Lorusso Francesco - Concorso Lagunando

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Lorusso Francesco

Nato il 06/11/1989 a Manfredonia (Foggia)... Al compimento dell’undicesimo anno, ho iniziato a leggere libri..., non posso dimenticare i volumi appartenenti alla collana “Piccoli Brividi” e “Il battello a vapore”, oggi ... il tema fantasy o l’Impero Romano viene divorato in meno di un mese. Iniziai a scrivere all’età di 14 anni, partecipando ad un concorso letterario della mia scuola... Attualmente studio per diventare commercialista, dedicando il sabato e la domenica alla mia passione, la scrittura.
ROMANZO
Introduzione



L’imperatore Caligola governa con follia e terrore l’Impero Romano eredita da Tiberio, protetto dal popolo e dai pretoriani, il senato non può far altro se non accettare tutte le decisioni che il divino principe decide di applicare, deportare gli obelischi dell’Egitto in Italia, nominare il suo fidato cavallo come senatore, impegnare una guerra contro Poseidone e altri progetti i cui scopi, prevedevano solo il puro sperpero del denaro e il soddisfacimento delle sue perversioni sessuali, arrivando ad abusare delle sue stesse sorelle e delle mogli dei senatori, solo per poterli controllare e continuare a umiliare.
Il denaro incominciò a diminuire e Caligola sapeva bene che il popolo avrebbe continuato ad appoggiarlo solo se continuava a ricevere ciò che più bramava, oro e sangue, così iniziò a impossessarsi dei beni dei senatori o dei suoi stessi familiari, accusandoli di cospirazione e lesa maestà e per rafforzare le accuse utilizzava altri senatori che confermavano le accuse mosse agli innocenti colleghi.
Nell’estate del 40 d.C. il senatore Giulio Grencio e sua moglie Giulia Procilla, entrambi discendenti della famiglia del dittatore Giulio Cesare, ebbero un figlio che chiamarono Gneo Giulio Agricola. Procilla amava il marito e ancor di più il figlio, per non fargli mancare l’affetto e la figura di un padre, riferì al marito la sua decisione di voler ritornare a Roma e lasciare quell’esilio volontario.
Forum Iulii - Francia Narbonensis 16 Giugno 40 d. C.
Grencio: “No e poi no. Credevo chiusa la discussione da tempo e adesso non capisco perché ci ritroviamo a parlarne. Proprio ora che abbiamo un figlio è vitale che non vi trasferiate a Roma. Nella capitale ci trasferiremo solo quando Caligola sarà deposto e il suo regno di terrore, cessato”;
Procilla: “Di cosa ti preoccupi, Grencio? Non credo che l’Imperatore Caligola ora che ho avuto un figlio sia interessato al mio corpo”;
Grencio: “Si vede che non lo conosci come lo conosciamo noi senatori, il suo appetito sessuale e così vasto e smisurato che non si preoccupa di possedere le sue sorelle in pubblico, anzi spesso le porta in teatro e dinnanzi a una folla di ammiratori le possiede a più riprese. Per tenere sotto controllo noi senatori, ci invita con le nostre consorti nel suo palazzo e senza che noi possiamo opporci, si assenta per abusarne. Molti di noi per rimanere nell’anonimato avvalliamo ogni sconsiderato progetto che impone. Per me ogni riunione del senato sembra una possibile condanna a morte.
Procilla notando sul volto di suo marito la disperazione, decise di rimanere come concordato a Forum Iulii a occuparsi delle varie tenute che possedevano e del figlio, fino al giorno in cui il centro dell’Impero non sarebbe divenuto sicuro e/o il figlio non avrebbe abbandonato la toga Praetexta e preso quella Virilis, venendo dichiarato un uomo e incominciare il suo Cursus Honorum e disse: “Scusami marito mio. Non era mia intenzione inquietarti ulteriormente”.
Grencio ascoltando le parole della moglie non poté far altro che abbracciare la sua amata e baciarla con trasporto, facendogli capire quanto l’amasse e sussurrandogli: “Ti amo e proteggerò finché avrò vita e anche dopo, te e nostro figlio”.
Roma Agosto del 40 d.C.
