Sesia Piero - Concorso Lagunando

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Sesia Piero

Diplomato al Liceo Scientifico “G.Ferraris” di Torino. Laurea in lettere Università di Torino con 110/110 LODE. Ex gestore imprese in azienda di credito, ora pensionato. Collaboratore di Agenzia Letteraria, partecipa a numerosi gruppi di lettura.
Io volevo solamente accompagnare Bettina




Era molto freddo quel 3 gennaio del 1921 nella zona di Casale Monferrato.
Il gelo era una coltre quasi palpabile che avvolgeva tutto quanto: dalla terra agli alberi, dalle strade alle case. Le zolle erano dure come pietre, mentre un silenzio assurdo ed attonito non ammetteva eccezioni di sorta.
Una nebbia ferocissima non si limitava a “coprire” il paesaggio, ma lo permeava tutto, insinuandosi per ogni dove, quasi penetrando nelle case e nelle cose e nei polmoni di ogni essere vivente.
Umani in giro pochissimi in quella mattina, ma sarebbe meglio precisare: nessuno. Ruvide ore antimeridiane  che consentivano, come unica attività, continue tazze di surrogato di caffè in cucina, o meglio ancora nella stalla, per catturare quel poco di calore corporeo che le bestie, molto meglio degli uomini, sanno emanare.
In quel cattivo lunedì 3 gennaio del 1921 Gualtiero, seduto in cucina nella sua casa di Cascine Frati con una tazza fumante in mano, scrutava preoccupato il mondo, guardando dalla finestra quel pochissimo che gli occhi riuscivano a focalizzare ed a  distinguere.
Cascine Frati era una minuscola borgata situata tra Coniolo ed il Po e Coniolo, a sua volta, un paese issato su un colle lungo la strada che da Casale Monferrato portava a Trino Vercellese e successivamente a Livorno Ferraris.
Il colle dove era posto Coniolo era, se non l’unica, comunque l’altura più elevata dei dintorni e poteva contare su un panorama della pianura sottostante e del Po decisamente piacevole. Così almeno recitavano gli abitanti.
Non era ovviamente il caso del 3 gennaio del 1921, allorquando la nebbia aveva trafugato il paesaggio e pareva non volerlo restituire più.
Aveva 21 anni Gualtiero e, nato nel novembre del 1899, per poche settimane era già definibile un uomo dell’altro secolo. Sempre per poche settimane aveva eluso la grande mattanza della prima guerra mondiale. Guerra che non aveva risparmiato invece suo fratello più grande Luigi, divorato dal tritacarne europeo che, in Italia, era valso centinaia di migliaia di morti.
Guardava il cortile Gualtiero, ed i sorsi di finto caffè bollente non lenivano i brividi derivanti dalla vista dello spesso strato di brina che copriva il mondo intero e pareva silenziare l’afflato stesso dell’esistenza tutta.
Erano ormai quasi le nove e Gualtiero era sveglio da tempo. I poveri si svegliano sempre presto, anche quando non sarebbe il caso.
Aveva già portato il fieno alle mucche ed ai vitelli, cambiato la paglia nella stalla ed estratto tre secchielli di acqua semi gelata dal pozzo situato nel cortile.
La mamma Onorina, anch’essa con in mano una tazza di surrogato di caffè, osservava con sguardo innamorato Gualtiero. Forse pensando all’altro figlio Luigi. Oppure al marito Giuseppe, morto per una epidemia di febbre spagnola pochi anni prima.
Gualtiero non svolgeva abitualmente i lavori mattutini nella stalla e in cucina.  
Era la mamma che se ne occupava stabilmente.
Gualtiero infatti faceva l’operaio in una azienda di guaine per pompe idrauliche e, normalmente, la mattina partiva molto presto in bicicletta per andare in fabbrica. Questo reddito fisso, per quanto conquistato con sveglie all’alba e fatiche durissime,  era allora considerato una grandissima fortuna rispetto al lavorare esclusivamente la terra ed essere così esposti ai capricci del tempo, all’andamento dei prezzi ed alle tasse da pagare.
Ragion per cui, quindi, tra lo stipendio, modesto ma certo, di Gualtiero e qualche vitello e l’orto, Onorina ed il figlio potevano considerarsi al riparo dalla fame pura e semplice che, viceversa, riguardava buona parte degli esseri umani in quel contesto economico rurale.
Lunedì 3 gennaio 1921 Gualtiero però era a casa perché l’azienda per la quale lavorava era chiusa. Forse  aveva messo obbligatoriamente a riposo tutti gli operai. La motivazione non era chiara. Gualtiero non se la ricordava bene. Ci pensò, mentre le mani stringevano la tazza bollente. Continuava a non rammentare. Strano, la sua memoria era sempre stata perfetta. “Sicuramente una sporca manovra padronale” suggerì la sua elementare coscienza politica di iscritto alla CGIL
Scuotendo i pensieri dalla testa si alzò di scatto dalla sedia, balzò in piedi con la forza dei vent’anni e salì le scale che portavano al piano di sopra in un baleno.
Tornò in un attimo altrettanto breve con una giacca pesante, una lunghissima sciarpa e guanti di lana fatti a mano dalla mamma. O forse no. Da sua nonna. O chissà. Certamente i guanti non erano il tipo di abbigliamento che ci si poteva permettere di acquistare in quel mondo economicamente improntato alla sopravvivenza.
“Ciao mamma. Vado in città”
La città ovviamente era Casale Monferrato, distante meno di dieci chilometri.
La mamma lo scrutò con uno sguardo che sembrava perso nel vuoto.
“Ma come a Casale? Cosa ci vai a fare con questo freddo e questa nebbia? E di lunedì per giunta?”
“In città mamma! C’è la gente. Vado a fare un giro. Magari ti porto una sorpresa”.
“Ma Gualtiero ci sei già stato ieri!”
“No, mamma. Era l’altro ieri. Il 1° gennaio sono andato a Casale, non ieri!”.
“Ciao mamma. Torno per pranzo” aggiunse Gualtiero, uscì di casa con un salto, non badò alla morsa del gelo, inforcò la bicicletta acquistata con severi e determinati risparmi quotidiani e capì subito che, nonostante il suo giovanile entusiasmo, freddo e nebbia gli avrebbero creato non pochi problemi.
Mamma Onorina vide l’ombra del figlio fuggire via e lo salutò con appena un filo di voce, quasi mentalmente, con un “Ciao figlio mio, arrivederci” condito da un sorriso malinconico.
Il ragazzo uscì dal cortile come un razzo. Così veloce che Sergio, il vicino di casa appoggiato sull’uscio, nemmeno lo vide. E non lo salutò, lui di solito così educato e loquace.
Forse la nebbia gli aveva impedito la vista di Gualtiero ed aveva persino attutito il ferroso rumore della bicicletta in movimento. Fatto sta che Sergio non si voltò nemmeno.
Gualtiero scatenò tutti i propri giovanili muscoli per affrontare la salita che da Cascine Frati (detta anche Coniolo basso) portava a Coniolo e, in un attimo, raggiunse il paese. Il tutto non smettendo nemmeno per un istante di pensare a Bettina.
“Chissà, forse potrò vederla” disse a se stesso.
Il 1° gennaio o capodanno che dir si voglia, nel 1921 e dintorni, nelle campagne era quasi un giorno come un altro.
L’anno nuovo, le feste, le cene, l’attesa della mezzanotte erano riti da ricchi. O comunque da cittadini. Non certo eventi che interessassero gli abitanti dei paesi.
Poco dopo l’una del pomeriggio del 1° gennaio del 1921 Gualtiero e la mamma avevano già finito di mangiare.
Il giorno era comunque festivo, tanto che a pranzo era venuta la zia Maria, sorella del babbo Giuseppe, che non si era mai maritata.
La zia era però già ripartita per tornare alla sua casa, distante meno di 500 metri da quella di Gualtiero ed Onorina.
Mamma Onorina, per l’occasione, aveva cucinato gli agnolotti preparati il giorno precedente. Scarso ripieno e poche uova.
L’inverno mordeva, le scorte si assottigliavano ad una velocità imbarazzante e le galline si ostinavano a non collaborare.
Gualtiero aveva insistito per aprire una bottiglia di vino.
Il pranzo era terminato con un appagante finale, il caffè vero portato dalla zia Maria.
Mamma Onorina sparecchiava e lavava i piatti.
Il tempo era freddo ma uno splendido sole aveva vinto il braccio di ferro con la nebbia. Il cielo era blu, il suolo bianco di brina luccicante ed i contorni nitidi come raramente in quella zona del mondo.
Il sole, pur non mitigando molto la temperatura gelida, spingeva, con la dovuta cautela, gli esseri umani ad uscire da casa, per lo meno nel cortile.
Gualtiero e la mamma non fecero eccezione e, ancora con la tazza del caffè in mano, mossero qualche timido passo fuori dalla cucina calda. Visitarono le galline infreddolite e la stalla che, sin dal mattino presto, era stata posta perfettamente in ordine.
Andarono sino al fienile, così, senza motivo alcuno. Semplicemente per muovere gambe che, nella stagione invernale, tendevano ad atrofizzarsi sostando troppo a lungo all’interno delle abitazioni.
Poi tornarono verso casa, accompagnati da qualche brivido dovuto al fatto che non si erano coperti sufficientemente per uscire.
Gualtiero assunse un’aria da “beh, è tutto a posto”, che gli consentì, non senza un pizzico di reverente affanno, di proferire la fatidica frase “Ciao mamma, allora io vado”.
“Dove vai Gualtiero?”
“Vado a Casale, mamma. E’ festa. Ho appuntamento con gli amici”
“Non fare tardi figlio mio. Fra poco farà buio ed ho visto passare qualche auto anche qui, sulla nostra strada”.
“Stai tranquilla mamma, non tarderò”.
Mamma Onorina si intenerì un poco per questo figlio così irrequieto ma, fondamentalmente, con lei così gentile e cortese.
Gualtiero salì in camera sua, si cambiò camicia e pantaloni, prese la giacca di lana, la sciarpa, guanti artigianali e ridiscese in meno di un minuto.
Salutò ancora la mamma, corse al portico e saltò sulla sua bicicletta.
Pedalò con foga e passando di fianco alla casa del vicino risposte con un roboante “Ciao Sergin!” al cordiale saluto del suo vicino Sergio.
Salutò anche la di lui moglie Elvira, la quale ricambiò, e in un attimo era già a faticare spingendo sui pedali sulla salita per Coniolo.
Cielo terso e blu e contorni nitidissimi e sole luminosissimo lo accompagnavano con letizia. Letizia incrementata dall’idea che alle tre aveva appuntamento con Bettina.
La nebbia mattutina era di quelle che non si sarebbero dissolte mai, per tutto il giorno. Il sole avrebbe costantemente perso il suo braccio di ferro con “madama nebbia”.
Accadeva pochi giorni all’anno, ed il 3 gennaio 1921 era appunto uno di quelli.
Pedalava con grande foga Gualtiero, incurante della modestissima visibilità.
Passò davanti all’unica bottega di Coniolo proprio mentre Ludovica, la proprietaria, stava aprendo le serrande. Era un classico negozio di paese, nel quale si vendeva di tutto, con una grande propensione a fare credito. Quindi panetteria, drogheria, tessuti e banca in un solo locale .
“Ciao Ludovica!” strillò Gualtiero non smettendo di pedalare nella curva.
La donna non lo scorse, non udì le sue parole e, quindi, non si voltò per nulla.
A causa della nebbia o fors’anche presa dai propri pensieri che la turbavano o perché il cigolio delle imposte che si aprivano coprì la voce pur squillante di Gualtiero.
Pedalò e pedalò e pedalò forte Gualtiero.
Si lanciò nella discesa ad una velocità folle.
La nebbia gli era ormai entrata nei polmoni, gli occhi gli facevano male a causa del freddo e dello sforzo per seguire una strada ormai invisibile ed il viso bruciava sferzato dall’aria gelida.
Le buche ed i sassi ed il terreno di una durezza marmorea non erano certo l’ideale per correre in bicicletta, ma Gualtiero non se ne curava punto e, in almeno un paio di occasioni, rischiò di cadere rovinosamente.
Rotondi occhi giallastri preannunciarono una automobile che proveniva in direzione contraria alla sua e che sfrecciò senza curarsi di lui.
Gualtiero provò a pensare a chi potesse essere il proprietario dell’auto. Pochissimi in zona avevano l’automobile e forse ragionando si sarebbe potuto indovinare chi stava transitando a quell’ora per quella strada.
Il freddo e l’aria che bruciava la gola e lo sforzo sui pedali impedirono però a Gualtiero di seguire quel pensiero per più di pochi secondi.
Il cartello “Casale Monferrato” lo colpì all’improvviso, giungendogli incontro dopo una larga curva, a velocità doppia, determinata dal suo pedalare forsennato e dalla cecità quasi assoluta imposta dalla nebbia.
Gualtiero volò con la sua bicicletta, superando di slancio l’area grigia tra campagna e città, passò a fianco della ormai famosissima fabbrica di cemento che stava contribuendo allo sviluppo industriale della zona e, in un lampo, raggiunse, superando i mercati agricoli, l’amplissima piazza castello,
Arrivò velocissimo all’imbocco di Via Umberto, arteria che conduceva nel centro di Casale, dove frenò piuttosto rumorosamente. Qui decise di lasciare la bicicletta e di proseguire a piedi.
Camminare gli avrebbe consentito maggiore libertà e, soprattutto, gli avrebbe permesso di far gravitare i propri passi attorno al negozio di tessuti sotto i  portici di Via Roma dove lavorava Bettina.
Poi chissà, con un po’ di fortuna lei sarebbe anche potuta uscire un istante per fargli un saluto. Quella ragazza gli era davvero entrata dentro.
Nel frattempo la nebbia, sicura e severa come in rare occasioni, non aveva allentato la sua morsa nemmeno di un millimetro.
La città presentava lo stesso dimensionamento acustico e visivo della campagna. Quell’uniformità totale ed indistinguibile che solamente la nebbia fitta ed insistente sa dare.
Non erano ancora le dieci quando Gualtiero, lasciata la bicicletta, si incamminò con fare deciso verso il centro della città, deciso a imporre se stesso al mondo ed a godersi la sua giornata. Ma soprattutto desideroso di vedere/incontrare/parlare con Bettina.
Superò l’angolo di Via Umberto partendo alla conquista di una Casale Monferrato che gli si presentava sostanzialmente deserta e, per certi aspetti, anche leggermente ostile e inquietante e financo nemica.
La luce stupenda di quel capodanno del 1921 era perfettamente allineata all’umore di Gualtiero.
A 21 anni si ha il mondo in mano ed andare e volare e correre non è solo un diritto, è quasi un dovere. E Gualtiero volava e correva con la sua bicicletta e anche con i pensieri.
La strada indurita dal gelo faceva sobbalzare il giovane ed il suo mezzo meccanico.
Dopo la breve ma faticosa salita svoltò veloce davanti alla bottega di Coniolo chiusa per la festività ed arrivò in prossimità dell’osteria del paese.
Tre o quattro uomini erano sulla soglia del locale ed erano intenti a pulirsi le scarpe prima di entrare.
