Casanova de Marco Feliciano - Concorso Lagunando

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Casanova de Marco Feliciano

Nato a Pieve di Cadore (BL) il 20.11.1967.
Docente di scuola primaria presso Istituto Comprensivo di Santo Stefano di Cadore e Comelico Superiore.
Colori proibiti




- Potresti dirmi quali numeri vedi su queste tavole? –
mi chiese il medico.
Lo guardai. La sua domanda mi stupiva. Quali numeri?
- Se non ti dispiace, - aggiunse.
Certo non mi sarebbe dispiaciuto, se solo ne avessi visti.
In ogni tavola vedevo solo macchie rotonde, più o meno scure.
- Facciamo così, – insistette il medico - guarda bene le tavole, e poi scrivi su questo foglio i numeri che riesci a leggere.
Presi la matita ed il foglio che mi porgeva, e mi rimisi a fissare le tavole.
- Non vedo nessun numero, mamma – riferii sconsolato a mia madre, seduta al mio fianco – Io ci sto provando, ma vedo soltanto macchie e cerchi.
Ho sempre amato le farfalle. Le sagome di quegli insetti esprimono infinita eleganza. Ali sontuose nel loro lento pulsare, al momento del riposo; inafferrabili allo sguardo, durante il volo… sfarzosi arazzi arrotondati, in costante movimento. Quali arabeschi, poi, su quelle delicate superfici! Linee curve, piane o seghettate; macchie chiare e scure delle più svariate forme. E ancora: fasci di luce e buio, sagome inquietanti, profili segreti. Rune di un mondo arcano che si rivela - stilizzato attraverso piccoli tratti.
- Bravo, Bruno – disse la maestra. – Hai disegnato delle farfalle magnifiche. Ora devi colorarle. Pulisci bene il pennello e poi scegli i colori che preferisci. Frasi senza senso, per me. I tubetti erano tutti uguali, all’apparenza. Bianchi, circondati ognuno da una fascetta più o meno scura. La differenza tra l’uno e l’altro era spesso quasi inesistente. Sui tubetti c’erano delle piccole scritte diverse tra loro, ma non sapevo ancora leggere. Avevo cinque anni. Così utilizzavo indifferentemente un tubetto o l’altro per dipingere, stando attento a non aprirne di nuovi prima di aver svuotato quelli già iniziati.
- Che strano, Bruno – di nuovo la voce gentile della maestra. – Non avevo mai visto una farfalla con ali di colore diverso tra loro. Le hai dipinte quasi tutte con questa particolarità. Sono molto originali. Non mi stupisco, anche tu sei un bambino molto originale.
Perché la maestra mi diceva questo? Anch’io sapevo che le ali di una farfalla sono identiche tra loro, speculari e simmetriche (avrei usato questi termini, fossi stato più grande). Mi sembrava di averle dipinte con regolarità: gli arabeschi erano gli stessi, diversi per ogni farfalla, ma corrispondenti per ogni coppia di ali; se un’ala presentava sei macchie, lo stesso accadeva per l’altra. Per riempire gli spazi avevo utilizzato il contenuto di diversi tubetti, ma non notavo differenze nel risultato finale.
- Signora, se vuole togliersi ogni dubbio, le consiglio di consultare altri specialisti, ma credo di non sbagliare diagnosi: acromatopsia.
Ero seduto al fianco di mia madre, di fronte alla scrivania del medico, e lo sentivo pronunciare queste parole incomprensibili mentre lei lo fissava con sguardo angosciato.
- Si spieghi, dottore, la prego. Quanto devo preoccuparmi?
- Vede, signora, Il termine acromatopsia indica l’incapacità totale di percepire qualunque colore. Ve ne esistono di diversi tipi; in questo caso, parlerei di acromatopsia congenita. Non si spaventi. È un raro difetto genetico della vista che di norma non è degenerativo. Con questo, intendo dire che – con le debite precauzioni - non peggiora col tempo, né porta alla cecità. Le manifestazioni di questa malattia risultano piuttosto fastidiose: sono, come le ho detto, la cecità ai colori, unita ad una estrema sensibilità alla luce e ad un’acuità visiva piuttosto bassa.
- Esiste una cura?