Il sole riscaldava la giornata e a renderla più calda vi era l’elevato tasso di umidità. Tutti i senatori e consoli anche i suffetti erano stati convocati al foro dall’Imperatore Caligola che come suo solito fare, entrò nel foro cavalcando Incitatus che lanciato a tutta velocità, riuscì a fermarsi a pochi centimetri da un senatore grasso che paralizzato dalla pura, aveva incominciato a pregare gli dei.
Il cavallo si impennò, prima di far scendere l’imperatore che dopo aver accarezzato il suo bianco destriero, disse a voce alta, affinché tutti lo sentissero: “Bravo Incitatus. Se il senatore più fedele che ho, non vedo l’ora di nominare anche tuo figlio”.
Il cavallo sbuffò e Caligola con viva malizia negli occhi si affrettò a dire: “Vuoi che nomini anche un porco come senatore?”, scoppiò a ridere e nell’ilarità del momento aggiunse: “In fin dei conti hai ragione, tra tanti maiali, chi vuoi che noti un porco? Ah ah ah”, Caligola rideva di gusto e i senatori, forzatamente com’erano abituati a fare, risero anche loro.
A Caligola non erano mai interessati quei vecchi caproni, a lui interessava regnare e sperperare l’immensa fortuna mai utilizzata da Tiberio e Augusto, se qualche senatore fosse diventato troppo grasso, ci avrebbe pensato lui a togliergli ogni cosa, perché tutto apparteneva all’Impero Romano e lui era Roma.
Il Principe incominciò a camminare tra i presenti prima di annunciare: “Miei cari Senatori, Consoli e Suffetti, mio fratello Giove stanotte mi è apparso in sogno e mi ha rivelato che tra di voi c’è un traditore che sta agendo alle mie spalle.
Nella mia infinita bontà ho deciso di esiliarlo dall’Impero senza i suoi beni e senza toccare la sua famiglia ma se vorrà clemenza, dovrà farsi avanti ora, altrimenti morrà”.
I Senatori si guardavano l’un l’altro mentre il principe si beava del terrore dipinto sui loro volti, molti volevano in cuor loro la morte del tiranno ma anni di scontri in senato per l’approvazione o meno di una legge, li aveva resi acerrimi nemici e nessuno nel terrore di essere denunciato, non era riuscito a preparare una congiura.
Il tempo passava e Caligola dopo averli osservati tutti, terrorizzandoli ugualmente disse: “È chiaro che costui è timido, voi senatori avete giurato di proteggermi e visto che quest’uomo non mi lascia scelta è giusto che lo chiami io. Marco Giuno Silano datti avanti e confessa le tue colpe”.
Tutti i senatori dopo aver espulso l’aria del momento, si voltarono verso il senatore, nonché ex suocero dello stesso imperatore, visto che era il padre della prima moglie di costui e lo trattava come un figlio, consigliandolo e alle volte mitigando e giustificando i suoi eccessi come un padre fa con un figlio, ma a detta dello stesso imperatore, era diventato una spina nel fianco, trattandolo come un essere umano e non riconoscendo quindi la sua natura divina.
I senatori e collaboratori, incominciarono a prendere le distanze dall’accusato, ad un tratto un senatore gridò: “Traditore!”, fu il segnale che tutti aspettavano, adesso tutti avrebbero incominciato ad accusarlo falsamente di ogni cosa e avrebbero potuto placare il risentimento che avevano verso il tiranno di folle di Roma. Grencio non riusciva a parlare, aveva conosciuto Silano e comprendeva il suo comportamento, era diventato padre da poco e se suo figlio fosse morto lasciando una vedova, lui l’avrebbe accolta in casa e trattata come una figlia, rimase in silenzio, lasciando che tutti lo accusassero mentre l’imputato con rassegnazione guardava i suoi colleghi ricordando che fino a pochi secondi prima gli parlavano con fare amichevole e scherzoso.
Caligola beandosi della caduta dell’ennesimo parente, incominciò a tracannare vino, era così ebro di potere che non badava alle gocce che fuoriuscivano ai lati della bocca e gli macchiavano la porpora.
Callisto libero dell’Imperatore, ora consigliere e segretario, annotava tutti i senatori che accusavano Marco Giano Silano, che dopo aver subito le false accuse dei suoi ex colleghi, si portò al centro del foro e disse: “Mio divino imperatore, ho agito sempre garantendo il suo bene, non ho mai tenta ...”.
