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Brunilde Habibi 2022
LAGUNANDO 2022 > selezionati 2022
ORTI DEI DOGI
RACCONTI
Brunilde Habibi
Nata a Tirana nel 1987 dal 1990 vive in Italia, cresce e studia in provincia di Perugia.
Attualmente lavora presso un negozio di abbigliamento e allo stesso tempo segue una delle sue più grandi passioni: la scritura

LO SPLENDORE DELL’ANIMA




                                 
Il semaforo verde, un suono di  clacson, una macchina completamente diritta verso di me, il caos.
Il buio e il silenzio piombavano addosso senza lasciar tempo e spazio alla paura e a tutte le emozioni che ti fanno sentire viva di farti sentire che ci sei, che sei reale, io in quel momento, distesa a terra, con gli occhi rivolti verso il cielo, inerme e senza consapevolezza di quello che sarebbe accaduto mi stavo già catapultando verso un’altra vita.
La vita ultraterrena.
Stavo correndo verso una strada, separandomi da tutto ciò che era materiale, mi giravo e vedevo il mio corpo farsi sempre più piccolo ad ogni metro di lontananza, lo guardavo, mi dispiaceva lasciarlo lì abbandonato e incapace di reagire, avvertivo lo sbigottimento di quelli che mi circondavano, sentivo voci parlare tra di loro ma non capivo bene le parole.
Io senz’altro altro tempo da perdere con il mio corpo astrale mi accingevo in una nuova dimensione.
L’inizio del viaggio
Con meravigliosa libertà di movimento e con velocità sovrumana, fluttuavo nell’aria, in lontananza intravedevo luci, a tratti udivo suoni e musica celestiali, li percepivo così melodici e armoniosi che emanavano calma e tranquillità.
Non avevo paura.
Ero curiosa.
Incrociavo sguardi, sfioravo mani, di cui la punta delle dita sembravano trasmettermi quell’energia che mi sarebbe servita poi per splendere di luce celeste.
Non esistono parole nel linguaggio umano per descrivere quello che stavo vivendo, tutto prendeva forma perfetta, il cielo era raggiante, da alcuni piccoli angoli di paradiso si potevano ammirare delle distese di prati verdi, dove i fiori mossi dal vento sprigionavano il loro buon profumo, gli alberi con le foglie dorate riflettevano la luce che si posava sui miei occhi, ma non venivo accecata, perché niente in quel posto era stato creato per fare del male, ma solo per  generare bene.
Piccoli frammenti dettagliati di ricordi vissuti si presentano lungo quel vagare, e mentre ricordavo iniziavo a sentire il mio corpo innalzarsi e ondeggiare.
La trasformazione
Mi sentivo un’aquilone, poi improvvisamente piuma, poi un uccello, avevo la sensazione di essere tutto in brevi istanti.
Non c’era limite alla fantasia, non c’era confine alla bellezza, il cielo a tratti lo vedevo cambiar colore, sfumarsi di rosa, in alcuni punti trovare stabilità con l’arancio, in altri pitturato di viola.
Era talmente prorompente questa felicità che se lo avessi saputo prima non avrei mai avuto paura della morte e sarei stata meno titubante nel credere all’esistenza dell’aldilà.
Ma non volevo dare spazio alle domande di pervadermi la testa, così mi sciolgo i miei ricci e lunghi capelli e con sé sciogliere anche i pensieri, e con la leggerezza di un sorriso riprendo il mio volo.
Le emozioni che abitavano in me sono travolgenti e potenti, il mio spirito schiavo della sopportazione terrena stava trovando sollievo, con semplicità abbandonavo il dolore, la fatica e il respiro non esistevano, i miei occhi si coloravano di un diverso colore, sembrava ne avessi dei nuovi, pieni d’incanto, fissati in uno stupore senza pensiero, ma solo emozione trascendentale.
Guardavo le mie mani, le vedevo lunghe, belle, lisce ed armoniose, diverse da come le avevo prima, apprezzavo il cambiamento, mi piacevano, esprimevano cura e rispecchiavano il mio gioviale stato interiore.
E i piedi?
Rivolsi la mia attenzione verso i piedi, li trovai femminili ed eleganti, davano maggiore fascino al mio essere donna.
Mi piacevo e mi sentivo bella.
Verso la meta
Una mano d’improvviso prende la mia, una sagoma luminescente mi rassicura dicendomi di esserci quasi, ha un timbro di voce sottile e una stretta di mano che sembra familiare.
Un sentiero piccolo e scorrevole ci conduce verso il portone, davanti a noi un ruscello d’acqua attira la mia attenzione, sgorga un acqua limpida e trasparente, mormorante e  magica, mi avvicino per poter bere e mentre bevo ho come l’impressione che la mia anima si stesse purificando.
Per quattro minuti rimasi incantata e folgorata da quel portone che avevo davanti a me.
Figure scultoree divine e raffinate, curate in ogni minimo particolare, perfette per rappresentare il luogo divino e magico che era.
