Nicolò Carzaniga - Concorso Lagunando

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Nicolò Carzaniga

LAGUNANDO 2020 > selezionati 2020
Nasce in provincia di Monza e Brianza nel 1981, Geologo, da sempre appassionato di natura e temi ambientali.
Di notte suona in gruppi musicali nostalgici del Rock di un tempo passato. Talvolta scrive.
Ha da poco pubblicato il racconto - inchiesta sul mondo dei levrieri dal titolo “L’ultima corsa”.

ISOLE DELLA LAGUNA
RACCONTO
IL DEBITO




Prologo
Seduto al nuovo Caffè Florian, il conte guardava assorto il viavai delle persone in piazza. Abbandonate sul basso tavolinetto in ferro battuto c'erano delle fritole alla crema mezze sbocconcellate per le quali mezza città avrebbe fatto carte false anche solo per annusarle al di fuori dei giorni di festa. Lui invece pareva non dar troppo peso a quelle leccornie e stava mollemente adagiato sulla sedia da quasi un'ora di fronte all'amico Duccio, cercando di trovare una soluzione al problema che lo angustiava da tempo.
La discussione in breve tempo si era trasformata in un suo lamentoso soliloquio a testa bassa.
– Eppure deve esserci un modo efficace per riuscirci...  – ripeté per l'ennesima volta, malgrado in cuor suo si stesse facendo strada l'idea di averle già provate tutte e di essere infine giunto al limite.
– Quanto mi piacerebbe poter affittare i servigi di un robusto ragazzotto, – proseguì,  – e mandarlo a bussare alla porta di quel maledetto! –
– Perché non vi rivolgete ad una pittima? – propose l'amico uscendo dal silenzio, – con l'ultimo editto è tornata in gran spolvero, e vi assicuro che tra di loro ci sono certe teste calde che in poco tempo farebbero cambiare idea a qualsiasi debitore. –
Un guizzo negli occhi del conte fece capire a Duccio di essere riuscito a stuzzicare il punto giusto.
– Perbacco! Questa sì che è una buona idea! –

Lunedì
Ti dicono di fare il duro e non forniscono neanche i vestiti giusti, questo stava pensando Ranieri mentre rovistava nel cumulo di roba che da tempo giaceva in un angolo nell'attesa che sua moglie provvedesse al lavaggio.
– Dove diavolo è finito il vestito rosso che ho usato l'ultimo Carnevale? – urlò al vuoto della stanza sperando di ricevere una risposta dalle sudicie pareti. L'umidità e la sporcizia creavano un connubio perfetto facendo apparire ancora più scuri i muri di quel bugigattolo che ancora qualcuno si ostinava a chiamare “tetto coniugale”.
Meno male che almeno aveva rimediato quel lavoro temporaneo, con l'andazzo degli ultimi tempi non era difficile immaginarsi perché sua moglie continuasse a far visita al sarto a chiedere ogni volta un diverso ritocco della sottoveste. Che facesse pure pensò, meno la vedeva meno rischiava di finire un'altra volta al fresco per percosse. A questo punto tanto valeva tenere le mani occupate in altro modo, e quel lavoro prometteva bene.
Ah, ecco dov'era l'abito. Il resto dell'armamentario sapeva di trovarlo al solito posto.

Martedì
Raffaello era in ritardo come spesso gli accadeva negli ultimi tempi. Stava accelerando il passo lungo Calle dei frati quando d'improvviso la vide.
Anche in mezzo a tanta gente con vestiti variopinti il lungo mantello rosso fuoco di quella figura era inconfondibile. Senza accorgersi rallentò l'andatura fino quasi a fermarsi. Nonostante fosse da un pezzo che in città non se ne scorgeva una, dentro di lui germogliò il sospetto che fosse giunta lì per lui. Era convinto di aver sempre nascosto bene le tracce dei suoi traffici ma, se le cose stavano davvero così, qualcuno aveva parlato decisamente troppo.
Dal principio provò a non guardarla, iniziando ad indugiare sul posto come se stesse aspettando qualcuno, poi non riuscì a farne a meno e si mise a spiarla semicoperto da una delle colonne del porticato che costeggiava la strada.
Quell'essere non faceva un passo, si limitava a spostare il suo sguardo a destra e a manca scandagliando le persone come un levriero fa con la boscaglia in attesa dello scatto verso la preda. Di primo acchito la folla dava l'impressione di essere una massa informe incurante della sua presenza ma bastava porgere un po' più di attenzione per notare che la figura non era sfuggita all'attenzione di nessuno. Giunti nei pressi, tutti i passanti si scansavano giusto in tempo, creando un vuoto quasi impercettibile intorno ad essa, come se fossero al cospetto di un lebbroso col suo campanello.
Proprio mentre si era perso nell'osservazione di quei movimenti i loro occhi si incrociarono. Raffaello provò subito un moto di imbarazzo, come un bambino beccato a rovistare tra le statuine del presepe, ed avvampò in viso al solo pensiero di cosa sarebbe potuto succedere di lì a poco.
Ma non successe niente.
Il vestito rosso ora non muoveva più la testa e seguitava a sostenere lo sguardo trapassando Raffaello da parte a parte.
Nessuno probabilmente aveva anche solo intuito la relazione che poteva intercorrere tra i due.

