Silvano Visintin - Concorso Lagunando

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Silvano Visintin

LAGUNANDO 2020 > selezionati 2020
Veneziano. Docente di Letteratura e Storia.
Alpinista, Skipper e da qualche anno scrittore di poesie e racconti che hanno ottenuto numerosi premi nazionali.
LEGGERE LAGUNE
POESIE
Istantanea
(in viaggio verso Napoli)



Superato l’Appennino imbufalito
Sboccia di nuovo il colore toscano
Come se l’inverno fosse finito
Appare il cielo azzurro del sultano
Istantanea
Un’aria che ricorda il vento degli artisti
Colline verdi e ritratti di paese
Sento il dialogo curioso di umanisti
E dei comuni le stolide contese

Così si scoprì la storia attiva
Nel mondo che evolveva dalla peste
Di Brunelleschi la nuova prospettiva
Che pose l’uomo al centro delle feste

Ed ora che siamo nel millennio tardo
Dimentichi del dono di Plotino
Saltella nella cornice di Leonardo
L’uomo nuovo che non è più vicino

Contro se stesso egli si fa ribelle
Fomenta ingordo la fame di possesso
Agita la rabbia nel cuore delle folle
Non argomenta ma urla come ossesso

Davanti a sé ha una condizione dura
Bruciata la giusta economia
S’è persa la regola della misura
Il vantaggio è la sola filosofia
Si salvi chi può e che l’altro affondi
Si concentrano le istanze primordiali
Inaugurata è la nuova guerra dei mondi
Pochi gli eletti e gli altri peggio di animali

Allora mi chiedo in questa tragica frittata
Se come al solito nel fosco turbamento
Sono schierato dalla parte sbagliata
Che perde ma scrive un bel testamento

Poi guardo questi luoghi e gli edifici
Il languido sommarsi delle colline
Che sventano degli architetti i malefici
E innalzano bellezze senza fine

E dico allora che la storia è tonda
A volte cresce e a volte tace
S’innalza e affonda come un’onda
Spesso travolge poi torna la pace

“Troppo facile”, sia detto con rispetto,
ripropone nell’intimo tra me e me
il solito birbante diavoletto
mentre nella freccia rossa
sorseggio
un buon caffè.
Neve di primavera


Discendono dai platani alti
Sciamanti dai lecci e dai tigli
Dai pioppi ricolmi e dagli olmi
Dagli ontani e dagli ippocastani
E ancora al nocciolo d’appresso
Perfino dalla betulla e il cipresso

“La neve!” sussurra il bambino
Che ancora mi siede vicino
Nella notte calma e silente
Niente si muove neppure la gente

E dunque eccomi nel buio più solo
Sorpreso con India dal candido volo
Improvviso, continuo, maestoso
Dal senso più chiaro e imperioso

Una storia che mai è finita
Saggezza perenne e forza di vita
Non conosce né il bene né il male
Luminosa, incosciente d’ogni morale

“E’ il polline d’una precoce primavera
Che natalizio risplende nell’umida sera”
Così strenuamente si difende la scienza
Dal tormento che assale la coscienza
Suggestioni che imbarazza rivelare
E coinvolgono il desiderio di amare
Perché il senso del turbinoso consesso
È proprio l’indicibile, è proprio il sesso

Il volo suggestivo dei batufoli imbiancati
Che girano dolci, impazziti, quasi svitati
E si azzuffano leggiadri in grumi chissà come
In nuvole che a terra si rincorrono quasi cotone

Non solo suggerisce poetiche emozioni
Ma anche diaboliche, languide tentazioni
Che penetrano fino in fondo al derma
Perché..sì questa è una pioggia di sperma

E sant’Iddio io i bianchi folletti li trovo belli
E mi piace che tocchino gli occhi e i capelli
Mentre nella calma notte non mi sento più solo
Rincorrendo con lo sguardo l’orgiastico volo

E anche se nel silenzio l’urlo non odo
Davvero con voi anch’io infine godo.

Nostalgie


Ah quei ferragosto che non posso scordare
All’ancora nella baia che incantava
I tuffi nel diamante gelido balneare
Sperduti tra gli anfratti della costa jugoslava


La gioventù come il sole bruciava le incertezze
Sorrisi e drink sul tavolo imbandito
Sagace l’ironia all’animo porgeva carezze
E per bagaglio costume e infradito


A volte si concludeva a sera il volo
Con manovre audaci al corpomorto
E lanci di gomene al porticciolo
Scendeva la scaletta e il sorriso ecco risorto
Ci aspettavano la conquista d’ignoti campi
Le docce, la ricostruzione, i nuovi panni
Pronti alla battaglia con busara di scampi
E inevitabile…  la speranza dei Dongiovanni

Della fortuna di quei giorni non fummo ignari
Il presente ardeva con felice impegno
Vissuto con occhi semplici e chiari
Nell’animo ha lasciato indelebile segno


Per questo con barba e capelli ormai sbiancati
Triste o sereno, qualunque sia il fato
Nella notte di San Lorenzo dai cieli striati
Alla progenie dei marinai mi sento legato.

Carezza



È l’alba
Con il primo azzurro
un sussurro mi risveglia
prima flebile poi più forte
come di bimbo continuo lamento
Allora apro le mie porte
ti sono a fianco in un momento

E non so se sia sofferenza
o languido tormento
quel suono che si spegne
alla mia semplice presenza
E chiede di buonora
Ancora e ancora

Così supina distesa
senza alcuna difesa
ti offri aperta totale
alla mia mano vicina
che scorre le tue forme
leggera senza far male
al corpo che dorme
mia dolce concubina

Taci allora
come al tempo sospesa
Solo della lingua un lieve tremore
annuncia
che lì dove io scendo
e trovo dei puntuti seni
e del ventre stupendo
il calore esplosivo
giace la pace

Il nostro segreto
Esclusivo

Freccia del tempo costante
Istante
che vola sempre vivo
oltre ogni asprezza
dal profondo del cuore

È puro amore
la carezza mattutina
che tu ricambi sempre
con deliziosa umida leccatina.

Scoperte


Un mattino d’improvviso
ecco allo specchio
Più vicino il viso
“Mio Dio! Chi è ‘sto vecchio?”

Certo rimane il sorriso
Di un ridente fanciullino
Che cordiale col complice Narciso
Rinviava lontano il suo declino

Struggente complicità del quotidiano
A volte si finge d’essere sinceri
Finché si deve toccar con mano
Quello che era domani fino a ieri.

Conforta solo la specifica qualità
Come un fiume che scorre tra le rive
La corsa inarrestabile dell’età
Aumenta solo per chi… vive.

ISOLE DELLA LAGUNA
POESIE
Vecchi marinai (ritorno al porto turistico del Lido)



Quasi non ce ne siamo accorti
bevevamo whisky e cocktail Martini
ci sentivamo sorridenti e vicini
ed ora tutti spariti, molti sono morti

È il giro, macina la ruota
puoi discutere, incazzarti a pallino
ma è una decisione che non si vota
segnato è a ciascuno il suo destino

Languore interno per chi rimane
fantasmi che senti ancora al tuo fianco
brindisi d’amore alle presenze arcane
ma vuoto è il bicchiere e il sorriso stanco

Sorregge il ricordo, è stato bello
stringi il pugno, scivola la sabbia tra le dita
tutta si dissolve resta solo qualche granello
quello che dà il senso della vita.
A fondo (nov. 2019)



Piove la notte cupa
e spezza il cuore
che trema

Urla la sirena
È il lamento
di Venezia che muore

Prima l’onda che vola
corrente che spinge da sola
Nella laguna divenuta mare
un fiume impetuoso
che nessuno può fermare

Al buio drammatica l’attesa
poi bastarda crudele
improvvisa la sorpresa
Uragano di venti
a colpi di spranga
percuote
le mura offese

Dell’acqua gli schianti
Tutto rovesciato
come sotto una valanga

Disperati e muti gli abitanti

Albero stramazzato
Il battello mostra la chiglia
Nel mondo ormai affondato
ognuno combatte la battaglia
Niente più a prima assomiglia

L’animo è amputato

La luce del giorno dopo
appare senza scopo
e quasi ti umilia
coi resti sparsi in terra
della feroce guerra

E come fosse niente
insolente arrogante
ecco di nuovo
Acqua silente
Infiltrante continua
Snervante


Con rinnovato attacco
ruggisce lo scirocco
potente
che preme
La marea non cala per niente
e tiene

con gli occhi sbarrati
di giorno di notte
la gente smarrita
Ancora non è finita

Qualcuno a suo tempo
astuto mise a frutto
per sé la via di scampo
sulla pelle di chi ha perso tutto

La Serenissima tutti i nemici
con l’acqua tenne fuori
Ora stremata
da finti amici è vinta
e da veneziani traditori.
Al chiosco Bahiano sul lungomare del Lido



Rifugio esotico per l’estate
Senza andare troppo lontano
Nel fresco mattino ci trovi le fate
Tra il verde scopri il Bahiano

Un sorriso come carezza
Ti toglie dubbio e remora
Naturale è la gentilezza
Quando ti serve Debora

Al tavolo sono puntuali
Artisti marinai pescatori
Discutono di tutti i mali
E davvero paiono dottori

E ciò che più a me piace
Come musica di sottofondo
È il silenzio dell’ansia che tace
Perché il mondo sembra tondo
Da solo sulla riva di San Nicolò



Nobile estate

fissando il mare

convinto di sapere

che il vuoto

contiene più

del nulla.


C’è un modo...



C’è un modo per aver più approfondita,
Quando di risposta chiara non v’è alcuna,
La visione di come scorra confusa la vita:
Si vada al Penzo, nella vecchia tribuna

Allora, colorata d’ingrigita bellezza,
Con la sciarpa di club sotto il giubbotto nero,
Appare, equilibrata di matura saggezza,
La forza dirompente del tifoso vero

Il silenzio prevale per austera dignità e decoro,
Applaudire è giudicato noioso, poco elegante,
Ad altri è affidata la fatica improba del coro,
Alla curva dei giovani, confusa e sbraitante

Semmai si dovesse alzare un po’ il registro
È quando si segna infine il gol della vittoria,
Perché non si dimentichi che è merito nostro
Quell’attimo euforico d’inaspettata gloria

E chi mai governa fin dalla prima giornata
La tattica, il cross, il rilancio, la difesa,
Con subitanea e stentorea chiamata
A cuore aperto e voce chiara e tesa?
Ascolti chi non crede alla dolorosa fatica
L’urlo perentorio sentito fino in Zambia,
Se qualcuno sbaglia in men che non si dica
Eccolo di nuovo: ”Dai Pippo, cambia!!!”