Caligola lo interruppe: “Stai dicendo che Giove, il padre di tutti gli dei, mio fratello, mi ha mentito?”;
Silano: “Non intendevo questo”;
Caligola: “Quindi mi stai accusando di non riuscire a interpretare il volere dei miei simili?”;
Silano: “No”;
Caligola: “Ammetti che gli dei hanno sempre ragione e noi dobbiamo ascoltare i loro ordini?”.
Era fatta, il tiranno aveva messo la sua vittima alle corde, se l’accusato avesse detto di non ascoltare gli dei, sarebbe stato eliminato per “lesa maestà” ma se avesse ammesso affermativamente, sarebbe morto per tradimento, conscio dello sviluppo degli eventi disse: “Se mi ritenete degno di tradimento, accetterò la sua divina sentenza”;
Caligola: “Il tuo agire agli occhi degli dei, del Senato e del tuo divino imperatore, è risultato un affronto. Con effetto immediato sei messo a morte, la tua famiglia non verrà toccata, in quanto hai ammesso le tue colpe”;
Silano: “Le sono grato mio imperatore”.
Grencio era solito elencare le colpe dei condannati prima che il boia mozzasse la testa ma da quando era diventato padre, non ne aveva più la forza, il suo sangue Giulio unita allo studio della filosofia, ribolliva per lo stato di continuo terrore in cui era costretto a vivere e così, decise di abbandonare il senato, senza guardare l’ennesima esecuzione senza senso a cui avrebbe dovuto presenziare.
Caligola dopo la conclusione della sentenza, si sentì libero ma insoddisfatto, quando ordinava la morte di un senatore, vi era qualcuno che ripeteva le sue colpe ma la condanna dell’ex - suocero non era avvenuta come desiderava e si rivolse a Callisto: “La condanna secondo te è andata bene?”;
Callisto: “È andata come lei aveva designato”;
Caligola: “Non riesco a trovare soddisfazione. Sembra che mancasse qualcosa”;
Callisto: “Si. Ora che ci penso il sanatore Giulio Grencio non ha elencato le colpe di Silano”;
Caligola: “Chi è costui?”;
Callisto: “Un membro della famiglia Iulia”;
Caligola: “Non sapevo che ci fosse un Giulio nel senato”, rimase in silenzio prima di incominciare a pensare a voce alta: “Se si venisse a sapere che un senatore non ha esercitato una funzione tanto importante per me, altri senatori potrebbero prendere ad esempio ciò e sfidare la mia divina autorità. Dev’essere punito”;
Callisto: “È una divina idea”;
Caligola: “Certo che lo è. Io sono un dio, convoca i senatori e il boia per domani, ci sarà un’altra sentenza”.
L’indomani i senatori parlavano degli eventi del giorno prima e del messaggio recapitato a sera inoltrata, in cui era arrivata la circolare che invitava il senato a riunirsi alle prime luci dell’alba.
Incitatus sbuffava al fianco di un senatore, se il cavallo si trovava nel foro, senza il suo cavaliere, era probabile che l’imperatore sarebbe arrivato con un altro mezzo, i senatori dovettero attendere tre ore, prima di vedere uno stuolo di servitori che trasportava la lettiga che conteneva il divino tiranno.
Atteso che questa si fermasse, prima di gridare in coro: “AVE CESARE!”.
Dalla lettiga si sentivano dei sbuffi, prima che un urletto di piacere esplodesse, poi si sentì la voce di Caligola dire: “Ci siamo fermati. Siamo arrivati”, scostò il lembo e vide i senatori schierati, questi potettero ammirare delle gambe di donna, intuendo il ritardo del loro divino imperatore, quest’ultimo dopo essersi sistemato la toga, scese dal mezzo di trasporto ed entrò nel pubblico edificio scortato dalle sue guardie germaniche, seguite dai senatori.
Al centro del foro, mentre tutti prendevano posto Caligola disse: “Miei colleghi, la mia divina autorità ha notato che alcuni di voi non sono riusciti a entusiasmarsi per la mia divina decisione.
