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Davide Rocco Colacrai 2022
LAGUNANDO 2022 > selezionati 2022
Giurista e Criminologo, partecipa da quattordici anni ai Premi Letterari e ha ricevuto oltre mille riconoscimenti.
Autore dei seguenti libri:
Frammenti di parole /SoundtrackS /Le trentatré versioni di un’ape di mezzanotte (vincitore di 2 premi)/Infinitesimalità (vincitore di 2 premi)/Istantanee Donna (poesie al femminile vincitore di 12 premi)/Il dopo che si ripete, sempre in sordina /polaroiD (vincitore di 3 premi)/Asintoti e altre storie in grammi (vincitore di 3 premi)/Della stessa sostanza dei padri – poesie al maschile (vincitore di 2 premi)/
Alcune sue poesie sono state tradotte in molte lingue.
Già presente edizione:



LEGGERE LAGUNE
POESIE
L‘undicesimo comandamento – non dimenticare: Canto I

(Storia degli italiani esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia nel Campo per profughi di Laterina, 1950 1)



Avevamo poco con noi – i ricordi della nostra terra
che un giorno ci spingevano a sopravvivere e l’altro ci stringevano e soffocavano
come il filo spinato, un alito di malinconia a soffitto del cuore,
l’unico vestito in attesa nella valigia,
un letto fatto di paglia, fil di ferro e qualche coperta
che rendevano le baracche una specie di casa
e l’unica madre per tutte le famiglie
strette le une alle altre come un mazzo di fiori nella mano di un bambino,
e l’odore che ci portavamo addosso,
forte e dolce al tempo stesso,
di cibarie, naftalina e capelli che non potevamo lavare:
l’odore del profugo.

Non avevamo riscaldamento
e gli inverni fiorivano all’interno delle baracche
in una processione di gelo e solitudine
che ci abbracciava in quell’amaro silenzio che saturava la stanza,
fragile come un padre quando deve essere un eroe,
qualcuno si lasciava scivolare nella malinconia e si sentivano increspare le labbra,
altri tremavano nelle loro ombre di notte,
altri ancora non sopportavano il dolore e rinunciavano,
molti mordevano le proprie lacrime
e con Dio come unico batticuore si facevano coraggio,
nonostante tutto resisteva la speranza di vivere per la prima volta
e, con essa, salvare i nostri fantasmi:
il sinonimo italiano.

Avevamo poco con noi – i racconti degli anziani
che fuori, nell’orizzonte perimetrato a un’isola che sanguinava dalla fame,
vedevano il nostro mare

era sufficiente per vincere quella che a volte era vergogna e altre colpa
nel desiderio nostro di sognare ancora.





1Arrivati al campo profughi a Laterina, con le nostre poche valigie, attraversammo un grande cancello verde, sorvegliato da carabinieri armati di mitra e circondato da filo spinato. A prima vista ci sembrò uno di quei lager tedeschi che avevamo visto nei film della propaganda. C’erano lunghe file di baracche di legno: sarebbero diventate le nostre “case” per molti anni a venire, ma non potevamo immaginarlo. Ci vennero consegnati una balla di paglia, un gomitolo di filo di ferro e alcune coperte che servivano anche da divisori tra una famiglia e l’altra. Nella baracca a noi assegnati non c’erano letti per dormire, e così, come in una stalla, la paglia sostituiva i materassi. Particolarmente infelici erano i gabinetti, all’estremità dei capannoni, stanze freddissime, senza vaschette né coperture. Sembrava di vivere in un mondo a parte: la gente della città ci disprezzava e aveva paura di noi, quasi fossimo delinquenti o ladri. Eravamo intrusi, venuti a rubare loro il pane e il lavoro. Perfino certi bambini ci guardavano con astio, come fossimo nemici. “Attenti! Arrivano i profughi!” si sentiva dire quando scendevamo in città. “Fascisti!” era l’insulto più frequente. (Magazzino 18. Storie di italiani esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia, Simone Cristicchi con Jan Bernas)


Trilogia dell’addio I – Lettera a un addio
(in memoria delle vittime del crollo del Ponte Morandi)


Sono le undici e trentatré.

La radio scioglie in un batticuore di farfalla parole che fecondano la pioggia
nel condensarsi nell’assolo zafferano dei fari
al ricordo di mia madre che cantava sottovoce, quasi a forma di preghiera, questa canzone,
il grembiule stretto come una mano intorno al corpo,
diritta nel suo istinto alla bellezza,
di schiena, con i pensieri sparsi nelle pentole
come fossero figlie.

Sono le undici e trentaquattro.

L’alito viola della mattina trasforma la città in una bocca indefinita di cemento
resa ancora più severa dalla pioggia
con le ombre allungate di un giorno che non si è ancora spogliato del tutto dalla notte
nel ricordare le promesse alla vita, uguali e mai certe,
e il desiderio di un caffè a farsi urgente,
le dita tra le vene del volante
alla ricerca di un senso tangibile a questo soliloquio umido di parole non dette.