Se poi i punteggi si fanno severi e crudeli
E rivelano che ormai per oggi è troppo tardi
Siamo noi integerrimi, esperti, tifosi fedeli
Che ricordiamo ai giocatori: “Siete dei bastardi!”

Dal primo giorno usciamo ai tre fischi di getto
Vaticinando che così non si va da nessuna parte,
Senza un ringraziamento, corriamo al vaporetto
E discutiamo su come rimescolare le carte

Io guardo impietrito, con gran dolore,
Per questa improvvida insipienza,
Presunzione di un falso allenatore
Che non esprime mai riconoscenza

Allora mi attardo solitario al parapetto,
Dalla generosa curva rientrano i tristi eroi,
Applaudo e penso “Fanculo il vaporetto”
“È stata solo sfiga – urlo - Forza ragazzi! Bravi fioi!!”

ORTI DEI DOGI
RACCONTO
Le ceneri di Pirandello: il romanzo scritto post-mortem




“Coosa? Le ceneri di quel disfattista … quell’antifascista, quel… comunista che ha rovinato il nostro teatro classico… Voi siete pazzi.. Il nostro incontro finisce qui!!”
Era il 1938 e i cinque giovani studenti, vestiti per l’occasione da perfetti balilla, restarono impalati davanti al risoluto diniego, che in parte avevano forse immaginato, ma non così perentorio. Contavano sulla simbologia dell’abito che li dipingeva ossequenti, oltre le reali convinzioni. D’altronde, non stavano chiedendo nulla di sovversivo. Si trattava di portare a compimento le ultime volontà di una gloria della stirpe italica, discutibile forse nei contenuti, ma premiato dal massimo riconoscimento internazionale. Neppure soldi chiedevano. L’impresa sarebbe stata autofinanziata, dopo la scoperta del giovane Andrea Camilleri che l’urna, di foggia classica greca, contenente le ceneri del drammaturgo, premio Nobel per la letteratura nel 1934, Luigi Pirandello, giaceva solitaria in una teca del cimitero del Verano a Roma. Un appena ritrovato biglietto autografo dell’artista recitava, invece, come ultima volontà, che esse tornassero alla sua “Girgenti”, sotto il pino dove d’abitudine sostava o disperse con semplice cerimonia sul grande mare “africano”, come era solito definire quello siciliano davanti Agrigento.
Camilleri insistette: “Eccellenza… ci basterebbe il per…”
“Potete andare!” Il federale accompagnò l’ordine con un gesto esplicito che indicava l’uscio e lasciava intendere dal tono che qualunque incertezza sarebbe stata valutata come tradimento. I cinque uscirono dallo studio, dopo aver esibito il più ortodosso saluto romano.
Dismessi gli abiti guerrieri, concordarono che l’impresa era rinviata a tempi migliori. Dovette passare, infatti, un’intera guerra. Finalmente ritrovata la libertà nel 1945, i cinque ormai universitari, miracolosamente sopravvissuti e pervicaci nell’intento di dare adeguata risposta alle volontà del conterraneo maestro, chiesero udienza all’allora prefetto di Agrigento.
Lo studio era lo stesso del Federale, ma era scomparsa la foto del Duce e i loro abiti erano dignitosamente borghesi. Anche il Prefetto si dimostrò democratico e gentilmente disponibile all’ascolto di quei giovani che rappresentavano il futuro dell’Italia rinnovata. Tuttavia, dopo aver accolto con interesse la descrizione del piano, dovette così concludere:
“Miei cari giovanotti, è encomiabile il vostro desiderio di realizzare l’ultimo sogno del Maestro, ma – e abbassò la voce, avvicinandosi con un tono esplicitamente confidenziale – sapete bene anche voi delle simpatie di Pirandello… insomma, non posso ora celebrare in pompa magna il funerale di un fascista.. mi dispiace, non si può fare”
La calorosa stretta di mano finale, confermò l’apprezzamento solidale del prefetto per l’entusiasmo culturale di quei giovani, il cui ambizioso progetto era purtroppo negato dalle crudeli evoluzioni della storia che talvolta richiede scelte dolorose, ma necessarie per l’ordine pubblico.
Nel dibattito che seguì, i più colti e autorevoli non mancarono di notare che il buonanima pareva confermare la geniale intuizione del suo forse più famoso romanzo, Uno, nessuno, centomila. Il protagonista, Vitangelo Moscarda, scoprì infatti dalla moglie che il suo naso pendeva leggermente a destra mentre lui lo vedeva con altra inclinazione. Scoperta che divenne ancor più sconvolgente, quando la sua immagine, a un’accurata analisi, apparve diversa per ognuna delle persone che lo conoscevano. Vitangelo divenne allora “il forestiere della vita”, che capisce che le persone sono schiave degli altri e di se stesse. La sua finale pazzia metaforicamente testimonia che non è possibile distruggere le centomila immagini, a lui estranee, che gli altri hanno di lui. Così Moscarda rifiuterà ogni identità personale, abbandonandosi al mutevole fluire della vita, morendo e rinascendo un attimo dopo, sempre nuovo, senza la costrizione della maschera. Come le ceneri “comuniste” di Pirandello, divenute ora “fasciste” agli occhi del nuovo tempo. Ironia della sorte e, aggiungiamo noi, ironia tipicamente pirandelliana.
I siciliani sono però testardi, specie se dotati, come Camilleri, che questo aneddoto ha raccontato, di una innata predisposizione al romanzo. Ed ecco dunque il nuovo capitolo.
Nell’Italia finalmente repubblicana, dopo le famose prime elezioni del 1948 che dettero all’Italia un nuovo volto, il professor Gaspare Ambrosini (1886-1985), siciliano neoeletto alla camera dei deputati, ricevette una convincente lettera dal futuro padre di Montalbano. Vi si descriveva il triste esilio involontario del premio Nobel in terra romana, mentre la certificata volontà olografa era di ritornare alla terra natia che attendeva fremente i resti del figlio.
Il neodeputato, eletto nelle liste della Democrazia Cristiana nel collegio di Palermo (che al referendum aveva però riservato l’84% dei voti alla Monarchia), aveva una spiccata attitudine nell’attraversare indenne le mutevoli vicende politiche italiane, che noi, senza alcuna malizia, vorremmo definire come agile capacità d’indossare una nuova maschera. Liberale, fascista, repubblicano. Professore di diritto costituzionale all’Università di Palermo, fu tra i primi a declinare l’importanza dei partiti di massa, a sostenere la funzione salvifica del Partito Unico Fascista, a teorizzare la funzione civilizzatrice dell’Impero e delle colonie, a sostenere la necessaria autonomia della Sicilia, a redigere l’articolo V° della Costituzione, ad ottenere dall’ONU nel 1950 l’affidamento fiduciario della Somalia per 10 anni, ecc. Insomma, un grandioso repertorio per una lunga vita politica. Quel che più interessa la nostra storia, è che Ambrosini nacque a Favara, un paesino vicino a Girgenti. Dunque, colse subito l’importanza della richiesta, utile anche a consolidare la sua popolarità e quella del partito. Perciò, non perse tempo. Anzi, come racconta Camilleri nella famosa intervista a Repubblica, “si fece in quattro”, non sapendo, aggiungiamo noi, che le  fila della vicenda erano saldamente in mano al buonanima. Come un protagonista perfetto del “così è (se vi pare)”, il professore corse dunque al cimitero del Verano, ritrovò il vaso greco con le ceneri del grande drammaturgo, ottenne tutti i permessi per il trasporto (il che dato il suo ruolo non ci stupisce) e affidò a un bravo artigiano la costruzione di una cassa di legno che contenesse l’urna, garantendone l’incolumità durante il trasporto.
Qui il racconto di Camilleri s’intreccia con altre versioni, forse colorate dall’ironia popolare. Si dice, infatti, che dieci funzionari siciliani, si “imbucarono” nell’aereo messo a disposizione dagli americani, su gentile richiesta di De Gasperi, per il viaggio del deputato, pensando di profittare del passaggio fino a Palermo. Quando salì Ambrosini con la cassetta di legno, chiesero incuriositi cosa trasportasse. Avuta la risposta, in sé un po’ ambigua, che si trattava delle ceneri di Pirandello, che aveva chiesto fossero disperse in aria nella sua terra, dopo opportuni gesti scaramantici, qualcuno esclamò “Magari il destino lo vuole accontentare proprio oggi!?” E uno dopo l’altro, ringraziarono per la cortesia e scesero dall’aereo ormai quasi pronto al decollo. I piloti americani, sorpresi dall’improvvisa fuga, ne chiesero il motivo e alla sintetica risposta del deputato “superstitions”, dopo un agitato conciliabolo, si rifiutarono di partire, tanto che il professore decise di provvedere di persona, con un lungo viaggio in treno.
Non vi era alcuna ufficialità nella spedizione partita da Roma. La cassetta di legno, del tutto anonima, poteva benissimo contenere un prezioso vaso (come di fatto era), ma nessuno poteva immaginare che dentro vi fossero i resti di uno dei grandi protagonisti della letteratura del Novecento. Insomma, anche la cassetta aveva indossato la sua maschera d’occasione. Tuttavia, il deputato la volle prudentemente con sé, adagiandola delicatamente a fianco del suo sedile, nel vagone che gli era stato riservato.
Il lungo viaggio comporta anche l’assolvimento d’inevitabili necessità fisiologiche. In una di queste visite alla toilette, il deputato si trattenne più a lungo, perché aveva deciso di radersi. Al ritorno ebbe l’amara sorpresa: la cassetta non c’era più. Stupore e panico. Perfino il suo importante lignaggio gli parve inutile nella circostanza. Non poteva certo rivelare al controllore il contenuto prezioso che era stato sottratto. Cominciò quindi a esplorare i vagoni vicini. Prima in un senso, senza esito positivo. Poi, tornato sui suoi passi, aprì la porta del vagone poco dopo il suo. La scena, descrittaci da Camilleri come assolutamente vera (ma a noi un dubbio rimane) è squisitamente pirandelliana. Tre uomini stavano usando allegramente la cassetta come ripiano per giocare a carte. A “Tresette col morto”.

