Guido Vianello - Concorso Lagunando

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Guido Vianello

LAGUNANDO 2020 > selezionati 2020
Nato a Venezia nel 1953, abita a Mestre con la famiglia.
Oggi in pensione, ha lavorato come dirigente in una grande azienda di telecomunicazioni.
È laureato in giurisprudenza e nel 2015 è stato nominato Maestro del Lavoro della Repubblica Italiana.
ORTI DEI DOGI
RACCONTO
Il
Momento
Importante





“Per rimanere liberi bisogna, a un bel momento,
prendere senza esitare la via della prigione”.

                                     Giovannino Guareschi (Scrittore e Internato Militare Italiano)



Uno

Il bagliore della mattina d’agosto entrava nello studio dalle finestre accostate, accompagnato dal gorgoglio di una fontanella.
Sul ripiano della scrivania di ciliegio, un raggio di sole divideva gli spazi occupati dai due uomini, seduti di fronte.
“Come va, Monsignore? Considerato il breve tempo trascorso dalla prima perdita, immagino che la successiva sia stata, se possibile, ancor più penosa…”; l’uomo, dall’elegante completo di lino, aveva parlato con un marcato accento anglosassone.
Il prelato sospirò prima di rispondere: “Cosa vuole caro amico, un cristiano deve saper accettare le prove cui il Signore lo sottopone: a maggior ragione se è un uomo di Chiesa”; le sue palpebre erano socchiuse e le mani congiunte, davanti al petto.
“Fortuna che lei ha la Fede! Se penso a quello che ho provato quando mio padre morì, beh… perdere entrambi i genitori a distanza di pochi mesi, com’è successo a lei…” .
“Già… sarà un anno che davvero non dimenticherò!”.
“Mi lasci dire, padre, che non sarà l’unico nella Penisola a dare un significato… speciale, a questo 1943!”; il gentiluomo inglese stava fissando il volto del suo interlocutore.
“Quali novità ci sono, Eccellenza?” chiese l’ecclesiastico, preoccupato.
Il rumore della fontanella parve amplificato dal silenzio che scese nella stanza. Poi, il diplomatico britannico disse: “I Vertici Alleati mi hanno incaricato di convocare il Governo Italiano per la firma della resa incondizionata…”; il tono era quello di un annuncio ufficiale.
“Veramente… si era parlato di armistizio” eccepì prontamente il prete.
“Certo, certo, armistizio…” accondiscese l’altro, con un sorriso appena percettibile. “Oggi siamo il 28 agosto” continuò il diplomatico: “d’intesa con il collega statunitense, dopodomani contatterò il generale italiano incaricato della trattativa”.
“Si è deciso dove avverrà la firma?”
“Sarà in Sicilia, ai primi di settembre: l’isola è ormai sotto il nostro controllo”.
“La ringrazio Eccellenza per queste sue comunicazioni: riferirò subito al Santo Padre. Sono certo che apprezzerà molto la scelta di coinvolgere nel progetto i due ambasciatori Alleati presso la Santa Sede” commentò l’uomo di Chiesa.
“Si è voluto dare al Re un segnale inequivocabile di quello che stavolta è l’orientamento di Sua Santità”.
Il Monsignore annuì, fingendo di ignorare che sullo “stavolta” la voce dell’inglese aveva palesemente indugiato.
“Per Roma faremo il possibile...” -proseguì l’ambasciatore- “anche se il Capo del Governo dovrà darsi una mossa per contenere i tedeschi…” il tono era diventato severo.
“E i soldati italiani?”.
L’inglese rivolse al suo interlocutore uno sguardo sorpreso: il problema non era mai stato posto, in modo così esplicito, nei contatti con il Vaticano.
“Beh… se combatteranno per noi, si porranno da subito sotto la nostra protezione”  -replicò- “diversamente, è un problema che dovrà risolvere il Comando Italiano”. La sua conclusione non prevedeva repliche.
Messosi in piedi, l’ambasciatore appoggiò le mani alla spalliera della sedia e: “Caro Monsignore”- disse, tornato affabile: “mi permette un consiglio spassionato?”.
“Ci vorranno una decina di giorni prima che la… pace separata venga resa pubblica. C’è il tempo per riportarne in Italia una buona parte, almeno dai Balcani e dal sud della Francia. Suggerisca al Papa di spingere in questo senso con Sua Maestà. Mi risulta che il Capo del Governo fin qui non ne abbia voluto sapere, ma… i tedeschi tenteranno di liberare Mussolini, dopodiché non saranno teneri con gli italiani, questo è sicuro”.
Il Sostituto alla Segreteria di Stato aveva lasciato la scrivania e, dalla finestra, il suo sguardo vagava tra le aiuole dei giardini vaticani.
I volti dei suoi genitori comparvero d’improvviso davanti ai suoi occhi e la visione lo turbò.
Si rese conto che quelle immagini eteree volevano dirgli qualcosa, ricordargli un impegno cui non doveva sottrarsi.
Con la mestizia dei loro silenzi, gli stavano chiedendo di fare il possibile, per salvare dalla catastrofe la migliore gioventù d’Italia.

