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Patrizia Birtolo 2022
LAGUNANDO 2022 > selezionati 2022
Nata a Mendrisio residente a Giussano.
Laureata in lingue insegna nella scuola primaria.
Sposata con due figli.
Nel 2006 il primo racconto per CUT UP Edizioni.
Partecipo da tempo a concorsi di narrativa riportando apprezzabili riscontri e risultando selezionata per svariste antologie collettive.
Nel 2012 esce “Qualcosa di rosso” per le edizioni Montag. Raccolta che vince la sezione narrativa breve al premio Residenze gregoriane nel febbraio del 2021.

ORTI DEI DOGI
RACCONTI
PICCOLA CITTA’




Silvia guarda lo smartphone.
Immersa nella lettura, percepisce quel vibrare sordo sul comodino dopo un po’.
Vecchia abitudine quella di tenerlo in silenzioso, un lascito del periodo in cui insegnava ancora. Poi si dimenticava di rimettere la suoneria e suo marito, in cerca di un’uscita dal labirinto delle offerte al supermercato, appena rientrato la rimbrottava con puntualità da orologio svizzero.
Carico di sporte, il piede ancora sullo zerbino tirava il fiato e…
«O è spento, o è scarico, o è senza credito, o non rispondi, eh Silvietta?»
Sorride al pensiero dei suoi mugugni, quanto le mancano ora.
E che bello sentirsi chiamare Silvietta ancora da qualcuno: buffo lo faccia una collega più giovane.
Sì perché a Silvia, in congedo da tre anni, ti ci affezioni anche senza aver condiviso un giorno di cattedra. Per Manuela è stato così. La incontra in direzione, dove Silvia torna ogni tanto per dare una mano. La puoi trovare lì, oppure di certo in oratorio: con la pensione si è messa ad aiutare chi, una volta aperti libri e quaderni, si trova davanti un mare di parole così profondo da affogarci dentro.
Molti sono fratelli o sorelle di ex alunni.
Conoscono Silvia e sanno che è la maestra “salvagente”.
Alcuni di quei ragazzini hanno attraversato un mare vero, gonfio d’insidie.
Lei non sopporta l’idea di vederli sommersi dalle onde alte di una lingua difficile, da una scuola che va sempre più in fretta.
Un brutto giorno però tutto si è fermato.
Ora tutti rimpiangono corse, impegni, affanni di prima.
Il piccolo paese è immobile.
Silvia s’è messa all’erta, c’è chi rischia di perdersi in tutto quel caos calmo.
Risponde allegra alla chiamata, un raggio di sole in quei giorni bui.
«Silvietta, disturbo? Aiutami, non so proprio come fare…»
Manuela non riesce a contattare alcune famiglie di alunni.
«Manda pure, ci penso io!»
Con gioia apre la mail appena ricevuta: schede colorate, frasi, conti le scorrono sotto gli occhi.
Grammatica e aritmetica, eterne certezze nel mare d’incubo di una realtà in crisi, riottosa come un alunno difficile che strepita e scalcia, da avvicinare con cautela, ché nella furia potrebbe colpire, farsi male, fare male.
Silvia guarda con amore le schede uscite dalla stampante. Le infila in una busta trasparente, scrive con un pennarellone indelebile nomi e cognomi degli alunni.
Nomi stranieri: quando era a scuola spesso le altre la cercavano per chiederle «come si scrive che non mi ricordo?» Silvia se lo ricordava.
Disegna sulla busta qualche faccina buffa, prende dei cioccolatini dalla credenza e li fa scivolare dentro.
Indossa l’ultima mascherina pulita, avvolge la sciarpa verde intorno al collo, infila la giacca a vento, raccoglie dallo svuota tasche all’entrata le chiavi dell’auto, saluta il gatto ed esce.
Quando sale sulla sua utilitaria avvia il motore.
E se la fermano? Beh, tirerà fuori l’autocertificazione prestampata con i suoi dati e dirà che va in farmacia a comprare le mascherine.
L’auto sbuffa, gracchia, poi la batteria si mette una mano sulla coscienza e capisce che è per una buona causa: la pianta di raschiare a ogni giro della chiave d’accensione e, brontolando, il mezzo affronta la salita fino allo stop.
Silvia si guarda attorno sgomenta.
Nessuno in vista, né in macchina né a piedi, a perdita d’occhio.
