non c’è cosa più diffusa al mondo di questa: in ogni uomo, come in ogni donna, c’è un fattore di stupidità infinitamente maggiore di quanto ciascuno o ciascuna pensi, me compreso. E quando la stupidità di una persona si sposa con quella di altre, l’effetto cresce in maniera esponenziale.
Lo stupido è il tipo di persona più pericolosa che esista, più dello sciocco, del falso, dell’inaffidabile e perfino del delinquente. E il fatto che gli stupidi ignorino bellamente di essere tali, li rende ancora più pericolosi. E di questi è zeppo il pianeta, cosa ampiamente dimostrata dal modo in cui questo è governato.
Ma se la stupidità di ogni essere umano è, in sé, un problema, lo scenario cambia radicalmente quando è in ballo la stupidità di chi ha il potere e perciò dirige e controlla le vite delle persone e le manovra come un burattinaio fa con le marionette del suo teatrino. Custodi del potere che sono spesso indotti a ritenere che, se sono nella stanza dei bottoni, è perché sono i migliori, i più intelligenti, i più bravi, i più capaci, confortati in ciò da schiere di cortigiani, ruffiani e profittatori che li rinsaldano nella loro illusione. In realtà chi detiene il potere e fa la propria volontà, fingendo di fare quella altrui, non è né più intelligente né più stupido degli altri ma solo più abile e più astuto, e con una faccia di bronzo da museo delle cere e il pelo di un gatto selvatico sul cuore.
E’ il potere che aumenta la stupidità di chi è arrivato a possederlo e ne trae piacere e godimento fino a considerarlo una droga, uno stupefacente. Non si deve pensare dunque che chi ha l’autorità di adottare importanti o addirittura gravi decisioni che comportano altrettanto importanti e gravi conseguenze, le adotti con una perversa intenzione o una subdola malvagità o finanche per megalomania. No, la ragione principale dei comportamenti che portano esiti nefasti e dolorosi è principalmente la stupidità, non importa se di bocconiana o diversamente inabile provenienza.
Io detesto i politici, per principio, magari pure per pregiudizio (benché un pregiudizio suffragato da oltre quarant’anni di esperienza a partire dalla maggiore età non sia più da ritenersi tale ma debba reputarsi invece un giudizio nel significato più compiuto della parola, e poi, in fondo, perfino l’ideale è un pregiudizio - non dovrebbe ma finisce per diventarlo -, che rappresenta una specie di rifugio, pure sociale, nel quale si pensa di ricoverare i propri interessi e le proprie passioni), per un fatto di pelle, di pancia, di testa. “Politica” è una parola che è diventata sinonimo di intrallazzo, intrigo, maneggio, qualcosa di guasto, di viziato. Una parola che, proprio per questo, mi dà un senso di fastidio, di nausea, di raccapriccio, mi smuove dentro come un preludio di deiezione, qualcosa che richiama un sisma in piccolo, un terremoto mignon o una betoniera in movimento coi miei visceri al posto del cemento, l’insinuarsi della corruzione sotto forma di infermità.
Detesto i politici ma al tempo stesso li ammiro e, paradossalmente, per gli stessi motivi per cui li detesto. Per il fatto che sono sempre lì, immarcescibili, al pari di piante ornamentali in un lupanare o di mobili di plastica in un palazzo d’epoca, sempre a proporsi come il nuovo, il diverso, il meglio, la variazione di rotta, il cambio di marcia, il colpo d’ala da tempo e a più voci invocati, a ostendere la loro nullaggine contrabbandata per tuttologia o sapienza o conoscenza - ma forse intendono conoscenze, nel senso di persone, per di più di ambigua e talora perversa moralità -. Una forma di spaccio autorizzata dal vuoto a perdere di parole inconcludenti o posticce e talvolta pure sgrammaticate o, in ogni caso, masticate male.