Due

“Muoviti Marco, gli amici stanno aspettando!”.
Suo padre aveva pronunciato quell’esortazione, mentre lui era ancora seduto a tavola. Gustò, raccogliendole dal piattino, le briciole del dolce di compleanno, preparato con lo zucchero e la farina del mercato nero.
Nonostante tutto, i suoi non avevano rinunciato a festeggiare i suoi ventidue anni, compiuti quel 28 di agosto. Erano giorni gravidi di incertezza, ma almeno – si diceva  - li stava trascorrendo a casa e non in caserma, al fronte!
“Vengo, papà!”. Avvolse nella carta la porzione di torta rimasta e uscì dalla cucina, inseguito dalle chiacchiere delle sorelle, affaccendate al lavello.

...

Le magistrali vogate facevano scivolare la gondola sull’acqua, imprimendole il ritmo consueto: prima la remata di spinta che direziona la prua verso sinistra, poi il ritorno del remo, con la pala inclinata, per correggere la rotta sul lato opposto.
Appoggiato allo schienale del sedile centrale, Marco si faceva cullare, proprio come i siori trasportati per mestiere da suo padre, il quale, ritto a poppa, gli destinava uno sguardo affettuoso.
Osservò intorno a sé i palazzi dell’inimitabile Via d’Acqua che stavano percorrendo. Da quando era tornato in licenza, la città gli sembrava ancora più bella: quando era fuori casa, cercava di riempirsi gli occhi di meraviglie e la mente di ricordi.
“Ma dai che il Fascismo non c’è più e la guerra finisce presto!” glielo ripetevano in tanti, ma erano parole che invece di rasserenarlo, aumentavano la sua inquietudine. Dopo gli anni a far la guerra in Dalmazia, il ritorno alla vita normale ti sembra così irraggiungibile che hai paura perfino di sognarlo.
Si sapeva che numerose Divisioni tedesche erano schierate lungo la Penisola e la stessa Trieste, crocevia per il Fronte Balcanico, era tra le città occupate dall’Esercito del Reich. Lo aveva visto con i suoi occhi quando c’era passato, durante il viaggio per la licenza.
La domanda cruciale rimaneva la stessa: i tedeschi avrebbero accettato che i soldati italiani, una volta firmata la pace, tornassero alle loro case? Per come li aveva visti all’opera in questi anni di vicinanza, la cosa sembrava a Marco del tutto inverosimile. Chissà, forse presto si sarebbero aperte altre strade… ma intanto lui, tra dieci giorni, avrebbe dovuto far ritorno a Spalato!
“Prima lo hanno sopraelevato e ora lo vogliono modernizzare sul lato del campo…”; le parole di suo padre lo distolsero dai suoi turbamenti. La disapprovazione era rivolta all’Hotel dal profilo gotico, incombente sul rio che stavano attraversando.
Marco annuì con l’espressione più rilassata che seppe trovare in fondo alle proprie preoccupazioni: nessuna ansia ulteriore, nessun’altra paura andava trasmessa alla sua famiglia, se l’era imposto fin dalla partenza per il fronte. Due figli in guerra, lui nei Balcani e Giovanni marinaio a La Spezia, costituivano per i suoi genitori un fardello che non andava reso più gravoso.
Quando ormeggiarono allo stazio della Calle Larga, un gruppo di gondolieri lo accolse con saluti chiassosi; d’altra parte lo conoscevano fin da bambino, quando aiutava suo padre a lucidare gli ottoni della gondola!
All’interno del ricovero di legno, Marco distribuì il dolce e comparve anche una bottiglia di bianco.
“Vedrai che tra un po’ tornerete tutti a casa!” esclamò quello che chiamavano Bisato.
Marco lo conosceva bene, era un coetaneo di suo padre: nella Prima Guerra avevano entrambi combattuto sul Carso e Oreste -questo era il suo nome- aveva poi tenuto a battesimo suo fratello Giovanni.
“A proposito, anche Alvise è qui in licenza, lo sapevi? È arrivato in città proprio ieri!” aggiunse l’uomo.
“Allora vengo presto a suonarvi il campanello!” esclamò lui con allegria. Era davvero contento di incontrare l’amico d’infanzia, rientrato dal fronte greco. Tra l’altro, era possibile che Alvise avesse qualche notizia aggiornata…
Al momento dei saluti, si ritrovò al centro di strette di mano e pacche sulle spalle: “Il nuovo Governo firmerà la pace…”. “…stavolta sarà sul serio, non come a luglio!”.
Marco si sentì contagiato da quell’ottimismo: “Qualunque cosa succeda, i Comandi dovranno pensare alla sorte di noi soldati, non possono non farsene carico!” si diceva sollevato.
Fu l’incedere marziale di due ufficiali della Wehrmacht, usciti in quel momento dall’Hotel, ad intiepidire la sua euforia.

