Federico Pagnotti - Concorso Lagunando

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Federico Pagnotti

Racconti brevi e favole per bambini sono i due campi in cui realizzo la grande passione per la scrittura creativa.
Ho vinto numerosi premi in concorsi letterari nazionali ed internazionali fra cui “la Fiabastrocca” e “Quattro passi con” della Montegrappa Edizioni, “Napoli Cultural Classic”, “Incostieraamalfitana”, “Rino Gatti”, “Torquato Tasso”.

RACCONTO

CHIARA



Settembre 2015 L’incontro

“Il lavoro mi ha portato lontano. Ho goduto, soprattutto nell’entusiasmo   giovanile, della conoscenza di tanti posti diversi, lingue, culture. Ho   imparato, all’inizio con curiosità, poi sempre più con passione, che   ogni popolo soffre o sorride in modo diverso. Ho apprezzato la bellezza   della vecchia Europa, ma soprattutto ho potuto constatare di persona   quanta disinformazione ci sia sulle città e sui popoli dell’est. Ho   visitato città bellissime come Praga, Bratislava, Lubiana, Cracovia,   Budapest, Varsavia. Ho conosciuto e apprezzato la cultura, l’umanità e   la dignità di questi popoli meravigliosi. Ma quando torno nella mia   terra, l’atmosfera, gli odori, il fischio del vento, lo stormire delle   fronde, tutto mi sembra unico e inimitabile e mio, profondamente mio.   Apro il balcone della mia casa e guardo il verde che mi circonda, sento   il crepitio degli arbusti secchi che un contadino sta bruciando in una   terra vicina e l’inconfondibile odore delle foglie di lauro.

Siamo legati ai luoghi in cui abbiamo vissuto i momenti che contano. Ai   profumi, ai sapori, alle meravigliose nostalgie.”

“Meravigliose nostalgie? Non ti sembra una contraddizione?” –intervenne   Chiara.

“Hai ragione, se usiamo il termine nel significato che gli diamo   normalmente e che in patologia medica viene definito “dolore del   ritorno” e che, in alcuni casi, diventa anche una malattia grave. Mi   riferivo più a quella che Baudelaire ha chiamato “anelito indefinito”.”

“Vuoi dire che il ritorno nei tuoi luoghi d’origine ti stimola reazioni   positive?”

“Proprio così”

Il treno intanto aveva preso velocità e il paesaggio del Bel Paese   correva davanti ai loro occhi senza tuttavia perdere il suo fascino.

Bruno aveva incontrato Chiara per la prima volta solo quella mattina,   alla stazione di Napoli Mergellina. Si era sentito chiamare: “Bruno, ehi   Bruno, ma sei proprio tu?”

Si era girato trovandosi di fronte l’Avv. Burelli, suo tutor del periodo   della pratica legale. Abbracciò con affetto il vecchio collega,   rinnovando il ricordo di un periodo bellissimo. I suoi giovani colleghi   gli avevano parlato molto male dei loro tutor, professionisti avidi che   anziché insegnare ai giovani la professione li sfruttavano per i più   svariati adempimenti in giro per uffici, senza alcun rispetto per la   loro dignità. Si era perciò avvicinato a questa esperienza con   titubanza, ma era stato fortunato, l’Avv. Burelli era un autentico   galantuomo, gli aveva insegnato il mestiere e quando gli chiedeva di   partecipare a udienze al suo posto o fare altri adempimenti lo   retribuiva adeguatamente.

“Cosa fai di bello Bruno, è tanto che non ti vedo.”

“Carissimo Antonio, hai ragione sono imperdonabile neanche una   telefonata in questi anni, eppure ti devo tanto. Non esercito la libera   professione, mi occupo del servizio legale di una grande azienda e sono   molto soddisfatto del mio lavoro”.

“Sono molto contento per te, lo meriti. Ma la tua sede non è a Napoli?”

“Giro un po’ per l’Italia, adesso sono a Firenze e mi ci fermerò per   molto tempo”.

L’Avv. Burelli si girò: “Chiara vieni, ti presento un vecchio amico.   Bruno questa è mia figlia Chiara, va a Roma per sostenere le prove di un   concorso, potreste fare il viaggio insieme, così magari sono più   tranquillo”

“Papà ho venticinque anni, così mi fai passare per una ragazzina!”

“Mi fa piacere” – disse Bruno – “così chiacchieriamo un po’ e il viaggio   ci sembrerà più breve”.

Ma ora quel treno gli sembrava che corresse troppo, non aveva più voglia   di arrivare presto, la conversazione con quella ragazza sensibile e   intelligente era per lui un autentico regalo. Degna figlia di quel   padre, si scoprì a pensare.

Chiara, dal canto suo, pensava: temevo un giovane rampante borioso e   arrogante e mi predisponevo ad un viaggio noioso, invece è tutt’altro.   Non una sola parola sul lavoro, ma tanti racconti di viaggi e di   esperienze gradevoli.

“Non prendermi per sfacciata” – disse ad un tratto Chiara, allungandogli   il cellulare – “registra il tuo numero sulla mia rubrica, magari così   abbiamo occasione di risentirci”.

Bruno sorrise e nel prendere il telefono le diede il suo per la stessa   operazione.

“Finora ho parlato quasi solo io, ti sarai annoiata, adesso, se vuoi,   dimmi cosa esattamente vai a fare a Roma”.

“Si, mi sono annoiata moltissimo” – rispose Chiara con un sorriso che   esprimeva il contrario – “sono diplomata in pianoforte al conservatorio,   una grande passione che spero diventi anche un lavoro. Domani e   dopodomani ci saranno due audizioni per il concorso ad un posto in una   grande orchestra. Incrocio le dita”.

“Le incrocio anch’io per te. Ma adesso mi spiego da dove deriva la tua   spiccata sensibilità: sei una musicista!”

Con il dispiacere di entrambi l’altoparlante annunciò l’arrivo alla   Stazione Termini. Si salutarono con una vigorosa stretta di mano,   ciascuno portando dentro di sé il piacere di una conoscenza inaspettata.