Perdere un collega è una cosa difficile da gestire e lo sarebbe difficile anche per me se non fossi divino, ma così non è. In un primo momento ho pensato che fosse scosso per gli avvenimenti, Marte e Giove mi hanno avvertito che così non è stato. Costoro hanno sfidato la mia divina autorità e per questo vanno puniti”, incominciò a elencare i nomi dei condannati, Grencio li conosceva ed erano tutti innocenti verso l’autorità imperiale ma rimase congelato quando l’imperatore fece il suo nominativo. La sua vita era quindi giunta al termine e l’unica cosa a cui pensasse era la sua famiglia, mentre i colleghi iniziavano a prendere le distanze dai condannati e accusarli, lui immaginava la moglie che non avrebbe più abbracciato e baciato, l’avrebbe ricordata con la stessa intensità con cui la vide il primo giorno, quando i suoi genitori, due senatori illustri, avevano deciso di unire le proprie famiglie. Il suo rammarico più grande di tutti quegli eventi era per il figlio, non l’avrebbe visto crescere, fare i suoi primi passi, la sua prima parole, andare a cavallo, vantarsi con i colleghi dei successi conseguiti e seguirlo nel suo “Cursus Honorum”.
Guardò l’Imperatore negli occhi e facendo sfoggio della sua arte filosofica disse: “Mio divino imperatore, ieri stavo poco bene ma comprendo le mie colpe. Non vorrei che questa ombra offuschi le nostre famiglie in quanto discendiamo, come ha affermato nelle sedute precedenti, da una divina famiglia”, si fermò per dare modo che tutti riflettessero, ora l’Imperatore si trovava in una fase scomoda ma non poteva lasciarlo in quel modo, altrimenti l’Ira di Caligola, l’avrebbe portato a eliminare anche la sua famiglia e aggiunse: “In virtù di ciò, vi chiedo di commissionare solo a me la condanna”.
Caligola rimase muto, il senatore con le parole, l’aveva posto in una situazione imbarazzante, punire un membro divino avrebbe creato dei precedenti, aveva nel corso del tempo punito e reso uno zimbello agli occhi di tutta Roma suo zio ma non l’avrebbe mai punito con una sentenza di morte. Questo membro sconosciuto, adesso invece l’aveva posto in una situazione imbarazzante e gli aveva consigliato di punirlo e lui non poteva accettare tutto ciò, era una divinità e queste sono superiori, doveva trovare qualcosa da dire ma non aveva parole con cui ribattere e si limito a dire: “Hai ragione, sei un membro della mia divina famiglia e io in quanto tuo divino imperatore, punirò solo te alla decapitazione”.
Grencio con fierezza si avviò al patibolo mentre tutti i cittadini di Roma lo guardavano e lo chiamavano traditore, a lui non importava, la sua famiglia era salva e suo figlio avrebbe continuato a mantenere viva la gens.
Forum Iulii 4 giorni dopo
Le notizie più scioccanti correvano velocemente in tutto l’impero, Procilla ignara di tutto aveva smesso di allattare Agricola, quando Secondo cliente di Grencio arrivò nella sua tenuta. Vedendolo arrivare, fece disporre gli schiavi che avrebbero dovuto accoglierlo con tortine di miele e vino, come tutti i clienti della Gallia che acquistavano il prezioso vino, aromatizzato al miele, prodotto dalle sue tenute.
Nelle sue stanze si preparò a dovere, indossando un abito consono e facendosi aggiustare da una serva l’acconciatura e il trucco, quando Secondo fu annunciato, era bianco in volto, gli occhi erano ridotte a due fessure e attese che la matrona uscisse dalle sue stanze. Procilla dopo venti minuti uscì, vedendo l’aspetto dell’ospite capì che a Roma era successo qualcosa di grave, con voce tremante disse: “Secondo e strano che ti trovi qui. Di solito commerci con mio marito direttamente a Roma, porti sue notizie?”;
Secondo: “Mia signora e con grande dolore che le comunico che vostro marito, lo stimato senatore Giulio Grencio è stato condannato e giustiziato a Roma per essersi rifiutato di accusare Marco Giuno Silano. L’imperatore ha disposto del sequestro di tutti i beni presenti nella capitale, prima che arrivassero i pretoriani, sono riuscito insieme agli schiavi a portare tutto i suoi averi nella mia casa e ve li spedirò quando il tumulto sarà passato, a giorni alterni, con corrieri diversi”.
