Davide Rubini - Concorso Lagunando

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Davide Rubini

LAGUNANDO 2020 > selezionati 2020
Nato a Torino nel 1979.
Autore di Il fischio finale (2016, finalista Strega), Avvistamento di pesci rossi in Danimarca (2010), Niente di personale (2009), Un dio di polvere (2002), Dicono le cicogne (2001), Parentesi (1999).
ORTI DEI DOGI
ROMANZO
Sinossi: Gorizia 2002: la Slovenia sta per entrare nell’Unione europea e il confine con l’Italia ha già smesso di essere il muro invalicabile che era era stato per decenni. Simone e Mattia, brillanti studenti universitari di ritorno da un Erasmus londinese e ormai avviati verso la conclusione del loro percorso accademico, si imbattono in Miran, diciottenne sloveno in fuga da un passato di violenza e criminalità. Una miscela micidiale di noia, ristrettezze economiche e bisogno di costruire legami speciali li porterà a mettere in piedi un fruttuoso traffico di stupefacenti e a scoprirsi insieme più forti e più vulnerabili di quanto avessero mai potuto immaginare.


I recidivi

I
Mattia 1.


Da casa me ne andavo sempre il prima possibile. Le battute che non facevano ridere di mio padre e suoi tentativi di farmi sentire sempre in colpa raggiungevano presto il mio punto di saturazione. Ripeteva di continuo che, se mia madre fosse stata ancora in vita, mi avrebbe fatto rigare dritto e che, se non ci fossero stati i suoi soldi, nel mio futuro non ci sarebbe stato spazio che per un mutuo a trent’anni.
Quell’estate cominciammo a beccarci alla seconda settimana, alla terza presi a rispondergli a tono, alla quarta lo mandai a quel paese sbattendo la porta. Passato luglio e un pezzo di agosto ogni speranza di riconciliazione era andata in fumo. Nonostante la mediazione di nonno Loris, la comunicazione tra me e mio padre fu un inferno di ingestibili malintesi e ogni frase uno sgarbo. Ci affrontammo con ottusità, bloccati come sempre dall’incapacità di tornare ad essere felici come quando c’era la mamma. Fu un periodo di convivenza decisamente troppo lungo e alla fine ne uscimmo vivi per miracolo. Quando buttai la valigia sul treno per Gorizia ero convinto che il nostro rapporto fosse andato definitivamente a rotoli. Eravamo esausti e nessuno trovò opportuno salutarsi in stazione. Lavorare per lui non era valso a niente. Quell’idea, mia per inciso, non era servita ad altro che a portarci vicino al punto di non ritorno.
I miei erano una gran coppia. Belli, sempre ben vestiti, con un pacco di amici e un’intesa invidiabile fuori e dentro casa. Così me li ricordo. Magari ogni tanto si scontravano, ma passava sempre tutto e sempre senza lasciare tracce, come un taglio sulla pelle di un supereroe. La dolcezza di mamma addomesticava l’arroganza di papà e la trasformava in un tratto buffo, quasi piacevole. Era capace di non prenderlo troppo sul serio e solo da lei lui accettava di essere bacchettato. Se mamma si faceva prendere dai suoi momenti di malinconia, papà riusciva a strapparle un sorriso e con un fiore la faceva sentire unica e speciale. I miei genitori si amavano come credo capiti a poche persone al mondo. Si amavano di un amore semplice e istintivo in cui parole come rispetto e fedeltà sono inutili ridondanze. Quando mi capitava di sfogliare le foto del loro matrimonio mi sembrava di avere tra le mani una rivista di moda. L’abito di lei lungo, ma senza coda, che fa da virgola al suo corpo slanciato, i pantaloni eleganti, ma a zampa di lui, che sottolineano un vitino da ballerino. E poi quelle in mezzo alla folla. Loro sono sempre i più belli, i più sorridenti, i più vitali. Delle volte penso che in una vita precedente siano stati gemelli e per quella successiva abbiano solo scovato un modo diverso per continuare a stare insieme, e così non capisco perché lei se ne sia andata così presto.