Gennaio 2018 L’incidente

L’aereo era decollato in orario dall’aeroporto di Adelaide. Chiara   guardava il bel panorama dal finestrino, era serena, il concerto   all’Adelaide Art Festival era stato un successo. Non vedeva l’ora di   raccontarlo a Bruno. Certo si erano sentiti per telefono, ma aveva   voglia di stare fra le sue braccia e raccontargli tutto. Non gli avrebbe   detto dell’acquisto che aveva fatto nell’atelier più importante della   città, un abito da sposa favoloso. Quello è un segreto che lo sposo non   deve scoprire prima di avviarsi sull’altare.

Chiuse gli occhi e pensò alla fortuna di quell’incontro casuale di tre   anni prima alla stazione, è proprio vero che è il caso che orienta la   nostra vita. Nel mese di settembre del 2015 aveva realizzato il sogno di   entrare in una grande orchestra e aveva incontrato l’uomo della sua   vita.

Dopo circa due ore dal decollo, si accese la spia che invitava ad   allacciare le cinture e il comandante dall’altoparlante annunciò una   perturbazione.

L’aereo cominciò a ballare, prima con brevi vibrazioni, poi sempre più   forte, un vuoto d’aria risucchiò violentemente l’apparecchio verso il   basso. I passeggeri iniziarono ad urlare, alcuni si alzarono nonostante   gli ammonimenti dell’equipaggio. L’altoparlante gracchiò di nuovo, lo   steward invitava i passeggeri a prendere il giubbotto di salvataggio che   si trovava sotto ogni sedile raccomandando di gonfiarlo solo fuori. Non   finì neanche la frase che si ebbe lo schianto dell’aereo sull’acqua.

Si aprirono i portelloni e furono fatti uscire gli scivoli, a bordo   regnava il caos. Chiara era completamente frastornata, si alzò, aprì la   cappelliera e prese la scatola che conteneva il vestito stringendola al   petto. Una hostess le disse di non fare stupidaggini e cercò inutilmente   di strapparle il pacco e di indirizzarla verso lo scivolo, poi presa   anche lei dal panico fuggi verso l’uscita e salì su uno dei gommoni di   salvataggio.

Tutti i passeggeri e i membri dell’equipaggio riuscirono a salire sulle   imbarcazioni e alcune ore dopo furono raccolti da una corvetta della   marina inviata in loro soccorso. Tutti tranne una.

Chiara era rimasta avvinghiata allo scatolone marrone, poi la fusoliera,   priva ormai delle ali che si erano staccate nell’impatto, cominciò ad   inclinarsi e ad inabissarsi. Solo allora si rese conto di cosa stesse   succedendo, indossò il giubbotto e si tuffò nell’oceano.

Il mare era calmo, ma la notte nera come la pece. Si rassegnò al peggio.

Le prime luci dell’alba la trovarono ancora vigile, si guardava intorno   ma vedeva solo acqua, mare in tutte le direzioni. Il giubbotto la teneva   a galla, chiuse gli occhi vinta dalla stanchezza e desiderò di non   aprirli più, pregando di passare dal sonno alla morte.

Fu svegliata dallo stridio di un grosso uccello marino, aprì gli occhi   ma la luce abbagliante dell’alba, la stanchezza e gli occhi incrostati   dal sale non le consentivano di mettere a fuoco alcuna immagine.

Sentì un lieve sciabordio, poi quattro braccia possenti la tirarono su e   l’adagiarono sul fondo di un’imbarcazione. Non fece in tempo a vedere   chi fossero perché in quel momento svenne.

Al suo risveglio, molte ore dopo, si ritrovò sdraiata su una stuoia   davanti alla porta di una capanna. Aveva ancora il vestito e il   giubbotto di salvataggio, ma il sole l’aveva asciugata. Un’indigena   dalla pelle scura e i capelli molto ricci, appena la vide sveglia, si   avvicinò con una grossa foglia su cui era della frutta di una varietà e   di una forma che non aveva mai visto prima.

La ringraziò, ma questa non rispose, evidentemente non comprendeva la   lingua. Provò allora in inglese e poi in francese, ma non ottenne alcuna   reazione.

Mangiò un po’ di frutta, ma lo stomaco ancora non accettava cibo, sapeva   di non doverlo forzare, si sarebbe riabituata un po’ alla volta. Si   sentiva debole e confusa, tolse il giubbotto e si riaddormentò.

Bruno e Antonio, il padre di Chiara, non si davano pace: 124 passeggeri   e 5 membri dell’equipaggio tutti in salvo, solo il 125° passeggero,   Chiara, mancava all’appello.

Dall’Ambasciata di Sidney si erano dati da fare, avevano interrogato più   volte il comandante dell’aereo, gli esperti della compagnia, ma nessuno   era in grado di dare una spiegazione. Erano entrambi decisi a non darsi   per vinti, ma non sapevano cosa fare.

Un pomeriggio Bruno ricevette una telefonata concitata da Antonio:   “Presto vieni a casa mia, c’è qualcosa che devi vedere”

Per fortuna Antonio non abitava lontano, altrimenti Bruno avrebbe fatto   di sicuro un incidente: correva come un pazzo sullo scooter. Dopo pochi   minuti entrò trafelato nel portone, non ebbe la pazienza di aspettare   l’ascensore e fece le scale a quattro a quattro.

Quando lo vide così esagitato e con il respiro corto, Antonio gli disse.   “siediti e ascolta la storia che racconta questa ragazza”.

Sujong Kim, l’hostess coreana della compagnia aerea era molto   imbarazzata e sedeva sulla punta della sedia, si rendeva conto del   dramma che vivevano in quella famiglia e si disse che aveva fatto la   cosa giusta andando in quella casa.