Mercoledì
L'agenda degli impegni aperta sul grosso tavolo di mogano del soggiorno gli ricordava l'appuntamento a casa di alcuni nuovi clienti che gli erano stati segnalati durante l'ultimo ricevimento da parte del suo fido assistente. Imprenditori navali, gente coi soldi perfino nei cuscini gli era stato ripetuto più volte, con tanto di strizzata d'occhio che voleva dire solo una cosa: – Ad affare concluso lascia una fetta anche per me. –
Per recarsi sul posto Raffaello studiò un percorso più lungo, intricato. La sua andatura tradiva una insicurezza che lo spingeva a camminare ai lati delle calli, guardandosi indietro ogni pochi passi nel tentativo di scorgere un indizio che potesse rivelare qualche scomoda presenza. Aveva anche sbagliato scarpe, troppo belle. Doveva immaginarlo che scegliendo quelle col tacco basso sarebbe arrivato all'arsenale con le calze di seta bagnate e sporche di fango. Bastava una leggera pioggia il giorno precedente e la strada a stento faceva capolino dalle immense pozzanghere che finivano per occupare tutto il quartiere. Per di più l'odore che saliva dai canali quella mattina non era dei migliori e l'acqua mirabilis che si era spruzzato prima di uscire non sarebbe stata sufficiente a coprire il puzzo di sudore che lo avrebbe avvolto se non si fosse dato in fretta una calmata. Così conciato non avrebbe fatto una buona impressione.
Giunto quasi a casa Orsini attraverso uno stretto passaggio laterale, fu colto da un tuffo al cuore quando vide l'abito rosso spuntare proprio di fronte alla sua destinazione.
Tutta questa fatica per niente!
Esitò qualche secondo, incerto sul da farsi, e i loro sguardi si incontrarono nuovamente. Questa volta non aveva altra scelta se non passargli accanto, non c'era più la vastità della piazza e la folla a proteggerlo; solo qualche operaio di passaggio intento a masticare tabacco e il ritmico rumore dei carpentieri al lavoro.
Si avvicinò con circospezione e quando furono a poco più di un metro di distanza la figura iniziò a parlare.
– Mi manda il conte Ballarin per ricordarle il debito che ha con lui. –
Poche parole soffiate a bassa voce senza far trasparire alcuna emozione.
Quello che l'avvertimento non era invece riuscito a dissimulare era l'odore delle notte e dei numerosi bicchieri della staffa, delle scommesse perse a dadi, e dei tanti “ti aspetto fuori” che precedevano la chiusura della serata tra denti saltati e sangue sputato in terra.
Raffaello, sopraffatto dalla vergogna, non riuscì a ribattere alcunché e rimase come inebetito per qualche secondo. Con la coda dell'occhio cercò di capire se qualcun altro nelle vicinanze si fosse accorto di loro due, e con un scatto si infilò nella casa chiudendosi il portone alle spalle più in fretta che poté.
Protetto da uno spesso strato di legno sentì i passi che si allontanavano.