Tra questi vi era Giuseppe, detto “Pinin”, il ciabattino del paese.
Gualtiero, rallentando anche a causa della strada piena di buche, lo osservò con un sorriso.
Di Pinin, infatti, si diceva avesse una relazione più o meno segreta con la zia Maria.
Parole vaghe, ovviamente. Dette a mezza voce e con allusioni e fra le righe nelle stalle la sera, quando chiacchierare e spettegolare erano gli unici passatempi possibili.
Sorrise, appunto, Gualtiero e pensò a situazioni che peraltro nessuno a lui aveva mai direttamente esplicitato.
Passò accanto al gruppetto di uomini e frenò un poco, per poterli guardare e, soprattutto, salutare.
Oltre a Pinin c’erano Giuliano e Giovanni detto “Giuanin”, contadini della zona.
Gualtiero fermò quasi del tutto la bicicletta accanto a loro.
Il giovane era istintivamente socievole e giovale, convinto che i rapporti con le persone del proprio ambiente fossero da salvaguardare e difendere.
Di più, ma era proprio un di più, nelle poche riunioni che aveva seguito alla Camera del Lavoro di Casale, l’indicazione era stata chiarissima.
Parlare, chiacchierare, ragionare, discutere. Con tutti, sempre e comunque.
L’idea del socialismo, predicavano i dirigenti sindacali, è vincente per definizione ed ha solo bisogno di essere diffusa. Occorre farne partecipe più persone possibile. E tutte le occasioni devono essere colte.
Da un discorso sul tempo ad una bevuta collettiva, dal lavorare insieme al trovarsi in attesa in un negozio, da un incontro causale al chiacchiericcio tipico della domenica mattina nella piazza del paese.
Ma erano l’istinto primigenio, il carattere, il suo modo di essere che rendeva Gualtiero giovale e socievole.
Quindi Gualtiero salutò tutti: Pinin, Giuliano e Giuanin. I tre si voltarono sorpresi e contenti e, a loro volta, ricambiarono i saluti con grande calore.
“Ciao Gualtiero, dove vai?”
“In città, è festa, è il primo gennaio” rispose il ragazzo, ma le parole si persero mentre già lui aveva ripreso a pedalare e si allontanava progressivamente.
Più del carattere e della diffusione del verbo socialista fu il tornado dei 20 anni a farlo correre ancora.
La bicicletta ed il corpo del ragazzo sobbalzavano, subendo la perdurante cattiveria di una strada nella quale buche e sassi e terreno gelato la facevano da padroni. Viceversa l’anima ed il cuore di Gualtiero sobbollivano al pensiero dell’appuntamento con Bettina.
Gualtiero pedalò e pedalò e pedalò ancora con grande forza.
Vide in lontananza, dopo una larga curva, il cartello stradale “Casale Monferrato”.
Lo puntò e, se possibile, raddoppiò gli sforzi. Lo raggiunse e lo superò. Oltrepassò la fabbrica di cemento e, ad una velocità impressionante, finalmente sbucò nella vasta piazza Castello.
Qui sostò un attimo, riprendendo fiato e ragionando sul da farsi
Aveva appuntamento con Bettina alle tre sotto i portici di Via Roma. Era in anticipo.
Ovviamente in larghissimo anticipo.
Decise pertanto di lasciare la bicicletta all’imbocco di Via Umberto, si rassettò per quanto fosse possibile farlo con i suoi poveri abiti da povero e si avviò con passo deciso verso il suo appuntamento.
Superò l’angolo di piazza Castello partendo alla conquista di una Casale Monferrato vivace ed allegra in un giorno di festa.
La nebbia feroce copriva tutta la città in quella mattinata di lunedì 3 gennaio 1921.
Case, strade, piazze, tutto era fagocitato da un latte grigiastro ed immobile.
Nulla era concesso alla luce, scomparsa e battuta e sconfitta.
La città sembrava quasi addirittura non esistere.
Non era esattamente il clima che Gualtiero avrebbe preferito, datosi che si immaginava di girovagare per la città, incontrare e parlare con qualche conoscente e verificare se si fosse potuto scambiare qualche parola con Bettina.
Con questo diffuso e pastoso ed impastato grigiore tutto diventava più difficile e meno affascinante.
Gualtiero svoltò in un vicolo secondario rispetto al centro commerciale della città e si diresse verso una piccola osteria dove lavorava un suo carissimo amico.
L’intenzione era duplice, e cioè fare quattro chiacchiere con una persona conosciuta e bere un caffè caldo, lusso che riteneva di meritare in virtù del tanto freddo patito.
Infilò il piccolo porticato e, con sua grande sorpresa, giunse davanti all’osteria che si presentò completamente ed ostinatamente deserta e senza luci. Serrande bloccate e porte serrate.
“Forse chiude il lunedì?” si chiese dubbioso il ragazzo, prima che un cartello con scritto “Chiuso mercoledì pomeriggio” lo smentisse all’istante.
Gualtiero ruotò gli occhi smarrito e scoprì che anche il fruttivendolo a destra ed il negozio di articoli agricoli a sinistra avevano le porte sprangate.
Fece due passi, arrivò in una piccola piazza e vide ciò che già immaginava: tutti gli esercizi commerciali erano sbarrati.
Osterie, alimentari, drogherie, panetterie. Tutto era ostilmente chiuso.
Con il fiato in gola iniziò a correre ed arrivò ansimando di fronte al negozio dove lavorava Bettina, tre isolati più in la. Ovviamente sprangato.
Guardò istintivamente l’ora sul campanile. Le dieci e mezza.
Anche alla Torre Civica, dove un ricco eccentrico aveva installato a proprie personali spese un cantiere per la sua ristrutturazione, nessuno stava lavorando.
Le dieci e mezza del mattino di lunedì 3 gennaio del 1921.
La delusione per la mattinata sciupata si mischiò ad una crescente curiosità, condita con una inquietudine di fondo.
“Perché tutta la città è così desolatamente vuota e chiusa” si domandò “Cosa mi è sfuggito?”.
Mentre vagava meditabondo con questi pensieri gli giunse all’orecchio uno scalpiccio insistito. Come di folla che cammina. Ed un brusio diffuso, ma ovattato. Tanti piccoli sussurri messi insieme.
Poi apparvero macchie rosse, ostentate, ricamate con fili d’oro e condotte in processione nella nebbia grigia da donne e uomini anch’essi grigi.
“PSI Sez. Casale Monferrato”, “Camera del Lavoro”, “CGIL Casale” “Società Operaia di Mutuo Soccorso”, così recitavano alcune delle macchie rosse offuscate dalla nebbia che si presentarono agli occhi di Gualtiero in quella mattina e che lo costrinsero ad aguzzare la vista al massimo per leggere le parole.
Una folla grande, numerosa, fitta, eppur ordinata, composta, seria, silenziosa.
Pareva quasi che la gente dovesse in qualche modo “spazzare” la nebbia davanti a sé per poter proseguire il cammino.
“Ecco!” si disse tra sé e sé Gualtiero fortemente innervosito per la propria sbadataggine “Lo sciopero! Oggi c’è lo sciopero generale! Come ho fatto a non ricordarlo!”.
E maledisse per qualche istante la sua memoria diventata fallace.
La folla gli arrivò vicino e, nelle prime file, riconobbe alcuni compagni della sua fabbrica che reggevano bandiere e gagliardetti rossi.
Erano seri, compiti, orgogliosi, fieri. Marciavano composti, esibendo facce tirate, scure, tristi, quasi cupe.
Una moltitudine dietro di loro. Uomini, donne, bambini. Praticamente l’intera città di Casale Monferrato ed i suoi dintorni.
Molte donne erano in lacrime, gli uomini no, nel 1921 gli uomini non potevano piangere in pubblico. Anche se qualcuno probabilmente avrebbe voluto farlo.
Non un grido si alzava, la compostezza della gente era enorme, tutti si esprimevano solo e solamente sussurrando.
Gualtiero cercò di chiamare con un cenno i suoi compagni, ma questi non si avvidero di lui ed egli, non volendo ferire con un grido quell’ostinato silenzio dal sapore quasi religioso, non insistette.
Provò allora a raggiungerli, ma la folla, piuttosto fitta, non si accorse di lui e nessuno accennò a scansarsi per lasciarlo passare.
Erano tutti talmente concentrati nel loro stare lì a manifestare che non parevano avere occhi e testa per altro.
E meno che mai per lui. In più la nebbia concedeva pochissimi metri alla vista.
Gualtiero si rassegnò a seguire il corteo da solo, triste ed immalinconito. Non avrebbe potuto vedere e salutare Bettina e non era nemmeno riuscito ad essere membro attivo dello sciopero generale con i suoi amici.
Gualtiero non era particolarmente politicizzato. Era iscritto alla CGIL come quasi tutti gli operai italiani nel gennaio del 1921, però non era un militante e nemmeno tesserato per qualche partito. Frequentava saltuariamente le riunioni alla Camera del Lavoro. Però in determinate occasioni, e lo sciopero generale era sicuramente una di quelle, amava fare la sua parte e, dovendo rimanere forzatamente ai margini, ne fu un poco risentito.
Risentimento che, in breve, rese il posto ad altri pensieri che presero a volteggiare come i coyotes nei canyon.
Perché uno sciopero generale rendeva tutti così tristi e immalinconiti?
Vero che si perdevano soldi indispensabili per le loro povere vite, però Gualtiero si ricordava di scioperi e manifestazioni anche un poco allegre e gioiose e rumorose.
Perché quell’ostentato silenzio?
Perché nemmeno un urlo, un canto, un insulto agli odiati padroni?
Fatto sta, comunque, che la conquista di Casale Monferrato si stava rivelando per Gualtiero un completo fallimento.
Casale Monferrato sembrava scintillare in quel luminosissimo 1° gennaio del 1921. Luce e ombra si alternavano con geometria perfetta e contorni definiti e nitidi.
Gualtiero si avviò senza fretta all’appuntamento con Bettina fissato per le tre sotto i portici. Era un irrequieto Gualtiero e, quindi, non era mai in ritardo. In nessun caso. Lavoro, amici, impegni vari.
Figuriamoci se sarebbe arrivato in ritardo ad un appuntamento con Bettina.
Camminando Gualtiero ripercorse con la mente come e quando aveva conosciuto Bettina.
Ricordò che era ottobre. Quando accompagnò la madre a scegliere un pezzo di stoffa per cucire un vestito per il matrimonio di Irma, la figlia di Olga, la sorella di mamma Onorina.
Entrarono in uno dei due negozi di tessuti di Casale. Andò loro incontro una ragazza giovane e gioviale.
Gualtiero ne fu subito colpito. Il suo sorriso, i suoi occhi, le sue mani. Barcollò persino nel suo incedere dentro al negozio, mentre guardava attentamente la ragazza.
Non capì nulla, e non volle capire nulla, delle trattative commerciali tra la mamma e la commessa che lui non smetteva di osservare. E quando uscì era ossessionato solamente dall’idea di rivederla.
Fece in modo di tornare, senza la madre, a ritirare lo scampolo prescelto ed a saldare il conto.
In quell’occasione la ragazza era sola e fu proprio quella volta che lui decise, era un sabato, di bighellonare sino alle sette di sera per aspettarla all’uscita e poterla salutare.
E andò così. Lei non volle assolutamente farsi accompagnare.
“Non si conviene” rispose con una frase che Gualtiero capì solamente in parte.
Però gli confidò il suo nome. E non oppose rifiuti categorici alla proposta di rivedersi.
Gualtierò tornò diverse volte all’orario di chiusura del negozio, parlò con Bettina, battagliò ancora (perdendo) per cercare di accompagnarla a casa, sino a riuscire, con somma gioia a stento trattenuta, a strapparle un appuntamento per il pomeriggio del 1° gennaio 1921.
Bettina era una bellezza anomala per i canoni dell’epoca nell’Italia settentrionale.
Bruna, carnagione scura, tratti del viso spigolosi.
Il contrario di quello che all’epoca era considerata una “bellezza”.
Gualtiero però era letteralmente impazzito per il suo sorriso.
Timido, allegro, sereno. Un sorriso da morirci pensava a volte.
Così fantasticava Gualtiero mentre si dirigeva all’appuntamento in quel 1° gennaio del 1921
I suoi pensieri erano così fitti e corposi che non si avvide, se non all’ultimo momento, della presenza sotto i portici del rag. Macherio, il responsabile della sua officina, che svolgeva con la moglie il rito del passeggio cittadino nel giorno festivo.
Il rag. Macherio gli diede un buffetto sulla guancia che lo fece sbalzare dalla sella dei suoi pensieri e gli disse “Hey rosso, dove vai?”
“Rosso” era il termine con il quale il capo officina si rivolgeva agli operai che fossero, sia pur vagamente, socialisteggianti e iscritti alla CGIL. Cioè, nel gennaio 1921, praticamente tutti gli operai della fabbrica.
Gualtiero fu colto di sorpresa e sobbalzò.
“Buongiorno ragioniere” impose la sua educazione.
“Dove vai di bello Gualtiero?”
“Beh, ragioniere, a spasso. E’ festa”.
“Ragazze vero? Beato te...”.
Gualtiero arrossì su questo banalissimo dialogo e si congedò con un saluto formale.
Mancavano quindici minuti all’appuntamento con Bettina.
Era agitatissimo Gualtiero, in fondo era il suo primo incontro con una ragazza.
Mentalmente ripercorse la lezione che aveva per giorni tentato di costruire e di imporsi e, pertanto, imparare. E cioè come salutare, comportarsi, parlare.
“Sarà opportuno offrirle qualcosa da bere?” si chiese facendo tintinnare in tasca i soldi risparmiati per l’occasione.
“Invitare una ragazza in un luogo pubblico al primo appuntamento non sarà un poco disdicevole?” continuò ad interrogarsi.
E intanto continuava a camminare senza sosta.
Sotto i portici di piazza Carlo Alberto si imbatté in un orologio. Le tre meno dieci. E corse all’angolo ad attendere Bettina.
Prese a passeggiare avanti e indietro in preda all’agitazione massima. Mani conficcate con forza in povere tasche mille volte bucate ed altrettante rattoppate. Cuore a battere come un mare in tempesta.
Alle tre e cinque prese già a disperare.
Per fortuna girò la testa e la vide. O meglio fu folgorato da uno splendido sorriso di ragazza. Subito dopo constatò che si trattava di Bettina.
Le apparve come se la ricordava. Cioè bellissima. Era vestita semplicemente. Non avrebbe potuto essere altrimenti. Ma il tutto era garbato. Scarpe, cappotto, sciarpa. Tutto sobrio e delicato.
Il suo viso, soprattutto. Bello, un po’ squadrato, sorridente.
I capelli dolcemente fluenti e vaporosi.
Poi quel suo sorriso. Da perdersi. Da stare male.
Ancora in presa all’estasi Gualtiero notò però un dettaglio che non gli piacque per nulla.
Bettina non era sola.
“Ciao” riuscì a sussurrare cercando di non affogare in un mare di delusione.
“Ciao Gualtiero” rispose Bettina “lei è Irene” si affrettò ad aggiungere.
Un sorriso ironico si irradiò sul viso di Bettina. O almeno così sembrò a Gualtiero.