Vedo un portone davanti a me aprirsi da solo con lentezza e davanti a me dei scalini sospesi mi attendevano, ad ogni gradino ripercorrevo la mia vita.
La coscienza
Cosa ne sarà di quello che lascio?
Improvvisamente nel bel mezzo di quella inesplicabile letizia, sento un violento batticuore, un’inaspettata consapevolezza corporea, la testa si faceva pesante, a tratti leggera, mi sentivo ovattata, uno struggente pensiero prendeva posto nella mia mente.
Mio figlio.
Udivo delle voci in lontananza, mi sentivo confusa, scossa, il mio respiro fremeva, allora deducevo di non essere morta completamente.
Il mondo terreno mi stava chiamando, mi toccavo il viso, riuscivo a sentire il calore che emanava la mia pelle.
Un profumo  improvvisamente mi plasma davanti un ricordo, ed è per quel ricordo che inizia a mancarmi l’aria.
Venivo scagliata nel passato, avevo in braccio mio figlio piccolo di pochi mesi e poco prima che il padre se ne andasse di casa, mi stavo addentrando in un percorso punteggiato da tante difficoltà.  Avevo poco più di vent’anni, fresca ed immatura con lo sguardo ingenuo e l’impeto di chi la vita se la voleva mangiare a morsi, dove le preoccupazioni facevano spazio alla spensieratezza e le energie venivano consumate per correre dietro ai sogni.
Ripercorro con la mente un sogno che avevo fatto prima di rimanere incinta.
Messaggi divini
Era una giornata di sole, esco di casa velocemente ho cinque minuti di tempo per prendere qualcosa da mangiare nella pasticceria sotto casa, nell’attesa di essere servita sento la voce tremante di una vecchia signora che chiedeva dei soldi, così con gentilezza mi avvicino per offrirgli qualche spiccio, ma si rifiuta dicendomi che quei spicci da me non li voleva perché mi sarebbero serviti per qualcosa di importante.
Tiro indietro la testa e mi chiedo tra me e me come potessero bastarmi pochi spicci per qualcosa di importante, ma il grido di una giovane donna mi distrae da quella perplessità e la corsa di un tizio richiama la mia attenzione, aveva rubato una carrozzina con dentro un neonato che piangeva accorato, ma nessuno cercava il bambino, Perché mi chiedo?
Arrabbiata provo a correre per raggiungerlo, ma non riuscivo, provo ad urlare, ma non avevo abbastanza voce, disperata mi accascio a terra a piangere.
Mi sveglio in preda alla paura, spalanco gli occhi fuori dalle orbite, rimango impietrita a provare a dare un’ interpretazione empirica a quel sogno, ma il senso rimase mistero fino a quando la mente con il tempo fece svanire il suo ricordo.
La scelta
Passarono otto mesi, rimasi incinta, vivevo un mix di emozioni e sensazioni intense e discordanti, pensavo alla trasformazione fisica che avrei dovuto subire, alle abitudini che avrei dovuto cambiare, alla vita, a me. avevo paura di dirlo a Mark perché non sapevo come l’avrebbe presa.
Faccio passare due giorni prima di dirglielo e una sera senza esitare scelgo di affrontarlo.
Abbracciati sul divano di casa con dolcezza gli presi il viso, lo guardai con gli occhi dell’amore e gli rubai un bacio; “Sono incinta Mark, mi sento decisa e serena di portare avanti la gravidanza.”
Andai in cerca del suo sguardo che se ne stava rivolto e fisso verso il muro, si capiva visibilmente che stava provando a tenere a bada i brutti pensieri che gli ronzavano nella testa, con un accenno di sorriso provai a nascondere la forte voglia che avevo di piangere, non aggiunsi nulla, preferivo lasciargli il tempo necessario per chiarificarsi le idee.
Mi alzai, mi diressi verso la cucina con passi lunghi e leggeri, a tratti un po’ barcollanti per prendere un bicchiere di acqua e rinfrescarmi un po’ la mente, aprii il frigo, la luce nel suo interno mi disturbava la vista, arricciai gli occhi e corrugai la fronte, e nel mentre ripercorro con la mente spirituale questo ricordo, una violente folata di vento forte ed incontenibile mi mozza il fiato e mi spegne improvvisamente la memoria.
Il continuo del viaggio
Stavo sentendo tutto di nuovo più leggero, sentivo la mia anima rimettersi in cammino, non riuscivo più a proiettare il ricordo del passato nel mondo astrale, mi scontravo amorevolmente con anime belle e libere che lasciavano fotoni di luce dietro di loro, era così immenso lo spazio che avevi paura di perderti, stormi di esseri luminosi mi attraversano la testa suonando una musica lenta e soave, nell’aria si perdevano note di profumo di rosmarino e violette, coinvolgendomi sempre di più in quella realtà paradisiaca.
Chiudo gli occhi per provare più piacere nell’aleggiare nell’immensità, una figura mistica con un abito bianco dai bordini color oro mi invitava a riprendere il percorso per raggiungere le scale.