Rimase in silenzio per secondi interminabili, per quanto si sforzasse Secondo non riusciva a trattenere le lacrime e disse: “Mia signora, sappia che anche se i vostri clienti della capitale hanno deciso di trovare altri fornitori, io le rimarrò fedele e farò in modo che la sua gens, tramite suo figlio, torni a sedere tra i banchi del senato”;
Procilla lo guardò con odio e disse: “Gli stessi banchi che hanno visto morire mio marito e il mio avo Giulio Cesare? No. Fin quando ci sarà Caligola al potere mio figlio rimarrà in Gallia, dove potrà studiare e vivere. Com’è morto mio marito?”;
Secondo: “Le male lingue dissero che fosse impazzito, visto che senza che le guardie lo forzassero, si posizionò da solo sotto la lama del boia, ma i senatori che hanno ascoltato la sua ultima arringa, lo ammirano. Sapendo che era stato condannato e non avendo niente da perdere, ha messo in difficoltà l’Imperatore, provocandogli molto imbarazzo e la scelta di posizionarsi sotto la lama del boia è stata un ulteriore beffa, in quanto Caligola non ha potuto bearsi delle urla di pietà dei senatori accusati ingiustamente, in quanto lo hanno imitato come ultima sfida nei confronti del tiranno”;
Procilla: “Potrò richiedere il corpo?”;
Secondo: “Ufficialmente è meglio che l’Imperatore non venga a conoscenza della vostra esistenza, potrebbero esserci delle rappresaglie. Ho fatto in modo che gli schiavi sorveglino il corpo e che lo seguano fin quando i soldati non se ne saranno sbarazzati. Ho dato disposizioni affinché lo lavino in una località non appartenente alla vostra gens e lo portino qui”;
Procilla: “Secondo, tu sei il mio unico cliente nel cuore dell’Impero. Fa in modo che i favori di Grencio, possano favorire il figlio quando dovrà intraprendere il suo Cursus Honorum”;
57 d.C. Massilia (odierna Marsiglia)
Sono passati diciassette anni dal quel tragico evento, Agricola ormai uomo, aveva terminato la sua istruzione basata sullo studio ma anche di un’ottima preparazione militare che gli sarebbe servita da lì a poco, visto che avrebbe sicuramente servito nell’esercito.
Un ragazzo stava correndo verso di lui, era il suo fidato amico Sesto, figlio di Secondo, questi eccitato gli fece vedere le tavolette di cera provenienti da Roma, Agricola la lesse tutta di un fiato e vi era scritto Tribuno militare nella seconda Augusta, il suo amico sarebbe stato legionario-attendente.
Agricola: “Una delle legioni che si è distinta nella conquista della Bretagna”;
Sesto: “Che cavo significa legionario/attendente?”;
Agricola: “Oltre a svolgere i normali compiti da legionario, potresti essere scelto da un tribuno per aiutarlo nelle sue mansioni o guardargli le spalle”;
Sesto: “Quindi dovrei continuare il lavoro che faccio da quando ci conosciamo”;
Agricola: “E sentiamo, quali sono le volte che mi hai guardato le spalle?”;
Sesto: “Il gallico di ieri sera può essere considerato una prova”;
Agricola: “Ricordo di averlo atterrato da solo e non è stato facile”;
Sesto: “Già ma io me la sono dovuta vedere con i suoi due amici”;
Agricola: “Ma quando hai terminato sei rimasto a guardare”;
Sesto: “Ti ho guardato le spalle, senza toglierti la gloria del momento”;
Agricola: “Hai sempre la battuta pronta, spero che quella lingua non ci metta nei guai, i nostri genitori hanno fatto quanto era possibile per non farci cadere nei guai”;
Sesto: “Qui dice che per le idi di gennaio dobbiamo presentarci a Londinium”;
Agricola: “Abbiamo giusto il tempo per salutare parenti e amici”;
Sesto: “Mio padre mi ha scritto. Ha detto che sarà qui, prima della mia partenza. Sicuramente dovrà trattare con tua madre sul prezzo del vino”;
Agricola: “Prima che mia madre lo venda tutto, sarà meglio godercelo”.

... (continua)
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