Giovanni Facchin - Concorso Lagunando

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Giovanni Facchin

Studente al terzo anno della scuola secondaria S.Pertini di Volpago del Montello.
Appassionato di racconti gialli e fantasy, ha pubblicato un breve racconto in una raccolta scolastica.

NARRATIVA

L’INCUBO

Era ormai mezzanotte quando il signor Auguste andò a dormire.

La giornata appena trascorsa gli era parsa assai bizzarra.

Un gatto nero lo aveva seguito per tutta la giornata e da qualunque parte egli fosse andato aveva udito l’aspro gracchiare dei corvi.

Ma non ci fece molto caso, dopotutto da quasi cinquant’anni svolgeva l’attività di becchino e addetto alle pompe funebri nel piccolo paese di St. Luis.

Aveva iniziato la sua triste carriera nell’anno di Nostro Signore 1873.

I suoi occhi grigi erano stanchi e il suo corpo non era più agile come un tempo.

Nella tranquillità della sua casetta posta affianco al tetro cimitero il povero signor Auguste stava per coricarsi, spegnendo l’ultima candela.

Poco dopo essersi addormentato si svegliò a causa di un malessere al quale non seppe attribuire l’origine.

Si ritrovò immerso in un buio così completo e profondo da suscitare in lui paure primordiali, riemerse da tempi ancestrali.

In quel buio poteva esserci tutto e poteva non esserci nulla.

Il vecchio signore raccolse tutto il suo coraggio e la poca forza che aveva nelle gambe stanche per alzarsi e prendere in fretta una candela e accenderla.

La cosa più strana era che il posto in cui si trovava non sembrava affatto la sua dimora bensì qualcosa di più orrido, squallido e fatiscente.

In quella sinistra oscurità mosse pochi passi e gli parve di essere in un luogo maledetto e dimenticato dal signore.

Quando aprì la porta sul retro gli si presentò agli occhi lo spettacolo più orrendo di tutta la sua vita.

Vide una città immensa, di cui non si riusciva a vedere la fine. Gli edifici erano costruiti senza alcun ordine.

C’erano castelli capovolti e case che sembravano seguire una geometria non euclidea, colorate in tinte che non appartenevano a nessuna scala cromatica umanamente conosciuta.

La volta celeste era di un colore indefinito senza nuvole e nemmeno illuminato da un qualsivoglia astro.

Tutto era immerso nel silenzio più totale, neanche una voce si udiva.

Solo il grido tristo e agonizzante di quel povero diavolo che urlava: “C’è nessuno? Vi prego per l’amor di Dio e del cielo. Se c’è qualcuno mi risponda vi prego, vi prego”.

Ma nessuno rispose.

In quel luogo maledetto non si sentiva neanche una voce.

Infine, intravide una sagoma e vi corse incontro, pieno di gioia e di speranza.

“Se c’è qualcuno qui significa che non sono l’unico. Ci sono altri che magari sapranno come uscire”.

Purtroppo, questa sua gaia gioia fu spenta non appena giunse innanzi al triste spettacolo che nessun’anima avrebbe mai dovuto guardare.

Una distesa di cadaveri orribilmente mutilati, chi strangolato, chi squartato e chi fatto a pezzi.

Altri avevano avuto una morte cosi violenta che non è dato all’animo umano raccontare.

Ma quello che sopra ogni altra cosa lacerò il cuore del povero vecchio fu la vista di Marie, la sua amata moglie morta per parto, e del suo figlioletto Pierre, morto per malattia alla tenera età di cinque anni.

A quella vista straziante il povero becchino si mise a correre e a gridare con tutte le sue forze, la sua mente oramai era in bilico tra la lucidità e la follia.

E fu proprio in questo momento di sommo dolore e sofferenza che il povero Auguste vide la bestia.

Era un essere immondo uscito dalle viscere dell’inferno, la sua pelle coriacea era di un color plumbeo e grigiastro, la sua carne in putrefazione e tutto il suo corpo sembravano un’immensa massa tumorale.

Era ricoperto di occhi e di bocche e l’intera sua corporatura era orrendamente sproporzionata.

Alla vista di quell’orripilante creatura riemersero paure antiche e ancestrali e il povero signor Auguste perse completamente il senno della sua povera mente, non rimaneva più nulla se non l’istinto di sopravvivenza.

Si mise a correre cercando di scappare ma quel mostruoso essere, benché camminasse tanto lentamente da sembrare quasi che ogni singolo passo gli costasse una fatica immensa, lo stava raggiungendo.