Tre

“Che mi dice, generale?”
“Eccellenza, credo che ci siamo. Si sono messi in contatto con me i diplomatici degli Alleati presso la Santa Sede…”.
“Finalmente anche il Papa si è convinto! Molto bene. Che dicono?”.
“Sono disponibili ad incontrarci in Sicilia per sottoscrivere l’accordo! Data e luogo ci verranno presto specificati, però…”.
“Però?” ripeté Sua Eccellenza, aggrottando un sopracciglio.
“Ci danno tempi molto stretti. Già oggi vogliono sapere se siamo d’accordo”.
“Figurati!”. Il Capo del Governo si alzò di scatto dirigendosi verso la finestra dell’ufficio che dava su Piazza del Viminale. Il generale lo seguì con lo sguardo, prima di aggiungere: “E’ il motivo per cui le ho chiesto di essere subito ricevuto!”.
“Ci vogliono prendere per la gola… ma non può andare così: se firmiamo adesso, con i tedeschi in casa e senza difese, Roma sarà perduta e con essa la Monarchia!”.
“Già… e c’è un’ altra questione che andrebbe meglio definita…”.
“Vale a dire?” chiese il Maresciallo d’Italia, fattosi attento.
“La sorte… dei nostri soldati!” rispose, titubante, il generale.
“Anche lei con questa storia! Ieri me ne ha parlato il nostro amico Monsignore e pare addirittura che il Papa voglia farne cenno a Sua Maestà! Ma la questione ormai è definita nella bozza di accordo con gli Alleati: oltre non si può andare!”
“Se Vostra Eccellenza mi consente: le nostre truppe, dislocate nelle zone di occupazione, non riusciranno a tener testa alle azioni belliche della Germania, Senza l’assistenza degli Alleati, gli oltre 600 mila soldati che abbiamo nei Balcani non saranno in grado di tenere i porti e imbarcarsi per l’Italia. Potrebbe essere una tragedia!” l’ufficiale aveva parlato d’un fiato.
“E quindi? Cosa dovremmo fare?” l’occhiata sospettosa del Capo del Governo valse a raffreddare gli ardori del suo interlocutore.
“Beh… ci sarebbe la possibilità di utilizzare i giorni che ci dividono dalla ufficializzazione dell’armistizio… “ -il generale si era fatto di nuovo esitante- “se allertassimo subito gli ufficiali, almeno una parte delle truppe riusciremmo a portarle in Italia … una volta rimpatriate, potrebbero essere importanti per difendere il nostro territorio dai nazisti”. Si rese conto di aver usato troppi condizionali per risultare davvero convincente.
Dopo un attimo di silenzio, il Primo Ministro scandì la sua replica: “Caro generale, le ricordo che stiamo parlando di ufficiali, di soldati, non di scolaretti! A lei dico, una volta per tutte, quello che non ho potuto chiarire, negli stessi termini, con l’incaricato del Papa”.
Si avvicinò all’interlocutore, prima di continuare: “Sono disposto ad accettare anche la perdita di mezzo milione di uomini, piuttosto che esporre la Monarchia alle conseguenze di una reazione germanica provocata da indiscrezioni! Sono stato chiaro?”.
Tornò a sedersi alla scrivania e: “Ora vediamo il da farsi” ordinò, perentorio.

