Elena Ponte - Concorso Lagunando

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Elena Ponte

LAGUNANDO 2020 > selezionati 2020
Nata a Genova nel 1975, laureata in Lettere Moderne con indirizzo Storico-Archeologico, ha svolto per anni la professione di Archeologa, da sempre appassionata di Medioevo e castelli, con l’hobby del disegno e della scrittura.
Ha partecipato nel 2019 al concorso “Racconti liguri” dove il suo racconto”Il castello nella roccia” è stato selezionato fra i finalisti.
È letteralmente innamorata di Venezia.

ISOLE DELLA LAGUNA
RACCONTO
LAZZARETTO NOVO... ritorno al passato





Ritrovarsi su un battello in mezzo alla Laguna in un tardo pomeriggio d'estate, assaporare quel magico panorama che scorre lento ed oscillante davanti agli occhi. Un sospiro carico di attesa, emozione ed euforia per essere ritornata nella mia amata Venezia!
Quando ero scesa dal treno, dopo un lungo viaggio da Genova, avevo raggiunto l'esterno fermandomi un attimo sui gradini della stazione davanti al Canal Grande ed inspirando profondamente mi ero lasciata cullare dall’immagine di quegli antichi palazzi, di quell’acqua dai mille riflessi, da quel “profumo di antico” tipico di questa città.
Ero già stata diverse volte a Venezia ed essa mi regalava sempre emozioni diverse.
Sono affascinata dai suoi colori, dalla sua architettura, dalla sua intrigante storia e quando avevo letto su internet della possibilità di partecipare alla campagna archeologica che si svolgeva su un'isola della Laguna, non avevo avuto dubbi decidendo subito di iscrivermi. Si trattava dello scavo di un'antica area cimiteriale dove venivano utilizzate tecniche archeo-antropologiche forensi.
Da “buona archeologa appassionata di medioevo e della città di Venezia” non potevo lasciarmi sfuggire una simile occasione!
Alle varie fermate del battello mi colpiva il rumore e la vibrazione del motore, il caratteristico contraccolpo al pontile e lo stridio della sbarra di accesso che veniva tirata per far scendere ed entrare i passeggeri.
Una rapida occhiata allo zaino ed al trolley rosa accanto a me, miei fedeli compagni di viaggio, quella che stavo per vivere, era un'avventura, un'avventura che si sarebbe rivelata meravigliosa.
Destinazione; Lazzaretto Nuovo, l'Isola della peste!
Quante volte parlando con gli amici del mio prossimo scavo molti mi facevano battute del tipo “Accidenti! Ma sei sicura? Ma quando torni dovrai stare in quarantena! Non è rischioso?” ed io rispondevo con un sorriso.
A poco a poco che il battello avanzava vidi delinearsi il profilo dell'isola, posta all'ingresso della Laguna, di fronte all'isola di Sant'Erasmo. Fui colpita dal verde brillante delle piante ed alberi che la circondavano assieme alle sue particolari barene, termine per me allora sconosciuto, che sta ad indicare terreni piatti e bassi tipici delle lagune con una caratteristica vegetazione.
Ricorderò per sempre l'emozione provata al momento dello sbarco, quel pontile in legno affiancato dalla cavana (ricovero coperto per imbarcazioni) con sopra la scritta in caratteri che si ispirano al medioevo “lazzaretto novo”.
Mi sembrava di entrare in un altro mondo.
Vorrei scrivere una sorta di racconto sentimentale all'isola descrivendo le emozioni che questa esperienza mi ha fatto provare, tutto quello che mi è rimasto nel cuore ed ha fatto sì che me ne innamorassi!
Per meglio descriverne le vicende vissute al suo interno ho pensato di inserire una breve spiegazione della sua storia particolarmente affascinante.
L'isola viene citata per la prima volta come “Vinea Muradlia” in un documento datato al 1015. Successivamente diviene proprietà dei monaci benedettini. Nel 1468 un decreto del Senato della Serenissima trasforma l'isola in lazzaretto con funzione preventiva del contagio e luogo di isolamento per le navi sospette provenienti dal Mediterraneo. Nacque in tale contesto il termine di “quarantena”.
Interessante notare come in questa occasione venne aggiunto a Lazzaretto il termine “Novo” proprio per distinguerlo dal Lazzaretto Vecchio dove venivano trasferite le persone colpite dalla peste. Nel 1576 il “Lazzareto Novo” assume l'aspetto di castello dotato di muro di cinta, di numerose camere e grandi camini alla veneziana. All'interno delle mura vennero costruiti diversi edifici aventi lo scopo di purificare le mercanzie come grandi tettoie dette “teze”, ricordiamo fra tutti il principale edificio dell'isola il “Tezon Grando”, custode di suggestivi disegni e scritte che si possono ammirare lungo le sue pareti.
Il Lazzaretto abbandonò la sua funzione a seguito dell'impaludamento del porto del Lido nel 1700.
Nel periodo napoleonico divenne parte del sistema difensivo della Laguna dotando la cinta muraria di grandi bastioni e feritoie. In seguito utilizzata come polveriera fu nel 1970 gradualmente abbandonata passando nel 1976 al patrimonio dello Stato.