Che percepì una frase non detta del tipo “Questa non te la aspettavi!”.
Buon viso a cattivo gioco è una espressione banalissima, ma è quello che Gualtiero provò a fare in quella situazione salutando molto formalmente Irene, anche se l’imbarazzo stentava ad andarsene.
“Facciamo una passeggiata?” propose Bettina, provando a rompere l’incantesimo negativo che si stava creando.
E si avviarono, Bettina da una parte ed Irene dall’altra a fianco di Gualtiero.
Poco più di sessant’anni in tre.
L’imbarazzo ed il disappunto di Gualtiero si stemperarono progressivamente, grazie alle chiacchiere, al camminare, agli splendidi sguardi di Bettina, che pareva quasi invocare le sue scuse per il colpo basso che gli aveva inferto.
Anche Irene chiacchierava, lievemente e con il sussiego di chi si rende conto di essere una presenza non prevista e, per lo meno all’inizio, nemmeno gradita.
Con la piccola ansia di dimostrare che il proprio ruolo ha un senso.
Bettina sfiorò, forse con intenzione, il braccio al giovane e Gualtiero fu travolto da un brivido che terremotò la sua anima.
E poi quell’incantevole sorriso. Il sangue di Gualtiero si scioglieva nelle vene ad ogni sorriso di Bettina.
I tre giovani camminarono a lungo, senza sosta, infaticabili.
Gualtiero, alla fine, si “rassegnò” alla presenza di Irene. La trovò persino simpatica. Fu quasi contento che ci fosse. “Quasi”...
La giornata era stupenda. Serena, luminosa, scintillante.
Però i minuti si susseguivano ai minuti e le ombre della anticipata sera invernale si stavano progressivamente imponendo sull’intero mondo.
In sostanza, stava venendo buio.
Casale Monferrato si apprestò ad accendere tutte le sue luci e a diventare, per i tre ragazzi, la città più bella del mondo.
“Posso offrirvi una cioccolata al circolo socialista?” domandò Gualtiero con il cuore in gola a causa della possibile risposta.
Bettina scrutò in viso Irene implorando un “sì” che l’amica aveva già intuito essere il suo principale desiderio.
Poi Bettina stessa rispose “Sì, ma non abbiamo molto tempo. I nostri padri non amano che si stia in giro con il buio”.
“Dai” disse Gualtiero accelerando istintivamente il passo “impiegheremo pochissimo tempo. Non vi preoccupate”.
Il circolo socialista era situato esattamente alle spalle del centro. Un locale ampio, luminoso, allegro, gioioso. Progressivo e progressista.
Le donne , o meglio le ragazze, non erano una presenza significativa al circolo, però sicuramente percentualmente superiore a quella degli altri locali pubblici.
Gualtiero fece un ingresso da protagonista, fiero ed orgoglioso di presentarsi con due ragazze così belle.
Salutò rumorosamente alcuni amici e conoscenti e compagni, che ricambiarono giovali e, ovviamente, ammiccanti.
Poi, con l’aria del padrone di casa, guidò le due ragazze ad un tavolo libero leggermente appartato, indi si fece largo per andare ad ordinare.
Arrivò al banco e si rese conto di non aver chiesto alle sue accompagnatrici cosa avrebbero voluto consumare.
Maledicendo la sua sbadataggine rifece il viaggio al contrario e, di fronte a Irene e Bettina che non riuscivano a trattenere le risa, chiese con la massima serietà possibile “Cosa gradite?”.
“Una cioccolata calda”
“Anche io, grazie”.
Sgomitò ancora per tornare al banco. “Due cioccolate calde” ordinò in un fiato “e…”.
Avrebbe volentieri bevuto un bicchiere di vino per lenire la sua agitazione e stemperare la tensione, ma si vergognò di farlo davanti alle due ragazze e, pertanto, proseguì “No. Tre. Tre cioccolate calde, Grazie. Siamo seduti là” aggiunse indicando con la mano.
Tornò al tavolino più velocemente che poté, tenendo conto del massimo affollamento del locale alle quattro del pomeriggio festivo.
Sedette e guardò Bettina, che parve ricambiare il suo sguardo quasi dicendo, con il suo sorriso meraviglioso, “Sono contenta di essere qui con te”.
Bettina si era leggermente aperta il cappotto e mise in mostra un vestito bellissimo. Che fasciava un corpo splendido. Lavorava in un negozio di tessuti e questo le consentiva, sia pur in condizioni di famiglia povera, di sfruttare occasioni di abbigliamento che altre ragazze non avevano.
Le cioccolate arrivarono presto. Gualtiero si sdoppiò terrorizzato tra il prezzo  scritto su un pezzo di carta e la sua mano che tastava i soldi in tasca.
Per un attimo temette che non fossero sufficienti, poi palpò per bene tutte le monete e capì che ce l’avrebbe fatta.
Allungò con sussiego una manciata di denaro all’inserviente e si rilassò con un sospiro di sollievo.
Bettina e Irene gioirono e batterono le mani felici all’arrivo della cioccolata. E Bettina non fece mancare a Gualtiero un solare sorriso di riconoscimento. Per la cioccolata, ma non solo. Per la presenza ed il pomeriggio e le sue attenzioni.
I tre ragazzi si gustarono la bevanda che, nel loro mondo, non era certo una abitudine quotidiana e bevevano guardandosi con allegra ingenuità.
Una festa. Per loro era una vera festa.
Gualtiero provò a parlare un poco alle ragazze di socialismo. Bettina aveva sentito spesso gli stessi discorsi da suo padre, operaio anch’egli. Ma non era certo quello l’argomento che, in quel pomeriggio, interessava a Bettina e Gualtiero e meno che mai ad Irene.
Alla fine tutto si risolse in sorrisi e smorfie e banalità.
Gualtiero avrebbe voluto fermare il tempo. Anche se non era solo con Bettina ed era presente Irene. Lì, avrebbe voluto restare per sempre lì, in quel circolo socialista fumoso ed affollato e dall’intimità praticamente inesistente.
E invece, vittime del tempo tiranno, i tre ragazzi dovettero uscire dal locale, in quel meraviglioso pomeriggio del 1° gennaio del 1921.
Gualtiero seguì a breve la distanza la folla che manifestava in quel grigio lunedì 3 gennaio 1921.
Era triste e meditabondo e malinconico.
Non avrebbe visto Bettina, e questo già era abbastanza per rendere il suo umore in discesa. A ciò si aggiungeva un affastellarsi di pensieri.
Lo sciopero generale che non aveva ricordato. La città chiusa e deserta. La nebbia che isolava e intristiva. La mestizia quasi funebre presente nella manifestazione popolare. Il freddo che aggrediva le carni.
Camminò in mezzo alla gente, ma solo e solitario. Nessuno pareva accorgersi di lui. Vide a tratti volti conosciuti, ma nessuno mostrò di voler uscire dall’isolamento intrinseco in quella giornata buia e tetra per salutarlo e quindi non scambiò verbo con alcuno.
Avanzava osservandosi la punta delle scarpe, indeciso se abbandonare quella che non era comunque la sua scena, tornare alla bicicletta e riprendere la strada di casa o se, viceversa, continuare a seguire la fiumana di folla.
Obbedì al dovere di operaio e seguitò ad avanzare, anche perché l’idea di tornare a casa con l’aria abbacchiata e dovere rispondere ai quesiti della mamma. non lo allettava certo.
Il tramestio di migliaia di passi gli entrò nelle orecchie sino a fargliele quasi dolere.
La pesantezza delle grandi scarpe da poveri sul selciato lo infastidiva oltre misura.
Poi, quasi all’improvviso, la folla si arrestò. La calca si infittì come se fosse stato posto un filtro all’avanzare della gente.
Gualtiero alzò lo sguardo e vide la scritta “Teatro municipale”.
La gente si ammassò, sempre con grande compostezza, al pur ampio ingresso del teatro. “Forse ci sarà qualche discorso” pensò Gualtiero e attese con pazienza il suo turno per entrare.
La platea del teatro lo accolse con il suo buio uterino, così accentuato da non riconoscere il viso dei propri vicini. Solamente il palco, dove era disposto un lungo tavolo con relative sedie, era illuminato, anche se malamente. Dietro al tavolo erano disposte numerose bandiere, gagliardetti ed un lungo striscione rosso con la scritta gialla “CGIL Casale Monferrato”.
Gli oratori, o comunque i “conduttori” della riunione, stavano prendendo posto dietro al tavolo che, nel frattempo, era stato coperto da un drappo rosso.
Gualtiero, che aveva trovato posto in piedi in un angolo della platea del teatro, strizzò gli occhi per vedere e, se possibile, distinguere i compagni che stavano sedendosi dietro al tavolo.
Riconobbe Peppino, segretario della Camera del Lavoro ed operaio di una notissima fabbrica di biscotti di Casale Monferrato. E distinse, grazie alla folta e lunga barba, l’Avv. Tancredi, deputato eletto nelle liste del PSI nella zona del casalese.
Poi strabuzzò gli occhi quasi attoniti. Sul palco, leggermente defilato, Gualtiero notò Vittorio, un suo carissimo amico, collega di lavoro, molto impegnato nell’attività sindacale e politica nella fabbrica dove lavoravano entrambi.
“Molto impegnato sì” ragionò tra sé  Gualtiero “ma certo non al punto da presiedere una riunione cittadina con centinaia e centinaia di persone”.
Poi si ritrovò a pensare che, probabilmente, sindacato e partito puntavano sui giovani, a far crescere nuove leve rivoluzionarie, ed allora portare su un palco Vittorio, suo coetaneo, era una strategia lungimirante.
Peppino invitò al silenzio con brevi gesti delle mani, per quanto il rumore non fosse elevatissimo anche se amplificato dal luogo chiuso.
Poi prese un tono solenne, si guardò intorno e parlò.
“Compagni, è a nome di tutti voi che intendo ringraziare per la presenza in questo teatro, in una giornata così significativa ed importante, anche se molto triste per gli operai casalesi, del compagno direttore de l’Avanti, Giacinto Menotti Serrati. Grazie compagno Serrati!”.
Un boato scosse il teatro. La popolarità di Serrati era immensa. Era lui il vero “capo” del Partito Socialista Italiano e della rivoluzione in Italia, e vederlo lì, in quella giornata così importante per Casale Monferrato, era motivo di commozione ed orgoglio e soddisfazione per tutto il proletariato casalese.
Serrati ringraziò degli applausi alzandosi in piedi e muovendo le mani con un qualche sussiego e sussurrando a sua volta un “Grazie a voi”.
Anche Gualtiero provò una forte emozione. Serrati era un vero dirigente rivoluzionario. Il giovane non comprava mai il giornale del PSI (un quotidiano era, in fondo, un lusso da ricchi) però aveva, come tutti, stima ed ammirazione e rispettosa riverenza per quell’uomo così autorevole. Uno dei capi della imminente rivoluzione italiana.
Gualtiero, quindi, applaudì anch’esso e rumoreggiò e fu contento in quell’istante.
A questo punto la parola tornò al segretario della Camera del Lavoro che, con tono contrito e commosso, chiamò a parlare il compagno Vittorio, l’amico e collega di Gualtiero.
Si fece un silenzio di tomba, rotto soltanto da qualche colpo di tosse e da piccoli movimenti dei corpi ammassati in uno spazio contenuto.
Gualtiero restò basito.
“Perbacco” sussurrò tra sé e sé “non solo hanno portato Vittorio sul palco, ma lo fanno addirittura parlare!”.
“Compagni” esordì Vittorio con una voce che uscì dalla gola a balzelli e con le mani che tremavano tenendo in mano il foglio con il discorso preparato per l’occasione.
“Siamo qui per ricordare…”.
Gualtiero alzò istintivamente gli occhi, vide lo scenario completo del palco e trasalì.
“Tutti i proletari di Casale sono qui riuniti….”
Di fianco allo striscione c’era un grande ritratto. Immenso. Enorme.
“Ancora una volta un grave lutto ci è stato inferto….”
Un “suo” ritratto”. Lui. Una immagine di Gualtiero Benelli.
Senza ombra di dubbio. Quel ciuffo sulla fronte, gli occhi chiari, la bocca leggermente storta nel suo tipico sorriso. Era proprio lui.
“La rabbiosa reazione dello stato capitalistico ha colpito nuovamente….”
Gualtiero aveva fatto la seconda elementare obbligatoria e poco più. Però era intelligente assai. La sua mente lavorava alacremente.
“Solo la rivoluzione ed il socialismo potranno salvare la civiltà dalla barbarie….”
E, all’istante, Gualtiero capì tutto.
“Questi gesti criminali non fermeranno la lotta del proletariato….”
Comprese perché gli oratori sul palco avevano il segno del lutto sulla giacca ed anche perché poche ore prima Sergin non lo aveva salutato. Perché le donne nella manifestazione piangevano e perché tutta Casale era chiusa. Perché nessun compagno della fabbrica lo aveva notato e perché il mondo intero in quella giornata era così ovattato. Capì infine perché era stato chiamato proprio Vittorio, un compagno della  fabbrica dove lavorava e suo amico, a parlare.
E, non senza raccapriccio, si ricordò che persino sua madre aveva parlato con lui senza guardarlo in viso.
“Le nostre idee non potranno morire mai….”
Voltò ancora il viso e vide una scritta significativa.
“Contro la violenza dello stato borghese che ha assassinato il nostro compagno”.
Ed a fianco ancora un ritratto. Più piccolo. Ma ancora con il suo volto. E sotto un nome. Gualtiero Benelli.
Un brivido lacerò le carni di Gualtiero. Si sentì venire meno. Ondeggiò.
Ma, soprattutto, un pensiero gli trapassò cuore e testa.
“Io volevo solamente accompagnare Bettina”.
Bettina, Irene e Gualtiero uscirono dal circolo socialista con allegra vivacità, il buio era già quasi completamente sceso in quel luminoso 1° gennaio e le ragazze si inquietarono un poco per l’inevitabile ritardo rispetto a quanto imposto dalle rispettive famiglie.
Un brivido di freddo, con effetti ingigantiti dal contrasto con la sala fumosa e calda appena lasciata, colpì il terzetto all’uscita dal locale.
I ragazzi si strinsero nei loro vestiti comunque inadatti ai rigori di quell’inverno piemontese, colsero l’occasione per avvicinarsi tra di loro e si incamminarono con buon passo verso il centro città, affollato come è logico fosse alle cinque della sera di un giorno di festa.
Attraversarono l’ampio spiazzo di fronte al circolo socialista scansando una automobile, una decina di biciclette e frotte di passanti allegri e freneticamente infreddoliti.
Le luci a gas splendevano tremolanti nel buio incombente, mentre all’orizzonte un sia pur vago rossore ricordava che il giorno era finito sì, ma da poco.
I tre giovani arrivarono all’altro lato del piazzale, sotto i portici, e Gualtiero pronunciò la frase che aveva in gola sin dalla permanenza nel circolo socialista “Posso accompagnarvi a casa?”
Bettina sorrise divertita, si aspettava questa richiesta.
Rispose però Irene, sorridente anch’essa, “Beh, grazie. E’ già buio. Ci farebbe piacere”.