- Purtroppo no. Possiamo solo adottare alcuni accorgimenti. Per esempio, usare lenti filtranti per favorire l’adattamento alla luce, quando si fa più intensa. Si ricordi che la vista di suo figlio diminuisce con l’aumentare dell’illuminazione, mentre aumenta con il diminuire della stessa.
Già, le lenti filtranti. Difficile farne a meno. So che le persone con una vista normale provano una sorta di avversione alla luce in determinate occasioni, ad esempio al momento di uscire da un cinema al chiarore del sole, oppure quando si accende la luce in camera, al mattino. Per la gente comune questa sensazione di abbagliamento dura pochi istanti, il tempo di adattarsi alla nuova situazione. Per me, invece, l’adattamento è impossibile e, anche se non provo un vero e proprio dolore agli occhi a causa della luce, avverto costantemente – quando non indosso, durante il giorno, le mie lenti filtranti - una frustrante sensazione di affaticamento e di sforzo inappagato.
- La luce è il cuore della pittura – esordisce l’insegnante.
- Prendete Tiziano: il suo mistero rimanda ad una concezione dell’arte che gioca il suo ruolo attorno agli effetti di luce e d’ombra, cuore della sua pittura e della pittura in genere.
- Nella vostra sterminata arroganza giovanile trovate che Tiziano sia datato? Parliamo allora di un altro immortale, Vasilij Vasil’evič Kandinskij. Avete letto il suo Lo spirituale nell’arte? Suppongo di no. Non credo che quel libretto – così sottile, così determinante – rientri nelle classifiche dei vostri best-seller preferiti, né pretendo che possa compensare con rapidità ed efficacia la vostra
insopprimibile teenage angst.
- Tuttavia, se vogliamo parlare di luce e di colore, non possiamo prescindere da Kandinskij. Egli ha scelto di abbandonare il reale per addentrarsi in ciò che è, appunto, spirituale. Serve una sorta di purificazione dalla natura immediata per passare a ciò che è eterno, e rimane sotteso ed invisibile.
- La natura, il reale sono meno importanti degli effetti cromatici in cui trova spazio il gioco di luce ed ombra di ogni dipinto. Le forme devono dunque agire come complemento cromatico.
Ma cosa ci fa un acròmata al corso Evoluzione del colore nella pittura: da Giotto a Kandinskij presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia? È presto detto: la mia infantile curiosità riguardo alle farfalle, il desiderio di riprodurle all’infinito su fogli sempre più grandi, gli stimoli ed i complimenti della maestra attorno ai miei lavori erano sfociati, col tempo, in una grande passione per il disegno.
Tracciavo forme ovunque. Dalle pagine del diario ai margini dei quaderni, dai fogli per gli appunti ai post-it da attaccare al frigo. Dalle farfalle ero passato ai fiori, poi agli alberi, agli edifici ed infine agli animali ed alle persone. Le forme mi incuriosivano, mi spingevano a cercare legami e continuità tra ciò che apparentemente è slegato, interrotto. Le finestre di una casa mi ricordavano la fissità di uno sguardo, e le curve di una strada portavano con sé le sinuosità di un frutto, o del contorno di un viso.
- Bruno, cosa farai da grande? - domandava mio padre.
- Il pittore, - rispondevo.
Allora mio padre sorrideva, con un velo di tristezza nello sguardo. Il mio problema alla vista gli era ben noto. Anche se, dopo lo spavento iniziale, i miei genitori avevano provato sollievo nel sentire che – con le debite attenzioni - non avrei corso il rischio di diventare cieco, ormai era chiaro che non sarei mai riuscito a vedere un solo colore, né a capire anche solo il significato di questo termine. Per me era tutto un po’ più scuro, o un po’ più chiaro. Da lontano non riuscivo a distinguere i dettagli delle cose. La luce mi dava molto fastidio. Che razza di pittore sarei mai potuto diventare?
Eppure, non mi sono mai dichiarato sconfitto. Nel corso degli anni ho svolto molte ricerche, ed ho scoperto un sacco di cose interessanti. Ad esempio, ho scoperto che Monet ha dipinto Il ponte giapponese quando era praticamente accecato dalla cataratta. Durante quegli anni, egli lavorava adattando il metodo alla poca vista di cui disponeva, scegliendo i colori dopo aver disposto i tubetti in un ordine prefissato. Incredibile, no?