Il deputato aveva negli anni imparato a gestire le più imbarazzanti situazioni. Anche in questa occasione non si perse d’animo. Si qualificò nella sua componente professorale e chiese che cortesemente si prestasse attenzione alla cassa che conteneva una fragile urna di terracotta. Il più alto dei giocatori, che avevano l’aspetto di benestanti uomini d’affari di ritorno a casa, si scusò e aggiunse “Questi tavolini pieghevoli rendono impossibile il gioco… le carte si confondono… vede ora come possiamo coordinare bene le prese.. è un piano perfetto per giocare.. e poi - si giustificarono con elegante malafede - pareva una cassetta dimenticata… sa, di quelle che poi finiscono miseramente abbandonate in quei tristi cimiteri degli oggetti smarriti… senza nessuno che se ne occupi più… a noi invece poteva dare ancora un ottimo servizio… ma forse vuole giocare anche Lei.. Si accomodi, è un gioco di grande concentrazione… C’è questo, vede - aggiunse indicando il mazzetto di carte che giaceva su un lato dell’improvvisato tavolino - è “il morto”, cioè il compagno del mazziere e delle sue carte nascoste bisogna sempre tener conto….”
“Come nel teatro della vita” Rispose il deputato ispirato dal fantasma del buonanima e rifiutò cortesemente la partita, insistendo però, da buon democristiano, per assistere per “imparare bene”. In realtà, aveva deciso che quella combriccola era la miglior scorta per concludere il viaggio.

Nel frattempo, a Palermo fremeva l’attesa. Secondo le rivelazioni dell’unico testimone in prima persona, niente di ufficiale era stato comunicato alla città. Si voleva attendere con la massima discrezione l’arrivo del deputato e con lui, una volta garantita la certezza dell’arrivo dei resti dell’artista, si sarebbe pensato quale veste dare alle onoranze funebri ufficiali. Ma, se la calunnia è un venticello, lo spiffero di una segreta rivelazione può assumere in una città desiderosa di gloria, la forza di un tornado. Non si sa come, non si sa da chi fosse partita, ma la notizia era divenuta di dominio pubblico e nel grande piazzale della stazione e alla pensilina dove poco dopo sarebbe giunta la littorina da Roma, si era radunata già una folta folla che ingrandiva di minuto in minuto. Camilleri, sorpreso a suo dire da tanta inattesa, esplicita volontà di onorare il grande siciliano e preoccupato per gli aspetti organizzativi, fu ancor più meravigliato dal poliziotto che lo avvicinò per convocarlo immediatamente dal commissario.
“Questo funerale non s’ha da fare…. - dichiarò deciso il commissario - mi ha appena chiamato il questore… il Vescovo ha protestato vivacemente e non si può scontentarlo.. Lei , giovanotto, sta rischiando una denuncia per turbativa dell’ordine pubblico.. tutta quella gente .. senza autorizzazione.. ma cosa le è venuto in mente?” Il futuro scrittore di indimenticabili best seller, non si scompose. Sapeva che le autorità sono costrette dalla “maschera” della divisa, a recitare il loro ruolo con innegabile tenacia. Ma la via religiosa conosce strade più malleabili ed anche il peggiore peccatore può trovare, con qualche pater noster in più, la via della salvezza. Perfino “l’Innominato” aveva potuto godere degli imperscrutabili doni della Divina Provvidenza. Perciò, dopo aver cortesemente ringraziato il commissario per la comunicazione, chiese di essere accompagnato dal Vescovo per capire le ragioni di tanta avversità ad un gesto che voleva solo essere una pietosa onoranza alle ultime volontà del defunto.
Il Vescovo, Giovanni Battista Peruzzo, lo ricevette nell’antico palazzo, in una stanza che pareva progettata per cogliere la barocca autorità del rappresentante terreno della volontà divina.
“Eminenza, con tutto il rispetto, come possiamo ora interrompere la cerimonia… c’è una città intera che attende di onorare i resti del nostro conterraneo.. Io non ho organizzato nulla è stato un moto spontaneo di..” Esordì Camilleri con adeguata, umile prosopopea.
“Giovanotto - rispose il Vescovo avvezzo alla bugie dei peccatori - io non posso permettere che un’urna con le ceneri attraversi in pompa magna la città. La cremazione non è consentita dalla dottrina e non sarò certo io a infrangere i dettami sacri!” Concluse, dando per scontato che il discorso fosse finito.
Non immaginava certo il religioso, che l’amore del nostro per Pirandello fosse determinato dalla confortante consapevolezza del valore esistenziale della sua ricerca teatrale. E qualcosa dei sei personaggi in cerca d’autore era entrato nella geniale, effervescente fantasia del padre di Montalbano.
“E se fosse dentro ad una bara?” Chiese Camilleri, lasciando, come si suol dire, di stucco il porporato.
Gli uomini di chiesa, specie se raggiunte le alte sfere organizzative, hanno testimoniato nel tempo le adeguate capacità di interpretazione delle convenienze. Nessuno avrebbe potuto criticare un corteo funebre che seguisse una bara, del tutto normale e nei parametri della dottrina. D’altronde… pulvis eris et pulverem reverteris.
“No, no… certo… se fosse dentro una bara - dichiarò seppur un po’ perplesso dall’audacia della richiesta e come se stesso ancora riflettendo - va bene… sul piano dottrinale non vi sarebbe niente da obiettare.”
“Grazie Eminenza, così sarà!”
Affermò frettoloso il giovane studente, che ora doveva rapidamente pensare come risolvere la questione. Precipitatosi fuori dal vescovado, raggiunse di corsa la prima agenzia di pompe funebri. Entrò e senza indugi chiese:
“Avete una bara da noleggiare?”
Gli addetti, sebbene avvezzi alle emozionate intemperanze dei parenti del defunto, rimasero impietriti e con gentile cortesia chiarirono:
“Noi in verità le bare non le noleggiamo…..  le vendiamo!”
“Va bene… ne avete una?” Chiese Camilleri, ormai disposto a ogni sacrificio pur di risolvere il problema una volta per tutte.
“Così… pronta… al momento ne abbiamo solo una, questa piccola - aggiunse il tabuttaro - ma è… da bambino…”
“Va benissimo!- esclamò l’originale cliente, suscitando la sorpresa generale- la prendo!”

Fu così, che rivestiti del bianco nuovo abito infantile, le ceneri del grande drammaturgo poterono sfilare giustamente onorate dalla popolazione. Dopo lungo percorso a piedi e in littorina, giunti infine al Museo archeologico di Agrigento, sede del parcheggio temporaneo, in attesa di un progettato artistico monumento, l’anfora fu estratta e collocata in una teca di vetro, accanto alle originali consorelle greche. Per evitare pericolosi fraintendimenti, alla base dell’urna, fu collocata una striscia metallica che dichiarava esplicitamente: “Contiene le ceneri di Luigi Pirandello”.

Quattordici anni dopo, nel 1962, in seguito ad un artistico concorso per la realizzazione del monumento funebre, lo scultore Mazzacurati realizzò il suo progetto vincente. Una enorme pietra venne collocata nella contrada del Caos, proprio sotto il pino amato da Pirandello. (Originariamente si chiamava in dialetto “U Cavusu” o “U Càusu” cioè pantaloni, perché si trovava alla foce del fiume essiccato che la tagliava in due, come le due parti di un pantalone. Un impiegato dell’anagrafe la sostituì con Caos, ritenendo sconveniente che qualcuno fosse registrato come nato in un paio di pantaloni). Davanti l’artista incise la maschera del drammaturgo, mentre dietro, in un buco scavato nella roccia, venne inserito il tubo di rame contenente le ceneri. Un’elegante cerimonia, alla presenza d’importanti personalità come Sciascia e Quasimodo, completò l’inumazione. Così, finalmente, la volontà di riposare ai piedi dell’albero tanto amato fu realizzata.
La commedia, però, non era ancora finita. Nel relativismo dalle mille facce ecco ritornare il pirandelliano umorismo. Quel sentimento del contrario che vuole rappresentare, talvolta con amaro sorriso, il comune sentimento della fragilità umana e il compatimento per le debolezze di tutti che, in fondo, sono anche le proprie.
Ecco come il grande fantasma ne curò la regia, secondo il racconto di Camilleri.
Qualche tempo dopo, nel ripulire le preziose anfore greche del museo San Nicola di Agrigento, ci si accorse che in quella di Pirandello vi erano rimaste ancora delle ceneri. Sbiadita ormai ogni politica polemica e dimentichi forse dei problemi del trasbordo, fu subito inventata una soluzione per ricongiungere i resti a quelli già racchiusi nel monumento. Una delegazione, guidata dal dottor Zirretta, si recò con il vaso presso il monumento e, mentre il capomastro estraeva dalla roccia il cilindro che vi era stato murato, si tentò di graffiare dal fondo del vaso il resto delle ceneri. Dopo molti anni si erano calcificate e si dovette estrarle a colpi di scalpello. Ne uscì ancora un pugno che, ahimè, si rivelò comunque eccessivo per il cilindro che, una volta aperto, si manifestò completamente colmo.
Ziretta ebbe allora un’intuizione. Sapeva come risolvere la questione, rispettando comunque le ultime volontà del Maestro. Prese un foglio aperto di giornale e vi fece cadere le ceneri. Quindi, stendendo le braccia avanti a sé, come un antico sacerdote del tempio greco, si avviò verso il bordo di un vicino dirupo che dava sul mare. Procedeva con ieratico passo, seguito dagli assistenti come un coro di antica tragedia. Giunto al limite, prese fiato per pronunciare la frase preparata:
“A te restituiamo il glorioso figlio, oh grande ma…”
Non poté finire la frase, perché uno sbarazzino sbuffo di vento ascensionale, gli rovesciò senza ritegno sul volto e sul corpo l’intera pagina cineraria. Sputacchiando cenere dalla bocca, spazzolando il volto e gli occhi (ci volle poi anche una buona dose di collirio!) e la giacca colma, il dottor Ziretta ritenne così conclusa la cerimonia. Vi fu pure qualche testimone che lasciò intendere di aver scorto, tra i giovani presenti, anche un trattenuto sorriso di compiacimento.
Qui si conclude la testimonianza del rimpianto Camilleri, ma non il romanzo dall’aldilà di Pirandello. L’autore che precorse la modernità non poteva accontentarsi di un finale quasi scontato (ripreso peraltro anche in alcuni film). Se la vita è teatro, la scena cambia col mutare dei tempi e nuove maschere si presentano con le nuove tecnologie. Ecco l’epilogo.
Nel 1994, nell’entusiasmo delle nuove conquiste della ricerca sul DNA, scoperto che nelle pareti del famoso vaso greco conservato al museo, si rintracciavano ancora quantità di ceneri sufficienti, fu deciso di sottoporre le stesse all’esame.
Si scoprì così che solo una minima parte apparteneva al Maestro. La maggior parte, invece, era di persone sconosciute, cremate evidentemente con lui nel lontano 1936.
Ci fu chi volle vedere in ciò la firma indelebile dell’autore di Uno, nessuno, centomila.