“Alcuni giorni fa mi ha chiamato una collega che era con me su quel   volo, informandomi che erano stati recuperati molti bagagli galleggianti   ed erano a disposizione presso il deposito della Compagnia, così decisi   di andare a vedere se per caso ci fosse anche la mia borsa da viaggio.   In realtà c’erano poche cose, quelle leggere che non vanno a fondo e   c’era questo scatolone marrone” – Così dicendo l’hostess indicò una   scatola rivestita di plastica marrone, tutta rovinata dalla permanenza   in acqua. “Allora mi sono ricordato dell’episodio della passeggera   Chiara Burelli”.

“Quale episodio?” – saltò su Bruno.

Dopo il racconto, Antonio restò seduto in poltrona distrutto, Bruno si   inginocchiò vicino al pacco, lo aprì temendo di trovare quello che   trovò: completamente rovinato dall’acqua e dalla salsedine, ma quello   era inequivocabilmente un vestito da sposa. Si era sacrificata per   salvare il vestito, era come se avesse dedicato a lui la sua giovane   vita. Non riuscì a trattenere un pianto disperato.

Chiara, recuperate le energie, cominciò a guardarsi intorno. Le prime   due cose di immediata evidenza furono: gli abitanti di quell’isola   sperduta nell’oceano non conoscevano i vestiti, vivevano completamente   nudi, con disinvoltura, senza tabù o falsi pudori. La seconda cosa,   ancora più incredibile, non parlavano. Comunicavano fra loro solo per   cose indispensabili e solo a gesti. Non udì un solo suono uscire da   quelle bocche. Per questo quando aveva tentato di parlare non avevano   reagito, si persuase che fosse un popolo di sordomuti, non trovava altra   spiegazione.

Nei suoi confronti erano gentili e sereni, non la trattavano come   un’estranea, ma si rivolgevano a lei come se fosse una di loro da   sempre.

Per adeguarsi, anche se con un certo sforzo, si tolse i vestiti,   compresa la biancheria intima. Poi, piano piano, cercò di interpretare i   segni per comunicare, comprendere e farsi comprendere. In questo le fu   di grande aiuto essere musicista, un’arte che prima di produrre suoni   sublimi è fatta di segni e di matematica.

Cercò di capire qual era il ruolo delle donne in quella società, in modo   da adeguarsi e rendersi utile, facendo le cose che facevano le altre. Ma   qui ebbe ancora un’altra sorpresa: non c’era divisione di ruoli e di   compiti in base al genere: uomini e donne erano uguali.

Si trovò proiettata in una specie di paradiso scevro da qualsivoglia   sovrastruttura personale o sociale, senza l’ipocrisia tipica della   cosiddetta società civile. Non esisteva il concetto della proprietà   privata, tutto era di tutti e nessuno ne approfittava: non ce n’era   motivo, visto che era tutto a disposizione. Tuttavia non c’era accenno   di promiscuità, alla fine di ogni giornata le famiglie si ritiravano   nella capanna nel reciproco rispetto dell’intimità.

Pensò: se un giorno ritorno nel mio mondo e lo vado a raccontare nessuno   mi crederà, questo è sicuro.

Gli indigeni erano bravi contadini e Chiara imparò presto a dissodare,   seminare e curare le piante.

Anche se avevano delle canoe, non andavano a pesca perché erano   totalmente vegetariani: i pescatori, se vogliamo chiamarli così,   andavano a raccogliere alcune alghe commestibili che facevano parte   della loro alimentazione.

Nonostante questa esperienza positiva, ogni volta che pensava a Bruno e   a suo padre sentiva una fitta violenta, un dolore sordo e   inestinguibile. Aveva perso la cognizione del tempo, cosa facile in un   posto dove non esistono orologi o calendari, ma pensò che ormai dovevano   essere passati sei o sette mesi dall’incidente.

Novembre 2018 Bruno e Antonio partono

Erano entrambi tesi, avrebbero voluto coltivare una speranza, ma era   davvero difficile, a spingerli in questo tentativo era stata la   disperazione null’altro che la disperazione. Ma era meglio tentare e   fallire piuttosto che stare a Napoli a macerarsi. Magari dopo avrebbero   potuto trovare una strada di rassegnazione.

All’aeroporto di Adelaide Mr. Crown li accolse e dopo un breve saluto li   condusse nel suo ufficio, ai margini della zona aeroportuale riservata   ai velivoli privati non di linea.

Spiegò una grossa cartina sulla scrivania: “Ecco disse” – indicando con   l’indice un punto in mezzo all’oceano – “l’aereo è precipitato in questo   punto. Tutt’intorno acqua e solo acqua per oltre milletrecento miglia.   Ho sorvolato più volte quella zona, per cui ne ho esperienza diretta,   signori in quella zona non c’è nient’altro che mare”.

Andarono via distrutti. “Non mi arrendo” – riprese Bruno che non si   rassegnava – “ci vorrà molto più tempo ma con una buona barca viaggiando   a 18 nodi ci vorranno sei giorni. Antonio, se non te la senti vado io,   tu mi fai da supporto da terra”.

“Si facciamo così, ormai alla mia età non sopporto il mare a lungo”

Noleggiarono una buona imbarcazione con pilota e marinaio. Bruno scoprì   che poteva fare anche 22/23 nodi e quindi raggiungere la zona in meno di   sei giorni. Partirono. Inserirono le coordinate del punto in cui si era   inabissato il volo 1247 Adelaide - Londra e raggiunsero il punto il   quarto giorno di navigazione. Da questo momento iniziarono ad esplorare   la zona con una rotta ellittica che li portava gradatamente ad esplorare   lo spazio circostante.

Spossato, Bruno andò a riposare un po’ nella cuccetta, ma dopo poche ore   senti un urlo del marinaio: “Comandante, c’è qualcosa a ore dieci”

Saltò giù e corse come un pazzo sulla coperta: l’isola era lì davanti ai   suoi occhi: “Lo sapevo, lo sapevo!”

Il comandante osservò: ”Non mi ero mai spinto tanto lontano dalla costa,   ma questa è un’autentica sorpresa”.