Anche Tiziano, scegliendo di ridipingere in età avanzata un soggetto su cui aveva lavorato in gioventù, ottenne un’immagine – un Cristo coronato di spine – con colori virati su tonalità differenti (il per me misterioso giallo), ed i contorni sfumati in modo da creare nel dipinto – a causa o per merito dell’invecchiamento oculare – un’atmosfera più vicina alla sensibilità moderna di quanto lo fosse il dettagliato disegno giovanile.
Il caso che negli anni più mi ha colpito, resta però quello di Edgar Degas. Quel pittore aveva difficoltà nel discriminare i colori (mi emoziono ancora al ricordo di questa scoperta). La cosa fu risolta tramite l’accentuazione dei contrasti e l’uso di cromie progressivamente più violente. Seguì – e qui non biasimatemi per il sollievo che ho provato – lo sviluppo di una crescente avversione alla luce, che lo spinse a rinunciare alla pittura all’aperto ed a lavorare in uno studio con luci fortemente attenuate, portando una visiera – abbinata ad un paio di occhiali dalle lenti opacizzate (filtranti, perché no?) - atta a ridurre la luminosità dell’ambiente. Attorno ai cinquant’anni, Degas si ritrovò con una zona di assenza, nera e crescente, al centro dello sguardo. I suoi occhi potevano ormai percepire soltanto una parte degli oggetti, così che, per riuscire a vederli nella loro interezza, era costretto a mutare il punto di vista girando attorno ad essi. Col tempo, il pittore fu costretto a passare dalla pittura ad olio alla grafite, quindi alla fusaggine, alle matite grasse ed ai pastelli a cera, strumenti capaci di creare segni grafici evidenti e ben distinguibili. In seguito passò a dipingere con le dita.
Quando il buio divenne quasi totale, decise di darsi alla scultura. Quante e quali difficoltà! Come potevo paragonare la mia - pur fastidiosa - acromatopsia ad un simile cumulo di disgrazie? Quanto aveva dovuto lottare quell’artista per superare i limiti che la vita contrapponeva in modo sempre più violento alle sue necessità espressive? Non è retorico, nel caso di Degas – ma anche di Tiziano e di Monet - parlare di ottimismo della volontà. Ed è a tale ottimismo che mi affidai, quando optai per l’iscrizione all’Accademia.
Affrontai con successo materie quali Iconografia e disegno anatomico e Psicologia della forma, ambiti nei quali potevo esprimere il mio talento raffigurativo senza ostacoli derivanti dal mio difetto alla vista. Stando agli insegnanti possedevo un innato senso delle proporzioni, e presto imparai ad esprimere al meglio le relazioni che definiscono l’armonia tra le varie parti di un modello ideale.
Ulteriore sollievo mi giunse dallo studio della psicologia della Gestalt e dei suoi cardini. Avevo ormai compreso che i problemi alla vista avevano plasmato il mio modo di essere. Ebbene, all’Accademia scoprii che le teorie della Gestalt avevano rintracciato le basi del comportamento proprio nel modo in cui la realtà viene percepita, e non per quello che essa effettivamente è, al di fuori della nostra mente. Di qui, il mio diritto di fidarmi dei miei peculiari processi percettivi nella descrizione del mondo fenomenico e, in buona sostanza, il mio diritto di esprimermi in un linguaggio tanto ricco di forme quanto privo di colori.
- Senta, so che non posso fargliene una colpa, ma devo comunicarle che la prova pratica che mi ha consegnato non raggiunge gli standard minimi richiesti. Vede… il corso di Evoluzione del colore nella pittura prevede che lo studente sappia riprodurre gli stili e le peculiarità che hanno distinto le varie fasi e modalità nell’uso del colore attraverso i secoli.
Ora, come posso accettare le sue composizioni? Lei sa rappresentare il corpo umano con precisione. La prospettiva, nei suoi paesaggi, è ineccepibile. Gli accostamenti cromatici che propone, tuttavia, sono tutto tranne che adeguati. La luminosità non è tutto, in un quadro. Lo so: il termine colore, nel suo caso, è privo di senso. Ma è sicuro, allora, che questo sia il corso giusto per lei?
Quell’insegnante mi aveva messo di fronte alla realtà: percepita o concreta che fosse, non cambiava molto.