Giovedì
Raffaello non si fidava più ad uscire di casa. Per due giorni di fila aveva incontrato quell'orrendo personaggio e, se la prima volta aveva intuito il motivo, al secondo giorno ne aveva avuto la certezza.
Il dubbio sul da farsi gli aveva fatto venire un gran mal di testa già di prima mattina. Rinunciando ai suoi soliti impegni avrebbe però dato modo di pensare che fosse sorto qualche problema, e questa era l'ultima impressione che voleva consegnare ai suoi clienti. Gli affari sono affari e devono per forza andare avanti.
Ammesso di trovarsela ancora davanti, oggi non sarebbe scappato, magari avrebbe potuto trattare e arrivare ad un accordo. Una proroga forse sarebbe stata possibile. Nel frattempo si sarebbe inventato qualcosa, d'altra parte non era tutta colpa sua se l'affare col conte era andato a monte.
Un pizzicore iniziò a risvegliarsi nel petto e Raffaello ricordò. Non era passata neanche una settimana da quando il mercantile era rientrato in porto e non c'era bisogno di aguzzare la vista per capire che qualcosa era andato storto: le vele a brandelli e un albero mancante parlavano già da soli. Il resto della spiegazione non tardò ad arrivare. Appena sbarcato, il capitano lo raggiunse a grandi falcate, una mano grossa come un badile lo prese per il collo e l'altra gli avvicinò il coltello al petto.  – Lo sanno tutti che non si parte quando c'è aria di tempesta, maledetto a me che mi son lasciato convincere! – sbraitava stringendo la morsa. Raffaello sentiva la lama farsi largo attraverso la camicia e iniziare a pungerlo. Non solo il comandante pretendeva tutti i soldi pattuiti ma anche un lauto risarcimento per i marinai morti in quella impresa suicida. A lui non importava affatto che il carico di stoffe pregiate destinate al conte si fosse quasi del tutto inabissato.
Lì per lì Raffaello non aveva detto quasi niente, terrorizzato che l'arma potesse affondare fino all'elsa, ma coi risparmi che gli rimanevano aveva saldato il conto con quella canaglia.
Si decise così ad uscire di casa, più per istinto di sopravvivenza che altro, sperando di trovar gente e discorsi che lo liberassero da tutti i pensieri che gli rimbalzavano in testa. Dopo pochi minuti di cammino, puntuale come il boia che attende il condannato all'esecuzione pubblica, trovò il suo destino che lo attendeva nel centro di piazza S. Marco. Immobile come le altre volte.
Con tutta questa folla non oserà farmi niente di male si autoconvinse, e fece qualche passo nella sua direzione.
Già da qualche metro di distanza aveva notato sulla destra uno strano rigonfiamento che dava al vestito rosso una forma sospetta.
Proprio dove i gentiluomini appendono la fondina, pensò.
Il cuore iniziò a battere sempre più forte, poi la ragione prese il sopravvento e le palpitazioni cessarono.
Aveva interiormente preparato un dialogo, e quando fu a portata d'orecchio cominciò: – Mi scusi messere, volevo solo chiederle... –
La pittima troncò di netto la frase e a gran voce si mise a declamare: – Udite gente! Il qui presente Raffaello Carrer ha contratto un debito di venticinquemila ducati con il conte Marzio Ballarin! –
Ebbe l'impressione che tutta la piazza si fosse fermata a guardarli, d'altra parte i loro nomi erano piuttosto conosciuti in città.

Venerdì
A casa da solo la paura gli stava montando addosso ora dopo ora.
Aveva chiuso le finestre, tirato le tende ed inchiodato alcune assi come ulteriore protezione. Il grosso armadio del soggiorno lo aveva spostato proprio davanti alla porta.
Praticamente era al sicuro quasi come in un fortino.
Nella sua proprietà si era sempre sentito un leone, proprio come il simbolo della sua città, orgoglioso di tutto l'arredo e dei costosi soprammobili che mostrava di volta in volta agli ospiti in visita. Ora invece tremava come un topo che non riesce a trovare la via d'uscita in un labirinto. Mentre aveva quasi scavato una trincea a furia di camminare avanti ed indietro in mezzo alla sala da pranzo il suo sguardo fu attirato dal portone sul retro.
Da tanto tempo non lo utilizzava più come accesso al canale, finendo piuttosto per considerarlo parte dell'arredo insieme ai quadri e a tutto il resto. Spostò il pesante chiavistello e con sorpresa notò che scivolava piuttosto bene sui cardini arrugginiti. Quattro semplici gradini, che un tempo dovevano essere stati di marmo bianco, lo separavano dal Rio San Girolamo. Da lì, il mare aperto era a poche centinaia di metri. Muschio, alghe e una colonia di lumache di mare avevano ora colonizzato le alzate. Poco oltre, legata con una grossa cima ad un palo di legno mezzo marcio, c'era una piccola imbarcazione, un gondolino che aveva tutta l'aria di essere abbandonato da parecchio tempo, forse al termine di una regata nel Canal Grande. Il classico ferro dalle linee curve impreziosiva la prua ed appoggiati con cura all'interno dello scafo c'erano ancora i due remi. Il colore doveva essere stato un bel marrone laccato ma ormai il sole e la salsedine avevano ampiamente compromesso il suo aspetto. Al contrario, la tenuta sembrava ancora ottima. Non esageriamo, diciamo che galleggiava. L'esperto della navigazione era suo padre, lui si era sempre tenuto alla larga da quell'ambiente, tranne quando c'era da fare affari, beninteso.
Si vedeva già a far rotta verso un nuovo porto quando un impeto d'orgoglio fece fare marcia indietro a quell'idea.
La fuga è per codardi sentenziò, se le cose si mettono veramente male devo essere pronto ad affrontarle, non a scappare!
Fu allora che gli venne in mente l'archibugio che faceva bella mostra nella teca di vetro sopra il camino. Nonostante fosse solo un cimelio di antiquariato gli avevano assicurato il suo perfetto funzionamento. Con delicatezza lo sollevò dai ganci di sostegno e se lo rigirò tra le mani. Il calcio era di legno scuro, la canna fredda al tatto e molto pesante. Lì vicino era appoggiata anche la boccetta con la polvere nera, decorata con l'effige della repubblica. Per quanto fuori dal tempo era sempre meglio di uno scontro corpo a corpo.
Un rumore di passi lo fece irrigidire, poi due sordi rintocchi.
Toc, toc. Qualcuno bussava alla porta.