Tutti i politici tranne pochi, pochissimi; un nome per tutti, Marco Pannella, il quale, dopo che è morto e ha reso orfano il partito radicale, incapace di andare avanti senza la sua guida carismatica e talora mistica, è stato riscattato (qualcuno ha detto “sdoganato”) da tutte le fazioni dell’arco costituzionale e finanche santificato almeno quanto in vita è stato da queste deriso e vilipeso, trattato come se fosse lo zimbello della politica italiana. Un non credente che, pur non essendo mai stato al governo, dopo aver fatto introdurre quasi a forza, attraverso lo strumento del referendum, il divorzio e l’aborto, che hanno reso questo paese un po’ più civile e un po’ meno codino e bacchettone di quanto era prima, e poi la depenalizzazione dell’uso personale di sostanze stupefacenti e l’abolizione del finanziamento statale ai partiti, e aver portato avanti i diritti degli omosessuali in un tempo in cui l’omosessualità era considerata una malattia e non un’inclinazione - omofobia di cui, ancor oggi, tanti politicanti non hanno un’idea chiara e precisa ma, all’opposto, scura e misteriosa e comunque sessuomane -, passava il Capodanno e il Ferragosto coi detenuti denunciandone le intollerabili e miserevoli condizioni e distribuiva buona parte del suo stipendio ai poveri. Perciò, se nell’aldilà esiste un Paradiso, è sicuro che ci andrà ben più di tanti politici chiesaroli, bigotti e puritani, che in pubblico sbandierano il vessillo del Cristo crocifisso e in privato pensano solo a riempirsi le tasche, e di tanti credenti che la domenica fanno bella mostra di sé in chiesa coi vestiti della festa e durante la settimana hanno a cuore esclusivamente il proprio tornaconto.
Ma questi politici, giust’appunto, si contano sulle dita di una mano, massimo due, e lo stesso Pannella non si considerava tale. Infatti, con riferimento ai radicali, diceva che loro non facevano i politici, i deputati, i leader di partito ma lottavano per quello che dovevano e in cui credevano. Gli altri, e questo non lo diceva Pannella ma lo dico io, sono i facuaioni per eccellenza, i professionisti dell’imbroglio e della menzogna, vizi che, quando sono esercitati dal potere, perdono prodigiosamente il loro lato delinquenziale e diventano “verità”, alla quale tanti boccaloni dal cuore a maglie larghe non vedono l’ora di credere.
***
Un giorno però, come se mi fossi svegliato in dissonanza dagli altri, ho ritenuto definitivamente superato il tempo necessario a far decantare la delusione di essere tornato a casa dal canile senz’alcun quattrozampe con lo sperone che mi caracollasse accanto quanto uno di famiglia o l’amico del cuore che mi mancava e che ormai agognavo. Con maturata una nuova consapevolezza, che, se per prendere un cane avessi dovuto attendere di essere in pensione, sarebbe stato troppo tardi sia per lui che per me. E, in ogni caso, la vita non ti aspetta ma, al contrario, ti tira per la giacca - come facevo io, bimbo capriccioso e rompiscatole, con mia madre quando si perdeva a parlare con qualche conoscente, perché le chiacchiere degli adulti mi annoiavano - ed esige di essere presa per le corna, non diversamente dal toro travolgente alla cui folle corsa a testa bassa verso il torero, ossia verso la morte, può assimilarsi; di essere affrontata come se ogni giorno fosse l’ultimo e ogni ora di questo concorresse a completarne il puzzle.
Perciò mi sono dato una scrollata, anzi, proprio uno scrollone, simile a quelli che si danno i cani quando escono dall’acqua per asciugarsi grossolanamente, e mi sono detto in silenzio ma in modo risoluto e perfino rabbioso (come un cane arrabbiato? Può darsi), quanto una mano sbattuta con forza su un tavolo, che, se non mi era stato concesso di salvarne uno dal canile, il quattrozampe me lo sarei procurato altrimenti: l’avrei comprato. Lo fanno in tanti, per avere un cane di razza; io l’avrei fatto per avere un cane e basta. E poi la tradizione anglosassone, dov’è nata la moderna cinofilia e la considerazione per i cani è praticamente pari a quella per gli umani, non usa il verbo “comprare” quando ci si rivolge a un allevamento per trovare un cane che entrerà a far parte del proprio nucleo familiare ma tutti, come si fa quando si accoglie in seno un umano non partorito da un componente della famiglia, usano il verbo “adottare”.