Tutte le sue bocche erano atteggiate a un ghigno maligno e le sue migliaia di occhi si erano fatti sottili come lame.

Quell’essere si stava avvicinando inesorabilmente e fu proprio in quel momento che il povero e vecchio signor Auguste realizzò che non sarebbe mai uscito vivo da quel posto maledetto.

Insperatamente riuscì tuttavia a seminare quel maledetto mostro.

Così si ritrovò a vagare senza meta nelle vuote strade della trista città senza nome immersa in un mortale silenzio.

Il cuore del povero vecchio batteva all’impazzita, sembrava un cavallo al galoppo e più a lungo camminava più si rendeva conto di non aver alcuna via di fuga.

Quello non era nient’altro che un sadico gioco tra la gaia vita e la lugubre morte, architettato da un malefico destino che stava consumando lentamente la sua esistenza.

In un istante i suoi pensieri furono interrotti da grida che alle sue orecchie non parvero per nulla umane.

Quelle grida esprimevano dolore, morte ed agonia ma non si sarebbero presto spente tra le braccia della trista mietitrice.

Al contrario, sarebbero durate a lungo finché la stessa sventurata vittima non avesse implorato di morire per porre fine al suo immenso dolore e alla sua infelice esistenza.

Il pover’uomo si nascose, rannicchiato in un angolo di un vecchio edificio fatiscente di cui oramai rimaneva solo qualche rovina.

Un tempo quel palazzo avrebbe fatto sembrare la reggia di Versailles la catapecchia di un insignificante operaio.

Il povero vecchio tremava come una foglia, il suo cuore gli stava esplodendo nel petto, aveva le lacrime agli occhi e tentava di illudersi che presto si sarebbe svegliato e avrebbe dimenticato quell’orrendo incubo.

Nel frattempo, l’orrida creatura si stava avvicinando.

Auguste avrebbe potuto sentire il suo nauseabondo odore a molti e molti di distanza.

Dietro quell’orrenda bestia c’era una scia di cadaveri che parve agli occhi del pover’uomo di una lunghezza umanamente sconosciuta.

Il corpo dell’immonda creatura era ora completamente ricoperto di sangue rosso vermiglio.

Altre teste, braccia e gambe erano cresciute sulla sua forma mostruosa, rendendolo ancora più terrificante.

Il ripugnante essere si stava avvicinando stendendo una mano ossuta e scheletrica posta su un braccio gonfio di masse tumorali.

Gli occhi dello sventurato signor Auguste cercavano una possibile via di salvezza.

Nel frattempo, gridava e supplicava pietà alla creatura che si stava avvicinando.

La bestia aveva un respiro affannato quasi ansimante però pian piano aumentava il passo come se volesse raggiungere la sua vittima il prima possibile per dilaniare le sue carni e abbeverarsi del suo nettare color rubino.

Lo sventurato becchino vide quella che forse sarebbe stata la sua unica ancora di salvezza, un vicolo abbastanza stretto da non poter far passare l’inumano essere.

Auguste corse come un dannato fino a non sentire più le gambe, e nonostante ciò si sforzò di correre ancora più veloce, finché non vide una luce debole, pallida e fioca ma comunque una luce in quel tetro paesaggio.

Gli parve una speranza di vita, un nuovo sogno che avrebbe potuto estinguere quell’orrendo incubo.

Purtroppo, le sue gambe erano stanche e l’agognata speranza ancora troppo lontana.

Intanto il demone era mutato e lo stava inseguendo da presso.

Di nuovo correndo come un folle il becchino tentò di salvarsi ma l’orrido mostro lo raggiunse.

Lo prese, lo fissò per un lungo istante, spalancò le sue fauci mostrando file e file di denti affilati come spade e ingoiò quella povera anima.

Il giorno seguente la piccola comunità del paesino di St.Luis fu scossa dall’improvvisa dipartita del signor Auguste.

Lo trovarono morto nel suo letto, nella faccia era stampata un’espressione di puro terrore, misto a dolore e a disperazione.

Il medico disse che si era trattato di un attacco di cuore avvenuto durante la notte.

Quasi nessuno venne al suo funerale.

Fu sepolto in una tomba accanto a quella della moglie e del figlioletto.

Le venature della pietra sembravano disegnare una immensa città in rovina e braccia tese e teste con bocche aperte a implorare… la fine della loro infinita sofferenza.

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