Un anno dopo
Questo posto ha un rapporto strano col tempo. Dire che al suo interno non passa mai non sarebbe una novità. Anche il luogo in sé sembra non risentire del suo scorrere, trascinandosi nei decenni sempre uguale a se stesso.
Gran parte delle persone è portata ad immaginare i detenuti come esseri ignobili seppelliti fra quattro mura ricavate in oscuri ed umidi sotterranei. Un sottile sadismo deve aver stuzzicato l'animo di chi ha deciso di collocare queste stanze proprio dalla parte opposta: nel sottotetto di Palazzo Ducale. Se da un lato gli ospiti godono dell'innegabile privilegio di aria più salubre e una vista sulla vivacità della città, dall'altro la frustrazione raddoppia per non poterne esser parte se non con l'immaginazione. Da quassù risulta quindi ancor più facile fantasticare su progetti di evasione, soprattutto dopo che quel libertino di Casanova è riuscito nell'impresa partendo proprio da qui.
Raffaello era ancora lontano da qualsiasi velleità di uscita anticipata, stava solo cercando di sistemarsi la barba stando attento a non fare errori. L'ultima volta, il servitore che aveva chiamato per l'occasione gli aveva combinato un mezzo disastro lasciandolo con una pettinatura da scappato di casa e un pizzo da filibustiere. E ora preferiva fare da solo. Fino all'anno prima era sempre stato glabro, faceva parte di quel genere di persone alle quali avevano sempre detto “chi ha la barba si nasconde”, ma qui dentro non valeva la pena attenersi anche a quella diceria. La barba folta ma curata serviva perlomeno a non ricordargli il recente passato tutte le volte che si guardava allo specchio.  
Dopo aver completato l'operazione nei suoi pochi metri quadri, Raffaello restituì le forbici alla guardia di turno e approfittò dell'ora d'aria per sgranchirsi le gambe con una breve passeggiata nel corridoio antistante alle celle. La sua vista stava già correndo rapida oltre le sbarre della finestra che dava sul Ponte della Paglia quando sentì una voce provenire dal lato opposto dello stretto passaggio: – Ehi, io ti conosco! –
Per sua fortuna non poteva vantare amicizie tra gli occupanti delle patrie galere e non prestò attenzione a quelle parole.
Subito dopo si sentì afferrare la spalla sinistra; era più di un semplice tocco, era la presa di una persona abituata a non chiedere due volte di girarsi al proprio interlocutore. E chiunque avesse ricevuto quel richiamo, solitamente stava per incassare un pugno nello stomaco.
Non accadde niente di tutto ciò, quel posto riusciva a calmare anche gli animi più turbolenti.
Una volta a quattrocchi con quella figura, Raffaello vide solo un volto gonfio che gli soffiò in faccia:  – Tu sei quello che non voleva pagare il Conte. –
Nonostante la barba, il passato era tornato in superficie. Istintivamente fece un passo indietro e lasciò che fosse l'altro a continuare a parlare.
– Buffo no? Alla fine ci si ritrova entrambi qui... –
Quel brutto ceffo alzò l'indice della mano destra verso di lui, finendo per indicare la cicatrice che solcava il volto di Raffaello da parte a parte. – Per quel che vale, mi spiace. Non era niente di personale, amico. –

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