Ripeto, non era esattamente quello che volevo ma solo un surrogato di questo, un succedaneo forzato; avrei di gran lunga preferito sottrarre uno di quegli esseri alla prigionia a fin di bene a cui sono costretti per assicurar loro una difesa contro certi uomini, che tuttora potrebbero far loro del male, tuttavia non mi restava altro da fare.
E’ vero che avrei potuto informarmi presso altri canili, nei quali la regola per cui il cane non mi era stato dato nell’unico in cui mi ero recato di persona potesse non esistere o non valere o essere meno rigida o applicata con più elasticità o sensatezza - anche perché ogni canile percepisce un contributo da parte del Comune che lo ospita pari al numero degli animali che ricovera, e potrebbe pure darsi che non vi fosse da parte di qualche canile un reale interesse a rinunciare a una, seppur piccola, somma di denaro ma a tenersela stretta -. Tuttavia non avevo alcuna voglia di ridurmi a elemosinare o pietire un cane dalle strutture che li detengono come si chiede una grazia al Padreterno per realizzare un proprio sogno o un proprio desiderio.   
Perciò sono andato in un allevamento di golden retriever, una razza di taglia più grande rispetto a quella che mi ero prefissata - benché, in effetti, come quando ero andato al canile, non mi fossi prefissato nulla di preciso. Ho cominciato da quella razza così, senza un motivo, magari pure per la simpatia della stessa -, però molto docile e affettuosa e, a detta di chi ne possiede un esemplare, di spiccata compagnia, coraggiosa e umile al tempo stesso, dotata di una forte autoconsiderazione ma con un accentuato senso dei propri limiti. E qui, fra i tanti cuccioli disponibili che trotterellavano liberi e scodinzolanti, pronti a  familiarizzare col primo venuto attraverso i loro estremi festanti, la coda e la lingua, mi è stato detto che ce n’era anche uno “diverso”.
“Diverso in che senso?” ho chiesto all’allevatore.
“Beh… nel senso che non è perfetto.” ha risposto questi dopo aver esitato e cercato alle mie spalle le parole giuste, quasi vi fosse un gobbo dove leggere la frase da pronunciare “Non posso rilasciarle il pedigree, il certificato che attesta la purezza della razza.”
“A parte che del pedigree non me ne frega niente,” ho ribattuto “che significa che “non è perfetto”? Che ha problemi di salute?”
“Ma no!… Assolutamente no!” ha fatto scoppiando in una franca risata, stavolta senza guardare il gobbo.
“E allora?”
“E allora… si tratta di cose di nessuna importanza.” ha minimizzato con la faccia ancora improntata al riso “Ha la coda un po’ più corta del normale e il corpo un po’ più grosso rispetto ai canoni della razza… abbastanza più grosso. Ed è esuberante, incontenibile… più esuberante degli altri.”
“E nient’altro?” ho domandato poiché mi aspettavo un ben diverso genere di difformità.
“Nient’altro.” ha risposto pianamente “Tranne che ha più di sei mesi, tre e qualcosa più degli altri, perché senza pedigree…” e ha allargato le braccia senza continuare.
“Non si vende.” ho concluso la frase per lui.
“No, non si vende.” ha ribadito con un’aria di pacata rassegnazione “Chi viene a prendersi un cane di razza, lo vuole col suo bel certificato.”
“Il famoso “pezzo di carta”.” ho detto mentre assentivo, e intanto mi si faceva largo nella mente l’idea che con la purezza della razza si finisse per giustificare tutte quelle selezioni create ad arte dall’uomo, che, non sempre ma a volte sì, hanno dato vita a piccoli e grandi mostri, dai botoletti topeschi che abbaiano perfino alle zanzare ai carri armati da combattimento come i pitbull, i cani Frankenstein che talora finiscono per rivoltarsi finanche ai loro padroni e spesso con tragiche conseguenze, e poi la nozione di “purezza della razza” somiglia tanto al razzismo umano trasposto sui cani.   