Niente colore, niente superamento dell’esame. Stessa storia, senza entrare nei dettagli, per il corso di Elementi di grafica editoriale ed il Laboratorio di decorazione, per non parlare di Cromatologia.
Di lì a poco, mi ritrovai fuori dall’Accademia. Avevo ben compreso che nel mio caso - per usare le parole dell’insegnante – sarebbe stato impossibile raggiungere determinati traguardi. All’apparir del vero la mia ambizione di diventare un pittore laureato si era sfaldata, ed il futuro si era avvolto di una fitta nebbia - tale da renderne indistinguibili i tratti.
A dire il vero, non mi arresi subito. Partecipai a svariati concorsi, ma senza successo. Nessuno dei giurati, mai, sembrò poter resistere alla seduzione del colore. I miei avversari vincevano ogni competizione. In un paio di occasioni fui gratificato per la fluidità del tratto e per l’originalità delle composizioni, ma ciò non condusse a nulla di concreto. Vivevo in un mondo colorato, a me incomprensibile ed ostile.
Fu così che maturai la mia decisione. Poiché nel cuore della civiltà occidentale era il colore a farla da padrone in materia di estetica, avrei fatto meglio a cercarmi un altro luogo per vivere, dove poter esprimere le capacità artistiche che sapevo di possedere. Il colore era il mio implacabile avversario; nulla potevo, contro di lui. Impossibile combattere un nemico che non riesci a vedere. Dovevo, dunque, fuggire per salvarmi. Dovevo cercare un luogo dove i colori non esistessero.
- Devi essere impazzito – disse mio padre. Come può venirti in mente di andare a vivere in Groenlandia? Non ti sei mai allontanato per più di trenta chilometri da casa tua!
Hai idea dei disagi che ti aspettano? Temperature polari a parte, in mezzo alla neve - con i problemi che hai - rischi di perdere anche la poca vista che ti rimane! L’oculista è stato chiaro: devi limitare lo stress agli occhi. Le lenti filtranti serviranno a poco, da quelle parti!
Tuttavia, la mia decisione era presa. Avevo intenzione di imbarcarmi per la Groenlandia, e lì immergermi nel bianco più puro, l’unico colore che riesco a cogliere – considerando il nero piuttosto come un’assenza. Solo in un luogo dove l’inverno è perenne ed il ghiaccio e la neve la fanno da padroni incontrastati, avrei potuto liberare la mia arte da ogni condizionamento. Dove regna il bianco, il termine colore rimane privo di senso. Nel bianco, tutto è luminosità. Un colore acromatico.
Arrivato in Groenlandia raggiunsi l’interno dell’isola, lontano dal mare e dalle erbose coste meridionali. Mi immersi nell’assolutezza del bianco, nella luminosità che tutto pervade. Giunsi ad un villaggio Inuit situato pochi chilometri a sud del Circolo Polare Artico, dove decisi di stabilirmi e dove vivo ancora oggi. La popolazione del luogo era incuriosita dalla strumentazione che mi ero portato appresso: in genere, gli occidentali portano con sé attrezzature di tutt’altra natura, utili per misurare la velocità del vento o lo spessore del manto nevoso in una determinata stagione; io avevo con me matite, pennelli e giganteschi fogli da disegno.
Trovai alloggio in un igloo, una casa di ghiaccio a forma di cupola semisferica che avevo visto solo nei documentari.
Avevo sentito parlare di questo tipo di abitazioni; restai comunque allibito nel constatare come dei semplici blocchi di ghiaccio potessero creare un ambiente tanto confortevole, soprattutto se paragonato ai rigori del mondo esterno. Vi accedevo grazie ad un corridoio basso, realizzato con neve indurita e ghiaccio; sulla parete di fronte a questo vi era una finestra, chiusa con pelli di foca. Tutto l’interno dell’igloo era foderato di pelli di renna, e con la medesima pelliccia era realizzato il letto. Il riscaldamento, l’illuminazione e la cucina funzionavano grazie ad una lampada alimentata a grasso di foca.