Verso la fine degli anni ‘70 l'isola venne data in concessione all'associazione di volontariato “Ekos Club” la quale si impegnerà attivamente nella tutela del suo patrimonio portando avanti un notevole progetto di recupero. Grazie all'intervento del Ministero per i Beni e le Attività Culturali l'isola è stata sottoposta a vincolo dando così avvio ad importanti restauri.
Fondamentale è stato il lavoro condotto dall'Archeoclub d'Italia della sede di Venezia in collaborazione con i Soci di Ekos Club per l'avvio di numerose attività di studio e di ricerca volti a promuovere e valorizzare il Lazzaretto Nuovo.
E' proprio nell'ambito di tale progetto che sono stati avviati i Campi archeologici estivi ai quali ho partecipato.
Ero arrivata finalmente sull'isola, superato il cancello d'ingresso mi ritrovai a percorrere un piccolo sentiero erboso in fondo al quale si trovava un lungo edificio avente la funzione di dividere la parte interna con l'esterno, attraversato un grande portone in legno mi trovai letteralmente catapultata in un'altra epoca.
Quello che mi colpì fu il vasto giardino ed il lungo viale fiancheggiato da gelsi secolari al termine del quale si stagliava imponente il magazzino del “Tezon Grande” lungo più di 100 metri.
Avvertii da subito un grande senso di pace.
Alloggiavo assieme ad altre ragazze in una delle tante stanze che all'epoca avevano ospitato marinai e mercanti provenienti dai lunghi viaggi. Tutto aveva quel magico sapore di antico.
I primi giorni, nei momenti di pausa dal lavoro, andavo alla scoperta dell'isola. Faceva parecchio caldo quando mi avventurai verso la parte un pochino più nascosta e ricca di vegetazione, dopo aver superato il Casello da polvere Ovest attraversai il grande prato e sorpassato il Tezon Grande vidi un bellissimo pozzo “alla veneziana” con una vera in pietra e la raffigurazione del Leone di San Marco, da lì raggiunsi il muro di cinta scoprendo un piccolo accesso per poter salire sul bastione ottocentesco.
Il panorama che si può ammirare è fiabesco e surreale, osservavo meravigliata la Laguna con le sue barene distendersi davanti a me. Quella Laguna dalle mille sfumature che vanno dal verde marrone chiaro della vegetazione punteggiata di violetto al verde azzurro dell'acqua fino a quando al tramonto tutto si colora di un vivace giallo arancio.
Sulla strada del ritorno mi fermai ad osservare la zona degli scavi archeologici che nel corso degli anni hanno portato alla luce i resti della chiesetta di San Bartolomeo, le camere di contumacia, l'area del Priorado e l'area dei Forni da pane.
Incuriosita poi dalla particolare struttura e dalla cinta muraria che racchiude il Casello da polvere Ovest mi avviai verso l'entrata, un manto erboso cosparso di margherite ed un albero di fichi facevano da sfondo all'edificio dalla forma quadrata con tetto piramidale. La struttura aveva una base in pietra d'Istria che risaltava con la parte superiore rossastra in mattoni. Pur avendo avuto la funzione di deposito di polvere da sparo quel luogo mi infuse un senso di calma e serenità, mi sembrava di essere all'interno di un giardino segreto.
L'area dell'antico Campo Santo, oggetto dell'indagine archeologica, si trovava all'esterno delle mura in una piccola radura fra la vegetazione, avevo già avuto diverse esperienze di scavo ma quella fu una delle più interessanti. Mi ritrovavo così ai piedi di una fossa comune risalente al 1500 dove erano sepolti i corpi degli appestati, tutto questo mi fece provare una forte emozione assieme a quel profondo rispetto che sempre subentra quando l'oggetto di studio sono dei resti umani.
L'epidemia di peste a cui si fa riferimento è quella del 1575-1576 nell'ambito della quale Venezia fece erigere la chiesa del Redentore quale ex-voto per la fine della pestilenza. In quel periodo visto il numero sempre crescente di ammalati l'ospedale sull'isola del Lazzaretto Vecchio non era più sufficiente a contenerli e si ritenne necessario utilizzare, con funzione di ricovero, anche l'isola del Lazzaretto Nuovo con la conseguente apertura di un'area cimiteriale.
Il lavoro consisteva oltre allo scavo vero e proprio anche nella pulitura degli scheletri (la maggior parte in buono stato di conservazione) e nel relativo studio per realizzarne il profilo biologico individuandone perciò l'età, il sesso ed eventuali patologie.
Contrariamente a quanto si possa pensare si rinvennero poche tracce di calce.
Un aspetto che accomuna molti archeologi agli inizi di uno scavo è quello di immedesimarsi nell'epoca oggetto di studio iniziando a fare ipotesi ed interpretazioni varie, quando tra le mani si hanno i resti di un individuo è quasi impossibile non immaginarne la sua storia, la sua vita, le vicende che lo videro protagonista e che lo condussero al luogo dove riposa e dove tu ora, con il massimo rispetto, cerchi di ridargli “una voce”. Basta poi il ritrovamento di un rosario, una medaglietta votiva od un reliquiario che tutto assume ancora più fascino oltre naturalmente all'importante valore storico scientifico.