ISOLE DELLA LAGUNA
RACCONTO
Le campane della chiesa di san Nicolò al Lido di Venezia




“Se pur spettacolar l’insieme noto abbagli
Che fan la storia son poi incogniti dettagli”

Così un anonimo poeta rifletteva sull’importanza delle piccole cose che influiscono sulla storia, nascoste poi dall’evidenza dei fatti più noti, che tramandano ai più una concezione lineare degli avvenimenti.
Un’impostazione che pare ancora attuale e che vi ripropongo, partendo da un famoso dipinto che possiamo ammirare nella sala dello Scrutinio, al Palazzo Ducale di Venezia.
Si tratta della “Battaglia di Lepanto” dipinta da Andrea Michieli, conosciuto come Andrea Vicentino, in otto anni di lavoro, dal 1595 al 1603. Un enorme dipinto che rappresenta in modo iconografico la battaglia, in un trionfo di scene dettagliatissime e centinaia di personaggi. Non vi sarà difficile riconoscere la galea “Capitana” del capitan Grande Sebastiano Venier, indiscusso eroe della battaglia, che col braccio levato in  segno di sfida si confronta all’ammiraglio turco Alì Pascià col turbante. La dinamicità del dipinto e la straordinaria vitalità coloristica sono di grande impatto visivo. C’è il tentativo dell’artista di far rivivere le apprensioni e il clima vissuto all’epoca della battaglia. E’ una scena articolata e complessa. Se spostate lo sguardo, noterete la maestria nel rappresentare l’azione dei singoli protagonisti. Gli uomini disperati nel tentativo di salvarsi aggrappandosi alle galee, il vento che scuote le bandiere e soffia sul mare, il cielo minaccioso con nuvole gonfie, e così via. Uno scenario teatrale, in cui lo spettatore può davvero sentirsi realisticamente coinvolto, con una resa dinamica dei colori che ben ricorda la lezione recente del Tintoretto. Persino alcuni “dettagli”, come gli archibugi dei cristiani e gli archi dei giannizzeri, sono frutto di uno studio che pare introdurre il nostro tema.
Tutti conosciamo l’importanza dell’evento. C’è ancor oggi chi, con ignoranza non solo dei dettagli, invoca una “nuova Lepanto”. La vittoria della Cristianità che pose fine all’espansione dell’impero mussulmano ottomano. Una data storica per la civiltà occidentale.
Tuttavia, alcuni “dettagli” suggeriscono una prospettiva un po’ diversa.

Si confrontarono, infatti, tre Imperi dagli strani rapporti.
L’impero spagnolo di Filippo II° che non era uno stato unitario, ma una federazione di regni separati che conservavano ciascuno le proprie leggi. Era il principale difensore dell’ortodossia cattolica, sia contro i Turchi che contro i protestanti.
Poi le due principali potenze del Mediterraneo
Da una parte, l’immenso impero Ottomano, che si sviluppava da Belgrado all’Algeria, da Bagdad alla Mecca, ufficialmente mussulmano, in realtà multietnico e multi religioso.
Dall’altra, quello che possiamo chiamare l’originale impero veneziano, cristiano cattolico, basato su una rete di alcuni possedimenti in terraferma, ma soprattutto sulle sue basi navali, un po’ come l’impero USA moderno, dislocate lungo l’Adriatico in Dalmazia, Albania, ma anche a Creta e Cipro, nel cuore dell’Oriente.
Questi mondi così diversi erano legati da strettissime interazioni. In special modo Venezia, era la “Porta dell’Oriente”, in una forma vitale nei due sensi, come si addice al concetto di porta. Era, infatti, l’unico luogo dove poteva avvenire lo scambio di merci e di uomini. Certo, le vicende conflittuali portavano a volte a scontri e reciproche cattiverie, ma avvenivano quasi loro malgrado. Sempre gli affari e le merci continuavano ad attraversare quella porta.
Di che cosa aveva bisogno l’impero Ottomano così ricco? Di prodotti d’élite si direbbe oggi. Tessuti e broccati ad esempio. Se andate al museo Topkapi di Istanbul gli abiti del sultano sono confezionati con tessuti veneziani. O anche del vetro. Le moschee di Istanbul sono illuminate da splendidi lampadari veneziani. Oppure servivano le lanterne delle navi da guerra. Ecco un “dettaglio” forse trascurato dagli stessi veneziani del tempo. Nel 1570, durante la guerra di Cipro, quando già si preparava quasi lo scontro di Lepanto, il comandante della flotta ottomana va dall’ambasciatore  veneziano (unica nazione occidentale a conservare la rappresentanza) e chiede di comprare un nuovo fanale per la sua galea, perché “deve andare in guerra”. Chissà contro chi! Ma il fanale gli arriverà regolarmente.
In piena guerra i commerci non si fermano. All’inizio, sull’onda emotiva, si arrestano reciprocamente i mercanti. Si confiscano le merci e i veneziani vendono addirittura anche le merci confiscate. Poi, tutti riflettono. E passa la linea che in realtà questi mercanti non sono dei nemici, in fondo sono brave persone che fanno il loro utile lavoro. Può dunque accadere che in piena guerra, il figlio del gran Visir ordini a Venezia dei tessuti e degli abiti o che la figlia di Solimano, che voleva regalare un acquedotto ai pellegrini della Mecca, chieda ai veneziani materiale d’acciaio raffinato che non trovava nel suo territorio.
Già, perché questi sono altri prodotti che attraversavano la porta verso Oriente. Quelli che appartengono alla tecnologia. Gli Ottomani sono eredi di grande cultura anche scientifica, ma sono stranamente meno pratici, meno evoluti in alcune lavorazioni. Ad esempio occhiali e orologi occidentali sono molto richiesti, ma anche le rappresentazioni grafiche applicate alle carte nautiche, o alla costruzione navale. Oltre ai prodotti cercano anche gli uomini. Senza troppi scrupoli e con lauti compensi, assoldano tecnici dotati di maggiori competenze.
A Venezia, invece, oltre alle spezie e alle esotiche, stupefacenti merci del lontano Oriente che tutti hanno descritto, interessa soprattutto il grano, vitale per la sua sopravvivenza. Una città di 150mila abitanti, con vasti territori dai cattivi raccolti, si nutre con il grano “turco”, prima che arrivi il mais americano che andrà a sostituirlo. Così i mercanti continuano con i loro carichi in accordo con i pascià, con gli ambasciatori che cenano insieme e continuano a vendere grano anche quando è proibito, e le navi da carico turche che saranno “assicurate” dalle compagnie veneziane.
Insomma, una bella confusione per giustificare una battaglia che nel giro di poche ore, da mezzogiorno alle cinque del pomeriggio, vedrà sbaragliata la flotta ottomana, 80 galee distrutte, 117 catturate, circa 30mila tra morti e feriti e 8mila prigionieri.

Com’era accaduto? Come si arrivò a quella che fu definita una delle più grandi battaglie navali della storia?
E’ noto che la guerra di Cipro del 1570, con la richiesta dei turchi di riavere quell’importante base distante 2000 Km da Venezia, era stata in qualche modo preannunciata nel 1569, con le osservazioni dell’ambasciatore veneziano che segnalavano l’attività frenetica dell’Arsenale di Costantinopoli (secondo solo a quello di Venezia) nella costruzione di galee. Dettaglio trascurato con l’ottimismo di chi pagava onerosi tributi (8500 ducati l’anno) per conservare amichevolmente le basi nell’isola. Quando finalmente si decide di intervenire è già tardi e ci pensa anche il tifo a fermare la flotta veneziana accorsa in difesa dell’isola. I Turchi sbarcano, benevolmente accolti dai locali che mal sopportavano la dominazione veneziana.
La resistenza ostinata di Famagosta, guidata dal comandante perugino Astorre Baglioni e dal prefetto veneziano Marcantonio Bragadin, è uno dei dettagli trascurati della vittoria di Lepanto.
L’abilità strategica e tattica, l’eroismo dei difensori, rese un vero incubo l’assedio per l’immenso esercito turco ( si dice 200mila uomini e 110 cannoni).
Ingegnosi procedimenti tattici, efficaci stratagemmi, costarono perdite enormi agli attaccanti. Si racconta che in soli 10 giorni la fanteria d’assalto turca perse 30mila uomini. Alla fine, quando il 31 luglio 1571, Bragadin, per salvare la popolazione civile dalla tragedia simile alla conquista di Nicosia (20 mila persone sterminate nei metodi più orrendi, le donne che si gettavano dai tetti pur di non cadere in mano ai vincitori, duemila bambini e ragazze inviati nel mercato degli schiavi del sesso di Costantinopoli) benché titubante, cede all’ingannevole, vantaggiosa offerta del comandante arabo, Lalà Mustafà (salva la vita e le proprietà di tutti, evacuazione a Candia di chi avesse desiderato e libertà di culto per chi fosse rimasto.) pagherà a caro prezzo la sua decisione.