A questo punto Bettina aggiunse il suo regalo personale a Gualtiero “Prima portiamo Irene che è sulla strada. Io abito un poco più lontano” disse.
Beatitudine assoluta per le orecchie di Gualtiero. Sarebbe stato solo con Bettina. Pochi minuti, certo. Però soli loro due.
“Hey, sporco socialista, non ti sembra di esagerare ad avere due ragazze per te solo?”
La frase colpì Gualtiero, lo stupì e lo fece trasalire. Bettina ed Irene si spaventarono.
Gualtiero restò interdetto, e si girò verso la direzione da cui proveniva quella voce in un tempo che a lui stesso sembrò lunghissimo.
Vide un giovane uomo, grosso modo un suo coetaneo. Biondo, minuto, dal viso incavato e dalla carnagione pallida.
Gualtiero lo scrutò e notò che era fasciato  in una divisa militare. I fregi sul bavero lo qualificarono come un ufficiale dell’esercito.
Il giovane uomo aveva gli occhi infuocati come bracieri ardenti, la bocca umida dal nervosismo. Le mani tremavano in maniera esagerata.
Nel frattempo tutti i numerosi passanti si erano come ritirati, creando un palcoscenico virtualmente illuminato dove i protagonisti erano Gualtiero ed il giovane ufficiale e le ragazze relegate nello scomodo ruolo di comparse.
Gualtiero restò sorpreso per un tempo che gli parve eterno. Stentava a capire. Non conosceva quel ragazzo. Mai visto sino ad allora.
Né comprendeva cosa volesse da lui. Anche se le parole “sporco socialista” rimbalzavano cattive nella sua testa incredula.
“Sì, dico a te stupido rosso. Brutto bastardo imboscato che passeggi con due ragazze mentre tanti servitori della patria soffrono e patiscono” rincarò la dose l’ufficiale con una cadenza dialettale che non era certo quella di Casale Monferrato.
Gualtiero scrutò con attenzione il viso dell’ufficiale e comprese immediatamente che la libera uscita del giorno festivo era stata consumata in maniera esageratamente alcoolica.
“Cretino! Ateo di merda! Socialista ignorante! Pezzente di un operaio! Chi ti credi di essere?”
Queste ultime frasi offensive raggiunsero Gualtiero insieme ad un colpo a mano aperta che lo raggiunse ad una spalla. Che per la verità non gli procurò dolore alcuno. Appena un accenno di fastidio. Ed un evidente bruciore nella zona dell’anima presidiata dall’orgoglio.
Gualtiero aveva capito che la cattiveria del ragazzo che aveva di fronte stava tutta nel troppo elevato tasso alcoolico accumulato nel corso della giornata. Forse l’odio di classe faceva il resto ed era terreno di coltura, ma marginalmente.
Pertanto si dispose a provare a ricondurre alla ragione il suo interlocutore, ricordando le situazioni nelle quali anche lui, con i suoi amici, si era ritrovato esageratamente ubriaco.
Alzò le mani in segno di pace e si avvicinò lentamente al suo avversario. Non voleva creare problemi, né alimentarli. Gli premeva risolvere in fretta la questione ed allontanarsi con le due ragazze, che, nel frattempo, si erano strette tra di loro in un angolo e osservavano impaurite la scena.
E poi, soprattutto, continuava a pensare ai promessi pochi minuti nei quali si sarebbe trovato da solo con Bettina.
“Queste due puttanelle sono socialiste anche loro? Credono nell’amore libero?”. Queste frasi furono pronunciate dall’ufficiale mentre con una mano strattonava il cappotto di Irene, che cacciò un urlo terrorizzato e si strinse ancor più a Bettina.
Gualtiero realizzò che non poteva non difendere le ragazze. Sino a che gli insulti erano indirizzati a lui c’era spazio per rimediare, ma se venivano coinvolte le ragazze era suo dovere intervenire con rigore e determinazione. Senti, a torto o a ragione, un notevole peso di responsabilità personale.
Si mosse con misurata grinta verso l’ufficiale e, con entrambe le mani, lo spinse con viva determinazione lontano dalle ragazze, deciso a non permettere che Bettina ed Irene potessero essere infastidite in maniera così pesante.
Il ragazzo in divisa barcollò sotto la forte spinta di Gualtiero e, dopo alcuni passi all’indietro, andò a sbattere contro il muro del portico. Una smorfia incredula contrasse il suo giovane viso. La rabbia tracimò senza più controlli. Il cervello diede un ordine sbagliato, facendo muovere con eccessiva velocità la sua mano.
Un lampo. Due lampi.
Gli occhi di Gualtiero furono abbagliati e, quasi nello stesso istante, rimasero senza luce, lasciandolo sbalordito ed attonito per quanto stava accadendo. Immediatamente dopo, due poderosi artigli si conficcarono nel suo petto all’altezza del cuore togliendogli in un baleno tutto il fiato.
Due fulmini abbaglianti e due poderosi graffi nelle carni quasi contemporanei. Luci e suoni e sensi se ne andarono all’improvviso. Per la verità, “quasi” all’improvviso.
Gualtiero fece in tempo ad accogliere un pensiero. Istintivo e primordiale insieme. Che fu l’ultimo.
“Io volevo solamente accompagnare Bettina”
Gradino 58





Il 16 maggio 1939, nell’astigiano, cominciò molto tempo prima dell’alba di quel martedì 16 maggio del 1939.
Giorni, settimane, probabilmente mesi prima, iniziò quel martedì.
Principiò sicuramente in stanze di palazzi lontani quanto prestigiosi.
Con un andirivieni frenetico di segretarie innamorate, funzionari obbedienti e propagandisti più o meno sinceramente appassionati.
Il copione di quel martedì della città piemontese non venne certo scritto ad Asti, né tanto meno tra le vigne ed i campi che da sempre assediano la città.
I giorni tra il 14 ed il 20 maggio di quell’anno in Piemonte furono scanditi da musiche composte lontano dalle Alpi.
Fatto sta, però, che Giovanna, uscendo dalla sua grande casa colonica alle cinque del mattino del 16 maggio 1939, non viene neppure sfiorata da tali questioni.
I suoi quindici anni le impongono di affrontare futuro e novità con un sorriso compiaciuto ed eccitato, senza porsi troppi problemi.
Tiene per mano la sorella Letizia, decisamente meno euforica e più insonnolita di Giovanna in virtù dei suoi quattro anni di meno.
E’ freddo nella campagna astigiana alle cinque del mattino, anche se siamo già in primavera avanzata.   
Le ragazze rabbrividiscono lievemente. Sono abituate ai rigori del clima, però la camicetta bianca in piqué, la gonna di panno nero, le calze bianche sino al ginocchio e le scarpe nere con laccio sono ripari sicuramente troppo modesti per l’umida nebbia della campagna astigiana sul finire di una notte maggenga.
A quest’ora il sole è ancora una vaga ipotesi, tutta da verificare e da confermare con il passare delle ore.
L’aria fresca e l’emozione imporporano lievemente le adolescenti guance di Giovanna.
La quindicenne si presenta al giorno che avanza con i suoi capelli neri lievemente stopposi, la pelle che ha già cominciato a “cuocersi” nel forno dei lavori nei campi, un viso poco morbido, forme tanto acerbe quanto nascoste da vestiti che, per oggi almeno, sono obbligatori.
Tutto questo fa di Giovanna una ragazza non certo appariscente e forse nemmeno molto bella.
Decisamente più luminosa e luccicante è la sorella Letizia.
Biondi capelli ondulati come mossi da una brezza sorta esclusivamente per lei, una pelle bianchissima ma non lucida, un viso così perfettamente ovale da apparire come un affresco di chiesa, occhi timidi ma fiammeggianti.
Tutti elementi che ne fanno una bellissima bimba ed il progetto di una splendida giovane.
Mamma Severina guarda dalla porta le sue ragazze che si allontanano nell’aia. Un piccolo palpito lambisce il suo cuore ruvido di contadina.
Giovanna e Letizia se ne vanno, come è giusto e quasi doveroso che sia a quell’età, senza nemmeno voltarsi indietro.
Papà Cosmo è pur’esso già alzato dal letto.
Le cinque del mattino è ora pienamente operativa per contadini addormentatisi al calar del sole e con troppe incombenze già incastonate nel giorno che sta arrivando.
Con movimenti e gesti nervosi ma precisi “Cusmin” sta riempiendo la mangiatoia di fieno ed i secchi di acqua per mucche e vitelli. Mastica amaro nel vedere le figlie orrendamente vestite e peggio dirette in una liquida e viscida mattina di un giorno di maggio.
E ripensa con malcelato nervosismo ai quattro “corvacci” che due giorni prima, in una tiepida e soleggiata domenica di maggio, lo hanno fermato ed affrontato mentre tornava da messa.
“Buongiorno, Cusmin” gli disse l’uomo con qualche fregio.
“Buongiorno” rispose lui già immaginando il resto del colloquio.
“Martedì hai da fare?” cominciò subito senza indugio alcuno il capo, con un sorriso che forse voleva far trasparire ironia ma che riusciva solamente ad essere cattivo.
“Devo tagliare l’erba. Lo sapete. Siamo in maggio. E’ il primo fieno”.
Cusmin pronunciò queste poche parole tutte d’un fiato e con un filo di voce, facendo bene attenzione a non lasciar trasparire il freddo risentimento che gli attanagliava lo stomaco e ben capendo che si stava prestando ad un gioco delle parti nel quale il suo era fatalmente il ruolo del perdente.
“Cusmin, tu martedì prossimo stai in casa. Ben chiuso in casa. Tutto il giorno”.
“Ma non posso! Devo lavorare! Tagliare l’erba” ribatté irritato ma senza la convinzione di poter ottenere qualcosa.
Uno dei “corvi” gli puntò sul petto il corto bastone che portava alla cintura, il cui nome Cosmo nemmeno conosceva.
“A casa. E basta. E sappiamo tutti il perché. Arrivederci”.
Tornato a casa si tenne l’episodio tutto per se. Senza farne cenno ad alcuno.
Raccontare questo episodio alla moglie, infatti, avrebbe significato scatenare le sue rimostranze.
“Ecco” avrebbe lamentato Severina “questo è il risultato del tuo eterno blaterare a vanvera con tutti. Il fascismo qua, il fascismo là, non stai mai zitto. Prima o poi ti succederà qualcosa. Non venirti poi a lamentare!”.
A quell’episodio sta ripensando Cosmo e “Così va il mondo” tenta di convincersi da solo, quasi parlando con le sue amate mucche. Senza però esito alcuno. “Un mondo di merda” è la conclusione senza scampo dei suoi pensieri. Frase che non ripeterebbe mai ad alta voce in quanto il modo di parlare dei contadini, pur scarno in grammatica e sintassi, non prevedeva, all’epoca, parolaccia alcuna. Piuttosto qualche sommessa bestemmia e via così.
“Preti e fascisti,” bofonchia chiudendo l’uscio della stalla e ricordando le vessazioni subite in passato da entrambi le categorie “la stessa brutta razza”.
Severina chiude l’uscio verde di casa e, scacciando ansie e preoccupazioni, torna  a concentrarsi sui suoi poveri ma fondamentali lavori quotidiani.
L’acqua dal pozzo, il bucato, la cucina, i pulcini da trasformare in polli.
Dovrebbe anche pensare a se stessa, Severina. Infatti, con i suoi 43 anni e due figlie grandi, sta attendendo un altro figlio. Mancano ancora quasi quattro mesi all’evento, ma sempre più spesso si sente stanca ed affaticata.
Le ragazze imboccano con grande velocità il viottolo che, costeggiando da un lato l’orto e dall’altro un pozzo, importante riserva d’acqua per la famiglia, conduce dal cortile di casa alla strada che attraversa la frazione Vareglio.
Giovanna cammina quasi volando.
Strattona e trascina e scuote una Letizia infreddolita e riluttante e insonnolita e pigra.
“Muoviti!” le urla sulla faccia Giovanna, e la determinazione è così feroce che a Letizia spunta persino una improvvisa lacrima nel vedersi così apostrofata dalla sorella maggiore, abitualmente con lei amorevole e gentile e protettiva.
Due giovani italiane dell’anno XVII della rivoluzione fascista, pensa Giovanna, non possono certo essere limitate nel loro ardore dal banalissimo freddo di una mattina astigiana o da un triste e controrivoluzionario sonno pre-adolescenziale.
E corre Giovanna, corre, quasi a voler essa stessa crearsi quel “vento in faccia” cui andare incontro con spirito di avventura.
Cento metri. Duecento. Cinquecento.
Il raduno è fissato alle 6.00 alla stazione del treno, che non è lontanissima ma nemmeno molto vicina.
Giovanna ha il terrore di arrivare in ritardo e di perdersi un evento che si preannuncia memorabile ed epocale.
E poi, ovviamente, l’orologio non ce l’ha.
Quindi non sa se è in ritardo oppure no, ma il dubbio basta per scatenare la sua agitazione nervosa di ragazza che corre verso una delle giornate più emozionanti della sua giovane vita.
Da un buio nebbioso ed ancora riluttante ad arrendersi al sole spuntano, sempre più fittamente, ombre indistinte, ondeggianti, saltellanti.
Figure isolate che diventano gruppi. Gruppi che si fondono in aggregazioni. Aggregazioni che si fanno folla.
Giovani impetuosi, bambini insonnoliti, donne preoccupate, adulti pensierosi.
La foschia, dura a morire, impedisce alle ombre di diventare persone.
Ma i saluti, pur se sommessi per non turbare la sacralità del silenzio mattutino, volano ugualmente verso l’obiettivo in maniera perfetta, guidati dall’infallibile radar di una toponomastica abitativa da tutti conosciuta a memoria da sempre.
La stazione ferroviaria è già tutta nera di camicie e di divise e bianca di camicette.
Gagliardetti e bandiere e fazzoletti ondeggiano, anziché per un vento che non c’è, a causa di mani incerte ed inesperte che li reggono.
In poche occasioni (rare per la verità) pezzi sbiaditi di verde e di rosso, in un mare di nero, abbracciano e stringono un bianco reso candido per l’occasione.
La stazione è stracolma di gente. Tutta la popolazione di Baldichieri, di Tigliole e delle rispettive frazioni sembra essersi riversata lì, freneticamente disposta a tutto pur di riuscire a partire.
Un lugubre treno, nero anch’esso, è fermo sui binari e sta sputando un fumo sempre più avvolgente.
Responsabili, maestre, capimanipolo, gerarchi piccoli e medi, amministratori locali.
Tutti si affannano a dare ordini, raggruppare, intruppare, organizzare.
Ma anche semplici mamme e zie e sorelle e fratelli maggiori e padri sono in frenetica attività.
Tutti febbrilmente intenti a farsi largo senza perdere il proprio piccolo o grande carico umano loro affidato.
I due bar della stazione, o meglio “cafè” come si dice alla francese in questo scorcio di secolo nel Piemonte profondo, brulicano anch’essi di gente e sfornano, senza soluzione di continuità, tazzine colme con quello che le odiate “sanzioni” permettono di bere. Qualche bicchiere di vino scivola, quasi clandestinamente datasi l’ora antelucana, dalle mani del barista a quelle di alcuni contadini.