Ricordo l'emozione generale quando venne appunto ritrovato un reliquiario in vetro contenente un pezzetto di stoffa, tenere fra le mani quel prezioso oggetto mi infondeva un senso di smarrimento come se in quel preciso istante il passato ed il presente non avessero confini, dopo tanti anni quell'oggetto veniva di nuovo in contatto con il calore umano ed il pensiero andava a chi poteva essere appartenuto.
Quante volte la sera a letto ripensavo a tutte quelle persone che erano transitate sull'isola o che vi avevano purtroppo trovato la morte.
Un'altra caratteristica che contraddistingue l'isola è quella di essere avvolta dal silenzio, soprattutto la notte, molte volte anche il frinire dei grilli cessava facendo piombare quel luogo in un silenzio un pochino angosciante per chi come noi è abituato ad essere circondato dal rumore.
Abbiamo perso purtroppo la capacità di assaporare l'assenza di suoni e voci e quando ciò avviene proviamo un senso di inquietudine. Per assurdo all'inizio era quasi difficile riuscire ad addormentarsi ma trascorsi alcuni giorni quella pace la trovai meravigliosa.
Dimenticarsi della televisione, dei cellulari, del frastuono a volte assordante delle auto e vivere per un mese a contatto con la natura e la storia.
Provai una grande emozione quando entrai per la prima volta all'interno del Tezon Grande, un lungo edificio con grandi archi aperti ai lati dove sulle sue pareti si possono ancora ammirare numerosi disegni, simboli, nomi e scritte che testimoniano la presenza e l'attività sul posto di mercanti, di guardiani e facchini del Magistrato alla Sanità. Rimasi soprattutto colpita dalle due iconografie del soldato e del galeone e dal simbolo del nodo d'amore dove una decorazione a cornice racchiude un cuore trafitto.
Mi aggiravo per quell'immenso edificio scorgendo con sorpresa sempre nuovi disegni ed innumerevoli scritte che catturavano la mia attenzione poi ad un tratto mi sentii come osservata, forse spiata, mi guardai attorno e subito non mi accorsi di nulla.
Ancora qualche passo e scorsi, in fondo all'edificio, una figura inquietante con una lunga veste ed un cappello nero, sembrava osservarmi muta ed immobile da dietro una maschera bianca con lungo becco ed occhiali. Avvicinandomi un brivido mi percorse la schiena, mi trovai faccia a faccia con il medico della peste!
Quel manichino era posto a guardia di un'interessante mostra sull'epidemia di peste e sui ritrovamenti archeologici relativi alla campagna di ricerca antropologica. In alcune bacheche si potevano ammirare rosari e medagliette religiose appartenenti alle persone che purtroppo sull'isola trovarono la morte e che noi ora stavamo riportando alla luce.
Il Tezon ospitava inoltre diverse aree espositive, ricordo quella dedicata alla pesca con reti ed oggetti in ferro e quella sulle anfore provenienti dalla Laguna.
Una sera dovendo terminare dei lavori all'interno del Tezon Grande dovetti percorrere diverse volte il lungo viale di gelsi che dal magazzino conduceva agli alloggi, tutto intorno a me era buio, soltanto la luna con i suoi riflessi rischiarava un poco il mio cammino, fu molto suggestivo ed emozionate. Se in quei momenti facevo correre la fantasia mi sembrava di cogliere piccoli rumori, passi furtivi od ombre sinistre che si rincorrevano tra gli alberi, il cuore accelerava i battiti assieme al mio passo cercando di scacciare quei cupi pensieri.
Molte volte la sera ci si fermava sul pontile in legno ad ascoltare lo sciabordare dell'acqua ed il frinire dei grilli, si chiacchierava, si rideva e si assaporava quell'atmosfera magica della notte che cala sulla Laguna.
Un pomeriggio venne organizzato un viaggio d'altri tempi a bordo dello storico trabaccolo “Il Nuovo Trionfo”, varato nel 1926 fu utilizzato sia per il trasporto sia per la pesca. Imbarcazione in legno tipica del Mare Adriatico con due alberi e vela.
Seduta su di un cassone in legno con la brezza che mi scompigliava i capelli mi lasciavo incantare dal paesaggio lagunare che mi circondava. Rientrammo all'ora del tramonto quando il mare si colora di riflessi dorati ed il profilo nero di Venezia con i suoi alti campanili si staglia deciso all'orizzonte.
Trascorsi in tutto quattro settimane su quell'isola dal fascino misterioso e dopo un paio d'anni vi ritornai per visitare il sentiero delle Barene, una suggestiva passeggiata naturalistica che costeggia la cinta muraria ripercorrendo l'antico giro di ronda dei soldati.
Sono stata diverse volte a Venezia innamorandomene e quando penso all'isola del Lazzaretto Nuovo ricordo con un pizzico di dolce nostalgia il simbolo del nodo d'amore sulla parete del Tezon Grande ed immagino essere il mio quel cuore trafitto!
















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