“E’ come uscire dall’Università senza una laurea…” ha ribattuto serafico “Non si vale niente.”
“Si può vedere?” ho chiesto, mentre pensavo che non è detto che si valga qualcosa pure a uscire dall’Università con una laurea. Alcune poi servono a poco o niente per trovare un lavoro. Ma è lo stesso concetto di “laureato” che, secondo me, non esprime più qualcuno che valga, anche umanamente, più di un altro. Il valore di una persona, pure in termini di intelligenza e, a maggior ragione, di sensibilità, non si misura soltanto da un pezzo di carta.
“Come no!” ha risposto “Se le piace, glielo do a metà prezzo… Anzi, a un terzo. Venga.”
E mi ha portato verso un recinto, ha aperto il cancello e dall’angolo più lontano ho visto partire a schioppo e corrermi incontro, alla velocità con cui a Pamplona una folla di microcefali orgasmatici si fa inseguire dai tori - ai quali va e andrà sempre il mio tifo personale -, una specie di grossa palla fra il giallo dorato e l’arancione e venirmi addosso come se fossi un birillo gigante, facendomi perdere l’equilibrio e quasi cadere. Mi saltava sulle gambe e le cosce e fino alla vita con le zampe larghe con l’apparente intento di abbracciarmi.
“Lui è così.” ha sorriso l’uomo “Non si tiene.”
E mentre cercavo di difendermi con le mani dalla dinamite di quelle dimostrazione di affetto, sorridevo anch’io.  
“Ha un nome?” ho chiesto, sempre cercando di districarmi dalla furia di quegli attacchi amorosi.
“Niente di preciso. Anche se uno dei miei lavoranti in questi mesi gli si è affezionato in modo particolare - sa, qui i cani a tre mesi se ne vanno, li vendiamo - e gli è piaciuto chiamarlo Chuck… Ha presente Chuck Norris, l’attore americano di Walker Texas Ranger?”
“Certo.”
“Beh, il mantello del cane è dello stesso colore dei capelli dell’attore. O del suo toupet. Uguale.”
“Chuck.” ho ripetuto fra me “Chuck!” ho gridato al cane, che si era allontanato di qualche metro per estendere le sue effusioni pure all’allevatore. Il quattrozampe mi ha guardato come se mi vedesse per la prima o, più probabilmente, come se reclamassi da lui un nuovo abbraccio e, presa la rincorsa, mi si è di nuovo lanciato addosso.
“Chuck è perfetto.” ho detto cercando di placarlo e di salvarmi dalle progressive esplosioni di quel fuoco artificiale.
“Il cane è suo.” ha gongolato l’uomo “E poiché mi è simpatico, le farò un ulteriore sconticino.” ha aggiunto mentre io continuavo a lottare contro l’impeto di quel cucciolone dall’amore vivo addosso e i suoi tentativi di cingermi alla cintola quanto un bimbo piccolo la propria madre.
Sono uscito dall’allevamento contento come una pasqua, con una gioia che doveva schizzarmi fuori da ogni poro, trasparire a ogni passo, e che mi rendeva forte e leggero a un tempo, invincibile e addirittura onnipotente. Una felicità che mi avvolgeva quanto una nube in quota, che, a mo’ di ascensore privo di cabina, mi spingeva in alto, proiettandomi oltre la volta celeste, al di là del più lontano dei cieli. Non per la sciocchezza che avevo pagato il cane bensì perché questo mi camminava al fianco, completando e quasi dando un senso al mio essere ma, anche e soprattutto, perché il cane non era del tutto puro. E se non era del tutto puro, per quanto solo di un’inezia o uno zero virgola, voleva dire che era un meticcio, seppure identico all’originale di razza. Mi sentivo come se fossi uscito da un canile e avessi salvato uno dei suoi ospiti coatti da una vita segnata. Del resto, se nessuno l’avesse comprato, che ne sarebbe stato di lui?  
***
Se nell’omonimo film di Giovanni Veronesi Viola bacia tutti, nel film della sua vita Chuck abbraccia tutti. O, se non altro, ci prova, e se il soggetto a cui tocca, a quattro zampe o a due, è disposto a lasciarlo fare.