Dopo tre giorni di falsa cortesia, Mustafà, resosi conto di quanti pochi fossero i difensori rimasti (forse 500, a piedi, perché i cavalli erano stati divorati per la fame) indispettito dagli 11 mesi di assedio, dalla perdita di circa 52mila uomini e del suo stesso figlio primogenito, tradisce gli accordi, in un modo così vile ed orrendo, da costringerlo poi a giustificarsi davanti al suo stesso superiore, Pertev Pascià, che si sentirà disonorato dal comportamento del suo generale. Molti oggi non ricordano, ma i veneziani allora non dimenticarono il martirio di quegli eroi. Noi qui lo segnaliamo, perché è uno di quei dettagli che fecero la differenza nello scontro epocale di Lepanto, qualche mese dopo.
Mustafà fece prima impiccare Baglioni e tutti gli altri capitani, alcuni perfino tre volte per prolungare l’agonia. Le loro teste mozzate e infilate su delle picche, furono esposte alla popolazione rimasta. A Bragadin, fece mozzare il naso e le orecchie e lo rinchiuse in una gabbia esposta al sole rovente per tredici giorni, mentre si infettavano le ferite. Venerdì 17 (sic!) agosto, lo fa uscire e frustare, lo costringe a percorrere due volte il perimetro della città con una gerla di pietre e immondizia caricata sulle spalle piagate. Ogni volta che passa davanti al suo trono, la soldataglia gli preme la bocca a terra. Lo fa quindi appendere a un’antenna davanti al porto, in modo che tutti gli schiavi cristiani e gli altri prigionieri possano vedere la sorte del loro comandante. Non contento, Mustafà lo fa legare a una colonna e gli chiede di abiurare la sua fede e abbracciare l’Islam. Al rifiuto sdegnato, incarica il carnefice di scuoiarlo vivo. Il supplizio eseguito con affilati coltelli, comincia dalla nuca e prosegue lungo la schiena lentamente, con cinico metodo. Si alterna a pause, durante le quali gli viene richiesta l’abiura in cambio della fine della tortura. Bragadin non cede e si racconta che la morte pietosa lo colse quando il coltello giunse all’ombelico. La pelle impagliata, sarà appesa come macabro trofeo all’Ammiraglia della flotta e portata a Costantinopoli. (Anni dopo fu trafugata dai veneziani ed è ora conservata nella chiesa di San Giovanni e Paolo a Venezia).
Appare chiaro come l’ultimatum “Vi domandiamo Cipro, che ci darete per amore o per forza. Guardatevi dall’irritare la nostra terribile spada...” Lanciato dagli eredi di Solimano il Magnifico, suscitasse la reazione dei veneziani.
In particolare di quel Sebastiano Venier, che un famoso ritratto di Tintoretto, ha tramandato alla storia in età avanzata, come un patriarca maestoso, dalla lunga barba bianca, con l’espressione sicura e serena del giusto. Si trattava di un uomo dalla tempra eccezionale e dal carattere che i contemporanei definirono scorbutico . Trattava tutti “con brusca ciera et assai rozzamente” notò il capitano Niccolò Donà, che con lui ebbe un diverbio pochi giorni prima di Lepanto.
Era erede dei Venerii, una famiglia patrizia nota fin dall’XI° sec., che aveva dato già due dogi alla Serenissima. Alto e robusto, formatosi nell’avvocatura, pur non essendo laureato, si dimostrò abile nell’arte militare una volta nominato, nel dicembre 1570, generale da mar (In ciò molto aiutato dal consigliere Agostino Barbarigo, esperto uomo di mare).
Era in grado di spartane rinunce, ma anche di piacevoli compagnie. Si narrano avventure galanti e diatribe con mariti traditi (oltre alla figlia Elena, ebbe almeno altri due figli naturali, riconosciuti come legittimi nel testamento: Filippo che si fece prete e Marco, funzionario di cancelleria). Si sposò a 48 anni (a quei tempi si era già nonni!) con Cecilia Contarini e cominciò solo allora una lunga e gloriosa carriera politica: duca di Candia, podestà a Verona, Savio grande, provveditore di Corfù e Cipro. Una sequenza d’importanti incarichi, nei quali dimostrò sempre capacità organizzative, saggezza e indomita resistenza nei confronti dei nemici della Serenissima.
Fu a lui che si affidò l’incarico di guidare la flotta veneziana. Aveva ormai 75 anni, ma fu il più accanito nell’incitare allo scontro, anche in contrasto con la corrente attendista. Pur di combattere subito, accettò di continuare l’incarico, nonostante i frequenti contrasti col giovane Comandante generale di quella “Lega Santa”, convocata dal papa Pio V (Michele Ghisleri, nato ad Alessandria nel 1504, povero pastore di pecore divenuto frate domenicano e poi inquisitore. Eletto papa nel 1566, riformò la Curia e Roma, combattendo l’eresia protestante in tutta Europa)e sottoscritta a Roma il 25 maggio 1571. Un miracolo di diplomazia. Sulla spinta della nuova crociata, spagnoli e veneziani che non si sopportavano, furono tenuti insieme e affiancati allo stato pontificio, ai Cavalieri di Malta e le repubbliche di Genova e Lucca, i Farnese di Parma, i Gonzaga di Mantova, gli Estensi di Ferrara, i Della Rovere di Urbino, il Duca di Savoia, Il granduca di Toscana.
Insomma, la cristianità riunita nel tentativo di ribaltare la leggenda, formatasi nel XVI° secolo, della imbattibilità dell’Impero Ottomano. Il tutto doveva avvenire via mare con una flotta di circa 200 navi, con circa 30mila combattenti e 1815 cannoni.
A capo della flotta fu posto Don Giovanni d’Austria, 24enne figlio naturale di Carlo V° e fratellastro del re di Spagna Filippo II°. A lui venne affiancato il vecchio Sebastiano Venier, ammiraglio della flotta veneziana, che con le sue 100 galee e 6 galeazze, costituiva il contingente più importante. Fu, come potete immaginare, un rapporto difficile, contrassegnato da reciproci furenti contrasti, ma anche da efficaci condotte nella battaglia. E il merito fu tutto del Venier che ebbe le più geniali intuizioni anche nella preparazione dello scontro. E qui, ancora una volta, bisogna scendere nei dettagli.

Innanzitutto, ricordiamo che cos’era una galera o galea (dal greco galeos, squalo), perché stiamo parlando della più grande battaglia navale su quelle imbarcazioni a remi, usate per tremila anni nel Mediterraneo. Si tratta di un’imbarcazione lunga e sottile, a remi e a vela, di circa 40 metri di lunghezza per cinque di larghezza. Lo scafo era spinto da un motore di circa 150 vogatori (e vedremo poi come divennero “galeotti”). Ad essi si aggiungevano più di 50 uomini di equipaggio per le varie manovre. E siamo già a un certo affollamento. Metteteci qualche cannone a prua (perché di fianco non era stato risolto il problema del rinculo che destabilizzava lo scafo). Servono inoltre dei soldati, diciamo altri cento, perché la battaglia navale, dopo un primo danneggiamento a cannonate, si svolgeva prevalentemente con abbordaggi e scontri diretti. Polvere da sparo, palle di pietra o di ferro, acqua e.. potete immaginare il resto. Insomma, non certo una vita facile a bordo. Basta pensare al “rancio”, cioè l’unico pasto servito all’imbrunire, per non far vedere di cosa si trattava. Il menu? Galletta, impasto di acqua marina con farina e aceto per coprire il gusto di rancido (da cui rancio). Si dormiva sui banchi di voga, dove i forzati espletavano anche le funzioni corporali.
Come si faceva a costruire una nave così solida da affrontare con sicurezza un tale carico? Chi ci riusciva meglio, aveva più possibilità di vincere.

Nel Mediterraneo, la migliore armatrice era Venezia, con il suo magnifico Arsenale, la più grande fabbrica del Medioevo, forse la prima fabbrica moderna, con migliaia di persone che costruivano galee in serie, anticipando i metodi della moderna catena di montaggio.
Anche la politica della Serenissima aveva aspetti genialmente lungimiranti. In primo luogo nel  reperimento del legno. Sembra banale, ma senza il legname giusto non si costruiscono navi. Ci vogliono boschi con alberi d’alto fusto. Per gli alberi delle navi servono i pini più alti, per i lunghi remi il faggio stagionato, per la carena la quercia e via così. Venezia, non solo si riservò a uso nautico esclusivo alcune delle più importanti foreste dell’interno, come i boschi del Cadore, creò anche severissime Magistrature che ne controllavano l’andamento e ne curavano i dettagli tecnici. In particolare, lo stagionamento e addirittura la curvatura forzata delle piante, modificata di anno in anno, così da favorirne l’utilizzo nautico.
Solo l’arsenale di Costantinopoli, con i suoi duecento capannoni, poteva competere con la capacità costruttiva dei veneziani, aiutato anche da rinnegati cristiani ben pagati. Ma la qualità del legname, specie la stagionatura che dava alle galee veneziane una durata di almeno 15 anni, era in quelle turche di gran lunga inferiore, cominciando a cedere dopo 4/5 anni.

E gli altri stati combattenti? Dove trovavano il legname per preparare la flotta?
Napoli e Genova ricorsero alla foresta della Sila. Ma vi fu chi si trovò in gran difficoltà a raggiungere il concentramento della flotta stabilito a Messina. Esemplare il caso delle navi spagnole costruite a Barcellona, ma prive di remi, perché mancava il legname adeguato in tutta la Spagna ormai disboscata. Furono costretti ad ordinarli a Napoli, aspettando con ansia la consegna, mentre il papa minacciava la scomunica se la flotta avesse ritardato la battaglia.

In effetti, cominciava ad essere già tardi. E’ bene ricordare che a quei tempi si navigava di giorno e con il bel tempo. Quando il meteo peggiorava e le giornate si accorciavano, le galee, per la loro forma stretta e allungata, poco stabili e facilmente affondabili dalle tempeste, venivano disarmate, tirate a riva in attesa della buona stagione. Gli equipaggi erano dismessi e richiamati quando ve ne fosse bisogno.
Questo è il nuovo dettaglio su cui riflettere. Gli uomini. Il personale costruttivo, innanzitutto. Carpentieri, calafati, remieri, ecc. a Venezia avevano uno speciale contratto. Dovevano essere sempre disponibili, anche se lavoravano per conto proprio. Tuttavia, se fosse mancato il lavoro, potevano andare all’Arsenale e riscuotere la paga per i giorni non lavorati. Insomma, erano fidelizzati con una sorta di cassa integrazione ante litteram. Ciò permetteva un’efficacia produttiva stupefacente e all’epoca c’erano nell’Arsenale circa 100 scafi di galee pronti per essere riarmati. Nel solo mese di maggio 1571, nell’imminenza della battaglia, furono messe in acqua ben venticinque navi, pronte a prendere il largo.

Servono poi i motori, cioè quei vogatori che non avevano certo vita comoda in quelle “galere”. In maggioranza si ricorreva all’utilizzo degli schiavi, cioè dei prigionieri catturati in altre battaglie. La Spagna utilizzava i prigionieri mussulmani. Venezia, invece, non vuole questa pratica che trova poco affidabile. Inventa i cosiddetti “forzati di buona condanna” (imitati anche dai turchi), cioè tutti i tipi di delinquenti che, invece di scontare la pena nelle durissime prigioni, potevano riscattarsi con un servizio alla voga (Ecco l’origine dell’andare in galera e di galeotto). Ma non erano mai abbastanza e nella Serenissima vigeva la regola che “è dovere di tutti andare a remare” e le varie Scuole e Confraternite procurarono 10mila vogatori. Anche dalla terraferma, fino a Vicenza ne furono inviati altri, compresi cittadini volontari. Il vantaggio è che, alla bisogna, i rematori potevano divenire combattenti.
Anche i Turchi fanno la stessa cosa, imponendo però alle varie comunità dell’impero di fornire quote di rematori.
Il re Filippo II° di Spagna però non può fare così. Nelle autonomie, tra i diversi fueros, usanze e statuti, le cortes locali potevano in ogni momento opporsi al governo centrale. L’imperatore non può costringere i suoi sudditi e i volontari di “buona voglia”, cioè imbarcati a stipendio, son molto difficili da trovare.
A Napoli si ricorre perfino al “gioco dei tre ducati” – A due giocatori si danno tre ducati a testa che si contendono ai dadi. Chi vince, restituisce i tre ducati e ne tiene tre per sé, chi perde, parte con la flotta.