In altri tempi avrebbe esultato per le strade vuote e tutta quella calma, ora è pervasa da un’angoscia sottile.
Quella solitudine s’infiltra nelle ossa senza modo di abituarcisi.
Rincorrendo quei pensieri, non s’accorge del subdolo occhietto rosso che la fissa dal quadro comandi.
«Oh, no! Ma non avevo appena fatto il pieno?» sbotta stizzita.
La pompa di benzina più vicina è un miraggio, gli orari per fare carburante limitati.
Lei è un impiastro col rifornimento self. Non si contano le volte che Angelo è corso in suo aiuto per recuperarla, ferma in mezzo alla strada.
«Per te la lucina rossa non basta mica. Quando vai in riserva ti ci vorrebbe una spia sonora, una bella strombazzata di vuvuzela, cara la mia Silvietta.»
Ora Angelo è un angelo.
In quella piccola città ammutolita e paralizzata dal virus chi potrebbe venirle in aiuto?
Silvia entra nel grande parcheggio deserto di un centro commerciale poco fuori paese, accosta alla pensilina che ospita le file dei carrelli e scende.
Andrà a piedi.
Si fa coraggio al pensiero di quei cinque o sei chilometri da scarpinare e s’incammina.
Fatti trecento metri, al primo semaforo si dà una manata in fronte.
«Le schede!» con pazienza torna sui suoi passi e le prende dal cassetto del cruscotto, dove le aveva riposte per non spiegazzarle in borsa.
Richiude l’auto, ripercorre lo stradone. Fortuna c’è un bel marciapiede largo.
Affretta il passo. A occhi bassi, mentre riflette se sia il caso di aggiungere alla busta un biglietto di spiegazioni, vede il grigio del marciapiede picchiettarsi di gocce scure, grandi come monete, sempre più fitte.
«Ma come? C’era il sole fino a un attimo fa!»
La prende lo sconforto. Sa di non avere ombrelli in macchina.
Si guarda intorno, disperata. Più avanti ecco una pensilina dell’autobus.
Aspetterà che spiova lì sotto. Mannaggia, non si è portata niente da leggere.
Si mette allora a controllare le schede dentro la busta, dopo aver passato i palmi sulla parte più asciutta della giacca a vento, per non far sbavare l’inchiostro.
Sprofondata nella lettura, non s’accorge di una macchina fermatasi lì davanti.
Alza gli occhi lentamente dai fogli sperando sia qualcuno che possa venirle in aiuto.
La Polizia!
Ci manca una bella multa. Ora dovrà spiegare tutta la faccenda e…
«Maestra?! Maestra Silvia? Ma cosa ci fa qui?»
Silvia è incerta se ridere o piangere per il sollievo.
La voce non le dice niente, il fisico nemmeno, la faccia mezza coperta dalla mascherina neppure. Gli occhi di Silvia setacciano quei lineamenti per scorgere un rimasuglio di fisionomia infantile.
«Maestra? Maestra ma come non mi riconosce? Giovanni! Giovanni Bevilacqua!”
«Oh, santo cielo, Giovanni!» d’improvviso la divisa stinge, l’uomo al volante rimpicciolisce, le lentiggini che spuntano dalla mascherina si scuriscono e infittiscono, gli occhi azzurri ingigantiscono e due mani paffutelle ora serrano strette un volante di cartone, disegnato e ritagliato, pieno di tasti colorati a pennarello.
«Maeeestrraaa… Sali a fare un giro?» seduto sul gradone di cemento di fronte al giardino della scuola, Giovanni la invita.
Silvia non si fa pregare per accoccolarsi di fianco al pilota che sgasa il motore spernacchiando con le labbra a tutta birra.
«Giovanni non starai correndo troppo? Guarda che io ho un po’ paura della velocità» rimarca per stare al gioco.
Lui si gira e Silvia, serissima: «Giovà, guarda la strada che è meglio!»
«MAESTRA!» Intima quello tutto offeso «hai schiacciato la sirena!»
Silvia è atterrata col sedere su una carta di cioccolatino azzurra.
La sfila dal suo dolce peso e la liscia bene con la mano.
«Secondo me funziona ancora!»
Schiaccia la carta e si produce in un assordante Ni-No Ni-No a intermittenza che pian piano attira tutti quelli che corrono intorno.
«Maestra? Maestra! Dove deve andare? Salga, la porto io!» dice ora con voce adulta il bimbo seduto al volante.