Chuck non sembra essere un cane o, almeno, non solamente un cane. Forse non è di pura razza perché ha preso pure da qualche altro essere che non so bene neanch’io, da una creatura di specie diversa, un’essenza angelica, un teologo antitradizionalista, che va controcorrente, di quelli aperti non soltanto all’uomo ma anche alla natura, che sostengono che pure gli animali abbiano un’anima e siano una manifestazione di Dio, un buddista o un induista, per i quali anche negli animali c’è “atman”, il soffio vitale divino, un Forrest Gump ancora più semplice, più candido e fiducioso nel domani, che prende la vita alla leggera, come viene o come capita, l’emblema del buon cristiano nel senso in cui credo l’intenda l’attuale papa, Francesco, un gesuita argentino assurto al soglio di Pietro per caso se non addirittura per sbaglio, considerato quello che fa e quello che dice. O forse, più semplicemente, è solo uno zuzzurellone, uno che, malgrado la raggiunta maturità fisica, mostra, nel bene e nel male, la spensieratezza e l’inclinazione allo scherzo di un bambino, e mantiene sempre o quasi un comportamento infantile e giocherellone. Perché è di una bontà assoluta, disarmante, perfino inconcepibile. Una bontà che non gli viene, com’è spesso per l’uomo, dall’averne in cambio un ritorno di utile ma soltanto dall’essere un cane dal cuore più grande, se possibile, dei suoi stessi simili.
Fin dalla prima volta in cui mi è saltato addosso appena mi ha visto e me lo sono portato a casa, lui ha questo bisogno di abbracciare tutte le creature che incrocia nel suo cammino - quando l’ho preso, a sei mesi e passa, allungandosi sulle zampe posteriori mi arrivava alla vita ma dopo l’anno, che è diventato un vitellino, quasi mi raggiungeva le spalle -. Abbracciare non in senso metaforico ma proprio letterale del termine, tendendo a voler mettere le zampe sul dorso delle persone e degli animali e oltre, fin dietro la schiena, per conoscerli nella loro totalità, farli suoi, per impregnarsi del loro odore e trasmettere a essi il proprio, per includerli in sé e trasformarli con lui in un solo essere.
Questo è quanto vorrebbe fare con tutti quelli che incontra sul suo cammino. “Vorrebbe” poiché tanti, anzi, i più, non ne vogliono sapere di essere “aggrediti” da una tale forma viscerale di festosità, da un amore di quella taglia e quel peso, entrambi fuori del comune, e dall’impatto che ne deriverebbe, e lo posso capire perché pensano tutt’altro, che il cane sia mordace e possa far loro del male.
Io all’inizio spiegavo che era il contrario, che Chuck non era troppo aggressivo ma troppo affettuoso, e allora qualcuno sorrideva e si lasciava abbracciare, incredulo di tanta gratuita ed esplosiva dimostrazione di amicizia e lo guardava intenerito, ma altri mantenevano la loro maschera di sospetto e di timore dietro la quale si leggeva con chiarezza il pensiero “va bene tutto quello che dici, signor amante dei cani, basta che tieni lontano da me il tuo bestione.”
Poi, dopo un po’, non spiegavo più niente perché mi ero stufato di raccontare il solito ritornello, come un cantante che canta le stesse canzoni che sono venute a noia a lui per primo, mi limitavo a tenere Chuck stretto accanto a me e a mollarlo solo se era l’altra persona a sollecitare un approccio più ravvicinato con l’animale.
E se da principio avevo adottato un guinzaglio allungabile perché il cane avesse più libertà di movimento, l’ho poi sostituito con uno rigido per tenermi il quattrozampe più appresso possibile, quasi a contatto, per disinnescare il detonatore di quella bomba di affetto, specialmente se c’era gente in giro, ed evitare che saltasse addosso al primo che incrociava con le più in apparenza aggressive ma in realtà più sante intenzioni. Intenzioni comprese però soltanto da chi ha già provato o comunque è in grado di capire nel profondo l’amore di un cane per l’uomo, che spesso è superiore a quello di un sincero credente verso Dio.