Cancro al pancreas. Quattro mesi e la vita tradisce le sue promesse. Mamma se ne andò lasciando solo un uomo che non avrebbe mai più accettato di mettersi in discussione. Nei primi mesi papà si era chiuso in un invalicabile silenzio, poi da un giorno all’altro era tornato il rumore, quello del suo lavoro, del suo successo da imprenditore, dei suoi soldi, sua unica arma di difesa. Dai muri erano sparite le foto di famiglia e a chiunque, tranne a lui, era stato proibito di parlare della donna che era riuscita nell’impresa di renderlo una persona migliore. Senza corazza, nel giro di poco tempo mio padre era diventato tutto quello che mia madre lo aveva aiutato a non essere. Quello che telefona perché non rientrerà per cena. Quello che vedi solo nei weekend e per le feste comandate. Il genitore incontentabile, sempre esigente, incapace di accettare qualsiasi tipo d’insuccesso e, quando i suoi discorsi da self-made man prendevano una piega delirante, la parodia di Ivo Perego.
Rientrato in Italia a metà giugno, mi sembrò di essere piombato in una notte in cui non prendi sonno e vorresti vedere sanguinare il cuscino. Non c’era posto in cui mi sentissi a mio agio. Di sicuro non in casa, dove lo sguardo indagatore di mio padre sembrava indovinare tutte le ore di studio mancate e gli stravizi dei mesi di Erasmus, ma nemmeno nelle strade e nei bar di provincia che avevano cullato la mia adolescenza, fra birrette e baby di Johnny Walker. Una mattina, dopo giorni a cazzeggiare per i baretti di Verona, mi svegliai con la convinzione che forse c’era un modo per uscirne. L’idea era questa. Io e mio padre eravamo i sopravvissuti di un naufragio di cui non eravamo responsabili, ma tornare a toccare riva dipendeva da noi. Se fossimo riusciti a condividere un obiettivo, i nostri sguardi si sarebbero allineati e avremmo scoperto di poter diventare alleati, compagni, amici. Restavano più di due mesi dall’inizio dell’anno accademico e con una valanga di esami alle spalle non avevo molto da fare, tesi a parte. Mio padre non me lo aveva mai chiesto esplicitamente, eppure da erede maschio era ovvio che in qualche angolo della sua testa dovesse nascondersi l’ipotesi di vedermi prendere le redini dell’azienda di famiglia. Pensai fosse venuto il momento di un test.
Lavorare nella fabbrica di papà non servì a migliorare il nostro rapporto, semmai a peggiorarlo, ma fu almeno un buon diversivo. M’impegnò fisicamente e mentalmente e mi aiutò a dare cazzotti alla malinconia. Trascorsi il mese di luglio e la prima settimana di agosto da asceta laborioso: sveglia presto, otto o dieci ore di laboratorio e a letto non più tardi di mezzanotte. Solo il sabato sera mi concedevo un pub, più un tic che uno svago. Mi sentivo in convalescenza: il corpo faticava e la fatica placava la mia smania. La stanchezza spegneva il cervello e la sensazione che ne ricavavo era quella di ottundimento confortevole, antidoto perfetto contro gli insulti costanti di mio padre.
In mezzo riuscii a infilare delle domeniche meravigliose, perle rare in una lunga estate senza timone. Mi alzavo verso le dieci, facevo colazione e poi via in bicicletta fino a casa dei nonni paterni. Una volta arrivato, dopo un giro a salutare i cani insieme a nonno Loris, raggiungevo nonna Giulia in cucina. Ero lo sguattero, lei la regina incontrastata delle pentole. Venivo relegato a compiti di bassa manovalanza, tipo pelare patate o sbucciare cipolle. Il nonno si limitava a osservarci, bloccato sull’ingresso come a un passo dal pericolo di prendere la scossa. La nonna m’impartiva ordini, roba da naia, e Loris, prima di tornarsene dai cani, scuoteva il capo e bestemmiava discretamente in diaeto.