L’adattamento non fu facile. Le temperature mi sembravano impossibili, il vento gelido e sferzante, le tempeste di neve formidabili e crudeli. Dopo la tempesta, però, nei giorni artici spunta invariabilmente il sole, e fuori dall’igloo il bianco si accende in tutto il suo fulgore. Allora, ai tempi di quel nuovo inizio, estraevo matite e carboncini, uscivo all’aperto e davo sfogo all’ispirazione più brada, riempiendo fogli su fogli delle più svariate figure.
Gli indigeni osservavano con ammirazione i miei lavori, e chiedevano lumi soprattutto su quei fragili esseri alati che popolavano i miei quadri, e che nessuno di loro aveva mai visto. Ciò mi risultò particolarmente difficile: sembra che la loro lingua disponga di molte parole per definire la neve, ma sia sprovvista di un termine equivalente a farfalla.
Così sono passati gli anni, alternando gli inverni negli igloo alle estati nelle tende. Ho prodotto molte opere, ed all’inizio mi chiedevo se mai qualcuno le avrebbe viste, oltre al ristretto pubblico Inuit. In questo senso, i risultati sono stati superiori alle aspettative. Col tempo, sono diventato una specie di maestro spirituale, per la gente del luogo: i miei disegni sono molto richiesti tra gli abitanti del villaggio, e la notizia dell’esistenza, a queste latitudini, di un eccentrico artista occidentale ha fatto ben presto il giro dei vari nuclei abitativi della zona. Molte persone vengono, così, anche da fuori per vedere ed acquistare i miei lavori.
Scambiando le mie opere con generi di prima necessità, sono sempre riuscito a mantenere uno stile di vita parco, ma dignitoso. A ciò vanno aggiunte anche le richieste, da parte della popolazione locale, di produrre quadri raffiguranti simboli ed immagini legati alla religione di questi luoghi. Le principali personalità religiose, gli sciamani, mi invitano a disegnare mentre svolgono le loro cerimonie. Al suono del tamburo, essi sembrano cadere in trance: mentre versano in questo stato – ossia, stando alle loro credenze, mentre sono in contatto con l’aldilà – io debbo trarre ispirazione dalle loro movenze e dal loro canto gutturale. Dai miei segni, gli sciamani cercano poi di ricavare previsioni riguardanti il futuro della loro gente.
Non so, però, quanto a lungo potrò ancora dipingere. I timori manifestati a suo tempo da mio padre si stanno rivelando in tutta la loro concretezza: trafitta quotidianamente, per molti anni ormai, dal costante biancore della neve e del ghiaccio, la vista mi sta abbandonando. Spesso ho trascurato di indossare le lenti filtranti, che mi rendevano impacciato nel lavoro. Come risultato, il mondo si sta trasformando in un’ombra indistinta; il nero sfuma nel bianco, e tutto sta diventando – lentamente, ma inesorabilmente - un po’ più scuro.
Gli sciamani, riuniti a consiglio, hanno proposto una soluzione per non doversi privare del mio operato, che considerano indispensabile. Hanno quindi deciso di spostare la celebrazione dei riti all’interno di una caverna di ghiaccio, sulle pareti della quale io non dipingo, ma incido le tracce di cui questi sacerdoti hanno tanto bisogno. Infatti, come tutti gli ipovedenti ho sviluppato notevolmente il senso del tatto, e ciò mi consente di verificare il mio operato sfiorando con le dita le immagini incise. L’elicottero che periodicamente mi riforniva di fogli e matite, qualche tempo fa ha scaricato qui un set di scalpelli, punteruoli e bulini per incidere il ghiaccio, ed ora questi sono diventati i miei
strumenti di lavoro.
Nei miei ultimi giorni mi ritrovo così quasi cieco, intento ad incidere segni su un’effimera tela di ghiaccio. Come la vista svanisce, così anche queste opere si dissolveranno, un giorno. Ciò che ogni artista auspica, per la propria arte, è l’eternità: non ci sarà però nessuna eternità, per la mia arte incisa nel ghiaccio. Per me, artista, nessuna fama, a meno che non vogliamo considerare tale la mia notorietà presso il popolo Inuit. Non credo, tuttavia, che Andy Warhol si riferisse a questo, parlando del noto quarto d’ora di celebrità.
Non ho nulla, in verità, di cui lamentarmi. Ho vissuto inseguendo i miei fantasmi, ed ho sempre cercato la bellezza. Talvolta l’ho intravista; più spesso, ho cercato di riprodurla nei miei quadri. Ora è giunto il momento di uscire di scena. Ogni luce si spegne. Il nero trionfa sul bianco.