E i soldati? Chi erano i combattenti?

Non c’erano eserciti permanenti a quel tempo. Vi erano alcune figure speciali, che diremmo oggi capitani di ventura,  imprenditori, in grado di reclutare  ed organizzare un esercito secondo le necessità. Anche corpi speciali, come i famosi 400 archibugieri del “Tercio de Cerdena”, veterani spagnoli di stanza in Sardegna che si imbarcarono a bordo dell’ammiraglia “Real” di Giovanni d’Austria.
I Turchi avevano un metodo di reclutamento più semplice e risoluto. Inviavano ufficiali nei vari villaggi di campagna. Essi identificavano ragazzini cristiani più robusti, tra i 6 e i 9 anni. I bambini venivano reclutati e forzosamente convertiti, per addestrarli come “Giannizzeri” (in turco Nuova Milizia) che costituivano la fanteria privata del sultano ottomano. Era il più efficiente e disciplinato esercito dell’epoca. Divisi in squadre di tre uomini (Archibugiere, arciere, arrembatore) erano famosi per l’utilizzo dell’arco a lunga distanza. Nel tempo divennero una forza molto importante e conservatrice all’interno della società ottomana.

Occorre riflettere anche riguardo le armi.
I Turchi avevano una grande abilità nel tiro coll’arco anche da distanze considerevoli e una notevole agilità negli scontri corpo a corpo. Ma i tempi erano cambiati e la tecnica guerriera si sviluppava ormai sul progresso delle armi da fuoco. Basta osservare l’abbigliamento per capire le differenze. Leggero, con utilizzo di cuoio quello ottomano. Corazzato quello cristiano. Certo più pericoloso per le cadute in mare. Ma cominciava a diffondersi una corazza di tipo “genovese” più leggera, che si poteva sganciare rapidamente in caso di affondamento e tuttavia garantiva ancora discreta difesa dai dardi e dai colpi di scimitarra.

La vera differenza però la fecero gli archibugi veneziani, in gran parte forgiati in Gardone Val Trompia. Il fuoco di queste armi si dimostrò disastroso per i turchi e confermò la previdente decisione di Sebastiano Venier, che aveva fatto sostituire gran parte degli spadaccini di bordo con degli archibugieri.

Ma il colpo di genio, la chiave decisiva della battaglia fu l’utilizzo delle “Galeazze” o “Maone” veneziane. Sviluppate in modo un po’ improvvisato dalle ”galee grosse de mercanzia”, in seguito alla disastrosa esplosione della polveriera dell’Arsenale nel 1569 (forse un attentato turco) che aveva costretto a rimediare in fretta alla scarsità di naviglio rimasto.
Erano navi molto più grandi, armate e corazzate. Sembravano più vascelli da carico che navi da guerra. Avevano file di 36 grandi cannoni lungo le fiancate laterali, dato che l’imponenza dello scafo consentiva di assorbire il rinculo. Si dice che l’apporto di artificieri tedeschi avesse perfezionato le operazioni di carica e che fossero in grado di effettuare scariche ripetute anche di cinque volte prima dell’arrembaggio, quando normalmente se ne effettuava eseguiva una. Molto lente, nella manovra dovevano essere aiutate e trainate da due galee, ma una volta posizionate diventavano vere corazzate, impossibili da conquistare. Ne bastarono 6 per cambiare le sorti della giornata in favore dell’armata cristiana.
Messe davanti quasi come esca, furono le prime ad aprire il fuoco, con i loro armamenti pesanti e molto più distruttivi delle armi usate allora dai turchi. L’altezza delle Galeazze, insieme con le fila dei cannoni che le proteggeva, le rendeva praticamente impossibili da abbordare.
Aggiungiamo un nuovo dettaglio. A bordo della Galeazza di Francesco Duodo era imbarcato Zaccaria Schiavina, il celebre capo dei bombardieri di Venezia. Secondo la testimonianza di Paolo Orsini al Consiglio dei Dieci “Avendo trovato in tanto bisogno un novo modo di caricar l’artiglieria et con invenzioni così singolari nelli tiri da offender il nemico, disciplinando in quello tutti li bombardieri, che da questo notabile ammaestramento le Galere Grosse fecero il danno che si sa all’armata nemica il giorno della gloriosa vittoria.” Pare che avesse studiato proiettili che, uscendo dai fusti dei cannoni, si aprivano in due emisferi, uniti da catene, che andavano a spezzare le alberature delle galee ottomane.

E che dire della carica “agonistica”, della grinta, dell’eroismo dei combattenti veneziani, animati da una sete indomabile di vendetta per l’affronto di Famagosta?
Le due Galeazze al centro dello schieramento erano, guarda caso, al comando di Antonio e Ambrogio Bragadin, parenti del senatore scuoiato vivo.
Sebastiano Venier, aveva avuto una nipote ridotta in schiavitù nell’harem di Costantinopoli. A 75 anni, in piedi sul ponte della “Capitana” a protezione della “Real Spagnola” di Giacomo d’Austria, oltre ad incitare e guidare i suoi uomini, uccise molti Turchi a colpi di balestra a pietre, che un aiutante gli ricaricava, poiché le sue braccia non avevano più sufficiente forza. Fu anche ferito a un piede da una freccia, che si strappò da solo. Calzava pantofole al posto di stivali, perché a suo parere facevano miglior presa sul ponte bagnato della nave (sembra che soffrisse di calli o di gotta).
Alla sinistra, nel lato più estremo, il più esposto ai tentativi di aggiramento, comandava la galea Agostino Barbarigo. I Turchi cercavano di penetrare, sfruttando la superiorità numerica da quel lato. Fu il momento più critico per i cristiani costretti a difendersi dal lato della spiaggia, senza possibilità di soccorso, mentre il leggendario capitano ottomano “Scirocco” guidava due galee all’assalto. Nelle furia del combattimento, Barbarigo alzò la visiera per urlare ordini ai compagni. Ferito ad un occhio da una freccia, morirà due giorni dopo a Messina. La disperazione dei veneziani fu però confortata dall’improvvisa ribellione degli schiavi cristiani a bordo delle galee turche, che si sollevarono dai banchi di schiavitù e si lanciarono con le loro catene contro le scimitarre degli ottomani, consentendo col loro sacrificio di contenere definitivamente l’attacco.
Alla destra dello schieramento, Diego di Urbino, comandante della “Marquesa” ordinò a Miguel Cervantes di aggirare una galea con una scialuppa. Nell’operazione, Cervantes fu ferito due volte, al petto e alla mano sinistra, di cui perse definitivamente l’uso. Ricoverato a Messina, presso il grande ospedale dello stretto, si dice che durante la lunga convalescenza di sei mesi cominciò il suo “Don Chisciotte”.
Gli storici più esperti di strategia militare sottolineano l’errore fondamentale della flotta ottomana, già provata da una lunga campagna di assalti nel Mediterraneo e che aveva trovato momentaneo riposo nella stretto golfo di Lepanto. Inespugnabile. Ma l’ordine del Sultano fu perentorio “Dovete dare battaglia!”.
Così fecero, salpando col vento a favore e producendo un rumore assordante di timpani, tamburi e flauti contro le navi della Lega cristiana, che aspettavano nel più assoluto silenzio. Improvvisamente alle ore 12 il vento cambiò direzione (ricordate questo dettaglio), le vele dei turchi si afflosciarono e quelle dei cristiani si gonfiarono.
Fiato alle trombe e via al fuoco dei cannoni delle Galeazze, mentre Don Giovanni sul ponte ballava la Gagliarda in segno di sfida. Il resto ormai lo sapete.
Fu dunque alle 17 circa che la testa del capo Ottomano Muezzinzade Alì Pascià, ucciso in combattimento, fu issata sull’albero di maestra della “Real Spagnola” come segnale inequivocabile della vittoria.
I pirati algerini riuscirono a fuggire in alto mare, ma furono i soli a salvarsi.
80 galee turche furono affondate e 117 catturate. Furono 30mila gli uomini persi, tra morti e feriti. Gli 8 mila i prigionieri catturati, divennero il nuovo motore delle galee cristiane.
15 mila schiavi cristiani furono liberati. Il giorno prima della battaglia si erano “votati alla Madonna” per la loro libertà. Sbarcarono poco tempo dopo a Porto Recanati, che aveva fornito al papa 108 remiganti agli ordini del capitano Paolo Gigli. Salirono in processione alla Santa Casa di Loreto, dove offrirono le loro catene alla Madonna. Con queste catene furono costruite le cancellate davanti agli altari delle cappelle.
Non stupisca questa particolare devozione, perché lo stesso papa San Pio V° attribuì la vittoria alla Madonna di Loreto che gliela aveva annunciata con una visione e stabilì che il 7 ottobre fosse dedicato a “Nostra Signora della Vittoria”. La notizia della vittoria arrivò a Roma 23 giorni dopo, ma si racconta che il giorno della battaglia il papa abbia esclamato, alla presenza del cardinal Cesi “Sono le 12 (ricordate il cambio di vento?), suonate le campane, abbiamo vinto a Lepanto per intercessione della Vergine Santissima”.
Don Giovanni d’Austria, che sulla sua nave aveva uno stendardo con anche l’immagine della Madonna e la scritta “S.Maria succurre miseris”, nel 1576 effettuò un severissimo pellegrinaggio da Napoli, a cavallo nel pieno dell’inverno, per ringraziare e chiedere perdono del ritardo nello sciogliere il voto di cinque anni prima, a causa dei numerosi impegni. Le cronache narrano che si confessò con gran devozione e “non di ciò appagato, aggiunse allora al voto già adempiuto un ricco dono di danari”.