Il treno sbuffante presente in stazione lancia il suo grido di animale, mentre uomini in completa divisa nera ne aprono improvvisamente le porte. Questo semplice gesto provoca subitanei smottamenti di folla unitamente ad un improvviso innalzamento del vociare percepibile sullo spiazzo antistante la stazione.
I gradini che conducono alle fredde e scomode carrozze ferroviarie arredate in legno vengono presi d’assalto da centinaia di piedi e scarpe e zoccoli duri e robusti, mentre un brusio indistinto si trasforma in urlo diffuso.
Giovanna e Letizia si sono ormai separate.
L’una orgogliosamente inquadrata nel gruppo tigliolese di Giovani Italiane.
L’altra al seguito della sua maestra elementare insieme alle bambine della sua classe.
Le due sorelle, all’atto della separazione, si sono scambiate un fuggevole sguardo.
Giovanna, seria, non lasciava trapelare quel minimo di preoccupazione derivante dalla raccomandazione materna nel salutarla. “Stai attenta a tua sorella” le disse infatti baciandole i capelli mamma Severina.
Giovanna però è anche egoisticamente contenta di lasciare la sorella e, quindi, di poter andare incontro a quella meravigliosa giornata con il massimo della libertà  possibile.
Letizia mentre saluta la sorella la guarda un poco smarrita. Ma subito la maestra ha il sopravvento. Letizia si volta e, ubbidendo al secondo ed ultimativo ordine urlato, corre a mettersi in fila, anche lei ormai eccitata per la giornata che sta iniziando.
Le due sorelle vengono quasi simultaneamente ingoiate dal treno, ma in carrozze diverse e diversamente orientate a vivere l’esperienza di quel 16 maggio 1939.

Sono le cinque e mezza?
Chissà, può essere.
Non c’è orologio nella modesta casa contadina di Baldichieri dove Saverio aspetta ansioso ed agitato che la mamma scodelli il caffelatte di prammatica.
La stufa borbotta e scoppietta e sfrigola ed il latte si scalda rapidamente.
Mamma Antonietta lo versa in una tazza, aggiunge una buona dose di finto caffè e lo posa sul tavolo davanti al figlio Saverio.
Proprio in quell’istante le campane prendono a rintoccare.
Cinque colpi. Più uno separato. Le cinque e mezza del mattino.
Le cinque e mezza del 16 maggio 1939 a Baldichieri, provincia di Asti.
Buio, nebbia, freddo. Sole, la cui affermazione deve ancora avvenire.
Saverio spezzetta nervosamente il pane secco da inzuppare nel latte.
Non la fame lo rende frenetico, bensì l’adrenalina della giornata che lo aspetta.
Ha 18 anni Saverio. Anzi, per essere precisi 18 e mezzo.
Una età strepitosa. Ma insieme così infausta da renderlo adatto al mattatoio che l’orizzonte  europeo, in quel 1939, sta disegnando per l’immediato futuro e per i giovani e non di tutto il mondo.
Latte, surrogato di caffè, zucchero, pane. Tutto viene ben mescolato e, quindi, ingurgitato con appetito ma anche come un dovere da compiere velocemente.
Oggi, infatti, è un giorno speciale.
Saverio non è vestito per andare nei campi, per il semplice motivo che oggi non andrà nei campi. Nessuno oggi, nell’astigiano, andrà a lavorare, qualunque sia la sua attività professionale.
Il giovane indossa pantaloni alla zuava che terminano laddove cominciano delle bianche e lunghe ed immacolate uose che, a loro volta, scivolano sopra un paio di scarponcini militari lucidissimi.
Una camicia nera appena stirata fa bella mostra di sé sul giovanile e magro fisico di Saverio.
Su una sedia poco distante stanno disciplinatamente attendendo il loro turno una giberna in cuoio grigio-verde e una bustina militare dall’identico colore, quest’ultima decorata con scudo, fascio e la scritta GIL, Gioventù Italiana Littorio.
Tutto è perfetto, pulito, senza pecca.
La mamma ha ben lavorato affinché il figlio potesse ben figurare.
La bicicletta di Saverio aspetta ubbidiente di essere coinvolta.
E anch’essa è pulita e linda come raramente è stata in vita sua.
L’indicazione di responsabili e capi e coordinatori è stata chiara e precisa.
I giovani della rivoluzione fascista evitino di intasare i treni.
La maschia gioventù del littorio raggiunga Asti a piedi o in bicicletta.
E così la Legnano del 1934, nera come deve essere il colore dell’intero 16 maggio del 1939 ad Asti e dintorni, attende fedelmente il suo giovane padrone, pronta, quasi come cosa viva, a scattare ed a volare incontro all’irripetibile avvenimento in programma.
Saverio salta in groppa alla sua bestia meccanica ed il lieve declivio del cortile di casa lo aiuta a raggiungere, in breve tempo, una velocità ragguardevole.
Dopo i trecento metri di rettilineo che servono per attraversare il paese ed i suoi inconsueti segni di vita a quell’ora, Saverio svolta, a discreta velocità, nella strada che da Torino porta ad Asti. La strada statale numero 10.
Per tutti gli abitanti delle zone limitrofe essa è e sarà sempre solamente lo “stradone”.
Lo stradone ha, da poco tempo, una nuova e luccicante veste.
Nel breve volgere di poco più di un mese, ed esattamente dal lunedì 13 febbraio a  martedì 21 marzo, l’Azienda Autonoma delle Strade Statali ha provveduto, con un vero e proprio tour de force, ad asfaltare gli oltre cento chilometri della strada statale n. 10 nel tratto fra Torino ed Alessandria.
Il grande sforzo è stato profuso proprio in previsione di quello straordinario 16 maggio 1939
Le ruote della bicicletta di Saverio quasi esalano un sospiro di sollievo nel frusciare lievi sull’asfalto seminuovo e, finalmente liberate da buche, sassi e pozze d’acqua, scivolano leggere di chilometro in chilometro.
E’ buio ancora, anche se i primi bagliori si manifestano all’orizzonte quel tanto che basta per consentire a Saverio di seguire la strada e correre verso l’appuntamento con la storia.
Lo stradone è insolitamente affollato per l’ora mattutina, anche se pochi appaiono i carri e carretti in viaggio.
Biciclette, anzitutto. Decine, centinaia di biciclette portano altrettanti baldi giovani verso la città. Ma anche (rade) automobili dai ruvidi occhi gialli che probabilmente conducono uomini destinati alla cabina di regia, o comunque a ruoli di rilievo, di  quella giornata. E poi camion, che traslocano parte della coreografia umana di quei giorni piemontesi di luogo in luogo.
Sull’affollata strada che porta ad Asti, nella ancora buia e nebbiosa mattina di maggio, di fronte agli occhi vispi ed attenti di Saverio, scorrono case, alberi, campi. Ma soprattutto scritte gigantesche dipinte da poco, anch’esse per l’occasione.
Località Bramairate. “Noi tireremo diritto”.
Palucco. “E’ l’aratro che traccia il solco ma è la spada che lo difende”
Canova. “Molti nemici molto onore”.
Prime case della città di Asti. “Credere obbedire combattere”
Con simili velocissimi films davanti agli occhi Saverio piomba in Asti e, da subito, una diffusa e brulicante folla lo costringe a rallentare.
L’appuntamento (oppure il concentramento come il gergo politico-militare in vigore impone) per i gruppi di Tigliole, Baldichieri, Monale, Castellero, Villafranca e Cantarana è stato fissato sull’angolo a destra, verso Corso Alfieri, dell’immensa piazza del mercato.
Quest’ultima era stata recentemente rimodulata, con la costruzione del nuovo palazzo della provincia, dell’omonima torre in mattoni rossi e con la risistemazione dei palazzi limitrofi.
Asti infatti era stata da pochissimi anni elevata al rango di provincia e questo aveva comportato interventi architettonici di non poco conto.
Alla fine di questa impegnativa operazione di aggiustamento urban0, l’immensa piazza così ricavata era stata ribattezzata piazza dell’Impero, in omaggio alla recente megalomania storica.
Saverio arriva nella piazza insieme alla prima luce del giorno che guizza tra gli alberi posti al limitare dell’immenso spazio.
Sono quasi le sette, mancano ore all’evento annunciato e piazza dell’Impero è già letteralmente piena di gente. Una folla che definire strabocchevole è solo un eufemismo. La frenesia è già arrivata a livelli che paiono insopportabili.
Saverio apre la bocca senza più riuscire a chiuderla. Si stropiccia gli occhi con forza. Si aggrappa alla bicicletta per sopperire ad un lieve mancamento.
Mentre attonito guarda e rimira e ammira una folla che, in siffatte dimensioni, non ha mai visto, si sente apostrofare rudemente.
“Camerata Bechis!”
Saverio si ridesta bruscamente, volta il suo corpo e la bicicletta e si dirige lestamente verso il punto dal quale quella voce lo ha chiamato.

Giovanna è compostamente seduta sulle lignee panche in un affollato scompartimento del treno che sembra correre verso il destino. La calca è inverosimile. Il fumo nero della locomotiva a vapore insidia il candore della camicetta di Giovanna e delle sue compagne.
Il treno corre e, correndo, rolla e scuote i corpi. I giovani sono eccitati mentre i vecchi sono tutti addormentati. Canti e cori e grida. E sonni sussultanti. Giovinezze esageratamente ostentate e urlate a squarciagola.
Ad altre stazioni, già quando i vagoni sembravano non poter ospitare nemmeno un corpo in più, sale ancora gente, aggiungendo clamore a clamore ed eccitazione ad eccitazione.
Poi uno stridore violento di freni annuncia l’arrivo nella stazione di Asti.
Odore di ferro, fumo, carbone.
La stazione è strabocchevole di folla. Treni si aggiungono a treni come nelle miniature della Lima. Il brusio cresce, diventa vocio, e poi rumore diffuso.
“Qui! Ragazze, tutte qui!” urla con tutto il vigore possibile Alba, la capomanipolo delle giovani italiane di Tigliole cui Giovanna è aggregata.
Le giovani, vocianti ed impazienti ed irrequiete, si raccolgono attorno ad Alba in un angolo dello spazio davanti alla stazione.
“In fila per due, ragazze” urla ancora Alba, non senza una ideale carezza ad ognuna di loro e dopo averle contate mentalmente una ad una.
Poi via quasi di corsa per una città ancora parzialmente buia ma già completamente sveglia e partecipe.
Piazza Impero è poco distante dalla stazione ferroviaria, anzi è quasi il naturale proseguimento del piazzale antistante la stazione stessa.
Il manipolo di ragazze tigliolesi si avvia giù per il lieve declivio che porta all’immensa piazza, su uno strato erboso ancora umido. Qualche ragazza accenna un passo di corsa, una scivola malamente, un gruppetto resta indietro ridacchiando. Sino a che Alba non le sferza nuovamente con la sua voce acuta ma tutto sommato possente.
“In fila qui e zitte” intima Alba indicando una lunga teoria di ragazze che, tutte egualmente vestite, si snodano a due a due attorno ad un rudimentale banchetto di legno simile a quello utilizzato nei mercati.
Giovanna si guarda intorno eccitata e smarrita.
I suoi occhi sembrano addirittura procurarle dolore a causa dello sforzo per tenerli sempre spalancati, mentre la testa prende leggermente a girare.
“La gioventù del mondo intero è qui” pensa la ragazza “Il futuro è qui”.
Mentre i suoi pensieri vagolano siffattamente una forte spinta sulla schiena la scaraventa contro il banchetto presso cui era disciplinatamente in fila.
“Dormi?” la apostrofa duramente una arcigna signora prendendole rudemente la mano e obbligandola a stringere un bicchiere bollente.
Due passi e un nuovo rimprovero viola le orecchie di Giovanna.
“Allora ti decidi a bere o no? Non sei l’unica cui dobbiamo badare!!!!!”.
Giovanna istintivamente porta il bicchiere alle labbra, assaggiando la bevanda calda. Caffè. O meglio, ovviamente, surrogato.
“Forza! Sveglia!” sente urlare nella sua direzione.
Giovanna torna interamente in sé in un battibaleno, in un attimo ingurgita il falso caffè e, al volo, restituisce il bicchiere ad una inserviente che lo scaraventa in un catino di acqua, dal quale verrà estratto, più o meno pulito, pronto per essere usato da altre giovani italiane in coda.
Scalzata, sbalzata, sospinta, Giovanna avanza a balzelli e saltelli e strappi.
Mentre, progressivamente, il sole e la luce si avviano a vincere definitivamente (per le prossime dodici ore….) il braccio di ferro con il buio e la nebbia.
Si sono fatte le otto. Presto? Tardi? Dipende dai punti di vista.
Fatto sta che la piazza, già rigurgitante di donne e uomini, viene inondata dal sole.
Migliaia di corpi, provati dall’umido freddo mattutino, sono progressivamente riscaldati da un sole benevolo e trovano un piacevole ristoro che cresce di minuto in minuto.
Il gruppo di Giovanna inizia faticosamente a circumnavigare l’immensa piazza facendosi largo a fatica tra altri gruppi che si muovono anch’essi.
La capomanipolo Alba ha in mano un foglietto già sgualcito, uguale a quello che altri capi e guide stanno in quel momento consultando.
“Gruppo giovane italiane Tigliole – Settore 3B” c’è scritto con una bella calligrafia a caratteri grandi sul biglietto di Alba. Un vago, vaghissimo gesto della mano di un responsabile ha risposto alla timida domanda di Alba “Dove è lo spazio 3B?”.
Ne consegue che, adesso, la squadra di Tigliole vagola alla disperata ricerca del mitico “settore 3B”, intersecandosi, a volte piuttosto brutalmente, con altre squadre, a loro volta alla ricerca del proprio “posto al sole” nell’enorme piazza dell’Impero.
Alba si affanna, si sbraccia e si sgola per compattare e tenere insieme le sue ragazze, si muove frenetica e preoccupata.
Ha in mano un’asta che regge un cartello con su scritto “Giovani italiane – Gruppo di Tigliole”. Lo affida di scatto alla ragazza più vicina per potersi muovere meglio. E’ terrorizzata dall’idea di “perdersi” qualche ragazza o, peggio, dal possibile sfaldamento del gruppo.
Domanda in continuazione informazioni che non riesce mai a ricevere compiutamente.  
Sino a che un gruppo di persone che si accalca attorno ad un tavolo attira la sua attenzione. Dall’altro lato del banco tre uomini in camicia nera e qualche fregio sulle spalle sono alle prese con altrettante mappe della piazza. Queste ultime vengono piegate, avvolte, stropicciate, mentre decine di mani le toccano e le manipolano. Alba si fa largo tra la folla vociante e, giunta alfine vicino al tavolo, urla per farsi sentire con tutta la voce che possiede “Il 3B! Per favore, dove è il settore 3B?”.
“Là, là, là” grida tre volte con fare concitato e voce ormai roca uno degli uomini sventolando il dito indice puntato come una baionetta.
La spossatezza profonda e la consapevolezza di essere solamente all’inizio di una giornata terribile dal punto di vista dell’impegno fisico e mentale  non impediscono all’uomo di lanciare un fintamente distratto sguardo al seno di Alba, che non pecca certo di minimalismo.