Quando invece ai giardini non c’era nessuno, gli toglievo il guinzaglio e lo lasciavo libero, e vederlo ora andare al piccolo trotto ora correre a perdifiato senza impedimenti che lo trattenessero, diventando, in entrambi i casi, un tutt’uno con la natura, era uno spettacolo. Una corsa che sembrava non avere limiti e poter andare oltre il giardino, la strada, il quartiere, la città e ancora più avanti, come quella, di nuovo, di Forrest Gump, che aveva corso ininterrottamente per più di tre anni. Avrebbe potuto farlo anche Chuck, se non fosse stato richiamato; e io, appena lo perdevo di vista, lo richiamavo sempre, e lui tornava al pari di un figlio obbediente con un’aria di discolpa negli occhi, quasi a dire “scusa, l’istinto mi ha preso le zampe”.
Chuck dunque abbraccia tutti, come fanno gli uomini, maschi e femmine, più sensibili e aperti allo spirito del mondo con gli alberi, sia dei boschi che dei parchi o dei giardini cittadini con piante d’alto fusto. Non importa che queste persone illuminate si trovino negli uni o negli altri. Importa che si immergano nei sinuosi meandri del bosco o del parco o di altro spazio alberato, che lo sguardo si perda fra i rami, le braccia di quelle creature fatte di legno, perciò quasi senza tempo, trovando fra questi quiete e ristoro, che respirino profondamente l’odore del bosco (quell’odore, anzi, quel profumo di rugiada, di terra ed erba umide con un aroma di muffe e funghi e muschi che crescono intorno alle cortecce degli alberi, di effluvi di acqua che scorre, zolle fangose, frutti del bosco, feci ed estri di piccoli e grandi animali selvatici - uccelli di tante specie, ricci, tassi, faine, volpi, caprioli, cervi, cinghiali e molto altri - e vapori acquei in sospensione. Fragranze che galleggiano nell’aria e che non si possono descrivere a parole ma soltanto sentire dentro il naso). Importa che riconoscano in quelle distese verdi la loro casa remota, originaria, perché veniamo tutti da lì, dalla foresta, che abbiamo lasciato “soltanto” da qualche migliaio di anni. Infine il momento supremo dell’abbraccio al tronco, della fusione quasi mistica con l’albero, che riconnette chi lo stringe al ritmo del respiro della madre Terra e gli permette di ritrovare serenità, benessere ed equilibrio e di abbandonare pesi, ansie e preoccupazioni per recuperare un senso di armonia e di pace e riconquistare il proprio paradiso perduto. Il bosco è come un mondo incantato, un mondo di fiaba, dove si ambientano la maggior parte delle storie per bambini.
Hermann Hesse, riferendosi agli alberi, li definiva “santuari” e, ancora, diceva che chi sa parlare con loro e li sa ascoltare, conosce la verità perché gli alberi sono creature intelligenti e comunicative e sociali non meno degli esseri umani. Per esempio, si difendono l’un l’altro e aiutano gli esemplari malati, rilasciando una mistura fortificante a base di zucchero - ma, incredibilmente, non se sono stati piantati dall’uomo - e intrecciando con essi i loro rami per sostenerli. Dunque hanno un proprio linguaggio, come ce l’hanno gli animali, che sottende un pensiero a noi sconosciuto ma da scoprire, quasi fossero libri da leggere con entusiasmo ma anche da annusare, toccare, trasformare. E, nella rincorsa alla luce e al sole, che per loro sono la vita al pari dell’acqua, mostrano un’inaspettata capacità di affrontare e superare le difficoltà o gli eventi traumatici, quasi additando all’uomo l’arte di adattarsi alle condizioni più avverse con flessibilità e furbizia, accantonando l’eccessiva competitività e creando invece sinergie e alleanze. Un linguaggio che, come quello degli animali, non abbisogna di parole, e per fortuna perché di parole senza scopo, che si traducono in una diversa forma di rumore e di inquinamento, non se ne può più. Io, almeno, non ne posso più.