La battaglia di Lepanto fu la prima grande vittoria di una flotta cristiana occidentale contro l’Impero ottomano, ma la sua importanza fu soprattutto religiosa e psicologica. Certamente si potè gioire dell’evidente disparità dei costi, solo 15 navi perse e 7500 morti da parte cristiana. Tuttavia, come ebbe a dire poco dopo il Sultano all’ambasciatore veneziano “Gli infedeli hanno bruciacchiato la mia barba, ma ricrescerà”.
Gli ottomani, infatti, riuscirono in seguito ad incrementare i propri domini, strappando tra l’altro Creta ai Veneziani. La mancata coesione tra le forze cristiane impedì di sfruttare appieno la vittoria. Perfino Cipro, persa solo due mesi prima, non fu riconquistata per esplicito volere di Filippo II° per vendicarsi della strenua opposizione di Venezia al progetto di dominio spagnolo nella penisola italiana. E non dimentichiamo che un secolo dopo (1683) i Turchi saranno sotto le mura di Vienna.
La Serenissima dovette firmare quindi una pace a condizioni così poco favorevoli che in quell’occasione il Gran Visir Sokkolu disse che “i Veneziani avrebbero potuto fidarsi più degli ottomani che degli altri stati europei, se solo avessero ceduto al volere del Sultano”.
Lo fu stesso Venier fu destituito dal comando, su pressioni di don Giovanni d’Austria con cui ebbe un rapporto sempre conflittuale. Fu però eletto doge all’unanimità nel 1577. Un violento incendio, nel dicembre dello stesso anno, demolì un’intera ala del palazzo Ducale, contenente inestimabili opere. Venier morì l’anno dopo, alcuni sostengono non solo per malattia, ma anche per il dolore causato dal disastro. E’ sepolto nella cappella della Madonna del Rosario, nella chiesa di San Giovanni e Paolo, dove è custodita anche la pelle di Bragadin.
Aggiungiamo un altro dettaglio di cui poco si ricorda, a questo quadro paradossale nei rapporti degli stati cristiani. Uno è il diffuso, montante antisemitismo. I cristiani dell’epoca odiavano gli ebrei forse più degli arabi e trovavano alimento in tale sentimento nel fatto che molti commercianti e possidenti ebrei nell’impero ottomano commerciavano e finanziavano il Sultano.
L’altro punto critico riguarda i principi tedeschi reduci dalla Riforma protestante. La Lega Santa si chiese se non fosse il caso di servirsi anche delle loro forze “cristiane” per contrastare i mussulmani, ma l’anatema del papa fu irriducibile.

In tutto questo, come si collocano le campane della chiesa di San Nicolò al Lido di Venezia?
Spostiamoci in quella sede e, con un’immaginaria macchina del tempo, avviciniamoci all’antico Lio, non già a quel Lido attuale, che in realtà nasce solo alla fine dell’800, primi del ‘900, quando inizia l’interesse imprenditoriale per le spiagge e sorgono i primi grandi alberghi.
Immaginiamoci quell’isola selvaggia in cui la chiesetta di Santa Maria Elisabetta, con i suoi pochi abitanti contadini e pescatori, nel 1565, invia una supplica al patriarca per la consacrazione del piccolo oratorio, per formare un piccolo cimitero e per avere almeno un cappellano per le urgenze. Si denunciavano le difficoltà per raggiungere San Pietro a Venezia, specie d’inverno e col vento impetuoso.
Possiamo dunque capire che l’isola era scarsamente abitata. La natura regnava incontrastata, con vaste aree non coltivate e spesso acquitrinose. Non esistevano strade, si praticavano la caccia e la pesca, si galoppava tra le dune. Tuttavia l’importanza strategica della lunga, naturale barriera alla laguna costituita dall’isola, una sorta di naturale ponte levatoio della città, era ben valutata e garantita da continui controlli delle difese degli argini da parte delle magistrature veneziane.
Due erano i punti nevralgici, ai due capi dell’isola. A Sud, il borgo di Malamocco, erede dell’antica Metamauco, secondo la leggenda scomparsa in un maremoto.  A Nord, il complesso militare e religioso di San Nicolò.
La chiesa, che i veneziani chiamano San Nicoletto, fu fondata dal Doge Domenico Contarini nel 1044 e completata nel 1053 col convento dei Benedettini. L’altare custodisce le reliquie di ben tre santi uomini, vescovi di Myra, città dell’antica Licia, ora costa turca, vicina all’isola di Rodi. Si tratta di Nicolò, dello zio Nicolò il vecchio e di Teodoro.
Sui resti di San Nicola si è accesa una lunga diatriba, perché anche la città di Bari possiede le reliquie del Santo. E’ accertato che i baresi arrivarono per primi a Myra, dove un marinaio penetrò nella tomba ricolma di un’acqua che “emanava una straordinaria fragranza che superava la soavità di tutti i profumi”,  e raccolse dal liquido le ossa che galleggiavano.
Dieci anni dopo, durante la prima crociata, i veneziani dopo un’infruttuosa esplorazione della vecchia sepoltura, “attratti dalla fragranza” trovarono una nicchia e raccolsero quanto restava delle ossa del Santo.  “Allo scoprirsi delle reliquie, si diffuse per tutta la Chiesa un odore di Paradiso” recita la relazione di un anonimo monaco testimone dell’evento. La nave fece ritorno al Lido il 6 dicembre 1098, alla vigilia di San Nicolò e le preziose reliquie furono consegnate alla Chiesa a lui dedicata.
Da allora il “sapiente nocchiero dei greci” che la leggenda vuole salvasse un’imbarcazione dalla tempesta, divenne il protettore della flotta della Serenissima, nonché ancor oggi di tutti i marinai.

Al mare è intimamente legata questa chiesa fin dal 998, dalla famosa spedizione navale organizzata dal doge Pietro Orseolo II per liberare l’Istria e la Dalmazia dai terribili e infidi pirati narentani, che osavano razzie anche nel territorio veneziano.
Nel 943, il 2 febbraio, a Venezia, un gruppo di dodici fanciulle vergini venivano condotte in barca, agghindate con i più bei gioielli, al rito della “Purificazione” alla chiesa di Pietro di Castello. I narentani rapirono le fanciulle, ma, attardatisi nei pressi di porto Santa Margherita (Caorle) per spartirsi il bottino, vennero raggiunti e trucidati dalla flotta veneziana rapidamente organizzata dal doge Pietro III.
L’incubo dei pirati contrastava dunque con il progetto di Venezia di mantenere l’ordine e la legalità nell’intero Adriatico, considerando quel mare come il proprio Golfo e la necessità di mantenere la sovranità sulle isole, scali e porti per la propria espansione commerciale.
Ecco perché la vittoria del doge Orseolo II, che si narra per la prima volta issò lo stendardo di San Marco in segno di raggiunta indipendenza, col beneplacito di Bisanzio, garantì anche il transito sicuro delle galee mercantili veneziane.
Un passo decisivo che diede vita a quella festa dello sposalizio del mare, coincidente con la festa della Sensa (Ascensione) che si svolge davanti alla Chiesa di San Nicolò. Era la sagra più importante dell’anno nella città dedicata agli scambi e al commercio. Il rito si compie ancora oggi, con il lancio di un anello nuziale sull’ideale linea d’acqua che univa i due castelli difensivi, quello di San Nicolò e la dirimpettaia isola di sant’Andrea. Lì spesso si formano dei vortici di corrente, lì sembrano unirsi le acque della laguna con quelle del mare.

In quel tempio, oggi così serenamente dormiente, s’incontrarono nei secoli i più illustri personaggi. Testimoni dell’abile diplomazia veneziana, vi giunsero il papa Alessandro III e l’imperatore Barbarossa, per sottoscrivere la storica pace. Vi passò anche la regina Caterina Cornaro, che tornava a Venezia per donare il regno di Cipro alla Serenissima.
In quest’affascinante ingresso alla laguna, nel 1573 vi furono spettacolari festeggiamenti in onore del re di Francia e di Polonia, Enrico III di Valois. Venezia, dopo la rottura dell’alleanza con la Spagna e con lo stesso imperatore, guardava con crescente interesse alla Francia.
A San Nicolò in quell’occasione, Andrea Palladio aveva fatto alzare un arco di trionfo dipinto da Paolo Veronese e Jacopo Tintoretto. (Enrico III volle poi incontrare il vecchio Tiziano e si fece ritrarre da Tintoretto, ma pare che il re gradì soprattutto la visita alla più famosa, corteggiata e desiderata donna veneziana, Veronica Franco, nota per l’incredibile bellezza, per le sue rime d’amore oltre che per la sua libera condotta sentimentale. Il sovrano ripartì con un paio di sonetti e il ritratto di Veronica.)

Questa porta verso il mare vide anche partire la flotta della quarta crociata del 1202, quella molto travagliata, guidata da Enrico Dandolo che portò anche alla discussa conquista veneziana di Zara e alla liberazione di Costantinopoli.
Nell’area alle spalle del monastero dei benedettini a San Nicolò, quella occupata dall’attuale aeroporto Nicelli, ed anche oltre, verso la spiaggia, si accamparono, in condizioni precarie e tormentati dai mercanti con cui avevano contratto debiti,  decine di migliaia di crociati che avevano concordato con Venezia il trasporto in terra santa.
L’esorbitante cifra di 85.000 marche imperiali d’argento, per la quale i veneziani si erano impegnati a fornire le navi per il trasporto, il rifornimento di viveri, oltre a 50 galee che avrebbero accompagnato la spedizione in cambio della metà del bottino, non fu mai raggiunta.
Mancavano ancora 34.000 marche d’argento e i veneziani si rifiutarono di prendere il mare. Intanto i 4.500 cavalieri con i loro cavalli, i 9.000 scudieri e i 20.000 “sergenti a piedi”, più tutto il vario popolo che seguiva la spedizione, affollavano rumorosamente il Lido, dopo essere stati cacciati dalla città, dove avevano portato scompiglio, insidiando le donne e con piccoli furti e risse nelle locande.
Fu raggiunto un compromesso, perché il danno ricadeva anche sui veneziani che avevano investito molti capitali, che temevano di perdere ed erano costretti a fornire viveri ai crociati. Il capo dei crociati, Bonifacio I del Monferrato si accordò con Enrico Dandolo. I veneziani avrebbero partecipato all’impresa e il doge avrebbe assunto il comando. (Secondo alcuni fu pattuita anche la conquista di Zara).