Poi aggiunse: “E’ molto frastagliata, dobbiamo circumnavigarla per   trovare un punto di approdo”

Gli abitanti dell’isola osservarono l’arrivo della piccola nave con   evidente preoccupazione, poi corsero da Chiara e le fecero segno di   indossare i vestiti, poi la condussero sul lato nord dell’isola dove   c’era una spiaggia, unico punto dove poteva accostarsi un’imbarcazione.

Chiara vide la nave e restò inebetita per la sorpresa e l’emozione, poi   si riebbe e capì il perché di tutta quella concitazione da parte di   gente sempre tranquilla e comprese perché le avevano fatto indossare i   vestiti: la sopravvivenza di quella piccola tribù era legata al loro   isolamento da un mondo che non potevano condividere.

Vide che portavano via le canoe e ogni segno della loro presenza, poi   scomparvero tutti verso l’interno.

Dalla piccola nave si staccò una scialuppa che raggiunse rapidamente la   riva.

Ne discesero tre uomini, davanti a tutti Bruno. Non appena la vide corse   verso di lei e la prese fra le braccia senza parlare, le lacrime che   venivano giù copiose glie lo impedivano.

Poi si staccò e le chiese: “Come stai? Non vedo nessuno sei sola su   quest’isola?”

Chiara non parlò, fece solo segno di si con la testa e poi indicò la   barca per dire che voleva andare via.

Bruno non chiese altro. Aveva visto che stata bene e per il momento   questo gli bastava. Attese con pazienza che facesse la doccia e   indossasse dei pantaloni e una maglietta pulita forniti gentilmente dal   comandante che le chiese: “Come ha fatto a sopravvivere tanti mesi da   sola su quest’isola?”

Chiara ingoiò vistosamente e tentò di parlare: “N-o-n p-a-p-a-r-l-o   d-a-d-a t-a-a-n-t- o” – poi si fermò spossata.

“Hai ragione” – intervenne Bruno – “dieci mesi da sola senza parlare con   nessuno, adesso devi recuperare lentamente”.

Intanto si chiedeva e se lo chiedeva anche il comandante come non fosse   impazzita e come avesse trovato cibo e acqua per sopravvivere. Ma   avrebbe rimandato le domande fino a che non si fosse lentamente ripresa.

Poi andò nella cabina di comando e chiese di allacciare una   comunicazione con la Capitaneria dove c’era Antonio, glie lo passarono e   l’informò con tatto del ritrovamento sperando che non gli venisse un   colpo per l’emozione.

Chiara abbracciò il padre, riabbracciò Bruno, pianse, rise, ma non   parlò.

Tutti pensarono che avrebbe avuto bisogno di tempo. Il medico di turno   all’ospedale di Adelaide la trovò in buone condizioni fisiche e mentali.

Arrivati a Napoli Antonio invitò Bruno a trasferirsi nella loro casa,   Chiara avrebbe recuperato più velocemente con lui vicino.

Non si fece pregare.

Chiara intanto aveva ripreso completamente l’uso della parola, ma   parlava sempre a bassa voce e portava costantemente tappi di cera nelle   orecchie. Restava sempre in casa e pregava tutti di non accendere radio   o televisore.

Una sera, rimasti soli, Bruno la vide più turbata del solito e le   chiese: “Cosa c’è, vuoi parlamene?”

Chiara fece un lungo sospiro: “si è venuto il momento di parlartene “.

Così Bruno conobbe la storia di quei lunghi mesi e fu contento di sapere   che era stata bene, accolta da gente speciale.

“Capisco perché sono spariti alla vista della nave, compiendo un estremo   atto di altruismo lasciandoti andare, fidandosi di te”.

“Già, e noi non li tradiremo”.

“Quando pensi di uscire da questo isolamento?”

“Devo farlo con cautela, ti confesso che ho una gran paura. Penso a   quando mi troverò nella calca della città, fra gente che parla, urla,   che discute, che litiga, dicendo con tante inutili parole molto meno dei   silenzi dei miei amici dell’isola, senza riuscire a coprire con tanti   vestiti semplici o griffati le proprie vergogne, sconosciute alle caste   nudità dei miei Maori Silenziosi.”

“Si, mi rendo conto che è come passare dal paradiso al purgatorio”.

“Sarà dura anche per chi mi è vicino”

“Sono venuto a prenderti e tu potevi nasconderti come gli altri, non ti   avremmo trovata”

“La mia vita è con te, questo è il mio mondo”

“Hai saputo trasferire a me questa tua straordinaria esperienza, una   lezione che potrà renderci migliori, la nostra vita da questo momento   sarà diversa”.

 DIVERSAMENTE…




Quando devo andare in un ufficio pubblico lo   faccio sempre malvolentieri: troppo spesso trovo persone   scorbutiche, maleducate, sfaticate che con motivazioni assurde mi   fanno tornare più volte anche per un adempimento semplicissimo.

Per questo, anche quella mattina mi   avvicinai allo sportello del comune di malumore. Mi indirizzarono in   un ufficio interno: sulla porta c’era la targhetta Dott.ssa Ada   Vespri.

Bussai e fui invitato a entrare. Dietro la   scrivania, con il capo chino su una pratica che stava firmando, una   giovane funzionaria con un caschetto di capelli neri al mio ingresso   alzò la testa e con un sorriso m’invitò a sedermi. Mi guardai in   giro perplesso.

“Cosa c’è?” – mi chiese.

“Niente. Mi stavo solo domandando se avevo   sbagliato posto: questo è un ufficio comunale, vero?”

Si rabbuiò in volto, ma non disse niente.

“Mi scusi, non sono abituato ad essere   ricevuto con gentilezza…”

“Si, mi rendo conto di quello che vuole dire   ma, mi consenta, lei non è migliore di quelli che critica, visto che   fa di tutta l’erba un fascio!”

“Touché, madame, touché. Chiedo venia”.

“Ecco, bravo, adesso mi dica cosa posso fare   per lei”

Dopo pochi minuti avevo in mano il documento   richiesto. Mi alzai e lei fece altrettanto porgendomi la mano. “Mi   sa che domani avrò bisogno di un altro certificato e anche   dopodomani” – dissi con un sorriso.