Così tra sprazzi di cielo colorati di blu, nuvole bianche ci lasciamo dietro quell’angolo glorioso e felice che mi aveva dato la giusta carica per avanzare.
Nel bel mezzo della magia sorprendentemente sento un cuore umano battere, un ritmo forte e ben scandito.
Sembrava essere il mio.
Reviviscenza
Corpo e spirito erano legati, nessuno dei due si sentiva pronto a lasciare l’altro, o forse eri tu figlio mio che con le tue preghiere mi volevi riportare a te.
Avrei voluto comunicare con te, per rassicurarti e renderti partecipe di quello che stavo vivendo, sicuramente mi avresti lasciato andare perché mi avresti visto libera dalla sofferenza.
Vedo una lacrima accarezzarti il viso, quello che vorrei fare io con la delicatezza delle mie mani, ma fallisco ogni volta che provo a muovermi, ti alzi e te ne vai, seguo i tuoi passi pesanti e stanchi appoggiati in quel pavimento che ti conduce nel giardino dell’ospedale.
Ti siedi in una panchina e inizi a fissare il vuoto.
“Perché non mi racconti come sei arrivata fin qui?” Mi chiede il mio spirito guida, spezzando l’immagine di quel momento e affievolendo il suono del mio cuore.
“Fatico a ricordare per un lungo tempo mia dolce anima, non so perché.” Confesso
rammaricata.
L’ illuminazione
“Ti preoccupi del mondo materiale e questo ti fa rimanere sospesa tra la vita vera e quella dell’aldilà,  lascia cadere le catene che ti trattengono all’affetto terreno e al tuo corpo, sentiti pronta a varcare la dimensione divina per poter facilitare il passaggio ed oltrepassare il confine.”
Parole eccelse e riflessive mi ponevano davanti ad un bivio, ma non lo volevo accettare.
Il mondo sotto di me strideva con quello che avevo dentro, vero, ma in quel mondo c’era  mio figlio, la mia essenza di vita.
Smarrita e confusa una luce mi raggiunge e mi cattura, aiutandomi ad illuminare ancora i ricordi e facendomi riprendere alla rinfusa il racconto di quella giornata fatidica.
Connessioni oniriche
Ero di fretta quella mattina, avevo un colloquio di lavoro, calzava perfettamente con le mie esigenze di madre, ma una telefonata inaspettata di Mark disturba il mio equilibrio.
Tredici anni senza sentire la sua voce.
“Devo lasciarti, parliamo un’ altra volta,” rispondo frettolosamente.
Prendo le chiavi di casa, mi infilo il cappotto rosso appeso in corridoio, scendo le scale di casa battendo forte i tacchi rossi che indossavo dall’agitazione, così forte che pensavo si spezzassero, apro il portone e lo chiudo violentemente, lasciando dietro di me il pensiero di quella telefonata e concentrandomi solo sul colloquio che dovevo fare.
Come ogni mattina mi dirigo nella pasticceria sotto casa, in lontananza una signora con una gonna stracciata e sporca e dei sandali consumati dal tempo stava chiedendo dei soldi dall’altra parte della strada.
Ho un flashback. Quella signora era la stessa del sogno.
Collego allora quel neonato nella carrozzina che nessuno cercava a mio figlio, abbandonato e non cercato per tredici anni dal padre, rappresentato da quel tizio che fuggiva.
“Ecco allora a cosa mi sarebbero serviti quei soldi!” Mi dico traumatizzata, era per poter offrire a mio figlio un futuro, e quando mi ero accasciata a terra perché non riuscivo né ad urlare né a correre, era perché non avevo la forza di cambiare la realtà, ma solo accettarla.
Sono traumatizzata! Il sogno vivido di tanto tempo fa bussava violentemente alla porta, ero poco lucida, volevo scappare da quella verità che si stava palesando davanti a me, non era possibile.
In grande stato confusionale,  e con le lacrime agli occhi, mi allontano dalla pasticceria e raggiungo il ciglio della strada per attraversare, con fare distratto guardo il semaforo dei pedoni, mi sembra di vederlo verde e inizio a camminare assente.
Mi rendo conto di essere in pericolo quando vedo sopraggiungere a velocità elevata una macchina verso di me, non ho tempo per scappare, un clacson molto vicino sembra perforarmi un timpano, non riesco nemmeno ad urlare perché un tonfo violento a terra mi immobilizza e la luce d’improvviso si spegne.
La rinascita
Sono qui nel mio luogo sicuro, pura e splendida di luce, oramai divenuta immortale, ho scelto di restare, Nessun senso nel vivere dopo aver conosciuto l’inesplicabile, il mistero, l’eternità, l’amore puro e assoluto, è qui lo spettacolo della mia nuova vita che risorge dopo l’oscurità terrena, è qui che l’anima torna a splendere.
Ciao figlio mio, la mamma ti amerà anche da qui.

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