E’ anzi il mondo verde, nella bella e preveggente “Canzone del parco” dei Baustelle, a parlare e addirittura a sorridere con intento protettivo e amorevole alla coppia di giovanissimi che di sabato pomeriggio, dopo la scuola, vanno là, nel parco, a far l’amore. “A cosa pensano questi umani fragili?”, si domanda perplesso il parco, contrapponendo l’immobilità secolare e talora plurisecolare degli alberi alla volatilità adolescenziale degli istanti umani. Una risposta che questo stenta a dare, o a darsi, proprio in virtù della fragilità dell’uomo, che non si sa mai a cosa pensi o creda di pensare, sempre in balia di se stesso e degli altri, degli eventi e del suo irreversibile e vertiginoso decadimento. Mentre gli alberi sono testimonianza delle virtù di resistenza e perfino di resilienza della natura. Sono monumenti della natura.
Ma, tornando a Chuck, un’altra sua curiosità, oltre a quella  dell’abbraccio indiscriminato e perciò sommamente democratico, di insegnamento a chi la democrazia la professa di mestiere, è che, quando l’ho preso, faceva la pipì come le femmine, non alzando la zampa ma abbassando il dorso, e sia l’allevatore che il veterinario avevano sostenuto che la faceva in questo modo perché era ancora piccolo; non appena fosse cresciuto, gli sarebbe venuto naturale farla alla maniera dei maschi.   
Solo che, anche dopo l’anno e l’anno e mezzo, continuava a farla chinando il dorso e il veterinario, annotata la cosa, aveva precisato che il fanciullo a quattro zampe, diventato ormai un bufalotto, era, per così dire, in ritardo di apprendimento, non ci sarebbe arrivato come ci arrivano tutti gli altri ma più tardi, bisognava solo aver pazienza. Peccato che pure dopo il secondo e il terzo anno il giovane Werther dei cani - un Werther senza i dolori ma soltanto i piaceri, per quanto legati alle decisioni di qualcun altro, che sarei poi io, a cui lui ha affidato la sua intera esistenza come, seppure vanamente, Werther a Charlotte -, peccato che anche a tre anni proseguisse a farla da femmina, e il veterinario ha dovuto prendere atto che Chuck era rimasto un bambino (un bambinone, vista la mole), un cane cresciuto nelle dimensioni ma non nella coscienza di esserlo o nella ponderata valutazione di se stesso, che non si considerava ancora un adulto bensì sempre un fanciullo innocente e scanzonato. Un fanciullone che non cerca una vita al riparo dalle convenzioni sociali ma quella felicità totale, quella propensione a farsi rapire dai sentimenti in maniera assoluta che solo l’amore, un amore romantico, disinteressato e senza limiti, può dargli. La stessa indole irrazionale e sognatrice di Werther. E, a tutt’oggi, continua imperterrito a farla allo stesso, anomalo modo.
La cosa buffa è che nel nostro giro ai giardini di fianco a  casa, io e Chuck incontriamo spesso una giovane donna - o una donna molto giovanile, a cui non riesco a dare un’età -, col suo cane, un labrador femmina più o meno della stessa età di Chuck, che ha nome Laika. Laika come la cagnolina che è stata lanciata nello spazio a bordo dello Sputnik 2, prima creatura vivente a essere spedita in orbita per un viaggio di sola andata, perché si sapeva che non sarebbe tornata viva. Basti guardare le foto su Internet della deliziosa cagnetta e del suo sguardo di cieca fiducia verso l’uomo che la mandava a morte per poter studiare, al ritorno, le reazioni fisiche al volo su ciò che ne restava, per amarla teneramente e senza riserve. Cagnetta che, prima di essere inviata nello spazio, è stata torturata con un addestramento intensivo, costretta a vivere per tre settimane in una gabbia strettissima e  gli ultimi tre giorni rinchiusa e incatenata nella navicella. Non si sa per quanto tempo Laika sia sopravvissuta dopo il lancio ma sicuramente molto poco, tanto che i pochi dati raccolti al rientro sulle sue condizioni sono risultati inservibili. Da allora il suo nome è diventato sinonimo dell’inutile sacrificio di una vittima innocente da parte dell’uomo.