«Oddio e se mi vede qualcuno? Non sono mai salita su una macchina della polizia!»
«Maestra Silvia, va bene che in provincia anche i muri hanno orecchie, ma c’è una pandemia in corso e piove a dirotto. Non ci vede neanche Dio, secondo me. E poi non è vero che non è mai salita su una macchina della polizia. Una volta mi ha anche distrutto la sirena!»
«Ma come fai a ricordarti?» Silvia intanto s’è lasciata scivolare sul sedile dietro, confortata dal calduccio dell’abitacolo.
«E chi se lo dimentica? Arrivò di corsa la sua collega Mariella, credeva fossimo noi bambini invece era lei, maestra, che sbraitava a squarciagola! Indispettita perché non poteva sgridare nessuno era sul punto di esplodere come un pomodoro ripieno passato al microonde. Una scena memorabile.»
Silvia ride fino alle lacrime.
«Dove la porto, Maestra? E non mi dica in farmacia, avessi un euro per tutte le volte che sento la parola farmacia quando fermo qualcuno per strada…» sogghigna Giovanni.
«Andiamo in via San Vincenzo, Gio. Alle cascine. Devo lasciare alcune cose a certi miei alunni che abitano là»
«Credevo fosse in congedo, Maestra. Ancora sulle barricate?»
«Ho lasciato tre anni fa. Do una mano se capita, per come posso.»
«Allora facciamo sentire a tutti che la Maestra Silvia è tornata. Silvia is back!» Giovanni le strizza l’occhio e aziona il meccanismo della sirena. Tornato l’uomo sicuro in divisa, eccolo guidare in maniera decisa, sportiva. Silvia, atterrita come un gatto sulle giostre ma ridendo a crepapelle al tempo stesso, fra uno sghignazzo e l’altro implora «Giovanni rallenta, qua andiamo a schiantarci!»
I pochi chilometri che li separano dalle cascine sono coperti in un lampo.
«Maestra la aspetto, se no a casa come ci torna?»
«Ma va’ sei matto? Ha anche smesso di piovere.»
Mentre Silvia scende dall’auto la radio comincia a gracchiare qualche ordine.
«Senti? Grazie di tutto, Giovanni. Il dovere ti chiama. Vai, veloce!»
«Ah, Maestra, non credo ci sia fretta. In provincia ogni ora di lavoro son cinquantotto minuti di noia e due di caos. Meglio così però. Quando rimpiango un po’ di tensione guardo Netflix. Qui c’è il mio numero, mi chiami se ha bisogno, il cellulare lo tengo sempre acceso. Mi raccomando!»
Giovanni le passa un post-it scribacchiato e piegato in quattro, Silvia lo infila in borsa.
Appoggia la mano sul vetro, s’incammina e si volta dopo qualche passo.
Vede un Giovanni tornato bambino sporgersi dal finestrino e urlarle:
«Ciao Maestra!» a pieni polmoni.
Ricambia agitando la busta trasparente delle schede, piegata come un cannocchiale mentre era in preda all’adrenalina da sirene spiegate.
Giovanni sfareggia in segno di saluto e imbocca la retro.
Silvia prende il sentiero che porta alla Cascina San Vincenzo.
L’odore di pioggia sale dalle zolle umide e grasse dei campi attorno, le foglie luccicano come smeraldi. La primavera è in pieno rigoglio. Stare all’aperto…
Quella passeggiata ha il gusto di un dolce rubato di soppiatto.
A fine sentiero già si intravede la massiccia costruzione.
Silvia conosce la zona: la confortevole presenza della cascina, vecchiotta e malandata, la mette a proprio agio.
Un tempo la grande casa di campagna era sempre a portone spalancato, come un’enorme bocca sbalordita che qualcuno si fosse spinto fin lì per andarla a trovare, ma pronta ad accogliere e aiutare, abbracciare e consolare.
Le ricorda il suo Angelo. Anche lui scricchiolava, gemeva e si lamentava come una struttura malconcia squassata dal vento, ma dentro, dentro era solido e affidabile come quei muri, spessi e allenati alle intemperie.
Ora la casa ha le imposte chiuse, sta in sopito abbandono sul fianco del pendio.
Fatto! Pensa Silvia con soddisfazione, dopo aver lasciato un foglio d’agenda con un breve messaggio a stampatello nella busta fatta scivolare sotto il portone.
Si gira e riprende a percorrere il sentiero.