La mattina del primo ottobre, passarono davanti a San Nicolò, per prendere il largo, le 240 navi da guerra, con gli scudi dei soldati disposti intorno ai bordi. Proteggevano le navi da carico equipaggiate e gli uscieri, cioè piccoli navigli ausiliari, specializzati nel trasporto dei cavalli, fatti salire su innovative passerelle per l’imbarco rapido e tenuti sospesi con speciali cinghie, per garantirne la stabilità e sottrarli al mal di mare. Completavano il gruppo 50 veloci galee, allestite a tempo di record nell’Arsenale.
L’ammiraglia del doge Enrico Dandolo, era dipinta di rosso e alzava vele vermiglie.
Secondo la testimonianza di uno dei partecipanti, Goffredo di Villehardouin
«E la flotta da essi allestita era di tanta bellezza ed eccellenza, che mai cristiano ne vide una più bella ed eccellente; così le galere come le navi da trasporto, e bastevole per almeno il triplo degli uomini adunati nell'armata.»

Da sempre la convivenza dei monaci  di San Niccolò era stata costretta alla presenza militare. E non poteva essere altrimenti, considerata l’importanza strategica del luogo. La presenza del baluardo detto Castel Vecchio, ormai perduto, ma ancora visibile nelle carte cinquecentesche, ben orientato verso il dirimpettaio Castel Nuovo, sostituito nel 1594 dall’attuale Forte del Sanmicheli, nell’isola di Sant’Andrea, spiega bene la tenaglia di chiusura agli ingressi indesiderati in laguna.
L’imboccatura del porto venne ribattezzata come Li Do Castelli, perché alle triple catene, tirate all’occorrenza tra i due forti per impedire il passaggio di navi nemiche, potevano aggiungersi anche degli speciali pontoni armati, le gaggiandre, pronti a far fuoco su chi tentasse di penetrare.
Dopo la guerra di Chioggia, che vide Venezia assediata verso la fine del Trecento, il Castel Vecchio venne rinforzato  da mura che inglobavano anche il monastero, formando una vera cittadella murata autosufficiente. Il luogo era anche famoso per un suo pozzo, sempre ben fornito di acqua dolce. Qui si aggiunsero le attività di fusione e di collaudo di cannoni, la fabbricazione e lo stivaggio della polvere da sparo. Fu edificata, inoltre, una nuova caserma in grado di ospitare più di duemila soldati che andava a sostituire l’antico Serraglio, cioè l’accampamento delle truppe mercenarie.

Ricordiamo che nello spazio tra la Chiesa e il Castel Vecchio, era collocato il Bersaglio, cioè il luogo di esercitazione alle armi di tutti i veneziani.
Come chiarisce L.Menetto nella sua bella guida alle isole, fin dal ‘300, tutti gli uomini veneziani tra i 16 e 35 anni dovevano esercitarsi, “i plebei di festa e i nobili di altra giornata”, una volta alla settimana al tiro con l’arco. Nei Diarii di Marin Sanudo, si sottolinea che la consuetudine proseguì per secoli e che l’obbligo mancato prevedeva una multa di un grosso, o due se si era patrizi.

Il monastero era ricompensato, nella forzosa convivenza con i militari, da un fondo molto vasto, che s’inoltrava in larghezza fino alle pendici dei montones, le dune marine. I molti ettari di terreno coltivato prevalentemente a vigna, proseguivano in lunghezza fino alla parte centrale dell’isola, quella corrispondente all’attuale Gran Viale.
I numerosi vignaioli del Lido si erano raccolti come da tradizione, sul finire del Trecento, in una Scuola di mestiere a San Nicolò, contando sulla protezione dei religiosi. Le cronache dell’epoca riportano le frequenti lamentazioni dei monaci per il chiasso nelle osterie della cittadella fortificata, frequentate dagli ortolani, ma soprattutto dai soldati, colpevoli di “continuae turpitudine set abominationes”.

La Chiesa assunse le forme attuali nel 1626, a ridosso della terribile pestilenza del 1630. La facciata è manifestamente incompleta e per quanto suggestivo l’interno, pare poco adeguato alle importanti reliquie che il tempio contiene.
Chi è stato a Bari, conosce l’affollamento alla cripta che custodisce i resti di San Nicola (Il 60% perché il 40% è a Venezia) e l’importante, affollatissima cerimonia del 9 maggio (giorno in cui le spoglie furono portate a Bari dai 62 marinai) durante la quale viene raccolta in un’ampolla dalla tomba del Santo, la sacra manna (secondo la scienza un’acqua di particolare purezza) che miracolosamente sgorga dalla pietra. La stessa poi viene diluita con acqua e versata in piccole bottiglie distribuite ai fedeli.
Nessuno dei turisti e neppure dei veneziani, conosce invece l’episodio del 1449, quando ci si accorse che dal marmo dell’altare di San Nicolò al Lido, ove erano custodite le reliquie dei santi, trasudava un misterioso liquido che venne intriso in alcuni panni. Si parlò anche di miracolose guarigioni, finché San Lorenzo Giustiniani, vescovo di Castello, ordinò la riapertura della tomba. Le cronache riportano che si trovò “un piccolo vaso di liquore, condensato a forma d’unguento” e sotto le reliquie del santo “un marmo nero inciso di parole greche – reliquie di San Niccolò Mansueto stillanti liquore”. Continua poi il racconto con l’arrivo del doge Francesco Foscari e dell’intero senato, convocato “all’adorazione dei sacri corpi dai quali usciva incessantemente odore soavissimo di paradiso”.
Dopo un mese di esposizione al popolo, Il doge decretò che i corpi fossero richiusi e “mai più in avvenire avessero ad essere riaperti”.
E con ciò si chiuse la partita, perché delle virtù miracolose sgorganti dalle reliquie del santo si perse quasi la memoria. Eppure San Nicolò o San Nicola è una delle figure più importanti della tradizione cattolica e ortodossa. E’ il “santo della chiesa indivisa”, venerato prima dello scisma del 1054. E ancor oggi nella cripta di Bari di cui è patrono, è custodito con concorde, alternata collaborazione, da cristiani e ortodossi. E considerato un santo miroblita (dai cui resti, cioè, cola un olio profumato) molto amato nei paesi dell’Est. E’ il santo patrono della Russia. E’ il protettore della città di Amsterdam come SinterKLaas, che a New York divenne Santa Claus e in Italia Babbo Natale.
Il santo oggi è patrono di marinai, pescatori, farmacisti, profumieri, bottai, bambini, ragazze da marito, scolari, avvocati, prostitute, mercanti, commercianti e vittime di errori giudiziari. Qualcuno dice anche dei ministranti, cioè laici che svolgono servizio durante la liturgia.
Sembra ce ne sia abbastanza, per giustificare una serie potente di peregrinazioni e cerimonie di adorazione. Non è così e non lo fu neppure in un recente passato, tanto che nel 1770 chiesa e monastero vennero soppressi e destinati all’uso militare.
Ritornarono alla loro funzione originale solo nel 1926 e furono affidati ai Francescani. La chiesa era stata completamente spogliata dei suoi tesori e talmente malridotta che i frati impiegarono anni di lavoro solo per ripulirla.
Le antiche testimonianze risalenti alle origini sono davvero poche, una parte del pavimento a mosaico, un’ala del chiostro, i due capitelli bizantini all’ingresso del monastero. Sopra il portale si trova l’urna del doge fondatore, Domenico Contarini.
All’interno della chiesa, nel coro, un piedestallo ligneo sorregge tre antiche campane, fuse nel 1528. La più grande porta l’effige della Vergine e di San Nicolò, la mediana quelle di San Francesco e Sant’Antonio da Padova, l’ultima quelle di San Benedetto e San Marco.
Come antichi guerrieri nelle loro corazze brunite, se ne stanno mute a guardia della storia di quei luoghi. Eppure nel silenzio esplosivo della chiesa deserta, si può sentire con forte emozione la loro voce e il racconto di quel giorno, quando ancora erano in cima al campanile. Quella torre che era l’ultima costruzione che potevano vedere dal mare i marinai in partenza per l’Oriente e la prima che intravedevano ansiosi al ritorno. E dalla vetta, nella cella campanaria anche i frati potevano scrutare l’ondulato, lontano orizzonte, fino a dove il mare pare scivolare nel cielo.
Lì salirono in fretta, la mattina del mese di ottobre 1571, quando una scarica di artiglieria in segno di gioia annunciò l’arrivo, a vele spiegate di una galea veneziana.
Era la galea di Offredo Giustiniani, l’Anzolo Raffaele (non certo scelta a caso).
I monaci capirono subito e cominciarono a suonare all’impazzata le tre campane, che ora mostrano nel pavimento ligneo che le sorregge, l’antico battaglio, la spada con cui fecero la loro felice battaglia sonora.
Al gran frastuono, militari, monaci, uomini, donne, bambini, tutti accorsero sulla riva per vedere la nave che esibiva a bordo un gran numero di soldati vestiti alla turchesca. E ancora ecco apparire le bandiere ottomane “parte strisciar l’acqua, parte svolazzar per l’aria”.
L’urlo felice della folla che aveva capito si mescolò all’ostinato richiamo delle campane, che continuavano a trascinar nell’aria, appesi alle corde, i monaci esaltati nell’esecuzione.
Immediatamente, imitando quelle di San Nicolò, tutte le campane di Venezia e della laguna cominciarono a suonare a distesa. Tutti avevano compreso.
A Lepanto, vittoria!

Ecco, anch’io, davanti a queste campane credo di aver capito. La storia si presenta spesso come una facile lettura, dove sono ben distribuiti i meriti e le colpe, i vincitori e vinti, le cause e gli effetti.
Ma questi muti bronzi, che fecero a suo tempo un così bel lavoro, come vecchi saggi sembrano consigliarmi di andarci piano. Sembrano dirmi: “Noi annunciammo la vittoria, ma poi chi in realtà aveva vinto?”
A vederla nei dettagli, forse gli ottomani non avevano perso del tutto, forse i veneziani che non riebbero neppure Cipro e pagarono a caro prezzo per anni l’impegno bellico, non avevano fatto un grande affare, forse i Turchi non erano i soli crudeli, se poi la Serenissima decise segretamente di eliminare i prigionieri di maggior valore, rompendo la tradizione del riscatto, per evitare che ricostruissero un’altra flotta, forse...
Insomma, in questi giorni difficili, quando molti sembrano avere la facile soluzione in tasca, quello che volevo condividere con voi è l’aforisma che una volta ebbe a pronunciare il compianto Umberto Eco: “Per ogni problema complesso c’è sempre una risposta semplice, ma è quella sbagliata”.








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