Quattro

In mezzo al campo, si erano fermati a ricordare le partite di pallone giocate da bambini, con un occhio attento all’arrivo dei vigili, sempre in agguato: “… e quella volta che mi hanno sequestrato il pallone appena comprato...”.
I due giovani percorrevano ora la lunga fondamenta, godendo della limpidezza pomeridiana di inizio settembre.
“Quando dovrai tornare al Corpo?” chiese Alvise, mentre oltrepassavano una famosa gelateria.
“Mi rimangono pochi giorni, martedì 7 riparto” spiegò Marco, senza nascondere quanto gli pesasse quella risposta. “L’unico aspetto positivo” – proseguì, recuperando vivacità- “è che, dopo il corso di marconista, sono di servizio negli aeroporti d’appoggio, a Spalato, a Mostar... non mi fanno più partecipare ai rastrellamenti dei partigiani”. Poi: “Tu invece? Quando rientrerai?” si informò a sua volta.
L’altro non rispose. Con lo sguardo girato verso il canale, prese tempo con un “Mah”, che, date le circostanze, risultò a Marco del tutto sorprendente. Fissò l’amico scuotendo il capo, come chi chiede delucidazioni.
Alvise si diresse verso una panchina di pietra, ai bordi della riva. Oltre il canale, la facciata neogotica di un imponente opificio, dominava la lingua di terra, protesa sulla laguna.
“Ti rammenti di Lorenzo, il figlio dei fornai? Quello che da ragazzi ci portava i bussolai senza che suo padre lo sapesse?”. La declinazione eufemistica del verbo “rubare” fece sorridere Marco.
“Certo” - confermò, sedendo accanto all’amico - “che fine ha fatto? Ricordo che era entrato nella Milizia…”.
“Adesso è un caposquadra, una specie di sergente della Milizia Portuaria. L’ho incontrato ieri e sta benissimo”.
“Che ti ha detto?”.
Alvise si guardò alle spalle con fare circospetto, poi gli si accostò bisbigliando: “Presto ci saranno grandi novità: il Re vuole fare la pace con gli americani e i tedeschi si stanno preparando a rimettere in sella il Duce. Notizie fresche da Trieste, dove stanno i suoi capi…”.
Marco non mostrò particolare sorpresa: più che rivelazioni quelle costituivano sensazioni diffuse, prospettive che molti consideravano attendili e dalle quali, a ben vedere, originavano le sue angustie.
“La Milizia oggi è stata assorbita dall’Esercito” proseguì Alvise, tenendo la voce sempre molto bassa: “ma se torna Mussolini o chi per lui, loro passeranno a combattere per i tedeschi, e lo faranno qui, in Italia… vicino a casa…. Capisci cosa significa?”.
Marco sbarrò gli occhi per la sorpresa: “Con le Camicie Nere? Pensi di schierarti con loro!”.
“Sss… anche con il demonio, se necessario! Marco, io laggiù non ci voglio più tornare!”; si passò una mano sugli occhi: “Mi daranno una copertura per il tempo che serve e poi… è fatta! Ascolta… se vuoi, parlo a Lorenzo anche di te… credo si possa fare, potremmo finirla per sempre con questa vita, Marco!” sussurrò con enfasi.
Lui volse gli occhi verso il sole che tramontava, dietro la mole scura dell’edificio.
Non dovette pensare a lungo per sapere cosa avrebbe risposto.
Era stato il Fascismo, il regime in cui era cresciuto e diventato uomo, a portare l’Italia alla rovina, a causare alle famiglie italiane tanti dolori e lutti. Di queste responsabilità era ormai convinto.
“Accada quel che accada” si disse con sicurezza “non combatterò una seconda volta per loro”.

Cinque

I due alti ufficiali delle Forze Alleate posarono all’ombra dell’ulivo per le foto di rito, accanto al generale italiano e all’ambasciatore che faceva da interprete.
Poco prima, il disimpegno del Regno d’Italia dall’alleanza con la Germania nazista era stato segretamente firmato, insieme alle condizioni fondamentali della resa dell’Esercito italiano.
Alle 17,15 di quel venerdì 3 settembre, sotto una tenda nella campagna siracusana, il Governo italiano aveva tentato di salvare quanto rimaneva della sua Monarchia risorgimentale.
Molto presto -probabilmente il giorno 8- l’accordo sarebbe stato ufficializzato alla Comunità internazionale e, con essa, al Governo del Reich.
Nessun impegno specifico assumevano gli Alleati, per la difesa della Penisola e della sua Capitale, dalle reazioni dell’ex alleato germanico.
Accanto ad un vago auspicio di rientro in Patria delle truppe oltre confine, solo disposizioni confuse e contraddittorie venivano impartite ai reparti dell’Esercito italiano, in vista delle fasi decisive, conseguenti alla divulgazione dell’armistizio.
Sei