Piccoli amici










Mi piace tanto giocare con i girini nella pozzanghera dietro casa. La mamma non vuole, perché mi sporco, ma io ci gioco lo stesso. Loro sono miei amici. Costruisco per loro un sacco di belle cose nella pozzanghera. Raccolgo il fango e i sassi sul fondo, e fabbrico una torre. Poi scavo ancora con la mia paletta, ed ecco pronta una diga. Dalla diga scende una cascatella, e i girini vi si tuffano. I girini non possono vivere senza acqua. Una volta, quando ero veramente piccolo, ne ho raccolti cinque e li ho messi in una scatola da scarpe, perché volevo portarli in camera mia a dormire con me. Nella scatola non c’era acqua. L’ho nascosta sotto il letto, perché la mamma non la vedesse. Al mattino mi sono svegliato presto, ed ho aperto la scatola. I girini non si muovevano più. Ecco come ho capito che i girini non possono vivere senza acqua. Ora che vado a scuola, ho imparato che il sole può farla evaporare, e così proteggo la mia pozzanghera dai raggi del sole con delle frasche. Io ho sempre tanta fame, perché sono piccolo e devo crescere. Anche i girini devono crescere, sono piccoli come me. So che anche loro hanno sempre fame. Ho provato a dargli dei biscotti. Li ho sbriciolati in pezzettini piccoli piccoli. Non gli sono piaciuti. Allora ho provato con la cioccolata, ma niente. Non gli piace nemmeno quella.
Ho chiesto alla maestra:
- Cosa mangiano i girini?
Mi ha risposto:
- Vegetali, insetti e larve.
Ho pensato che i girini non possono uscire dall’acqua per andare a caccia di insetti e larve, e forse i vegetali della pozzanghera non gli bastano per crescere. E poi anche a me l’insalata non piace. Allora ho iniziato ad andare a caccia di insetti e di larve nel prato. Li catturo e li butto nella pozzanghera.
Io non ho amici. Anzi li ho, sono i girini.
I miei compagni di scuola non vengono mai a trovarmi.
Non è colpa loro, è che io vivo in campagna, e loro in città.
Per questo gioco solo con i girini. La mamma si arrabbia.
- Ma guarda come sei conciato! Possibile che tu non abbia altri giochi da fare? Sempre nella solita pozzanghera! Fila a cambiarti, o ti ammalerai!
Io non mi preoccupo per le sgridate della mamma. Lei mi vuole bene ed ha paura che io mi ammali. Vado a cambiarmi, e quando torno in cucina lei mi ha già preparato il latte con la merenda.
Io lo so perché papà e mamma sono venuti a vivere in campagna. Prima abitavano in città, ma a loro non piaceva stare lì, perché lì c’è il traffico. Ci sono i rumori, e l’aria puzza di gas delle macchine. Il papà dice:
- Qui non abbiamo vicini, e così non si litiga con nessuno.
La mamma risponde:
- Sì, ma tu sei sempre a lavorare ed io non ho nessuno con cui scambiare qualche parola. A me piace vivere in campagna. Mi trovo bene, qui. Solo che ogni tanto vorrei giocare con i miei compagni di classe. A scuola non si può, bisogna stare seduti ad ascoltare cosa dice la maestra. La ricreazione è brevissima. Secondo me dura due minuti, tre al massimo.-
Poi siamo di nuovo tutti seduti.
Io chiedo alla mamma:
- Mi porti in città? Vorrei incontrare i miei amici.
Lei mi risponde:
- Lo sai che non si può. Io non ho la patente, ed il papà fino a stasera non torna. Con l’autobus ci metteremmo troppo tempo. I tuoi amici li vedrai domani, a scuola.
Io mi sento triste e vado a giocare con i girini nella pozzanghera.
Il papà non è più buono come una volta. Torna a casa sempre tardi, ed ha l’alito cattivo. La mamma dice che è l’alcol, che è una cosa che si beve, ma io non l’ho mai bevuta.
Quando arriva a casa, il papà si arrabbia sempre, o con me o con la mamma. Soprattutto con la mamma.
