Carloni Andrea - Concorso Lagunando

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Carloni Andrea

Nato a Roma nel ‘77 e trasferito in Veneto dove lavoro nel settore trasporti. La lettura di racconti mi ha stimolato a comporne di miei. Ho ottenuto dei riconoscimenti in concorsi letterari, fra cui il primo premio su “&Maybook” e “Donna sopra le Righe” per “Breve storia di Jimmy Late” e “Non guardare verso il mare”.
 Le rovine sommerse



Quando all’alba il suono delle sirene si sparse unanime fra le isole, nessuno sapeva che solo lui era rimasto. Gli altri erano già tutti fuggiti. “Io dunque parto con il cuore straziato e cercherò di dimenticarti...”, al ricordo del suo antico addio, si affacciò sul poggiolo ad angolo di palazzo Mastelli, quasi che dal versante bizantino del medesimo mare, lo scirocco potesse portagli la luce ignota e il profumo soave della sua patria. Aveva ancora indosso abiti da ricco mercante. “Com’è cambiato!” esclamò lasciando cadere lo sguardo sul palazzo. Il piano dove lui dimorava era l’unico a conservare le forme gotiche che gli erano care. Permise ai suoi occhi orientali di accarezzare i morbidi archetti alla base della balconata rinascimentale, sotto cui crescevano rigogliose le gardenie e le ortensie. L’anziana vicina doveva averle annaffiate appena prima di darsi alla fuga. Si sporse verso il rio deserto che gonfiandosi tingeva di cupo smeraldo i bordi delle abitazioni. La fontanella dove anni prima sentiva dissetarsi i gondolieri, già non si vedeva più. Certo, tutto era cambiato, tutto dolcemente si stava preparando alla fine. “Ma, se un giorno alfine vorrai raggiungermi a Venezia...”, trasalì al pensiero del suo invito ancora in sospeso e scese a cercare il rilievo sulla facciata del palazzo, che lo raffigurava umile di fianco al suo grande cammello. Ne baciò umilmente la pietra salata ancora ben distinguibile; così la sua amata lontana, che aveva rifiutato di partire con lui, avrebbe perfino oggi potuto ricoscere la sua residenza, un tempo accesa dal sole e oggi intorbidita nella nebbia.
Decise di lanciarsi nel canale, per scoprirsi lui stesso parte dell’impietoso lavorio delle acque. “La barca va per sette”, aveva sentito annunciare al momento di buttarsi. Quando avvertì lo strazio dei gomiti e delle ginocchia sul legno umido, era già stravolto ospite delle sette streghe. Alfine dichiararono, “la barca va per otto”, e prese a volare sulla laguna avida, con i lunghi remi che si flettevano muti sugli scalmi. Dal voltarsi un’ultima volta in congedo all’affezionata dimora lo trattenne, oltre che le ossa dolenti, il lamento di un coro inconsolabile. Erano canti di lavandaie ai bordi del rio, le cui candide vesti balenavano sotto le nebbie. L’acqua ne ricopriva le braccia fin quasi alle spalle e di lì a poco avrebbe raggiunto i panni appesi ad asciugare. “Sono morte di parto”, spiegò Rosetta, la strega dai giovani occhi che subito avevano incontrato i suoi, “e quelli sono i corredi dei bambini che non hanno mai conosciuto”. Apprese il prezioso pudore verso coloro il cui dolore rimaneva incomprensibile; diversamente da chi aveva perduto qualcosa, quelle donne erano state private di ciò che non era mai stato. Si distese sul paiolo ascoltando Rosetta al suo fianco vogare senza respiro. Si era ingannato, convinto che lei avesse abbandonato la stregoneria e cambiato il nome in Maria, affinché il demonio le restasse lontano. La sua testa ricadde da un lato e si addormentò, non perché fosse esausto, ma perché i suoi scuri pensieri non gli pesassero sul cuore. Quella città era un santuario inquinato dalle pesti, profanato dalle popolazioni, condannato dalle acque. Era necessario che la sua intenzione fosse pura ed irremovibile. Comprese che avrebbe dovuto dormire.