Sorrise anche lei, capendo che quello era un   modo per chiederle scusa per la gaffe di prima.

Passavo davanti al municipio alcuni giorni   dopo e sorrisi ancora pensando a quell’episodio, ma la mia   attenzione fu attirata bruscamente da un vociare confuso che   proveniva da un gruppetto di persone radunate sulla piazzola   antistante l’edificio.

Incuriosito mi avvicinai per capire di cosa   si trattasse. In effetti la mia è una piccola città e non è facile   vedere manifestazioni di protesta davanti agli uffici pubblici, come   avviene nelle grandi metropoli. In quel mentre dai manifestanti   partirono delle urla all’indirizzo di una persona che usciva dal   portone, una giovane snella con un caschetto di capelli neri: la mia   gentile funzionaria!

Un vigile urbano allargò le braccia con fare   protettivo, ma uno dei più esagitati si staccò dal gruppo   avventandosi urlando nella direzione della donna che, nel frattempo,   era giunta all’angolo del marciapiede dove mi ero fermato.   Istintivamente mi frapposi fra i due e dissi all’uomo: “Non faccia   stupidaggini di cui potrebbe pentirsi”.

Questi, preso alla sprovvista, si fermò e io   ne approfittai per condurre con delicatezza la giovane, che appariva   sconvolta, verso la mia auto parcheggiata poco più avanti, facendola   accomodare sul sedile del passeggero.

Solo dopo aver percorso alcuni metri, la   donna sembrò accorgersi di me: “Ah, è lei!”

“Praticamente lei è salita nell’auto di uno   sconosciuto. E se fossi stato un rapitore con cattive intenzioni?”

“Ha ragione, la paura di un’aggressione non   mi ha fatto ragionare”.

“Comunque sono contento che si sia ricordata   di me! Ma ora, mi dica, cosa sta succedendo là fuori?”

Si girò a guardarmi forse chiedendosi se   poteva fidarsi di un quasi sconosciuto. Compresi il suo stato   d’animo e le dissi: “Mi perdoni, sto diventando troppo intrusivo, mi   dica dove devo accompagnarla.”

“Lei è gentile, mi lasci alla prima fermata   del bus, in piazza Italia.”

Arrivati al posto indicato, la giovane   afferrò la maniglia della portiera, ma esitava. Io capii che aveva   bisogno di parlare: “E’ quasi ora di cena e io non ho nessuno che mi   aspetta a casa, che ne dice di continuare il discorso davanti a una   bella minestra calda, conosco un posticino semplice e tranquillo qui   vicino.”

“Andiamo” – disse semplicemente.

Per rompere il ghiaccio ci presentammo   parlando un po’ di noi. Io le raccontai del mio lavoro come   informatore scientifico per una nota casa farmaceutica, lei mi parlò   del suo trasferimento dalla sua città di origine solo sei mesi   prima, dopo aver vinto il concorso come dirigente al comune.

“Perché ce l’aveva con lei   quell’energumeno?”

“Già, non mi aspettavo questa reazione…in   realtà mi avevano avvisato di procedere per gradi…ma il mio   carattere deciso non mi consente di ricorrere a compromessi. Il   fatto è che ho messo gli impiegati della mia ripartizione sotto   stretto controllo: niente più assenze ingiustificate, niente orario   ridotto, osservanza delle regole e, soprattutto, ho sospeso un   impiegato che aveva timbrato il cartellino per un collega.”

“Ma non avrebbe dovuto sanzionarli   entrambi?”

“Il secondo provvedimento è in corso di   notifica e quel tipo esagitato è proprio uno dei due”.

“Ha fatto il suo dovere”.

“Si” – disse con uno sguardo deciso e con   energia recuperata – “e continuerò a farlo, non mi faccio   intimorire…perché sorride adesso?”

“Posso parlare con franchezza?”

“E allora diamoci del tu, così ti viene   meglio, del resto ci siamo conosciuti e possiamo togliere le   barriere formali”.

“Accidenti, e mi chiedi pure perché sorrido,   sei una persona rara: carattere forte e gentilezza e sei pure molto   bella”

“Ehi, dico, ci stai provando?”

“Non ancora, è presto, ci siamo appena   conosciuti!”

“Devo dire che con questo tuo modo leggero   e, comunque, rispettoso, mi hai fatto riprendere alla grande.

Adesso che ho ripreso lucidità, credo che   sia il caso che io vada alla polizia per far verbalizzare   l’accaduto”.

“Ti accompagno in Commissariato”.

Non volevo sembrare pressante, per cui feci   passare tre giorni, ma friggevo per la voglia di chiamarla. Al   quarto giorno andai direttamente al municipio.

C’erano delle persone dentro e io aspettai   fuori che si liberasse, poi entrai.

“Ho bisogno di un documento che attesti la   mia idoneità ad un invito per questa sera”.

“Lo consideri fatto, sarà pronto per le ore   20,30”

Dopo questo breve scambio di battute mi   girai e uscii senza aggiungere altro, sicuro che Ada avrebbe   apprezzato la mia discrezione sul posto di lavoro.

Gli spaghetti con le vongole erano da oscar   e noi li gustammo scambiando solo poche parole, poi in attesa del   secondo, le chiesi: “Come sta andando sul lavoro, se ti va di   parlarne”

“Si mi va, anche perché non ne parlo con   nessun altro, sindaco e assessore mi ascoltano quasi irritati…”

“…certo, gli fai perdere consensi, che è poi   l’unica cosa che gli interessa”.

“A me invece interessa quello che dice la   gente comune, e più d’uno mi ha ringraziato perché è già evidente il   miglioramento dei servizi”.

“E allora ci vuole un brindisi” – dissi con   enfasi, riempiendo due bicchieri di falanghina.

“Mi viene un’idea” – dissi dopo un po’ – “un   medico mio cliente che si occupa in modo fattivo di una onlus, mi ha   invitato ad una serata in cui si tratteranno temi importanti. Se la   cosa non ti annoia…”

“No, tutt’altro, vengo volentieri”.