Papà urla:
- Sei sempre la solita! Invecchiando, anzi, peggiori! Ma come ho fatto a sposarti? E poi non porti un soldo a casa!
La mamma diventa tutta rossa, e gli risponde:
- Sei ubriaco! Non voglio starti ad ascoltare! Potresti almeno risparmiarti queste scene davanti al bambino!
Io le prime volte mi spaventavo. Mi nascondevo sotto il tavolo, e piangevo. Loro però non la smettevano di urlare.
Ora mi sono stufato, e quando cominciano a litigare io esco e vado dai miei girini.
Di sera ci sono i lampioni che illuminano la pozzanghera. I girini stanno immobili, tutti vicini tra loro. Io penso che dormano, ma a volte ho paura che siano morti.
Allora gli tocco piano la coda, e loro schizzano da un’altra parte. Poi stanno di nuovo fermi e si riaddormentano.
Io non so perché il papà è sempre arrabbiato. Una volta, quando ero veramente piccolo, non mi picchiava mai. Io faccio il bravo, e quando torna con l’odore di alcol me ne sto buono, perché mi fa paura.
L’altra sera però ho rovesciato il bicchiere dell’acqua sulla tovaglia, e lui mi ha tirato due schiaffoni. La mamma si è messa a urlare, e lui l’ha presa per i capelli. Io sono scappato via, e non so cosa è successo, però quando la mamma è venuta a darmi la buona notte ho visto che aveva un occhio nero.
Io proprio non capisco perché un papà deve picchiare il suo bambino. Mi hanno sempre detto che il pericolo viene dagli estranei. Se un estraneo picchia me o la mamma, è perché non ci conosce. Non ci vuole bene.
Però nessun estraneo ha mai picchiato me o la mamma.
Papà invece sì.
Il papà non ci vuole più bene. E’ cambiato. Non è più il mio papà. Non gioca mai con me. E’ sempre via. Quando torna a casa urla, picchia, rovescia i mobili. Vorrei che scomparisse. Per sempre. Vorrei stare in pace. Solo io e la mamma.
Ho raccontato tutto ai girini. Loro sanno ogni cosa.
Quando gli parlo, mi stanno ad ascoltare. Se stanno giocando, si fermano. Stanno attenti come faccio io a scuola quando parla la maestra. Sono sicuro che mi capiscono, quando parlo. Altrimenti se ne andrebbero, continuerebbero a fare le loro cose. Invece stanno fermi e mi ascoltano.
Gli dico:
- Amici, dovete aiutarmi. Il papà è cattivo. Ci fa del male. Io e la mamma siamo deboli. Voi siete piccoli, ma siete tanti. Siete i miei amici. Non ho nessun altro che mi dà una mano.
Loro non dicono niente. Però ascoltano.
Ieri sera il papà non è rientrato a casa. Meglio così.
Niente urla. Niente botte. Niente odore di alcol.
La mamma però aveva detto di aver sentito la macchina arrivare nel parcheggio. Quando qualcuno parcheggia, si sente la ghiaia che scricchiola sotto le ruote.
Comunque nessuno è entrato in casa.
La mamma era sdraiata accanto a me nel mio letto. Mi ha letto una fiaba e poi ci siamo addormentati tutti e due.
La mamma era tanto stanca.
E’ mattino. Mi sveglio e la mamma è ancora accanto a me. Sta ancora dormendo. Doveva essere proprio stanca.
Mi alzo piano. Non voglio svegliarla. Raccolgo i vestiti e vado in cucina. Farò colazione quando la mamma si sveglia. Ora vado a dare il buon giorno ai miei girini.
Corro fuori. Guardo la pozzanghera e mi blocco.
Papà è disteso a terra. A faccia in giù. Deve aver rotto una bottiglia, ci sono vetri dappertutto. Le braccia sono allargate. Le gambe distese. Sembra Gesù sul crocefisso che abbiamo in classe. Solo che non riesco a vedere la faccia, perché è immersa nell’acqua della pozzanghera.
I girini nuotano attorno al viso di papà. Sono allegri. C’è una novità nella pozzanghera. Me la vogliono mostrare.
Sento un urlo dietro di me. Dev’essere la mamma. Ma io non mi giro. Sto sorridendo ai miei piccoli amici.


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