Fu destato da un litigio di gabbiani. Non si accorse nemmeno che i suoi dolori erano già leniti. Osservò i piedi sempre giovani delle streghe allineati attorno al suo corpo, quasi a preservarne il sonno. Si alternavano in un equilibrio silenzioso dai bianchi calcagni alle unghie livide, mentre i remi ondeggiavano fra acqua e foschia. Fu grato alle streghe, che erano rimaste presso di lui e lo rispettavano, o forse lo temevano. La barca rappresentava un’idea di isola superstite attraverso cui intromettere, in quella reale morente, il suo progetto sovrumano, eppure non inattuabile, di fermare l’acqua. Lo sforzo della mente era tale che in quel momento avrebbe potuto dimenticare il suo nome e la vita passata. Fu la visione improvvisa dei due affusti di marmo all’imbocco della piazzetta sul molo di San Marco, che strappò la sua meditazione ai regressi della storia. D’intorno, a pelo d’acqua, si riflettevano tremolanti i finestroni della muraglia di palazzo Ducale, mentre il loggiato sottostante era già quasi tutto da immaginare. Appoggiò il mento sul bordo dello scafo, cosicché potesse osservare senza fatica le colonne che la marea lasciava visibili per metà della loro altezza. “Una volta erano tre”, affermò con serenità ai suoi fantasmi, sicuro che fra loro non vi fossero impostori, “anche voi venite dalla stessa città?”. Con la fierezza di cui era indubbiamente dotata più delle altre streghe, Nasina rispose: “Nel tempo di una notte, noi andiamo e torniamo da Alessandria d’Egitto. Quelle due colonne invece vennero da Costantinopoli e la terza giace ancora sepolta nel fondo fangoso. Fra loro un tempo io venni legata dalle nove a mezzogiorno, prima di essere esiliata”. “Si diceva tu fosti avvezza ai più orrendi malefici”, osò lui. “Avrei tanto voluto. Invece pregavo per le anime dei giustiziati del Sant’Uffizio...”. “Mentre io...”, l’interruppe Agnesina, la cui bellezza intimoriva le altre, “io per venti soldi inventavo presagi gettando fave e carbone dalle mura”. “Voi dunque non eravate la voce del diavolo?”, insisté l’ospite. “Il diavolo allora con noi non parlava”. Tacquero.
Le statue solitarie sopra i meravigliosi capitelli disvelavano il suo passato.  Sarebbe stato più ardito immaginare che i marmi del leone e San Todaro si guardassero da sopra le colonne, che dimenticare che per Venezia aveva abbandonato Bisanzio e la sua amata. Proprio lui, che aveva parlato ad una santa, invece che al demonio. Non si stupì che tanta verità affiorasse proprio mentre, allontanandosi dal bacino della piazzetta, la barca lambiva già le correnti intorno a Sant’Elena. Lui aveva viaggiato sulla stessa nave che allora trasportava le reliquie della madre di Costantino. Quando si arenò rovinosamente sulle coste, ella era apparsa come apparirebbe una donna troppo umana. Mentre i marinai scaricavano disperati la stiva per alleggerire il bastimento, lui le aveva domandato se quel luogo fosse l’inferno e gli fu risposto, “Finché esisterà l’isola, non sarà l’inferno”. Ancora intrappolato sottocoperta, la supplicò di condurre da lui la sua amata lontana e gli fu detto, “Questo spetta solo al tempo”. “E allora fammi vivere per sempre!”, le scongiurò prosternandosi in lacrime. “Finché esisterà l’isola, sarai anche tu”. Lui e le reliquie restarono sull’isola e la nave infine si disincagliò.
Non tutte le streghe furono sincere con lui e questo fu un bene. Per quanto si mostrassero amorevoli, capì con dolore che non doveva attendersi nulla da quelle che accoglievano con remissività la sua missione. Doveva al contrario riporre tutta la sua fede in chi avesse usato l’audacia di opporvisi ragionevolmente. Quella fu Esther, che fino allora aveva rivolto lo sguardo oltre la laguna, fingendosi distratta dalla risalita delle acque profonde. Esther, la vecchia giudea, la maga impavida, l’unica che col diavolo avesse dialogato davvero, confessò, “Io gli devo ancora sette fanciulli cristiani morti prematuri, perché ottenni da lui, per la supplica di una giovinetta innamorata, che un soldato austriaco fosse riportato in vita”. Troppo severo fu il pegno per il cuore di Esther, smisurato come l’abisso in cui ora si specchiava. Un istmo di terra solitaria graffiato dal vento si delineava all’orizzonte come un miraggio di se stesso. La barca indugiò in prossimità di un arco di mattoni senza parapetti, una volta affollato per le guerre di contrada, adesso abbandonato alle correnti. Fu sul quel ponte nell’isola del Torcello che aveva avuto luogo il sortilegio. Esther non poteva procedere oltre e lui capì di doversi licenziarsi da lei e le altre streghe. La separazione non lo sconcertò a lungo, per quanto il disastro oramai si fosse compiuto. Salì i gradoni del ponte fin sulla cima ancora non bagnata dal canale, finché si arrestò. Volle fare della sua paura un gatto, il cui mantello gli ricordasse i semi neri del cumino e le mute movenze quelle dei campi di grano saraceno. Sarebbe stato troppo accettabile lo sgomento, se di fronte a lui fosse apparsa una tigre o il drago di Teodoro di Amasea. Altra faccenda era che ad impietrirlo nell’attraversamento del ponte fosse l’indifferenza di un piccolo felino. Sapeva che i gatti si lasciavano accarezzare senza che i loro occhi si facessero sdolcinati. Eppure non osava ancora sfiorarlo, accontentandosi di intuirne l’occulta