Stette per un po’ pensierosa, poi parlò:   “Vai anche alle riunioni delle onlus, stai accumulando un sacco di   punti, ho paura che di colpo esca fuori la tua vera natura, magari   di folle maniaco…”

Per continuare nello scherzo canticchiai la   canzone di Zucchero: “Perché c’è un diavolo in me, baby, forse c’è   un diavolo in me…”

“Ah, ah, sei proprio un matto simpatico”.

Al convegno l’intervento di presentazione   del medico mio cliente fu breve ed efficace. Le tematiche e i   programmi dell’associazione meritevoli d’attenzione. Poi…e già   poi…Il fatto è che per avere contributi pubblici bisogna invitare   politici influenti e il personaggio che salì sul palco era di uno   squallore unico. Questi cominciò a pontificare sui suoi meriti   personali perché avrebbe procurato quanto necessario per l’acquisto   di carrozzine e altri presidi. Poi si girò verso un invalido in   prima fila e recitò una parte che certamente aveva imparato a   memoria per l’occasione: “Abbiam deciso che alla sua condizione/si   attribuisca un più appropriato nome/Non più invalido, termine   innominabile/Ne’ handicappato e neanche disabile/Bensì un più   giusto: diversamente abile”.

Dalla platea dei lecchini partì un applauso   entusiasta, mente io e Ada ci guardavamo sgomenti. Ma fu a questo   punto che l’uomo senza una gamba dal carrozzino replicò: “E no   onorevole, quando è troppo e troppo/non era meglio quando mi   chiamavi zoppo?”. Mentre si levava qualche timido applauso di   approvazione, io e Ada tenevamo la testa abbassata per non far   notare il nostro scoppio di ilarità. Mentre poi uscivamo dalla sala,   Ada gli diede una pacca sulla spalla, io gli feci segno con il   pollice alzato, lui sorrise per questa nostra manifestazione di   solidarietà.

Decidemmo di andare a piedi a una pizzeria   in centro e, mentre camminavamo immersi nei nostri pensieri, ruppi   il silenzio: “Devono stare attenti questi politici sull’uso del   ‘diversamente’, ecco ad esempio io potrei dire che quel politico   veneziano è diversamente alto”

“E io potrei dire” – continuò Ada stando al   gioco – “che quello toscano è diversamente simpatico”

“…o che quello pugliese è diversamente   coerente”

“…o che quello campano è diversamente colto”

“…o che tanti di loro sono diversamente   onesti”

“Basta, basta, altrimenti solo a nominarli   mi passa l’appetito.”

E così, inaspettatamente, quel famoso giorno   del certificato al municipio avevo conosciuto la mia compagna   ideale. Seria quando era necessario, ma anche gioiosa, simpatica e   affettuosa.

Ci volle tempo per superare una timidezza   che faceva parte del carattere di entrambi e forse anche una sorta   di remora, probabile retaggio di vecchie delusioni, ma solo dopo due   mesi di uscite serali, teatro, concerti, lunghe passeggiate,   riuscimmo a trovare la sintonia giusta per concederci un amore dolce   e delicato.

“La prossima settimana devo andare per tre   giorni a Losanna ad un meeting della mia azienda per un   aggiornamento su nuovi medicinali, vieni con me?”

“Magari potessi! Ma in questo periodo non   posso lasciare il lavoro neanche per tre giorni, ma appena possibile   ci concederemo il lusso di una bella vacanza insieme”.

Ritornai da questa breve assenza che era   ormai sera e andai direttamente a casa di Ada. La mia brava   marchigiana aveva preparato una cenetta tipica della sua terra che   andava dalle olive ascolane alle lasagne vincisgrassi. Dopo cena   sedemmo sul divano a sorseggiare un buon verdicchio.

“E allora, com’è andata, è stata la solita   riunione noiosa.”

“Non mi sono annoiato, tutt’altro, ma la   cosa più interessante è stata la conoscenza di Pedro, un collega di   origini brasiliane che vive a Udine e soprattutto straordinaria la   storia che mi ha raccontato. Per caso ci siamo trovati a pranzo allo   stesso tavolo e, chiacchierando del più e del meno, siamo entrati in   confidenza e quando gli ho chiesto com’è che dal Brasile si trova in   Italia, mi ha detto che la sua storia non l’aveva mai raccontata a   nessuno, ma ora aveva voglia di parlarne.”

“Stai accendendo la mia curiosità, continua.   Aspetta solo che prendo la bottiglia e riempio di nuovo i   bicchieri”.

“Ecco, mi ha detto che viveva in una povera   favela a Tatuì, una piccola città nello stato di San Paolo. A   quindici anni aveva da tempo abbandonato gli studi e viveva già di   espedienti. Un giorno un compagno lo convinse a fare un furto in una   casa, ma i due furono scoperti. L’amico, più scaltro riuscì a   fuggire, lui fu invece catturato dalla polizia.

Il giorno del processo, la vittima del   tentato furto, tale Cristina Garbin, di lontane origini friulane,   era fuori l’aula in attesa di essere chiamata per la testimonianza.   Si avvicinò a lei una ragazza poco più che ventenne dall’aspetto   molto dimesso, in lacrime, era la sorella di Pedro: “Signora, mi   aiuti, io e mio fratello siamo orfani, se Pedro va dentro ne uscirà   come un autentico delinquente senza più speranze”.

“Sono una madre e ti capisco, rispose   Cristina Garbin, ora ne parlo con il giudice”.

Il magistrato disse che c’era una   possibilità attraverso un nuovo sistema di giustizia sociale”.

“Interessante” - interloquì Ada – “di che si   tratta?”

“La Corte di Giustizia dello Stato spiegò il   giudice, aveva di recente deciso di applicare quella che viene   definita la “giustizia riparatoria”: l’autore del furto viene messo   a confronto con le sue vittime, partecipa ad una sorta di   autoanalisi con la comunità del luogo, spiega i motivi del suo   gesto, racconta i suoi problemi, accetta di ricompensare il   maltolto. Alla fine, con il consenso del giudice, entra a far parte   di un programma che prevede dei lavori socialmente utili nel   quartiere dove ha commesso il furto, attività sportive e di studio,   campagne di sensibilizzazione nelle scuole, corsi di educazione   civica. Fino alla possibilità di essere “adottato” dalle stesse   persone che ha derubato.