“Camerata Bechis! 58! Te lo ricordi questo numero o devo farti sostituire? cin-que! ot-to! Cinquantotto!!!!!!!!!!!!”.
Saverio salta e sobbalza e si agita.
“Presente!” risponde il giovane con un tono decisamente sopra le righe scattando sull’attenti.
I suoi strabilianti diciotto anni e poco più gli fanno battere il cuore.
I mille campanili della città, nel loro quasi simultaneo indicare al mondo lì riunito che sono ormai le nove di quel 15 maggio 1939, paiono volersi accodare e partecipare anch’essi all’eccezionalità dell’evento.
La nebbia, definitivamente sconfitta insieme ad un debolissimo sospiro d’aria pungente suo insolito alleato, ha lasciato il posto ad una gradevolissima brezza quasi dolce, che pare ideata apposta per gonfiare camicie, labari e petti.   
Saverio scatta immediatamente verso la nuova e imponente torre detta “della Provincia” in quanto costruita in concomitanza con la recente costituzione della provincia di Asti, di fianco al neonato anch’esso Palazzo della Provincia.
La torre, dominante l’immensa piazza dell’Impero, è, oggi, il fulcro dell’intera manifestazione.  Il punto verso cui tutti guardano, attendono, sperano, sognano. Il palcoscenico sul quale si svolgerà il cuore della rappresentazione.
Più ci si avvicina alla torre,  maggiore è la densità della folla. Saverio corre e deve continuamente scartare di lato e fare attenzione a non urtare ragazze e ragazzi come lui in febbrile ed eccitante e partecipe attesa.
Il giovane sta guizzando verso i primi gradini che portano sulla torre (112 gli hanno detto essere il totale) quando viene rudemente e quasi brutalmente fermato e strattonato da uno degli uomini facenti parte di un manipolo particolarmente agguerrito. Pur se privi di divisa alcuna, tutti i componenti del gruppo portano sul braccio una fascia bianca sulla quale campeggia una “O”, prima lettera della mitica parola “Ordine”.
Di fianco, come a controllare con grande discrezione l’intera situazione, squadre di polizia e carabinieri dall’aria un poco svogliata. Obbligatoriamente presenti in virtù di vecchi regolamenti di ordine pubblico in merito agli spostamento dei Primi Ministri del Regno.
Alla base della torre si affollano decine di persone, in divisa e non, che si guardano intorno con un fare insieme fiero e sospettoso.
Saverio arretra istintivamente, comprende la situazione ed estrae dalla giberna grigioverde un foglio meticolosamente piegato in quattro. Uno tra gli uomini del raggruppamento che lo hanno bloccato prende il lasciapassare tra le mani e lo apre.
“Camerata Saverio Bechis. GIL. Compito: presenza sulla Torre Littoria. Gradino: n. 58”.
L’uomo che sembra a capo del gruppo, non esattamente giovanissimo, estrae da un cesto una fascia rossa con la scritta nera “GIL”, la infila nel braccio destro di Saverio e gli intima di sbrigarsi a salire.
Saverio prende ad arrampicarsi svelto su per la scala.
Qualcuno con calligrafia malcerta ha numerato i gradini uno ad uno con sbavata vernice nera.
Parecchie posizioni sono già occupate da “colleghi” di Saverio e numerosi sono i visi a lui noti con i quali scambia un rapido cenno di orgoglioso saluto.  
La scala è piuttosto ampia ed è “esterna”, senza copertura, e pare come incollata allo snello edificio nel quale si combinano rosso mattone e bianco sporco. Saverio giunge piuttosto rapidamente al posto assegnatogli. Il gradino 58.
A questo punto, non senza un sospiro di sollievo, si ferma, si volta e vede, dall’alto, la piazza.
Un brusio che pare prodotto da milioni di api e che sta diventando assordante aleggia sul vasto spazio denominato piazza Impero..
Un forsennato movimento di corpi che non pare rispondere ad ordine alcuno crea sinuosità tra la moltitudine radunata.
E, viceversa, un lento ma progressivo comporsi nella piazza di gruppi sempre più compatti ed omogenei per colore, sesso, età, grandezza prova a conferire ordine ad una situazione caratterizzata da primordiale disordine.
Cento e cento aratri, ciascuno presidiato da un avanguardista e da un giovane fascista, magnificano una ruralità assurta a valore assoluto nell’Italia degli anni ’30 e fanno bella mostra di sé scintillando al sole.
Migliaia di bambini “Figlia della lupa” militarmente schierati vorrebbero essere garanzia di un futuro che non potrà che essere radioso.
Un modesto ma significativo manipolo di reduci di guerra, compiti e compatti cinquantenni fieri ed orgogliosi del loro essere “sangue della patria”, sono lì a simboleggiare l’adesione ineliminabile con la storia.
Un piccolo gruppo, in prima fila dietro le transenne che delimitano la zona della torre, formato da uomini ancor giovani schierati dietro ad un cartello “Ottobre 1922: Marcia su Roma” funzionano come indispensabile tocco di nostalgico richiamo di radici che qualcuno potrebbe ritenere smarrite.
E ancora decine di pezzetti, gruppi, segmenti, spicchi, settori di una piazza che una sapiente regia ha composto in seducente estetica completano un quadro  di effetto più che sicuro.
Il circolare del sangue e la capacità di pensiero e persino la semplice facoltà di respiro di Saverio paiono contemporaneamente arrestarsi, almeno per un momento.
Non è una semplice parata. E’ all’affermarsi di un mondo nuovo quello cui sta assistendo. E lo guarda con occhi incantati.

Un frangente di silenzio cui segue un gomitolo di suoni.
“Roma imperialeeeee…..”.
Gracchiare insopportabile, parole che si moltiplicano e si rincorrono, rumori mescolati con frammenti di vuoto assoluto.
Un simulacro di vento scuote teste, capelli, divise, cappelli.
Tutto questo non impedisce a Giovanna di interrogarsi, dando spazio e vita ad una domanda che si fa strada nel suo cuore, mentre la testa prende ad elaborar pensieri in continuazione.
“Perché il Duce” recita la sua mente di adolescente convintamente astigiana “in un discorso pronunciato ad Asti, inizia parlando di Roma?”.
“è stata grande nei secoliiiiiiiiiii……….”
Un altro boato scuote e percuote e squassa la piazza.
“E Asti? Perché non parla di Asti? Duce, siamo ad Asti!!!!!!!!!!!!!!!!!”.
“A noi è rimasta una missione storicaaaaaaaaaa……..”
Anche gli alberi sembrano piegare la loro giovane primaverile chioma ed inchinarsi alle folate di parole che frustano la piazza.
Braccia tese come righelli e bocche straziate dalle loro stesse urla movimentano la compatta massa nera.
“Ecco sì, bravo Duce, a me piace tanto la storia……”
“Il nostro impegno è fare rivivere l’imperooooooo……..”
Alla parola “impero” l’orizzonte come d’incanto si dilata ed i confini della pur grandissima piazza non riescono più  a contenere ambizioni e sogni e illusioni che albergano nella mente dei presenti.
Un refolo di brezza sospira e respira mentre, da un punto indefinito, un grido ritmato muove alla conquista dell’intera folla.
“Ah l’Impero! Roma, Giulio Cesare, le legioni, Cartagine l’odiosa, le guerre. Mi ricordo……… La scuola. Che incanto il tempo della scuola! Quanto avrei voluto continuare a studiare…..”.
“Ricostruire l’impero all’altezza di quello dei nostri antichi progenitori……”
Gli edifici che circondano l’immenso spazio aperto restituiscono amplificato l’appello appena lanciato. Persino la moderna costruzione che nelle vicinanze ospita la stazione ferroviaria pare vibrare e sussultare al suono degli impegni, gravosi ma magnifici, che attendono l’Italia.
Il neonato palazzo della provincia, con le finestre somiglianti a orbite vuote, assiste attonito al dipanarsi della giornata e pare amplificare urla e applausi.
“Chissà come erano i nostri antichi progenitori…… Il bosco, la vigna, il paese. Da quando esiste tutto questo? E come erano i miei trisnonni? Come si fuoriesce dal passato verso il futuro? La storia! Che bella la storia……”.
Ingenui e struggenti e volanti quesiti di ragazza si incrociano, forse riconoscendosi e forse no, con i destini della patria.
“Per dare alla gente italica lo spazio ed il ruolo che merita nel Mediterraneo, in Europa e nel mondooooo……”.
“Bravo Duce! Viva l’Italia! E gli italiani! Però, Duce, perdonami. E Asti? Dove è Asti?”.
“La gioventù fascista, guerriera e combattente, qui schierata, è la migliore garanzia del futuro della nostra gloriosa patria……..”.
Giovanna è attenta, concentrata, compresa nel ruolo che le è stato assegnato. Detesta le ragazze che si muovono, parlano, ridacchiano, guardano i ragazzi. La storia non può essere presa come un gioco.
“Bravissimo il Duce! Lui sì che si occupa dei giovani! E pensa a noi ragazzi ed al nostro futuro. E non solo ai vecchi…. Chissà perché al mio papà non piace il fascismo….”
“Il popolo italiano, baldanzoso e unito come un sol uomo, sta riscrivendo la propria storia…”.
Il rombo di tuono che attraversa la piazza si mescola con i pensieri di Giovanna, cui il cuore batte furiosamente ed il cui sangue sembra bollire nel suo giovane corpo di quindicenne.
“Siamo qui… A fare la storia….. Non solo quella dei libri ma la “nostra” storia…… Ed è merito suo…. del nostro Duce….”.  
“L’Italia rurale e fascistaaaa……. è il fondamento indistruttibileeeeeeeee…… il cuore pulsanteeeeee….. del nuovo ordine europeo e mondialeeee……”
Quante bocche spalancate ad urlare? A spingere e sospingere ed innalzare pensieri ed idee e, soprattutto, uno stupore di chi scopre un mondo anche al di fuori dei tralci della vite e delle pannocchie da sfogliare.
“Asti è e resterà sempre luogo cruciale e importantissimo dell’Italia contadina e fascistaaaaaa……”.
Una intera città balza e sussulta e ondeggia.
“Bravissimo! Viva Asti! La campagna….. Bisogna partire dalla campagna, dai campi, dalla terra……. E da noi contadini…….. I contadini sono il cuore del mondo….”
A Giovanna, pur caratterialmente sobria e compunta e compita, sfugge un istintivo saltello di gioia, mentre vorrebbe battere le mani. L’inquadramento quasi militare ed un muto sguardo da parte di Alba reprimono però il proseguimento di qualsiasi manifestazione di entusiasmo troppo spontanea.

Un frangente di silenzio cui segue un gomitolo di suoni.
“Roma imperialeeeee…..”.
L’incipit del discorso produce una eco che rotola e rimbalza e si inerpica su per la torre, sino a esplodere nella sua interezza nei pressi del gradino 58.
Saverio, all’avvio del discorso, sente la presenza fisica delle farfalle nello stomaco. Quasi come quel giorno che ha accompagnato Giuseppina verso la stazione sfiorandole la mano.
“è stata grande nei secoliiiiiiiiiii……….”
“Roma……… Impero………. Grande……….Si qualcosa ho studiato su questo…..Anni fa”
Con questi pensieri un po’ distratti nella testa, gli occhi di Saverio si muovono frenetici ed avidi per contemplare uno spettacolo che, inconsueto ed inaspettato, lo tramortisce nell’animo
“A noi è rimasta una missione storicaaaaaaaaaa……..”
“Questo Duce è proprio fissato con la storia! Bah, roba da ricchi….. A cosa serve in fondo la storia? L’intelligenza dei libri è inutile. Servono furbizia ed intelligenza del fare. Il resto conta poco. E poi la storia è il passato. Bisogna guardare il futuro.”
Un vento molle e lento rimanda un confuso eco delle ultime sillabe pronunciate dal Capo dal palco. Alcune bandiere e fregi e labari paiono timidamente provare a muoversi, per poi ripiombare immobili, come anch’essi in febbrile attesa delle parole a seguire.
“Il nostro impegno è fare rivivere l’imperooooooo……..”
Il sole, ormai in prossimità della metà del suo viaggio, dardeggia luminoso e dolce, quasi docile a cullare questo giorno storico nella placida vita delle genti astigiane.
Saverio, istintivamente e senza che ciò gli costi sforzo alcuno, è immobile, severo, quasi rigido. Volto e sguardo in direzione della piazza. Ma non è la piazza che i suoi occhi vedono, ma il futuro.
“L’Impero? Non cambia certo la mia vita. Però è giusto. Perché Inghilterra e Francia possono avere le colonie e poi, se proviamo a conquistarle noi, ci impongono le sanzioni?”
“Ricostruire l’impero all’altezza di quello dei nostri antichi progenitori……”
“Chi erano i miei progenitori? I miei bisnonni, trisnonni……. Facevano i contadini, come me. Ne sono certo. Ma bisogna andare avanti. Non fermarsi mai. Non si deve restare con la testa ancorata al passato”.
L’essere collettivo rappresentato dalla enorme folla riunita agisce ormai come un essere autonomo e non più come semplice somma di individui. E così le grida ed i sospiri, i fremiti ed i gesti, gli applausi e gli sguardi sembrano dettati non da una unica mente, bensì da una mente unica.
“Per dare alla gente italica lo spazio ed il ruolo che merita nel Mediterraneo, in Europa e nel mondooooo……”.
“Italica? Perché non dice semplicemente italiana? Lo so bene io il perché. I ricchi e potenti e colti, appena possono, iniziano a parlare difficile. Per fregarci. Ma a me non mi frega nessuno. Io faccio solamente i miei interessi”.
Saverio è immobile sul suo gradino 58, come immobilizzati sembrano il ragazzo del gradino 57, e quello del 59, e tutti i giovani “neri”, convinti attori di quel grande rito collettivo.
“La gioventù fascista, guerriera e combattente, qui schierata, è la garanzia del futuro della nostra gloriosa patria……..”.
“Bravo Mussolini! Su questo hai proprio ragione! I giovani! Il futuro è dei giovani! Bisogna cambiare, rinnovare, ringiovanire. La modernità è ormai un obbligo. Occorre andare sempre avanti. I vecchi vanno messi da parte”.
Lo sguardo di Saverio adesso ruota impercettibilmente, quasi senza muovere un solitario muscolo, dallo spettacolare colpo d’occhio rappresentato dalla piazza gremita e festante al palco “gonfio” di autorità che, con posa solenne, si beano della prossimità con l’oratore.  
“Certo che per noi giovani il fascismo sta facendo molto” riflette tra sé e sé Saverio, ripensando con allegria ai sabati fascisti, alle gare di atletica, ai saggi littori para-militari.
“Il popolo italiano, baldanzoso e unito come un sol uomo, sta riscrivendo la propria storia…”.
“Il popolo. Bah…. Chi ci pensa al popolo? E poi cosa è questo popolo? Un insieme di persone. La realtà è che ognuno deve sempre e solo pensare a sé stesso. Nessuno farà mai gli interessi degli altri”.
Una mosca, avanguardia dell’invasione che si compirà nei mesi estivi, vola e si posa delicatamente sul bavero di Saverio. E da lì, ferma, pare anch’essa godersi lo spettacolo. Poi riprende il suo illogico volo. Dal bavero al berretto e poi su un bottone della giubba. Per atterrare infine su uno zigomo di Saverio.