Un paio d’ore, camminando di buon passo, e sarà a casa.
Giovanni non può richiamarlo neppure volendo: s’è vergognata di dirglielo, sul momento, ma ha dimenticato il cellulare a casa.
Girate le spalle e mossi i primi passi, sente una voce apostrofarla.
Un uomo alla finestra urla qualcosa in una lingua straniera.
Lei si gira e abbassa la mascherina, sta per dare spiegazioni ma vede l’uomo che, dopo un attimo di perplessità, sbatte le imposte chiudendole di colpo.
Qualcuno scende le scale con foga, poi l’uomo sbuca dal portone.
Corre verso di lei, la raggiunge a una velocità che la coglie di sorpresa.
Silvia indietreggia di qualche passo, così allarmata da non aver tempo di riflettere.
«Maestra! Maestra!»
Oh mamma, la giornata degli incontri… E questo chi è? pensa Silvia interdetta.
L’uomo è in realtà un adolescente.
Indietreggia di qualche passo, abbassa la mascherina e le dice:
«Ma Maestra, sono io! Non ti ricordi? Amin! Amin Amrani!»
Amin…
«Maestra Silvia? Cosa ci fa qui?»
Silvia dal sollievo stavolta urlerebbe proprio.
Dopo la camminata e lo spavento sente le ginocchia un po’ molli.
«Oh, santo cielo, Amin!»
D’improvviso i jeans, la mascherina e il giubbotto rosso del ragazzo sbiadiscono.
Di fronte a lei ora un ragazzino esile e alto. Indossa una tuta da ginnastica di tessuto sintetico, fin troppo corta. Occhi scuri e un sorriso che illumina a giorno il volto, un’aria di sfida senza impertinenza.
Il ragazzino corre e corre in cerchio in palestra, e lei si sgola.
«Amin, senti un po’? L’ora di ginnastica è finita, saliamo in classe, forza!»
«Se mi prendi ci torno» strilla Amin lanciando occhiate nella sua direzione, a ogni giro sempre più spavaldo.
Sfreccia in tuta dentro il grande spazio vuoto, mentre i compagni si cambiano le scarpe nello spogliatoio. Silvia torna al presente.
«Già mi hai fatto correre tanto quando eri ragazzino, volevi farmi correre anche oggi?»
Amin le regala uno dei suoi sorrisi smaglianti.
«Avevi ragione tu, Maestra. Sono il più veloce!» dice con un accento caldo e affettuoso.
«E ora che fai nella vita, Amin? Studi o lavori?»
«Corro!» dice lui con un sorriso gioioso, spalancando le lunghe braccia.
«Ne ho vinte tante di gare, poi due anni fa ho preso la cittadinanza, ci voleva per entrare in Nazionale. A Roma e Milano ci sono piste favolose, però qui l’aria è più fine, sul terreno irregolare ci si fa il fiato. Il lavoro duro batte tutto.»
«In Nazionale, Amin! Ma è splendido!» Silvia fa per tendergli la mano, d’istinto.
Un attimo di reciproca esitazione e poi si stringono il braccio a vicenda, forte.
«Sto finendo il liceo, Maestra Silvia. Ho scelto ingegneria. Conta, lo studio. La corsa va bene, ma non potrò correre in eterno. Ti ricordi? Ero veloce anche nei calcoli» Amin la guarda con dolcezza.
«Eccome! Matematica era il tuo forte. Italiano invece…»
Silvia si ricorda di quando l’aveva intercettato in corridoio, abbattuto e in lacrime, seminascosto dietro un armadio.
L’aveva fatto sfogare, temendo ci fosse di mezzo qualche brutto episodio con i compagni, salvo scoprire che quelle lacrime erano colpa del mondo adulto.
Amin si era impegnato un sacco per l’interrogazione sui verbi e Mariella, proprio la volta che si era più preparato, gliel’aveva fatta pagare con gli arretrati.
Quando era riuscita a calmarlo, Amin l’aveva supplicata.
«Maestra, studierò di più, studierò meglio, ma tu promettimi una cosa.»
«Dimmi, Amin.»
«Prima prometti!»
«Amin, non posso promettere senza sapere. E se mi chiedi di sfidarti a correre per cinque chilometri e poi chi vince prende ottimo in tutte le materie?»
Era riuscita a farlo ridere.
