Rossana Vitale d'Alberton - Concorso Lagunando

Vai ai contenuti

Rossana Vitale d'Alberton

Nata a Sassari, dopo la Laurea in Scienze Politiche a Padova, si trasferisce a Venezia, città della cui storia è appassionata.
Pubblica regolarmente sulla rivista “Studi Storici Veneziani” edita dalla Giorgio Cini.
Ha pubblicato tra l’altro con gli Editori Marsilio, Filippi e per la magnifica comunità di Pieve di Cadore.

NARRATIVA
La notte dei fuochi


La notte dei foghi...
Così - mi dissero poi - i veneziani hanno sempre chiamato la loro festa,   la festa del Redentore, quando il cielo si tuffa nell’acqua diventando   anch’esso laguna.
Ma io, che venivo dal nulla, allora non lo potevo sapere.
Ero salito sul treno a Treviso, accompagnato da una folla allegra e   festante, del tutto ignaro dei festeggiamenti che, come potevo intuire   dai discorsi intorno a me, avremmo trovato a Venezia.
All’arrivo mi unii agli altri, giovani ma non solo, di cui mi colpiva il   sorriso e la voglia di divertirsi.
Improvvisamente anch’io desiderai sentirmi come loro e mi scoprii preso   da una strana eccitazione.
Che cosa si andava a vedere? -Ma i foghi-! Non capisci? Mi chiese una   donna robusta, che, come disse lei, si portava dietro una seggiolina -   per vedere meglio - e il ponte di barche e le luci, insomma, la festa -.
Non capivo, ma a poco a poco mi sentivo felice anch’io, mentre una   strana sensazione di attesa mi prendeva tutto come quando da bambino   aspettavo le sorprese del Natale.
Camminammo per un bel po’ lungo rive illuminate da palloncini colorati   che riflettevano in acqua strani bagliori, quasi un pittore vi avesse   intinto dentro enormi pennelli.
Ero confuso e affascinato insieme, mai avevo visto tanta gente vagare   così trasognata e felice.
Ma perché poi erano felici, mi chiedevo, anzi no, non volevo sapere,   volevo solo abbandonarmi anch’io a questa strana euforia e sentirmi uno   di loro.
D’improvviso sbucammo su di un grande canale e di fronte vidi una   chiesa, imponente sull’acqua, e un ponte che pareva sospeso su pesanti   barche.
La folla andava un po’ di qua e un po’ di là, mi parve di capire, per   trovare la posizione migliore per vedere i fuochi d’artificio, che tra   poco avrebbero concluso la serata. Capii che ero arrivato fra gli   ultimi.
Il canale e l’acqua davanti a me erano occupati da piccole barche,   alcune piene di fiori, altre con luci colorate, tutte piene di canti,   musica e risate.
Mi pareva di essere entrato in un mondo di favole, dove niente era   reale, ma tutto poteva succedere.
Passai così -... momenti... attimi... ore? Non so- guardando,   stupendomi, sognando. Io, profugo di mille frontiere, non mi sentivo più   solo, vivevo in una realtà che non conoscevo e che mi inebriava.
D’un tratto avvertii una grande eccitazione intorno e poi un coro -   comincia - !
Si era fatto silenzio, ognuno attendeva, come un regalo fortemente   atteso, questa pioggia di luce e di colore.
E una pioggia veramente parevano i meravigliosi fuochi che con una   grazia languida scendevano ad illuminare l’acqua dopo essere esplosi in   cielo.
Mi feci rapire anch’io da quella magia e tutto in me anelava annegarsi   in quel baluginio.
Parevano inesauribili e l’emozione anziché diminuire aumentava e mi   entrava nel sangue e nella testa, come chi soccombe all’effetto   dell’alcool dopo esserne stato a lungo tenuto a digiuno.
Ero vivo, libero, malgrado tutto.
Ad un tratto mi accorsi che la folla mi aveva spinto sotto un alto muro   che sosteneva un terrazzo pieno di fiori.
Ragazzi e ragazze vi si affacciavano spingendosi per avere la vista   migliore.
Erano così vicini ai fuochi che i loro visi si tingevano di rosso, di   azzurro, di oro…
In mezzo a questa folla mi parve di vedere un profilo dolcissimo che mi   guardava.
Mi fermai, cercando di individuare meglio questa figura che mi appariva   solo a tratti, lontana e misteriosa e pure così affascinante.
La vidi un attimo tutta inondata di scintille, che parevano la   ricoprissero come un manto.
Poi la folla mi spinse oltre e invano la ricercai.
Improvvisamente rivedere quel sorriso, che mi aveva così misteriosamente   colpito, mi parve indispensabile.
Dovevo ritrovarla, sentivo che se fossi riuscito a catturare il suo   sguardo, avrei lottato ancora per avere un futuro, una speranza.
Mi slanciai quasi fra la folla.
Ora i fuochi erano finiti e tutti insieme riprendevano la loro strada.
Mi feci largo frettolosamente, ma quando mi ritrovai sotto quel   terrazzo, era ormai tutto buio.
Come un palcoscenico alla fine di una commedia.
Anche il cielo, improvvisamente coperto di nuvole, si era oscurato e   insieme all’acqua formava un tutt’uno di tenebre.
Mi sentivo smarrito, pure dovevo rivedere quel sorriso, che avevo   intravvisto, forse solo intuito, fra la folla, ma che mi aveva catturato   facendomi sentire di nuovo un uomo.
Il passato, il presente, mi sembravano tutt’un tratto, inspiegabilmente   privi d’importanza.
Come ancora sotto l’effetto di una magia, la magia dei fuochi, mi   sembrava importante solo il futuro, il futuro dove poteva esserci anche   per me un sorriso di donna, una notte incantata.
Si era fatto tardi, stordito, incredulo, affascinato, cercai la strada   del ritorno.
Dietro di me, un raggio di luna incominciò a tremare sull’acqua, sui   giardini addormentati, sul mio terrazzo, illuminando poi con tutto il   suo splendore una statua di donna, che col viso inclinato, pareva   guardare lontano e sorrideva.
Torna ai contenuti