Questa dolce femmina di uomo si chiama Ginevra e, seppur piccolina, è molto proporzionata e ha un viso incantevole, sempre aperto al sorriso o comunque con un luccichio interiore che lo fa apparire sorridente anche quando è impensierito ma, soprattutto, ha una spiccata erre moscia. Il che, in sé, non significa nulla, se non fosse che la lingua francese è considerata la lingua più erotica e sensuale del mondo, e questo mirabile insieme di volto e suono la rende di un’avvenenza e una grazia e una semplicità singolari. Pensare che ai miei tempi, da ragazzo, chi parlava con la erre arrotata veniva chiamato “rana dalla bocca larga”. Ebbene, con lei, quando ci incrociamo coi cani, ci soffermiamo a chiacchierare e i quattrozampe a flirtare o, forse, noi a flirtare inconsciamente (se non altro lei, che, credo abbia un compagno - almeno, una volta l’ho vista con un uomo -; io, che non ho nessuno, in maniera assai più consapevole) e i cani a discorrere nel loro linguaggio. Un linguaggio fatto di gesti eclatanti per comunicare con noi in modo inequivoco e manifesto o nebulosi per scambiarsi fra di loro segreti a noi preclusi, la qual cosa significa che, pur essendo animali, mentre loro capiscono noi, noi non capiamo loro. E in più non si fanno tante domande sul domani, il senso della vita o ciò che manca loro per essere felici ma si accontentano di quello che hanno, perché la felicità non è altro che pendere dalle labbra di un uomo o di una donna. In ogni modo, Laika sarebbe, a detta di Ginevra, una femmina dominante - il che non so che significhi perché femmine di canidi dominanti non ne ho mai sentite, mentre ne ho sentite anche troppe di quelle di uomo. Che fosse una sorta di rivalsa, considerato il nome, nei confronti della sua lontanissima e sfortunata antenata? -, una cagna che fa la pipì, udite udite, alzando la zampa. Ebbene, vedere un maschio che fa la pipì da femmina e una femmina che la fa da maschio, è spassoso ogni volta.
Sono passati cinque anni da che Chuck è entrato nella mia vita, come pure io nella sua e, a dispetto dell’Adriana del canile, si è abituato senza traumi a rimanere solo in casa. Gli ho insegnato a fare i bisogni su un pannolone, che, quando rientro, raccolgo e porto fuori insieme al suo instancabile produttore, e facciamo una lunga e amena passeggiata nei giardini vicini. Passeggiate che hanno un potere terapeutico, stimolante e calmante al tempo stesso, che consentono di lasciarmi alle spalle, seppure per un momento, il mondo artificiale in cui sono e siamo tutti rinchiusi, assorbiti dagli aspetti più scialbi e insignificanti della vita. Uscire a spasso con Chuck vuol dire entrare nell’universo dell’immediato: i suoi occhi guardano in alto verso un albero, osservano gli uccelli che vi gorgheggiano sopra, e poi, alla sua altezza, la gente che cammina sul prato o sulla strada, con o senza un suo simile al fianco. E’ lì e in nessun altro posto, e io con lui, e sento battermi il cuore.
Tutte le mattine, prima di chiudermi la porta di casa alle spalle per andare al lavoro, gli prometto a voce alta: “Torno subito.”, che è l’esatto contrario di quello che sto facendo. Ma le mie parole non sono un inganno né un raggiro perché se è vero che in realtà me ne sto andando - che è, per l’appunto, l’opposto di “tornare” -, è altrettanto vero che andarsene è la condizione necessaria per tornare. E Chuck sembra averlo capito talmente bene che tutti i pomeriggi che torno a casa, appena giro la chiave nella serratura della porta e la apro, lui è lì che mi aspetta, gli occhi neri scintillanti di gioia e la coda che garrisce quanto una bandiera al vento, pronto al balzo, al tuffo, all’abbraccio più grosso che esista per aver mantenuto la promessa che gli ho fatto quando sono uscito.
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