Dopo pranzo io e il nonno ci mettevamo in veranda, con il frinire delle cicale in sottofondo, a chiacchierare di calcio, politica, guerra e donne. Riparati all’ombra del gazebo accompagnati da un Nostrano del Brenta, lui apriva una delle sue bottiglie segrete e i nostri bicchieri si riempivano di liquidi dai colori improbabili. Bevevamo Fragolino o Clinto. Negli anni io gli avevo portato ribolle stratosferiche dal Collio o vitovske prelibate dal Carso, ma queste erano immancabilmente finite a prendere polvere in cantina. La sua passione erano quei vini al limite della legalità che si fanno dalle nostre parti.
Quelle chiacchiere ci fecero riguadagnare un tempo perduto e confermarono la validità di un mio vecchio teorema. In casa nostra l’affetto aveva saltato una generazione e così, mentre io e Loris andavamo d’amore e d’accordo, mio padre ci detestava cordialmente entrambi. Ci considerava due falliti. Il padre non aveva avuto le palle per ingrandire la società restando un artigiano e lasciando a lui l’onere di farlo. Il figlio avrebbe sicuramente portato alla rovina la suddetta. Avrebbe vanificato gli sforzi di un imprenditore illuminato che, seppur con un’istruzione frammentaria, con fame e ambizione, aveva trasformato un piccolo laboratorio in un’azienda di marmo e graniti con clienti e fornitori ai quattro angoli del globo.
In agosto la ditta chiuse per due settimane, così per cercare di silenziare i miei fantasmi avevo convinto un paio di compagni delle superiori ad andare a Jesolo per i dieci giorni più chiassosi e invivibili dell’anno, quelli a cavallo di ferragosto. Ero carico, ero deciso, ero motivato. Ero una roccia indistruttibile di edonismo e autostima coltivati durante sei settimane di solitudine. E fu un fallimento totale. Su ogni fronte. L’alcool sembrava annacquato. Non aveva gusto e non riusciva a ubriacarmi. Il fumo, quando si trovava, era di qualità scadente. Le ragazze avevano pesanti accenti mestrini o chioggiotti che te lo facevano ammosciare alla terza sillaba. Mi ero buttato sulle straniere, ma dall’Adriatico stavo tornando con un magro bottino: una sveltina in tenda con un’olandese, mentre la sua amica ubriaca ci russava accanto.
Tutta quella maledetta vacanza andò di merda e così l’ultima notte, che avrebbe dovuto rappresentare l’apoteosi di impossibili turpitudini, divenne l’ultima spiaggia in cui salvare il salvabile. Alla sesta o settima vodka tonic vagavo per il giardino di non so quale discoteca con un passo pesante da mammut. Il mio accento British, conquistato a fatica nella contea più benestante del Regno Unito, evaporava lentamente, ma inesorabilmente per lasciare posto al farfuglio di uno sceriffo texano. Quando vidi quella montagna di ricci capelli neri, biascicavo come un dromedario. Altezza media, proporzionata, belle gambe tornite e abbronzate, culo rotondo. Americana, pensai, vai a capire perché. Mi avvicinai con la solita battuta che Simone ed io usavamo al campus: nice shoes, wanna fuck? Ma la tizia non reagì. Cioè non optò per nessuna delle consuete tre opzioni a disposizione: mettersi a ridere come una gallina con l’asma, squadrarmi disgustata, o schiaffeggiarmi in maniera teatrale. Per sondare l’esistenza di vita intelligente oltre quello sguardo di vetro mi limitai a un più basico what’s your name? che ebbe l’effetto di destare la ragazza dal torpore. Disse qualcosa che non afferrai, ma quello non era in inglese.
(continua)
 Nella presente   antologia è stata riportata solo la presentazione del romanzo.

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