Laura Calderini - Concorso Lagunando

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Laura Calderini

LAGUNANDO 2020 > selezionati 2020
Nata a Roma vivo ad Orvieto.
Laureata in Giurisprudenza.
Non mi ritrovo in questo mondo scellerato, così preferisco rintanarmi in casa con un “angelo” e due gatti per passeggiare dentro il mondo della scrittura.
ORTI DEI DOGI
ROMANZO
LA RAGAZZA DALLA PELLE D’UOVO

Non so se vi è mai capitato di rimanere folgorati dalla visione di qualcosa che, di per sé, non avrebbe niente di straordinario ma che, per qualche inspiegabile motivo, vi costringe a guardare da quella parte.
Li vidi da lontano venirmi incontro lungo la via.
Un bimbetto biondo e riccioluto sopra un passeggino spinto da una ragazza minuta, e un grande cane bianco che sembrava far da scorta. Lei indossava un paio di occhiali a specchio e quando mi passò accanto, con un incedere fiero e disinvolto, – persino il cane sembrava ostentare una simile andatura –, notai lo strano sorriso che aleggiava sulle sue labbra, mentre canticchiava una canzone che io conoscevo bene: “Vivere, è passato tanto tempo, vivere è un ricordo senza tempo…”. Mi ritrovai a mormorare i versi successivi, mentre li seguivo con lo sguardo: “…vivere è sorridere dei guai, così come non hai fatto mai, e poi pensare che domani sarà meglio…”.
Sparirono dietro un angolo insieme alla strana percezione che ne avevo avuto.
“Chi non ha luce in viso mai potrà essere stella”, fu quanto rimase impigliato, per anni, dentro quel ricordo.
Li ho ritrovati, oggi, pensate, dopo tanto tempo, e voglio raccontarvi la loro storia.
Dunque accomodatevi, spegnete luci e rumori, chiudete gli occhi e… mettetevi all’ascolto.