Amin la guardò, serio, poi con tono da cospiratore, alzando l’indice a mezz’aria e sottolineando ogni parola con lenti movimenti del dito:
«Tu mi devi promettere che non dirai mai, mai a nessuno, né ai miei compagni, né alle altre maestre, né a qualcuno dei miei fratelli e soprattutto non a mio padre, che mi hai visto piangere. Ok Maestra? Prometti!»
«Te lo posso anche giurare. Tranquillo.»
«Maestra? Maestra vuole che la riporti a casa? Ce l’ho la patente, sa? L’ho appena presa.»
Amin scruta la sua vecchia insegnante. Le ha appena fatto un resoconto degli ultimi otto anni della vita sua e dei compagni con cui è rimasto in contatto, ma l’avrà ascoltato davvero?
«Figurati, faccio una bella passeggiata. Sempre tappati in casa ci tocca stare!»
Detta così sembra un po’ sfiducia nella sua poca esperienza di guidatore, ma è solo che non vuole dargli disturbo. Amin insiste.
«Amin, certo che mi fido. Però ci tengo di più a un altro favore: chissà se puoi farmelo»
«Anche due»
«Sai, ci sono questi miei alunni, io li seguivo nel doposcuola, ecco… Non hanno il pc. Tu hai una mail vero? Puoi stampare le schede che ti mando e poi lasciargliele sotto la porta? Abitano proprio attaccati a te. Lo puoi fare?»
«Per così poco? Detto fatto, Maestra. Se hai un foglio ti scrivo la mia mail»
«Grazie Amin!»
Si scambiano il foglio e gli indirizzi di posta elettronica.
«Ora vado»
«Grazie Maestra» sussurra Amin guardando il foglio e poi lei.
«Grazie a te, piuttosto!»
«Veramente non mi riferivo a oggi, Maestra.»
Silvia sente un nodo in gola.
Si guardano un attimo in silenzio e poi scoppiano a piangere, in mezzo al sentiero. E per farsi coraggio si scambiano un abbraccio, in barba alle precauzioni. Certo non lungo quanto quello che si erano scambiati l’ultimo giorno di quinta, mentre lei gli diceva: «stai qui! Oggi non mi scappi!» e lui si divincolava ridendo.
Silvia si stupisce che il ragazzino abbracciato un tempo ora abbia una stretta così forte, e sia così alto e protettivo.
Si scosta, gli accarezza i capelli e lui le dice, col dito puntato:
«Promettimi che mai, mai a nessuno dirai che mi hai visto pian…»
«Promesso!» Silvia mette una mano sul cuore e si gira, allontanandosi sopraffatta dall’emozione.

Lungo la strada del ritorno, lenta e a passi stanchi, ripensa agli incontri del giorno. Si sente debole, le gira la testa.
Le scappano un paio di sternuti e comincia a colarle il naso.
Non mi sarò beccata qualcosa? Oh, Signore! Mi sa che non dovevo salire su macchine dove sale qualunque delinquente e nemmeno scambiare abbracci a destra e a manca… pensa poi, allarmata.
Decide di raccogliere le forze rimaste e fa una breve deviazione verso una traversa interna allo stradone, ha visto una croce verde lampeggiare luminosa e rassicurante.
In coda non c’è nessuno. Entra.
Quando mette piede in una farmacia, il nitore e l’ordine sugli scaffali sono le cose che la confortano di più. Il vago odore a metà tra medicinale e cosmetico le trasmette un senso di pulito, di cura e di meticolosa sollecitudine.
Silvia aspira soddisfatta, avvicinandosi al bancone.
La dottoressa, una bionda dal bel viso e con magnifici occhi verdi da gatta, sorride al di là del divisorio in plexiglass.
Silvia sorride a sua volta e poi scopre con terrore che, proprio in quel momento, le sta per scappare un altro sternuto mostruoso.
Nasconde la faccia nel gomito, s’infradicia di muco giacca a vento e mascherina.
Vorrebbe sprofondare.
«Dottoressa mi scusi! Mi spiace, ho preso freddo e…»
La bionda sorride nel sentire la voce e alza gli occhi proprio nel momento in cui a Silvia scivola via la mascherina nel tentativo maldestro di pulirsi un po’.
«Nulla, vuole un anti-influenza… Maestra!»
E tre!
Silvia ormai ha rinunciato a stupirsi per l’andazzo della giornata. Ci saranno in circolazione cinquanta persone su cinquemila abitanti e sembrano tutte suoi ex alunni.