Cristina Garbin era vedova e aveva un figlio   di 10 anni, aveva un lavoro che la teneva impegnata tutto il giorno.   Ciononostante decise di adottare Pedro. Più volte ripensò nei giorni   successivi a questa decisione presa d’istinto, magari non era stata   una bella idea quella di mettere vicino al suo piccolo un   fratellastro più grande che aveva manifestato una certa tendenza a   delinquere.

Pedro invece rispose molto bene a questo   programma, riprese a studiare e conseguì il diploma alle scuole   superiori e andò sempre d’accordo con il fratello piccolo. Quando   Pedro aveva vent’anni, arrivò da Udine la notizia della morte di un   vecchio zio di Cristina che non aveva altri parenti, per cui ereditò   la casa e un discreto patrimonio, per questo decisero di trasferirsi   in Italia.”

“E’ una bellissima storia” – concluse Ada –   “sono colpita soprattutto dal bel progetto della giustizia   riparatoria. Magari non funziona sempre, ma tanti ragazzi possono   essere salvati. Ancora una curiosità, dimmi, questo Pedro, che tipo   è?”

“E’ un tipo posato, che sa proporsi bene.   Del resto lo sai la mia azienda è molto rigorosa nella scelta dei   collaboratori. Adesso ha trentadue anni, due figli che adorano nonna   Cristina e tutto questo lo deve alla buona idea di un politico che,   una volta tanto, ha fatto una legge straordinariamente utile”.

“Sai Guido, anch’io ho qualcosa da   raccontarti, anzi ho bisogno di sentire il tuo parere”

“Di che si tratta?”

“Al tempo delle superiori avevo una   carissima amica, con cui studiavo e passavamo quindi molto tempo   insieme facendoci buona compagnia. Poi si trasferì a Roma con la   famiglia e ci siamo un po’ perse di vista. L’altro giorno la madre   di Alessandra, così si chiama la mia amica, mi ha chiamata e mi ha   raccontato che è molto preoccupata perché la figlia da un po’ di   tempo si è chiusa in se stessa e rifiuta qualsiasi contatto. E’   andata a trovarla a Firenze dove vive e lavora, ma non è riuscita a   farla aprire. Un giorno che era da sola in casa, ha aperto il pc   della figlia e ha trovato questo file che mi ha inviato. Leggilo   anche tu poi ne parliamo.”

FILE DI ALESSANDRA

Lunedì mattina Carla mi ha telefonato per   dirmi che non poteva venire con me alla segreteria per l’iscrizione   ai corsi. Ci sono rimasta un po’ male, ormai non facevo niente senza   di lei e non sopportavo la sua assenza anche se breve. Dopo l’esame   di maturità, brillantemente superato da entrambe, ora si prospettava   per noi una nuova vita: gli studi universitari. Ho deciso di andare   lo stesso da sola, avrei preso i moduli anche per lei. Confesso che   l’enorme salone dell’ateneo mi ha messo in soggezione, come pure le   alte statue di marmo e l’aura quasi mistica del luogo. Mentre me ne   stavo impalata lì a bocca aperta si è avvicinato un ragazzo:   “Matricola, eh?!” –

“Cosa?” – ho risposto un po’ spaventata e   anche imbarazzata.

“Ce l’hai scritto in faccia. Ma non ti   preoccupare hai la stessa espressione che probabilmente avevo io lo   scorso anno. Che facoltà hai scelto?”

Parlare con questo sconosciuto un po’ mi   intimidiva, ma poi ho pensato che fra giovani è così che deve essere   e poi eravamo in una sede istituzionale. “Scienze politiche” –   risposi.

“Ah, bene” – replicò con un gran sorriso –   “siamo colleghi allora. Io mi chiamo Giovanni, vieni andiamo in   segreteria.”

La fila era lunga e siamo rimasti insieme a   lungo a parlare e lui si è dimostrato un ragazzo educato e allegro.   Mi ha raccontato il suo primo anno di università dicendo che potevo   fare tesoro della sua esperienza in modo da evitare alcuni errori da   matricola inesperta. Carla ha preso una fastidiosa influenza che   l’ha tenuta a letto per diversi giorni e così io, inventando le   scuse più varie, ormai passo le mattine a parlare con Giovanni.   Quando lo vedo arrivare da lontano, con la sua andatura un po’   dinoccolata, provo un’emozione sconosciuta. Adesso la cosa più   difficile sarebbe stato parlarne con Carla e infatti, appena le ho   accennato l’argomento, cercando di essere più delicata possibile, si   è subito infuriata come un’erinni. “Hai messo la testa fuori da   sacco, ti stai comportando come una puttanella qualsiasi, mi fai   schifo” e si e messa a piangere con una disperazione che mi ha   lasciato senza parole.

Sono andata via pensando che era meglio   farla calmare prima di riprendere il discorso, ma da quel giorno non   ha voluto più incontrarmi. Due anni dopo, quando più ormai non ci   pensavo, mi ha richiamato. Sono rimasta muta con il telefono in   mano, non sapevo cosa dire. “Ale, ci sei” – “S…i, s…i, ciao Carla”.

“Devo incontrarti per dirti due cose. Ci   vediamo fra un’ora al Bar Clovis”. Dio com’era cambiata! La ragazza   magra e ossuta che conoscevo aveva lasciato il posto ad una bella   donna formosa, ben vestita e dagli occhi limpidi, quasi non la   riconoscevo.

“La prima cosa che devo dirti è: scusa,   amica mia, scusa, vieni qua fatti abbracciare e perdonami. La   seconda cosa è che, ecco, ho fatto anch’io il tuo percorso, nel   momento in cui la vita si è presentata per quella che è sono uscita   dal pantano, avevi ragione tu che l’avevi capito prima di me. Adesso   sto con Giorgio, un ragazzo meraviglioso.”