L’ordine è di mantenere una immobilità assoluta, senza eccezione alcuna. Una marziale completa immobilità. Saverio si guarda intorno e, certo di non essere notato, scaccia velocemente il fastidioso insetto.
“L’ordine era di non muoversi, è vero. Però la mosca ce l’avevo io….”.
“L’Italia rurale e fascistaaaa……. è il fondamento indistruttibileeeeeeeee…… il cuore pulsanteeeeee….. del nuovo ordine europeo e mondialeeee……”
“L’Italia rurale….. Sarà il fondamento indistruttibile. Però a me piacerebbe andare in città. Fare l’operaio. Avere lo stipendio fisso tutti i mesi. E lavorare tanto, guadagnare e risparmiare”.
Un ultimo sospiro di vento polveroso sorvola e raccoglie i sogni, storici o personali, eroici o semplici, onesti o meno, che ciascuna persona coltiva e alleva e coccola dentro di sé.
“Asti è e resterà sempre luogo cruciale e importantissimo dell’Italia contadina e fascistaaaaaa……”.
Un alito caldo di identificazione decolla e sorvola tetti e piazze e chiese e palazzi, spandendosi dolce e tremendo nell’aria ibrida di un mezzogiorno di metà maggio.
“Un capo, un potente, un politico che pensa ai contadini. Mah, stento a crederlo. Però se questo è il vento che tira…”.

“Hey tu, giovane italiana, vieni qui!”
“Io?” risponde la tremolante voce di una intimidita Giovanna mentre guarda diffidente i due gerarchi (quante medaglie ci sono su quelle camicie nere impeccabilmente stirate?) che, incredibilmente, le rivolgono la parola.
“Si. Proprio tu. Vieni qui. Sbrigati”.
Il ginocchio della gamba destra di Giovanna prende a oscillare vistosamente e la ragazza teme addirittura di non riuscire a rimanere in piedi. Con uno sforzo che a lei pare immenso muove un passo dopo l’altro e prende lentamente ad avvicinarsi ai due uomini.
“Chi sono? Cosa vorranno da me? Per fortuna la strada è piena di gente. Ma perché si rivolgono proprio a me?”. Questa ed altre millanta domande si affollano nella mente della giovane ragazza.
“Come ti chiami, giovane italiana? E da dove vieni?”.
Parole ruvide, quasi spinose, pronunciate da chi è evidentemente abituato a comandare e stenta a trovare altre forme di rapporto umano che non sia quello del superiore con l’inferiore.
“Sono Vallesio Giovanna. Vengo da Tigliole”.
“Ti-cosa?” ribatte, con una sgangherata risata, uno dei due uomini con un accento che induce Giovanna a pensare che non sia astigiano.
“Tigliole. E’ un paese qui vicino. Provincia di Asti” risponde la ragazza badando bene a non far trasalire il disappunto per la maleducata ironia con la quale l’uomo ha trattato il suo paese.
“Bene, giovane italiana Giovanna. Seguici immediatamente. Non abbiamo tempo da perdere” esclama uno dei due uomini prendendo a camminare con passo deciso parlottando fitto con il suo compagno.
Giovanna arranca e saltella e scarta di lato per evitare l’intenso via vai e sta bene attenta ad essere visibile agli sguardi indagatori che i suoi “sequestratori” le rivolgono, forti dei loro quattro o cinque passi di vantaggio.
Vallesio Giovanna, giovane italiana, classe 1924, ha il cuore che batte forte e sussulta e precipita. E, come è nel suo carattere, la reazione consiste nel far volare la mente e nel formulare domande che non oserebbe mai estrinsecare.
“Chi sono? Sembrano pezzi grossi…….. Ma dove mi portano? Cosa vogliono da me? Sembrano andare di fretta….”.
A Giovanna pare di essere nel bel mezzo di un lungo viaggio.
In realtà dopo pochissimi metri ed ancor meno secondi i tre giungono in un cortile situato in una piccola via laterale e interamente zeppo di uomini.
Poliziotti, camerati, carabinieri, uomini in borghese elegantemente vestiti, autisti d’auto, gerarchi, portaborse, segretari, tutti intenti a chiacchierare tra di loro tronfi ed orgogliosi e medagliati, occupano ogni spazio disponibile.
Il trio, del quale fa parte una Giovanna sempre più smarrita e chiaramente preoccupata, fende la folla e si introduce in una piccola saletta.
“Come ti chiami ragazza? E quanti anni hai?” le chiede con meno durezza ma con identica determinazione una signora che, pur non celando anch’essa una grande fretta, mostra in qualche modo di comprendere l’ansia crescente di Giovanna.
“Vallesio Giovanna” balbetta la giovane “ed ho 15 anni”.
La mano destra della donna arpiona affettuosamente un braccio di Giovanna e, con una studiata ma efficace delicatezza, ne placa parzialmente l’ansia portandola con se dietro una tenda.  
“Vieni Giovanna, non avere paura. Stai per vivere una esperienza memorabile”.

“Hey tu, giovane fascista, vieni qui!”
“Io” sussurra confuso Saverio, la cui atavica diffidenza si mescola agli insegnamenti materni (“non metterti mai in mostra!” si è sempre sentito raccomandare sin da piccolo) e viene rafforzata dal timore che qualche etto di medaglie e fregi luccicanti facenti mostra di sé su due giubbe nere dalla linea sartoriale pressoché perfetta gli incutono.
Un concetto quasi “manzoniano” della vita lo induce a credere che la povera gente abbia tutto da perdere quando si espone o si illude di poter prendere la ribalta e, guardando quasi con terrore i due gerarchi che lo chiamano, è certo che qualcuno o qualcosa lo sta “prendendo in mezzo”.
Ed è con questa macedonia di sentimenti che si avvicina con fare pauroso, provando, del tutto inutilmente e quasi pateticamente, a metter su una espressione stile “a me non la si fa”.
“Come ti chiami? Da dove vieni camerata?”
“Giovane fascista Bechis Saverio! Vengo da Baldichieri” sbotta quasi gridando il ragazzo, ingessandosi in un saluto romano coreograficamente perfetto.  
“Svelto. Sbrigati. Vieni con noi”.
Nel breve arco di secondi attraversati da questi tre ordini Saverio si ritrova prima in un cortile affollatissimo di uomini ed automobili e, successivamente, in una minuscola stanza piena zeppa di bottiglie piene e vuote e vivande diverse e piatti e ceste.
Qui, rudemente e senza proferire parola alcuna, due uomini in borghese dall’aria torva e severa e con regolare sigaretta pendente dalle labbra perquisiscono con sapiente rapidità un sempre più atterrito Saverio.
Un impercettibile cenno del capo di uno dei due indica ad un ancor giovane ma già autorevole uomo in camicia nera che tutto è regolare. Che si può procedere con il piano previsto.
Saverio scatta, per l’ennesima volta, in un automatico quanto meccanico e rigido saluto romano, cui l’uomo risponde con un braccio alzato decisamente più morbido, non disgiunto da un sorriso che vorrebbe essere rassicurante.
“Come ti chiami, camerata?” lo interroga senza dismettere il sorriso.
“Bechis Saverio” risponde il ragazzo quasi urlando ed al colmo di una preoccupata eccitazione.
“Il mio nome è Umberto. Umberto Garda. Sono il Federale della Gioventù Fascista di Asti. Seguimi. E non ti preoccupare. Stai per vivere una esperienza memorabile”.
In un angolo, quasi rannicchiato su se stesso come a volersi riparare dal frastuono incombente, un uomo elegantemente vestito (camicia ovviamente bianca) urla parole scandite in un apparecchio telefonico sporgente da un muro sporco e unto dai vapori delle cucine.
“Pronto. Sono Acerbis. A-c-e-r-b-i-s!!!!! Sì, sì, Acerbis. Il segretario particolare di Starace. Devo dettare un articolo urgente ed importantissimo. Un resoconto che riguarda il viaggio del Duce. Mussolini! Capite o siete stupidi? Sbrigatevi! Vorrete mica sabotare un articolo sul Duce?????? Forza”.
Mentre aspetta che al telefono giunga l’interlocutore atteso l’uomo estrae una sigaretta direttamente dalla tasca della giacca, la picchietta sul muro, la infila in bocca e sfrega un fiammifero per accenderla.
Una striscia rossastra sull’intonaco rimarrà a memoria di quel gesto semplice compiuto però in un momento storico.
“Pronto? Sì. L’ho già detto. Sono Acerbis. Me ne frego se le edizioni di domani stanno chiudendo. E’ un ordine preciso di Starace. Questo articolo che vi sto per trasmettere dovrà essere in prima pagina su tutti i giornali del Nord Italia di domani. As-so-lu-ta-men-te. Capito? Non voglio discussioni. E’ una velina di “primo livello”. E sai bene cosa si intende…. Non fatevi dire che voi dell’Agenzia Stefani mettete sempre i bastoni tra le ruote. Qualcuno alla fine potrebbe stufarsi.”
“Ecco, bravo. Passami il capo redattore. Ma che sia uno sveglio!”.
“Chi? Passigli? Bene Passigli, sono Acerbis, prendi un foglio e scrivi. Non abbiamo tempo da buttare.”
“Asti virgola 16 maggio punto Ore tredici punto Il Cav punto Benito Mussolini virgola Duce dell’Italia imperiale virgola è in visita nelle operose terre e città piemontesi punto Giunto ad Asti virgola dopo uno straordinario bagno di folla con la popolazione fascista astigiana radunata nella immensa piazza dell’Impero virgola il nostro Duce ha voluto utilizzare anche il sacrosanto momento di ristoro, ristoro stupido  con la erre, per calarsi completamente nella realtà di questa provincia che tanto ha dato e sta dando alla causa dell’Italia fascista punto. Per meglio cementare l’indistruttibile unione che lo lega al suo popolo virgola il Duce ha voluto invitare a pranzo due giovani fascisti astigiani virgola presi a rappresentare una gente che virgola dura e lavoratrice nel corso dei secoli virgola sta contribuendo insieme a milioni di italiani a costruire l’Italia fascista del futuro punto a capo
I due giovani virgola il camerata Bechis Saverio e la giovane italiana Vallesio Giovanna virgola scelti a caso tra le migliaia di giovani presenti oggi in piazza alla storica manifestazione del fascismo astigiano virgola sono stati invitati personalmente dal Duce alla sua parca mensa virgola costituita da cibo frutto di queste terre e del sudore delle sue popolazioni punto a capo
Il Duce ha conversato amabilmente con i due giovani che virgola rispettivamente di diciotto e quindici anni virgola rappresentano il futuro radioso dell’Italia ormai definitivamente fascista punto a capo
Anche il camerata Starace ed il maresciallo Badoglio e tutti i gerarchi presenti si sono intrattenuti con il camerata Bechis e la giovane italiana Vallesio virgola sicuramente ambedue invidiati da tutti i giovani fascisti presenti oggi ad Asti punto a capo
Il Duce ha fatto loro alcune domande circa i lavori agricoli virgola il grado di compattezza della gioventù fascista dell’astigiano virgola l’attività dopolavoristica svolta nell’ambito delle organizzazioni giovanili fasciste punto Ha poi chiesto da quali comuni provenivano ed ha mostrato ancora una volta di conoscere perfettamente la geografia di queste campagne punto a capo
Bechis Saverio e Vallesio Giovanna virgola pur comprensibilmente intimiditi dal trovarsi così inaspettatamente al cospetto del nostro amato Duce virgola hanno mostrato una fibra ed una personalità degna del granitico popolo italiano virgola rispondendo con prontezza virgola serietà ed intelligenza alle domande loro rivolte punto a capo
In particolare la giovane italiana Vallesio virgola unendo incrollabile fede fascista ed adolescenziale femminile ardore virgola ha improvvisamente baciato sulla guancia il nostro Duce, strappandogli un compiaciuto sorriso e suscitando risa ed applausi da parte di tutti i convitati presenti punto a capo
Poi i due giovani hanno pranzato seduti di fianco al Duce che ha manifestato conoscenza ed apprezzamento per i prodotti gastronomici di terra astigiana punto a capo
Infine virgola dopo le foto di rito che hanno immortalato l’evento virgola il Duce ha salutato Saverio e Giovanna con un cameratesco abbraccio ed ha proseguito la sua giornata di intenso lavoro e incontri con uomini e donne piemontesi punto a capo
Questo episodio dimostra ai pochissimi che non hanno ancora voluto capire quanto saldo virgola robusto ed indissolubile sia il legame virgola ferreo eppur fraterno virgola che unisce il Duce virgola nostra guida verso il futuro virgola e la popolazione italiana tutta virgola a cominciare dalla balda gioventù italica punto”
“Allora Passigli? Hai scritto tutto? Hai rispettato la punteggiatura? Mi raccomando, nulla deve andare storto. Non si accettano scuse. Domani sulle prime pagine di tutti i giornali del Nord e all’interno in quelli del Sud. Starace in persona ha detto che un episodio di propaganda di questo genere vale più di mille discorsi e articoli.”
“Come? Sì, certo, abbiamo delle foto. Le stiamo mandando a Milano adesso”.   

La città di Asti è ormai un grande contenitore che si va svuotando, liberandosi e rilasciando in mille rivoli il proprio contenuto, quasi afflosciandosi su se stesso. Come un otre che, giunto al massimo della capienza d’acqua, apre crepe progressive e inizia a zampillare liquido sempre più copiosamente.
Le strade sono massimamente affollate.
Saverio, uscendo dalla città percorrendo la direttrice ovest verso Torino, rallenta forzatamente la sua corsa per le oggettive difficoltà di traffico, il che gli consente di far meglio galoppare i propri pensieri.
Lo stradone è pieno di automobili e biciclette e autocarri e motociclette e persone a piedi che si mescolano con lenti carri tirati da animali e carrette trasportate da vecchie contadine scure, simboli di una vita il cui scorrere è impermeabile agli accadimenti moderni. Fossero anch’essi le muscolari prove di forza del fascismo astigiano.
La bicicletta di Saverio scivola dolce e leggera e silenziosa, autonoma e indipendente rispetto al giovane che la guida.
L’attrezzo meccanico gode quasi di vita propria e pare affrontare curve e pendii e schivare veicoli diversi obbedendo a sedimentati istinti atavici.
Saverio si limita, con impercettibili movimenti delle mani e del corpo tutto, a “dettare la linea” di viaggio, preservando il massimo della libertà alla bicicletta, che, quasi come una cosa viva, assolve con diligenza l’incarico di portare a casa l’uomo.
L’incoscienza dei vent’anni o quasi di Saverio rende i freni quasi del tutto superflui, fidando viceversa nella propria capacità di “passare accanto” ai più disparati ostacoli senza minimamente affrontarli.
Un sole vividamente tiepido illumina e abbraccia con malcelata tenerezza tutta la campagna circostante. Poche e innocue nuvole all’orizzonte fungono da alibi ad una morbida giornata di primavera. Una brezza leggera e profumata accarezza piante ed alberi e vigne e prati.
Distese di campi popolati da spighe adolescenti, ancor verdi ma promettenti oro, e comunque già punteggiati di rosso e di azzurro sfilano ai lati del giovane in bicicletta e si muovono leggermente e confusamente per salutarlo.