«Sei… Aspetta! Non dirmelo… Sei…»
Ma la ragazza, che in un attimo si è infilata una mascherina e ha fatto il giro del bancone per buttarle le braccia al collo, la precede di slancio.
«Chiara! Chiara Colombo, Maestra! Chiara di quinta B!»
Silvia le sorride con dolcezza infinita, non vuole mortificarla dicendole che ha avuto una dozzina di quinte B in vita sua, e, senza esagerare, almeno una mezza dozzina di Chiara Colombo.
«Quella che arrivava sempre in ritardo!» rimarca Chiara per farsi riconoscere.
Silvia resta folgorata.
Ma certo, Chiara, Chiara Colombo.
Accidenti, l’unica cosa rimasta uguale è la fossetta sul mento.
Per la terza volta la magia della dissolvenza si compie sotto i suoi occhi.
Davanti a lei non c’è più la giovane donna dall’aria elegante e curata: il camice della dottoressa si restringe fino a prendere le forme di un grembiulino bianco, lo scollo del camice si stonda, ora ha un pizzetto rosa sul bordo. La spillina rettangolare con impresso il caduceo, il bastone alato con i due serpenti attorcigliati attorno, si trasforma nella piccola toppa ricamata di una Cenerentola che si rimira il vestito da ballo.
«Maestra? Maestra ricorda quella volta che eravamo in ritardo tutte e due, e io avevo paura a salire da sola le scale? Mi ha preso per mano e ha detto: mal comune, mezzo gaudio: saliamo insieme. Da allora è il mio proverbio preferito» sorride la bambina, parlando con voce calda e profonda di donna.
«Beh, non era tutta colpa tua se arrivavi tardi»
«Già, i miei. Si ricorda Maestra? Sempre di corsa, sempre impegnati. Sempre gli ultimi a firmare gli avvisi, a pagare le quote, a procurarmi il quaderno nuovo.»
La bambina nasconde dietro un sorriso bonario una punta d’imbarazzo.
«Non dire così, Chiara, i tuoi sono brave persone, t’hanno sempre voluto un sacco di bene. Per due liberi professionisti è difficile conciliare lavoro e famiglia.»
«Maestra lei è troppo buona, troverebbe pregi a chiunque! È un periodo che siamo in rotta, sapesse» sorride Chiara con affetto.
«Mi spiace! Come mai?»
«Ho resistito sei mesi nei laboratori di una multinazionale. Se la sono presa a morte perché a detta loro ho lasciato un posto d’oro per seppellirmi in un’oscura farmacia di provincia ad ascoltare la litania dei malanni altrui. Io qui invece mi sento utile come mai prima d’ora. A proposito, di cosa ha bisogno?» chiede tornando dietro al bancone, guardandola dal basso verso l’alto e scuotendo i codini biondi.
Silvia si sente un po’ matta nel rivolgersi a quella dottoressa-bambina.
«Ecco, devo cacciare indietro questo raffreddore. Chiara, ma… Non mi sarò beccata qualcosa, eh?»
«Ma no, Maestra! È la sua solita allergia primaverile! Glielo dico io.»
«Allergia? Eppure non esco mai di casa»
«Mai mai mai?» la interroga Chiara-bambina con un sorriso furbetto.
«Mi ricordo che una volta era sensibilissima. Al ritorno da una gita alla foce del Lambro c’erano tanti di quei fiocchi di pioppo che le erano venuti due occhi da vampiro! Secondo me si era dimenticata di prendere l’antistaminico, eh Maestra? Poi per farci star seduti sul pullman passava nel corridoietto centrale facendo finta di spaventarci con quelle occhiatacce iniettate di sangue. Quanto ridere!»
«La gita alla foce del Lambro non me la ricordo»
«E quella al Museo Egizio?» chiede Chiara, facendosi ancora più piccola, con uno strascico di disagio nella voce.
«No, perché? Cosa capitò nel Museo Egizio?» Silvia è preoccupata.
Chiara la guarda fisso.
Prende da un cassetto un mazzo di chiavi e lo mostra a Silvia, che lo guarda a sua volta, perplessa.
Chiara sfiora il portachiavi, dalla catenella penzola un gatto di gomma nera, snello, l’espressione ieratica.
«È la dea Bastet. Col tempo ho scoperto che è la protettrice delle donne, della casa, della fertilità e dei gatti. È chiamata la protettrice profumata, era associata agli unguenti protettivi e alle pomate sacre, e infatti, guardi dove mi ha portato?» sorride la bimba con un ampio gesto circolare socchiudendo i suoi bellissimi occhi verdi da gatta.