Sono le undici e trentacinque.

Le parole della radio fioriscono in anni che si sovrappongono e danno il cambio rapidamente:
sono bambino e mio padre un gigante che sussurra al mondo,
sono un cuore incerto e nemmeno il gesto di mia nonna diventa conforto,
la prima sigaretta dove l’acustica del cielo pulsa,
il sentiero di un tramonto d’estate al profumo di rose e fate,
i vent’anni che pesano di esami universitari
tra la filosofia dell’ossimoro e l’incertezza dell’attesa.

Sono le undici e trentasei.

Il silenzio è una arcobaleno grigio di cenere che attraversa senza tempo la pioggia
e con il mare brucia, nel vuoto dell’orizzonte,
dove più storie riposano in un’orma di gabbiano, di un’ultima canzone d’amore
per un Dio rimasto a metà.

Sono le undici e trentasei.
Cantico dall’abisso
in memoria delle vittime del naufragio della Costa Concordia (13 gennaio 2012)


Riaprivamo gli occhi come fiori di mare
impollinati dai sogni che bruciavano d’amore
e che le onde curavano,
celesti e liquide, e con lingue d’argento,
nel dolore annullatosi in un gesto lieve di danza
con cui scivolare attraverso l’infinito
e tingere l’alba che ci lavava
con il candore soffuso del nostro corpo
eravamo piccole stelle tremule di liquido amniotico
sul palmo di nostra madre.                                                   

Riaprivamo gli occhi come fiori di mare
dopo un tramonto fattosi cenere che aveva spento l’ultimo faro
annodato il respiro alla terra
allungato la notte oltre il suo limite
consegnato l’orizzonte all’inferno
liberato fantasmi di carne
e in cui, come un’isola in punta di piedi, era sospesa la mia città:

senza ombra, stretta tra gli scogli
stanca nel suo folle girotondo
piegata su un fianco
immobile e senza asse
a sanguinare nomi dalla sua ferita
mentre, tra orchestre stonate
che erano salite come preghiere sinistre al cielo
e facevano da eco all’orrore,
si era lasciata andare                                                
una nuda favola di petrolio, accasciata dove i passi degli angeli
erano fioriti in una culla.                                                     

Riaprivamo gli occhi come fiori di mare

insieme all’arcobaleno di creature che scintillavano leggere verso riva.
Nel nome della madre e del figlio


Sento il cielo farsi carne
e la carne premere in un pugno umido di ninnenanne
contro il ventre,
liscio come una candela
in attesa di consumare la sua preghiera
si lascia dilatare dalle promesse
in una eclissi
nuda nella sua orma
e morbida come una conchiglia quando il bagnasciuga trema,
respira lieve
e arde nelle stagioni
mentre cresce lentamente nel suo lievito d’amore
e si forma dal seme alla parola
prima della sorte
nella vertigine del mondo

sento il mio corpo farsi terra
e la terra nel suo canto nuovo per il creato
al centro dell’ombelico,
lo sento zolla a zolla
trasformarsi in un’alba che fende l’orizzonte
con l’ala di un falco,
lo sento nel cuore caldo di Dio
quando le ombre si sciolgono in mammelle di farfalla
e allattano i padri
con il nostro dolore,
sento il mio corpo già pronto per benedire
il suo frutto
nel nome della madre e del figlio
e di tutte le creature in fondo alle favole.

È la linfa dei giorni che mi perdona, il sangue nella mia notte che profuma di vigna e mare. Aveva cose troppo grandi per lui impigliate nel cuore, Ercole,
che si concentravano in un assolo di luna nera
dove la pelle segnava la sorte,
demoni di paese si protendevano senza amore
a rendere il suo abbraccio un guscio vuoto di conchiglia
dove a malapena si innamoravano i giorni
e favorire il profilo curvo della sua ombra
che prosciugava lentamente il nome in un seno di pietra
e lasciava tra le labbra del cielo spine di pioggia,
l’innocenza capovolta
e il crudo disincanto dell’esilio
che stringeva quanto rimaneva dell’uomo in un vecchio
e ne spegneva a poco a poco gli anni da vivere
al bambino che era

con gli occhi chiusi si lasciava accarezzare dall’eco del mare in un bacio
sospeso in un brivido d’oro
che il cielo gli aveva svelato tra le mani come portafortuna
a ricordargli che aveva pure lui un cuore,
nudo come lo erano le notti
in cui crocifisso come le lancette di una clessidra senza sabbia
aspettava che il fratello si mostrasse
e lo portasse con sé
era il ricordo a salvarlo dalla follia di Dio
salvando il seme azzurro di ciò che ancora pulsava come il grembo vivo di una ninnananna.