“Eccomi padre, buongiorno”.
Quando Marco apparve sulla soglia della sacrestia, don Attilio stava finendo di svestire i paramenti verdi della Funzione domenicale.
“Vieni, entra pure”. Il parroco era alto e robusto: lui aveva sempre trovato che emanava un sacco di energia!
“Puoi andare, Bepi, grazie” disse al sagrestano che lo assisteva. Quindi fece strada al giovane in uno stanzino attiguo, con un tavolino ed alcune sedie.
“Allora, come va?” si informò il sacerdote, in tono cordiale.
“Insomma…” quello di Marco era un sorriso a metà.
“So che martedì devi ripartire”.
“Sì, devo essere a Trieste in serata” confermò lui, per aggiungere subito dopo: “Scusi don Attilio, ma lei come lo sa?”.
Il prete esitò prima di replicare: “Tuo padre è venuto a trovarmi. È molto preoccupato per te, data anche la situazione generale… ma non vuole aumentare l’angoscia in famiglia…”. Marco ascoltava, molto teso.
“Ha voluto confidarsi con me…” proseguì don Attilio: “alla fine mi ha chiesto di parlarti, di darti un consiglio sul da farsi. Per questo ho voluto che passassi da me, dopo la Messa…”. Si interruppe, attendendo una replica.
“Padre… ma che alternative ho davanti? Mi faccio fucilare?” si sfogò Marco, con voce accorata.
Don Attilio si passò più volte la mano sul mento, come chi si mette a riflettere, quindi riprese a parlare.
“Da un po’ di tempo, mi occupo dell’assistenza spirituale al Gruppo degli universitari cattolici… i non molti che non sono al fronte, naturalmente… Ma vengo al sodo: negli ambienti dell’Azione cattolica ho appreso che qualcosa nelle Università si sta muovendo; ci sono persone… - cristiane naturalmente - che vogliono contribuire ad affrontare… gli eventi che potranno verificarsi…“.
“Stanno preparando la resistenza partigiana” si disse Marco e la sua espressione confermò al parroco che il significato ultimo delle sue parole era stato compreso.
“Se provassi a chiedere a qualcuno che conta… magari per qualche tempo potrebbe darti ricovero in un luogo sicuro… in attesa degli sviluppi… intendi?”.
Marco tacque, pensieroso. Di nuovo gli veniva offerta una strada alternativa e stavolta la sua risposta non era affatto scontata.
Fu con voce esitante che iniziò a parlare: “La ringrazio, padre, per la possibilità che mi sta offrendo. Questo è un momento importante e non le nascondo le mille esitazioni che ho avuto in questi giorni…
Ma vede, io penso che nell’Italia che speriamo di costruire ci sarà bisogno di coloro che avranno resistito con le armi in pugno, ma anche di chi lo avrà fatto assecondando il proprio senso del dovere”.
Il prete lo ascoltava in silenzio.
“Anch’io voglio lottare per un futuro libero da guerre e dittature, ma ho deciso di farlo tenendo fede al mio impegno di soldato. Tutto qua” .
Sulla soglia della sagrestia, Marco si schiarì la voce: “Se può, padre... dica una preghiera per me!” mormorò, stringendo la mano al parroco.
Don Attilio rimase ad osservarlo mentre si allontanava, per poi sparire oltre il portone della chiesa.

...

Il padre dell’autore, geniere marconista sul fronte dalmata, con sede a Spalato e Ragusa (oggi Dubrovnik), fu fatto prigioniero dai soldati tedeschi a Trieste, il giorno 10 settembre 1943, durante il viaggio di rientro al Corpo, reduce da una licenza.
Deportato prima nella regione di Danzica, poi nei lager nazisti della Vestfalia e della Renania settentrionale, venne liberato dagli Alleati nell’aprile del 1945.
Nonostante le condizioni di grande sofferenza, come altri 650 mila IMI (Internati Militari Italiani), rifiutò sempre le offerte di tornare in Italia arruolandosi nelle SS o nelle formazioni della Repubblica Sociale.
Alla sua vicenda si ispira questo racconto.





















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