presenza. Si convinse che l’animale sarebbe rimasto accovacciato nella piena consapevolezza che lui fosse lì allo scopo di ucciderlo. Per quanto fu più volte sul punto di farlo, ricadde in ginocchio e si prostrò turbato dal peso delle cerimonie e le immolazioni che nel tempo erano state tributate a quella che ora doveva essere la sua vittima. Provò a pensarlo soltanto come un animale di sangue, muscoli e cartilagini. Ma questo gli avrebbe fatto sentire l’amarezza di doversene distaccare e, col pretesto di addomesticarlo, avrebbe prolungato oltremodo la sua compagnia. Più l’avanzare della laguna denunciava la limitatezza del tempo, più il tempo stesso si sgretolava. Le maree già trascinavano a largo vecchi manifesti elettorali mescolati a volantini per gli ingressi ai musei. Chioschi di magliette e mascherine rotolavano fra le onde e, cozzando su scatole ricolme di vetro soffiato, si dissipavano nella voracità dei gorghi. Un vaporetto affiorò per la chiglia e da un oblò infranto fuoriuscirono borse e giubbotti dimenticati da passeggeri frettolosi. Vi era in lui un’angosciante sensazione che tutto questo fosse già successo o che, comunque, si sarebbe ripetuto. Cercò di ricordare i suoi giorni lieti e comprese che avrebbe dovuto progressivamente spegnere l’esistenza del suo nemico, abituarlo a non essere più. Immaginò di ordinargli di saltare dal ponte ed aggirarsi lungo i bordi dei canali, dove le chiese in lontananza sembravano vascelli arenati; che seguisse le tracce dei monasteri scomparsi e delle vetrerie e degli antichi vigneti menzionati nelle iscrizioni sui muri della cattedrale. Ogni volta che le sue disposizioni si facevano più ardite, si rassicurava che l’animale non mostrasse alcuna obbedienza. Finché si convinse che la vittima era pronta per la fine, che addirittura ne dissimulasse il desiderio stesso. Mentre la brezza del crepuscolo si caricava di esalazioni malsane che gli ricordavano degli impaludamenti e le pestilenze dei secoli passati, tese finalmente le mani, l’abbracciò e la consegnò alle acque nere. Al compimento del sacrificio, i piccoli occhi gialli, puntati su di lui, gli lasciarono una confessione tacita: quella morte tardiva sarebbe stata vana. Le sirene si tacquero, la bestia sprofondò e tutto fu acqua.
Cedette il proprio corpo alle onde e la laguna non sembrò impedirgli di dormire. Un sonno senza sogni si protrasse per un tempo indefinibile, scandito dalle risonanze oscure del cosmo. Il rapimento estatico di chi gode del raggiungimento del proprio fine, era precipitato nella stanchezza e nella noia del trionfo. Quando il sonno s’interruppe, lanciò un grido senza eco. Scrutò le luminosità distanti, argentee come i dorsi degli aironi, senza distinguere se esse appartenessero all’aurora o al tramonto. Le innumerevoli notti dormite tra i frangenti lo avevano reso ancora più esausto e ogni tentativo di distrarre il suo corpo dalla deriva, ne ostacolava irrimediabilmente il galleggiamento. Il pianto gli irritava gli occhi insonni laddove la voce erompeva distorta. Un presagio di allucinazione scoraggiò in lui ogni intenzione che non fosse attendere che la luna risplendesse piena e pallida sulla sua fronte. Compose col pensiero un’esortazione che giudicasse ammissibile ad ottennere un nuovo sonno, più imprescindibile dei precedenti. Riuscì a sognare dell’isola che non era più e che poteva percepire ancora sotto di sé, con i portici e campanili inondati, avvolta negli antri scrupolosi delle maree, al riparo delle imprecisioni terrene. Sapeva che la nostalgia si provava solo per quel che era stato, non per ciò che nell’invisibile esisteva ancora. Questo gli fu appena di conforto. “Lei non verrà a Venezia ed io non potrò dimenticarla”, vagheggiò con rassegnazione. Finché il ricordo della confessione di quei due occhi gialli e morenti lo turbò a tal punto da risvegliarlo violentemente. Prima che una luce senza stelle potesse definirsi alba, i suoi pensieri erano già ossessionati dal timore di non poter dimenticare. Piuttosto che essere vissuto per sempre, giudicò più plausibile non essere esistito mai. Una traccia all’orizzonte, lenta come una nuvola, sospese nell’amarezza le sue riflessioni. Quattro lumi allineati incedevano quieti verso di lui, scortando al centro una sagoma solida e netta come il profilo di una quercia. Era la bara di Giuseppina, la bimba che per un naufragio nella nebbia non era mai approdata viva a Murano, e da morta ancora non poteva raggiungere il cimitero di San Michele. I lumicini la proteggevano, sebbene non vi fosse più rischio di essere travolta, ora che intorno di terre non ne emergevano più. Per un istante confidò che fosse giunto il momento anche per lui di morire, di dare assoluzione alla sua smisurata vecchiaia. Tanto che la speranza lo spinse a profonde bracciate verso il piccolo feretro ondeggiante. Poi si trattenne, sentendosi il cuore esplodere in un ghigno che non gli apparteneva. La piccola morta che gli veniva incontro tra i flutti doveva essere una delle sette cristiane promesse da Esther. “Che spreco di acqua...”, sospirò, poi sollevando lo sguardo in offesa al silenzio, “...e di cielo!”, gridò. In un solenne attimo di sconcerto e desolazione, capì che l’inferno era giunto e lui era il diavolo.


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