I° CAPITOLO

LUGLIO 2019

«Ciao amore mio, come stai?» Le disse.
E niente: a quell’amore mio proprio non riusciva ad abituarsi.
D’impatto, una compiacenza inevitabile si infilava nel cervello e scivolava con sensualità lungo la nuca, ma subito, prima che arrivasse al cuore, veniva bloccata dal senso di fastidio per quel fuori-tempo.
«Bene, tu?»
Lo aveva amato e aspettato; per anni si era fidata di lui e mai che l’avesse chiamata amore mio.
Avevano continuato a frequentarsi, sì; nonostante tutto e molto raramente. Lei non gli permetteva troppe confidenze, né desiderava troppi contatti; un rapporto civilmente affettivo, addirittura quasi civilmente filiale, d’accordo; ma amore mio! Adesso!
Eppure sapeva che lui non sprecava mai parole, e parole che implicassero un suo coinvolgimento sentimentale; qualcosa, quindi, quell’amore mio sottintendeva. Certamente, come sempre, qualche altro inganno d’amore; e, come sempre, lei ci sarebbe cascata, perché, in fondo, e nemmeno tanto in fondo, lei non s’era rassegnata a perderlo del tutto. Ma la rabbia era più forte. Il male che aveva sopportato troppo grande per cedere alle blandizie dell’illusione. Proprio quell’amore negato da subito – in effetti, lui non s’era mai nascosto dietro un falso se stesso – aveva finito per gettarla nelle braccia dell’errore più grosso della sua vita. Che poi da quell’errore fosse nato il bene altrettanto più grande, l’aveva rimessa con le spalle al muro: per quello avrebbe potuto perdonargli la sua assenza. Ma non quei due anni d’inferno. Quelli, almeno e ancora, dovevano trovare una giusta collocazione all’interno della ragione di vita che stava faticosamente ricostruendo. Seppellire le macerie per ricostruire; prima o poi ci sarebbe riuscita.
«Mi hanno pagato bene per un lavoro, così ho pensato di farti quel regalo che ti avevo promesso. Viaggio o televisione nuova?» le chiese con un tono che tradiva un’emozione quasi fanciullesca.
Già, un fanciullo. Lui non si era mai arreso all’adultezza, come diceva; e questo gli serviva per giustificare la propria coscienza per i troppi varchi che lasciava sguarniti all’interno delle proprie responsabilità. Un egoismo apparente e appariscente, dal quale lo si poteva talvolta dispensare per l’onestà delle intenzioni che rimanevano, per quanto magari sbagliate, sincere e generose.
E quando si trattava di questo tipo di proposte, si poteva star certi che fosse così.
Susanna rimase meravigliata – e quando non lo era stata davanti alla sua imprevedibilità – e però non aveva avuto esitazione (i loro viaggi avevano, in qualche modo, segnato la sua vita), così come lui non aveva avuto dubbi: «Dove?» aveva soltanto chiesto lei: avrebbe voluto rifiutare entrambe le opzioni, per ripicca, per ferirlo; ma, al solito, non ce l’aveva fatta.
«Isola di San Giorgio.»
«Sarebbe?»
«Venezia. Ho già prenotato.»
Non era mai riuscito ad avere un lavoro stabile; voleva fare solo quello che lo aggradava e che gli altri non comprendevano: l’artista, il genio, meglio se maledetto. Come tale, non gli importava niente dei soldi e quando ce li aveva li spendeva tutti con larghezza, per e con le persone che diceva di amare, normalmente secondo i suoi intendimenti.
Intendimenti che, in linea con il suo pensiero, non erano mai banali ma, e questa era una delle doti che glielo rendevano cordialmente insopportabile, piccoli fuochi d’artificio sparati per stupire e per godere di ciò che fosse bello e interessante per il corpo e lo spirito.
«Il grande uomo resta a casa, però. Questo viaggio dobbiamo farlo noi due soli. E’ solo un fine settimana, si parte venerdì pomeriggio e si torna domenica sera.»
Appunto. Determinazioni, più che intendimenti, che ammettevano soltanto la scelta tra il sì e il no, e non sempre.
«Perché io e te?» La preoccupava quell’essere loro due soli.
«Ti spiegherò strada facendo. Fidati amore mio ».
Fidarsi! Di lui!! Amore mio!!!
*
Si erano trovati direttamente alla stazione; un bacio fugace e timido dentro un abbraccio caldo come l’aria di quel pomeriggio: «Ho portato il costume» disse Susanna, allegra.
«Potevi risparmiarti il peso. Non servirà» rispose lui mentre si accendeva il sigaro.
«Come?! Isola uguale mare, luglio uguale estate: dov’è la falla?»
«Nella tua testa! Non sempre l’evidenza è scontata» sghignazzò spingendola verso il bar «dai prendiamoci un caffè.»
«Quanto sei stronzo» chiosò lei allungando il passo.
Preso il caffè Susanna cominciò a rollarsi una sigaretta intanto che si dirigeva verso il binario, ma lui, prendendola sottobraccio la direzionò verso l’uscita: «Sorpresa» rispose al suo sguardo allarmato.
Bip bip e lo sportello dell’auto le venne tenuto aperto con un inchino: «Mi sono fatto prestare la macchina da Alfredo e gli ho lasciato la mia carretta. Un viaggio in treno tra la folla accaldata e vociante me lo volevo risparmiare. Tanto guidi tu.»
E senza darle alcun tempo di reazione, le aveva preso il bagaglio e dopo averlo sistemato, si era accomodato lato passeggero con un «Ah che meraviglia!»
Susanna alzò gli occhi stralunandoli al cielo: «Matilde, pensaci tu!» sospirò gettando il mozzicone in terra dopo aver fatto l’ultima tirata.
Lui sembrò appisolarsi subito, appena imboccata l’autostrada e lei, grata di non dover sostenere conversazione e libera di rimuginare, quindi, sulla faccenda, aveva acceso lo stereo e… Vasco era partito. Si voltò di scatto verso il profilo di quel diavolo d’uomo: gli anni stavano passando anche per lui, pensò.
Fu tentata di accarezzargli i capelli ma si limitò a sorridere; e canticchiando, spinse sull’acceleratore.
*
A Firenze prima tappa e cambio al volante.
«Sei tranquilla adesso?» chiese lui, sulla corsia di accelerazione.
«Tu hai dormito?» fu la sua risposta.
«No. Ho solo preso tempo per lasciarti il tuo tempo.»
«Chiarezza mai, eh?!»
«Amore mio…»
«Smetti di chiamarmi amore mio, non lo sopporto» lo interruppe subito.
«Va bene, amore mio… Susanna, ok ok» sospirò alzando entrambe le mani in segno di resa.
«SUL VOLANTE!» berciò lei afferrandogli un braccio e riportandolo alla guida. «Allora, che cos’è questa novità?».
«D’accordo. Comincerò da lontano. Ti ricordi la nostra vacanza a Punta San Vito lo Capo, in Sicilia?»
«Tantissimi anni fa.»
«Sì, un giorno andammo a visitare l’interno e ci ritrovammo a Gibellina. In realtà, sapevo che il terremoto del Belice l’aveva completamente rasa al suolo e molti artisti avevano contribuito, con le loro opere, alla ricostruzione del nuovo paese che, quindi, stava diventando un museo en plain air, e io volevo visitarlo.»
«“Dai ti porto al mare in un posto meraviglioso”, una settimana di cui la metà passata a spasso tra i monumenti sotto un sole cocente» sbottò lei.
«Beh, perché, è stato brutto?»
«Lascia perdere.»
«E ti ricordi quell’opera incredibile: ‘Il grande cretto’?»
«Quella specie di enorme labirinto di cemento in cui per poco non mi persi? Se non fosse stato per quel signore anziano che mi tirò fuori…»
«Esatto. Quel signore anziano, forse non te lo ricordi, era proprio colui che aveva progettato l’opera, il maestro Alberto Burri.»
«Ah boh, quindi?»
«Quindi, grazie a te, diventammo amici tanto che, l’anno dopo, gli regalai una mia opera per il suo compleanno.»
«Mi sembra piuttosto normale. Non fai altro che regalare.»
«Ho capito. M’è venuta sete va! Fermiamoci.»
*

(continua)

 Nella presente   antologia è stata riportata solo la presentazione del romanzo.

Per l’Opera   completa contattare l’Autore.

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