“E…e lui sa…lui sa…?

“Si, non è stato facile, ma non avevo   alternativa, non si può instaurare un rapporto nascondendo quello   che sei, o meglio: quello che sei stata. All’inizio è stata dura, ma   lui ha capito e la cosa ha reso ancora più forte il nostro rapporto.   E tu? Con Giovanni va bene?”

“E’ da un po’ che non ci vediamo e non ci   sentiamo. Non ho avuto la forza che hai avuto tu e non sono riuscita   a parlargliene, mi sono chiusa in me stessa e questo mio   atteggiamento ci sta allontanando. Sono disperata, cosa devo fare?”

“Trova il modo giusto per raccontargli   tutto, non hai alternative. Se ti capirà allora è l’uomo giusto per   te.”

Il racconto di Alessandra a questo punto si   interrompe, ma è chiaro ormai il motivo della sua depressione.

Ada e io avevamo deciso di comune accordo di   non iniziare subito una convivenza, anche se desiderata, per cui mi   fermavo la notte da lei solo nel fine settimana. La mia attività mi   portava spesso fuori sede, per cui passarono cinque giorni prima di   incontrarci di nuovo. Ma ci sentivamo spesso e il fatto di esistere   l’uno per l’altra era già una straordinaria compagnia. Ripensavo   continuamente ad Alessandra e leggevo più volte la sua storia che   Ada mi aveva lasciato. Fin dalla prima lettura avevo avuto la   sensazione di conoscere la persona che l’aveva scritta e dopo ogni   rilettura questa impressione ne usciva confermata, ma per quanto mi   sforzassi non riuscivo a ritrovarla fra i volti presenti nella mia   memoria.

Ada era sempre misurata, eppure appena   entrai mi venne incontro e mi abbracciò con un trasporto inusuale,   mi strinse a lungo senza parlare. “Scusa” – poi disse – “non ti ho   fatto nemmeno posare la borsa e togliere il soprabito”.

Qualcosa non andava, la voce era tremolante   e aveva il viso molto pallido e due profonde occhiaie.

Non dissi nulla e andai a fare la doccia   mentre lei preparava la cena. A tavola mangiammo per un po’ in   silenzio, finché cominciai a raccontarle del mio breve viaggio e   delle persone che avevo incontrato. Cercavo in tal modo di rompere   quella strana atmosfera, ma non feci domande. Lei continuò nel suo   atteggiamento cupo e silenzioso.

Andammo a letto presto, Ada mi venne vicino   e strinse il suo corpo al mio abbracciandomi con forza.

“E’ venuto il momento di buttare fuori   tutto, liberati”.

“Non voglio perderti” – disse velocemente,   quasi senza fiato, e affondò la faccia nel mio collo.

“Questo non accadrà mai perché tu sei…tu   sei, ecco: diversamente banale” – dissi cercando di riprendere quel   giochino che ci aveva tanto fatto divertire, nel tentativo di   sdrammatizzare quell’atmosfera cupa.

“Di-ver-sa-men…” – cominciò a sillabare lei   molto lentamente, poi continuò, sempre parlando piano e guardando   nel vuoto davanti a sé: ” Di-ver-sa…si mi si addice”.

Le misi una mano sotto il mento,   costringendola a guardarmi egli occhi.

“Perché dovresti avere paura di perdermi? E   poi se tu perdi me io perdo te e non ho nessuna intenzione di vivere   senza di te.”

“Ma tu mi conosci bene?”

“Quel che finora ho imparato di te mi piace,   e poi ci conosciamo da abbastanza tempo per non temere sorprese.”

“C’è ancora qualcosa che non sai, ma è   venuto il momento di togliere ogni velo”.

“L’hai già fatto, stai tranquilla, l’hai già   fatto e la cosa non mi ha sconvolto.”

“Cosa…?”

“Lo sai bene cosa. Fin dall’inizio ho   percepito un messaggio subliminale, ma solo piano piano ho capito   qual era”.

“E…”

“E allora adesso mettiti qui vicino a me,   serena, e raccontami tutto, così te ne liberi una volta per tutte   mia cara Ada…o preferisci che ti chiami Alessandra?”

“Si, c’era una volta Alessandra e c’era   anche Carla. Lei si chiamava proprio così, ho cambiato solo il mio   nome nella storia. I nostri genitori erano all’antica: scuola solo   femminile e a casa a studiare. Poi i permessi extra erano solo per   la palestra e per il laboratorio di teatro, ma alle otto di sera   dovevamo stare a casa.”

“Vi sentivate diverse dalle vostre coetanee   e la cosa sicuramente vi angustiava”.

“L’unica concessione era che potevamo   restare a dormire l’una a casa dell’altra. I nostri genitori si   conoscevano e quindi si fidavano”.

“Una promiscuità e un’intimità che, nel   tempo, temo sia diventata qualcosa di più”.

“Proprio così. Poi all’università le cose   sono cambiate, anche se non subito. Quando Carla se n’è andata con   Giorgio, un nostro collega di corso, mi sono sentita impazzire. Ma   la vicenda, pur dolorosa, mi ha costretto ad aprire gli occhi e,   piano piano, sono uscita da una dimensione che in effetti non mi   apparteneva. Poi sono stata fortunata, perché tu hai rispettato i   miei tempi lunghi e le mie titubanze…”

“Che avevo preso per timidezza estrema, ma   ti è andata bene perché anch’io avevo bisogno dei miei tempi. Adesso   che ti sei tranquillizzata, vieni qua e non ci pensare più.”

“Non puoi immaginare come mi senta bene”

“Comunque devo dirti che , insomma, che   diversa …sei diversa”

“Che vuoi dire” – saltò su Ada allarmata.

“Che mi piaci proprio perché sei diversa da   tutte le altre, per questo mi piaci. Diversamente…”

“Diversamente…?”

“Non staremo qui, così bene, insieme”.

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