«Stupendo, ma io che c’entro?» chiede Silvia presa in contropiede.
«Maestra, me l’ha regalato lei questo portachiavi! Tutti i bambini nel negozio di souvenir compravano qualcosa, naturalmente i miei si erano dimenticati di darmi gli spiccioli per un ricordino. Per non lasciarmi a mani vuote guardando gli altri, lei ha rimediato con questo regalo.»
«No me lo ricordavo proprio»
«Io sì invece. Ricordo anche che mentre sceglievo qualcosa dall’espositore, nascosta dallo scaffale troppo alto, sentii il commento acido di un’altra insegnante, che la criticava dicendo ‘Capisco metter mano al portafoglio per un bambino che non ha la possibilità di comprare qualcosa, ma i suoi sono pieni di soldi…’ avrei voluto sprofondare, Maestra»
«Oh, lascia perdere, la gente infelice a volte è cattiva. Mi fa piacere tu l’abbia conservato, cara»
«Non me ne separo mai, ce l’avevo in tasca anche il giorno della tesi. Ma le sto facendo perdere tempo! Ecco l’antinfluenzale e l’antistaminico. La ricetta me la porterà.»
«Mascherine e guanti ne avete?»
«Sì, per fortuna sono appena arrivati.»
«Grazie Chiara. Non credo mi basti il contante, tieni il bancomat» Silvia porge la tessera alla bambina dagli occhi di gatta.
Quando deve digitare il pin, Silvia va in panico. Tutte quelle emozioni l’hanno buttata in subbuglio. Non se lo ricorda più.
«Ecco, io…»
«Maestra lasci stare» la rassicura Chiara restituendole la tessera al terzo tentativo fallito.
«Come, lasci stare?»
«Le mascherine e i guanti sono omaggio della farmacia, ai medicinali ci pensa la dea Bastet» sorride Chiara, «lo sa che era invocata anche contro le malattie contagiose e le epidemie?»
«Ma…»
«Non contrariamo la Dea» mormora Chiara, sorriso complice e piglio sicuro.
Silvia afferra il sacchetto delle medicine, trasognata, ripone il ricciolo sputato dalla macchinetta dove Chiara ha passato il suo bancomat e sillaba «Grazie, Chiara.»
Poi si allontana voltandosi a guardare la bambina nel piccolo grembiule immacolato, il pizzo sul colletto, il ricamo di cenerentola, i codini biondi. Le fa un timido saluto.
Dopo aver oltrepassato le porte semoventi della farmacia si gira un’ultima volta.
Vede la dottoressa Colombo farle un cenno discreto con la mano e non s’accorge che continuerà a seguirla con lo sguardo ancora a lungo.
Silvia arriva a casa esausta, toglie la giacca a vento, mette sul fornello il bollitore per farsi una tisana e si lascia cadere sul divano.
Si sente come un tempo, quando tornava da scuola con la borsa piena di disegni, fiori o biglietti: sfinita, felice.
È stato un pomeriggio pieno di sorprese, ora è proprio contenta di tornare alla quiete del suo appartamento, alle amorevoli fusa della sua tigre in miniatura, alle macchie rosse dei gerani sul davanzale di pietra, alla siepe di ligustro restituita, per cura di Angelo, alla vita.
Si può rintanare soddisfatta nel suo mondo fatto di piccole gioie e lunghe attese.
È stata utile, come lo è il dare appigli concreti nel frastuono pauroso di notizie allarmanti.
Può far viaggiare una frase o un conto, può ancora trasmettere una nozione utile.
Ha di nuovo senso sopportare la vita e i suoi capricci, stemperare l’ansia nell’attesa fiduciosa di nuove cose belle: ora avrebbe aspettato con altro stato d’animo lo squillo luminoso della forsizia nell’angolo in fondo al giardino, il ritorno annunciato delle tortore dal collare nel loro nido precario sulla magnolia, l’ombra rinfrescante che le permette di leggere fino al crepuscolo.
Silvia prende dalla borsa i biglietti col numero di cellulare di Giovanni, la mail di Amin e le mascherine regalate da Chiara.
«I miei bambini» mormora sfiorando con delicatezza quel piccolo bottino di tesori ed emozioni.
Ora è più ricca.





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