Rami colorati di bianco e di rosa e di giallo aspirano al cielo in maniera contorta. Neonati orti geometricamente perfetti sono lì, impiantati di fresco, concreta speranza in un futuro prossimo fatto di pranzi e cene meno scarni.  
I mille colori di una terra con la voglia di esplodere e di un pomeriggio placidamente sereno si contrappongono ad una mattinata solo e freneticamente nera.
La natura, il paesaggio, il clima. Tutto sembra concorrere ad accompagnare soavemente e con letizia Saverio nel suo tragitto verso casa.
Ma sono strani pensieri quelli che occupano la testa del ragazzo, mentre il “governo” della bicicletta e le relative manovre diventano sempre più distratte ed automatiche.
L’emozione e l’eccitazione e l’adrenalina della grande adunata del mattino stanno via via evaporando placidamente.
La straordinaria esperienza dell’incontro con il Duce non è ancora stata pienamente metabolizzata da Saverio, come fosse una semplice  parentesi o un sogno cui non si è ancora avuto tempo di dare retta completamente.
Una vicenda così strabiliante da non riuscire a percepire appieno il fatto che sia accaduta proprio a lui. Un evento eccezionale che forse è avvenuto per davvero ma forse no. Quasi che il giovane voglia rimandare a un qualche “dopo” (sia più tardi, sia domani o chissà) la compiuta percezione di quel pranzo speciale e di quei minuti così fuori dall’ordinario.  
Mentre questi pensieri gli avvolgono la mente, Saverio non si accorge di una automobile che si avvicina e che, forte della sua superiorità in forza e velocità e potere, suona forte alle sue spalle per ottenere strada.
Saverio sussulta sul sellino della bicicletta e, scostandosi con rapidità, mormora tra i denti “Che cazzo vuoi? Cosa suoni? Se sapessi……….. Io oggi ho pranzato con il Duce!”.  

“Scendere, scendere tutti” così un gruppetto di quattro squadristi, alla stazione di S.Damiano d’Asti, invita i numerosissimi passeggeri presenti ad abbandonare il treno.
La voce è fintamente calma, cantilenante, quasi una litania.
I manganelli picchiano pigramente sulla lamiera delle carrozze, mentre qualche viaggiatore inizia timidamente a scendere e qualcun altro, affacciandosi invece al finestrino, chiede sommessamente spiegazioni.
La locomotiva, avvolta in una nuvola di fumo, sbuffa e stride e sospira, mentre gli uomini in camicia nera, rivolgendosi a tutti ed a nessuno, proseguono con lentezza la loro azione.
“Scendere, scendere tutti. Il treno non riparte. Tutta la linea ferroviaria è intasata. Nessun treno può partire. Scendere, scendere tutti. Si prosegue a piedi, Scendere e lasciare la stazione con calma e ordine”.
Un crescendo di voci, porte che sbattono, zoccoli e scarpe che percuotono il selciato; suoni tutti che vagano trasportati dall’aria primaverile profumata di carbone.
In un baleno la piccola stazione ferroviaria si riempie di gente scesa dal treno che, con fare smarrito e comprensibile preoccupazione, si interroga e cerca conforto rispetto al proseguimento del ritorno verso casa.
Anche Giovanna scende dal vagone preoccupata e pure lei si guarda intorno con circospezione alla ricerca di qualche appiglio che le consenta di decidere cosa fare, per ritornare da genitori a questo punto ormai senza dubbio in ansia.
Una lunga e reiterata indagine visiva a 360° non le permette di individuare visi conosciuti di persone con cui condividere parte della strada verso casa. Le amiche del gruppo Giovani Italiane di Tigliole sembrano essersi volatilizzate oppure ingoiate dalla folla appena scese da chissà quale vagone o ancora in viaggio oppure già arrivate con un altro dei mille treni della giornata.
Dopo aver vanamente vagato nei pressi della stazione alla ricerca di compagnia la ragazza, alzando idealmente le spalle, mormora tra sé e sé
“Bah, andrò a casa a piedi. Non sarà certo la fine del mondo. Sono grande ormai. E poi non è mica notte, è ancora chiaro. Spero di non sbagliare strada. Ma c’è così tanta gente….”.
Facendo seguire al pensiero l’azione Giovanna si dirige a passo spedito verso la strada che, la dovrebbe portare, in un tempo che spera non sarà troppo lungo, in direzione della frazione dove abita. Questo almeno secondo i suoi scarni ricordi.
Giovanna non ha mai avuto nel senso dell’orientamento una delle sue doti migliori e questa consapevolezza le regala un filo di inquietudine.
Camminando rapidamente Giovanna non disdegna di guardare ed abbracciare prati e campi e boschi e vigne. Quadro di riferimento. Unico orizzonte conosciuto e amato e riconosciuto.
Proseguendo nel cammino la folla si dirada, sino a lasciare Giovanna sola o quasi. Ma lei non se ne preoccupa. E’ certa delle sue capacità. Questa giornata le ha dato nuove certezze.
Un fugace pensiero Giovanna lo riserva anche alla sorella. “ Letizia! Me la sono proprio dimenticata! Chissà dove sarà Letizia?” le viene da chiedersi. Per poi rispondere con furia alla sua indole troppo apprensiva “Che ne so io! Non sono mica la sua balia! Io…..  Io….. Io oggi ho ba-ba baciato il Duce!!!!!!”.

Le punte degli alberi più alti mostrano un lieve e sommesso movimento frusciante, con un sibilo sordo confezionato insieme da foglie e vento.
Qualche ombra comincia a mostrarsi, rinfrescando prematuramente alcuni declivi e prati e prefigurando un incombente futuro di silenziose tenebre.
Cortili divisi tra giorno e notte (caldo e freddo?) sonnecchiano deserti, fragorosamente presidiati da cani abbaianti tra uno sferragliare di catene cui qualche mano poco amorevole li ha legati.
Il traffico in uscita da Asti si è progressivamente diradato.
Le auto volate via lontano velocemente, i pedoni rincasati attraversando aie affollate di polli e galline, le biciclette sciamate sullo stradone e disperse in viottoli e sentieri.
Saverio accelera il ritmo delle pedalate, concentrandosi vieppiù sulla guida e godendosi il vento sul viso e la lunga teoria di campi e prati e case e carri e alberi che gli si mostrano lateralmente come nei films che la domenica si proiettano nel cinema del paese.
La bicicletta sobbalza e cigola e squittisce, preda dell’irregolarità della strada comunale che Saverio ha imboccato dopo aver quasi rischiato, sullo stradone, di cozzare contro una automobile. Quasi una sua personale e impertinente protesta. Nella via sterrata semi-deserta si trova decisamente più a suo agio e può liberamente dare sfogo al desiderio di velocità, parte integrante dei suoi diciotto anni.
Giovanna cammina a passo svelto. Non vuole rischiare di farsi sorprendere dal buio. Avrebbe troppa paura e poi la mamma si preoccuperebbe e infine si insinua anche un po’ d’ansia per la sorte della sorella. La nuova consapevolezza da “grande” comincia a mostrare qualche piccola crepa.
E quindi accelera ancora. Quasi corre adesso Giovanna.
Le scarpe, partite la mattina lustre e scintillanti, sono ormai ricoperte di polvere.
Anche la gonna e la camicetta sembrano risentire della sfiancante giornata trascorsa.
Forse persino il cuore di Giovanna comincia a mostrare qualche ammaccatura, mentre la stanchezza inizia ad arrivare e pensieri sconosciuti e diversi si fanno strada nella mente.
Rumore. Forte. Lontano. Ma rapidamente vicino. Alle spalle. Incombente. Ora addirittura rombante.
La ragazza non ha nemmeno il tempo di realizzare, né di decidere di voltarsi.
Tra spruzzi di polvere e cigolii ormai divenuti fracasso una nera bicicletta supera di slancio una Giovanna sobbalzante per la sorpresa ed il timore.  
Improvvisamente la polvere si concentra in una nuvola, il rumore cessa, la bicicletta sbanda, rallenta, scivola, quasi cade, si arresta.
L’effetto speciale della polvere si dissolve lentamente sottolineando l’assoluta immobilità del mondo intorno.
“Ciao Giovanna. Ti chiami Giovanna vero?”.
“Sì. Giovanna. Ciao. Io però il tuo nome non lo ricordo….”
“Saverio. Mi chiamo Saverio. Ci siamo incontrati oggi dopo l’adunata…..”
“Sì, sì. Ricordo. Al ristorante. Con il Duce………”
“Sai, Giovanna. Io ancora non riesco a crederci che siamo stati a pranzo con il Duce”.
“Figurati!! Nemmeno io. E non oso pensare a quando lo racconterò in casa. Sai, Mio padre non ama molto il fascismo”
“Tuo padre non ama il fascismo? E perché? Non conviene mettersi contro il fascismo…..”
“Lo so bene. Però lui è così. Crede nel socialismo. Litiga sempre con mia mamma….”
“Giovanna, tu dove abiti?”
“I-i-o? Abito a S.Carlo di Tigliole. Frazione Vareglio.”
“Posso accompagnarti. Sono quasi di strada…..”
“Mah…. Se vuoi…..”
Che invito. Da fare tremare le gambe.
Poi cinque. Venti. Cinquanta passi.
E forse altrettanti lentissimi secondi.
Uno o due minuti di silenzio eterno.
Il fruscio delle cime degli alberi non è altro che la colonna sonora del silenzio.
Mentre, lontano, un cane che fa il prepotente con le galline viene prontamente zittito da un imperioso urlo umano.
Giovanna e Saverio non sono semplicemente parte integrante di quell’atmosfera liquida ed ovattata, bensì ne sono gli attori principali.
Procedono i due ragazzi, silenziosi e con il capo chinato, vicini ma lontani, incapaci di colmare i pochi centimetri che li separano.
Giovanna è molto attenta a non abbandonare il ciglio della strada. Non vuole correre nessun rischio di essere “sfiorata”, anche inavvertitamente, da Saverio.
Prende a calci le pietre sulla strada e sa già che mamma Severina noterà qualsiasi screzio lieve sulle scarpe lucide, producendo automatiche ma in fondo accettabili ramanzine.
La ragazza cammina svelta e, a tratti, non riesce ad impedirsi qualche accennato passo di corsa. O forse addirittura di danza. E’ emozionata Giovanna, quasi agitata, non sta nella pelle. Il Duce, certo. E il pranzo. Le domande e le risposte. Il bacio.
Però c’è altro. Molto altro.
Ormai Giovanna sta attendendo con ansia che Saverio le dica qualcosa. Che torni a parlarle. Dalle poche frasi pronunciate ha scoperto che possiede una bellissima voce.
“Perché non parla?” si chiede la sua giovane anima.
Saverio porta a mano la sua bicicletta per potere stare al passo di Giovanna.
Lui vorrebbe parlarle, forse d’amore, chissà, ma le parole quasi italiane non sanno uscire.
E’ teso, preoccupato, quasi cupo. Sa bene che Giovanna si aspetta qualcosa da lui. Dovrebbe parlare. Però non sa cosa dire e resta lì, paralizzato nell’anima e nello stomaco, mentre il corpo continua a camminare.
L’irritazione di Saverio verso se stesso cresce a dismisura. “Mi detesto” pensa dietro ad un viso illividito.
“Ma tu, Saverio, cosa hai mangiato mentre eravamo al ristorante?”
Un fil di voce tremula e tremolante esce sottile dalle sottili labbra di Giovanna.
Saverio ha un soprassalto di stupore e, incredulo, si volta verso la ragazza, addirittura smettendo di camminare e appoggiandosi alla bicicletta.
Giovanna è sorpresa da se stessa. E’ incredibile. Ha rivolto la parola ad un ragazzo. Per prima. Gli ha addirittura fatto una domanda. Il viso è diventato rosso, o forse no. Però lei sente le api che ronzano nella sua testa.
La ragazza che ha baciato Mussolini è esterrefatta dal suo prendere l’iniziativa verso un giovane dell’altro sesso.
Saverio, paradossalmente, precipita ancor più nella confusione mentale. Annaspa e si dibatte come se fosse caduto in un pozzo.
Si accorge che ora non ha più scuse. Se sta zitto farà irrimediabilmente la figura del cretino, Giovanna penserà che lui non sia interessato a lei e, probabilmente, non si rivedranno mai più. Non può sopportare questo.
Mentre indulge in questi pensieri, i secondi passano e l’ansia diventa un tumulto che gli offusca testa e cuore.
Riprende a camminare per darsi un tono, per uscire almeno dall’immobilità fisica non riuscendo ad abbandonare il silenzio, insomma per fare qualcosa.
Poi, per prendere, tempo, si aggrappa al primo salvagente che intravede.
“Scusa? Mi hai chiesto cosa ho mangiato? Al ristorante con Mussolini?”.
Dopo avere “comprato” questa minuscola manciata di secondi Saverio scaraventa i propri pensieri alla disperata ricerca di qualche frase meno scontata.
“Allora non ha perso la parola!”
Con questo pensiero Giovanna lo guarda voltando il viso velocemente un solo istante, quasi a chiedersi se una così bella voce viene davvero da quel ragazzo così visibilmente schivo e timido e impacciato. Forse condisce lo sguardo con un leggero sorriso. Cui aggiunge un gesto vezzoso con il quale si riavvia i capelli.
Le ombre si allungano con metodica lentezza ed il giorno si avvia alla sua chiusura accompagnando e cullando e coccolando i due giovani, mentre gli alberi paiono anch’essi progressivamente ritirarsi in una loro nascosta e invisibile dimensione.
Giovanna si riscopre una personalità che non conosceva.
“Ho quindici anni, ho baciato Mussolini, ho parlato con un ragazzo” pensa rasentando quasi l’allegria.
“Sai, Giovanna, a pensarci bene non ho mangiato nulla.”
“Nulla? Ma dai…..”
“Giuro Giovanna. Io non ho mangiato nulla”
“Già” deve ammettere una costernata Giovanna “è vero. Nemmeno io. Niente di niente. Beh certo, eravamo troppo emozionati. Come potevamo mangiare qualcosa?”.
I due ragazzi proseguono impegnati a scavare nella memoria di quella recentissima vicenda.
“Non è vero, Giovanna. Non abbiamo mangiato nulla perché non ci hanno dato nulla. Non ci siamo nemmeno seduti. Abbiamo parlato con Mussolini e gli altri gerarchi. Rispondendo alle domande. Ridendo e sorridendo. Però nessuno ci ha portato da mangiare”.
Dopo questo discorso Giovanna si fa improvvisamente pensierosa, corrugando la fronte nello sforzo di ricordare l’evento eccezionale del quale sono stati protagonisti.
Resta in silenzio per qualche secondo con il capo chino e lo sguardo rivolto alla strada, alla ricerca infruttuosa del tassello che manca.
“Ah…. Ecco perché!” esplode poi improvvisamente.
“Perché cosa?” le risponde Saverio non potendo fare a meno di osservarla ridendo.
“Ecco perché ho fame!” risponde con voce squillante Giovanna, mentre un moto di gioia illumina il viso come quando apre lo sportello della stufa di ghisa per aggiungere legna.
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