Aveva cose troppo grandi per lui impigliate nel cuore, Ercole,
che lasciava dipanare in schizzi di primavera
dove non osavano i rapaci

lontano da quel Sinai che lo stava bruciando con le sue lingue dai mille tritoni in un sussurro d’arcobaleno senza sogni.


1 Da L’estate del cane bambino, Mario Pistacchio e Laura Toffanello, 66th and 2nd
Sull’Isola di San Servolo, l’isola più prossima a Venezia, sorgeva un Ospedale psichiatrico, chiuso nel 1978 per effetto della Legge Basaglia. Nessuno di noi sapeva che razza di posto fosse San Servolo. L’isola dei matti, tutti la chiamavano così. I grandi cercavano di non parlarne davanti ai figli, le donne si facevano il segno della croce e poi dicevano che era un gran fortuna che nessuno tra quelli di Brondolo ci fosse mai andato.[…] San Servolo, più che un ospedale, sembrava una prigione. […] In due secoli e mezzo di storia, la struttura ha registrato più di duecentomila ricoverati, una media di ottocento all’anno, fra tranquilli, pericolosi, malinconici, sani, malati, scomodi. Quello che non poteva rimanere fuori lo mandavano dentro, funzionava così. […] Venivano internati anche i reduci di guerra, gli alcolizzati, le ex prostitute, gli handicappati, gli omosessuali e quelli che avevano tentato il suicidio. […] Ma anche i ragazzini troppo vivaci.


La legge di gravità si applica anche ai ricordi
Varsavia, 1980 2


Le notti di quel giugno liberavano l’universo perché lo potessimo sentire
al centro del ventre
quasi fosse una rivelazione a Dio –
erano notti impregnate dall’incanto dei miei troppi sogni
ad occhi aperti e bruciava,
leggevo di nascosto La stanza di Giovanni
mentre la mezzanotte si torceva come una serpe di bocca in bocca
prima di fiorire all’alba.                                          
                                                                   
Eravamo studenti compressi per un mese in una di quelle baracche di legno per la patria,
addosso una divisa verde e cruda come carta vetrata
grattava la pelle e ci teneva svegli
pronti a provare ripetutamente il nostro comandamento –
avremmo lavorato nei campi
a tu per tu con la terra
fino alla tangenza del sole con le ombre di chi avremmo voluto essere.              

Prima del tramonto
con il sudore a intorpidire il corpo
e un altro giorno che si era condensato ai piedi della nostra croce
ci fumavamo una sigaretta in silenzio –
ognuno nella culla morbida dei suoi pensieri
ad ascoltare quel tempo senza meta che assorbivamo quasi fosse il nostro pane quotidiano
mentre sembravamo fratelli in preghiera.                 

Ricordo il profumo dei tigli e dei lillà, e dei sorrisi nascosti
lo stormire della speranza
la luna che addolciva ogni paradosso del cuore
l’infinito il nostro cuscino
il gioco delle stelle quando c’erano
il presente nella eco stanca dei contadini che confinavano con noi
la quiete una profezia condivisa –

e ricordo le campane di una chiesa vicina a rendere le nostre paure la risposta alla nostra gravità.




Il titolo è preso dal romanzo di Tomasz Jedrowski, Nuotare nel buio, Edizioni e/o. Il campo [di educazione al lavoro] era obbligatorio, nessuno si sarebbe potuto laureare senza partecipare. Poi ha [il Compagno Capo Belka] proseguito il suo discorso, esaltando l’importanza del lavoro agricolo, il ruolo delle classi lavoratrici nella lotta socialista e il dovere, anche per gli “intellettuali” (una smorfia ha accompagnato la parola), di contribuire agli sforzi della patria. L’obbedienza era la chiave, ha concluso. (pagina 34) “Nelle prossime settimane raccoglierete barbabietole nelle piantagioni da quella parte” ha latrato, indicando oltre la recinzione del campo. (pagina 43). “La stanza di Giovanni” – Baldwin James. C’era un elenco delle sue opere e solo una di esse non aveva la traduzione ufficiale. […] Dopo settimane di ricerche, settimane di domande ai commessi di negozi che mi guardavano con aria sospettosa e mi dicevano che un libro del genere non esisteva, non era mai stato tradotto, sono stato fortunato. Ė successo […] in una piccola libreria di antykwariat specializzata in arte e storia […]. Il proprietario mi ha lanciato uno sguardo intenso, quasi divertito, poi se n’è andato in uno stanzino nel retro ed è tornato con un pacco di carta marrone. Quando era stato il momento di fare le valigie per il campo ne avevo strappato la copertina e avevo incollato con cura le pagine in un altro libro, seppellendolo in fondo alla borsa. (pagina 33)
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