Silvia Pagliarani - Concorso Lagunando

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Silvia Pagliarani

LAGUNANDO 2020 > selezionati 2020
Nata a Cesena, mi sono trasferita a Padova da piccola con la mia famiglia.
Mi sono laureata in economia aziendale a Cà Foscari, lavoro in banca.
Sposata con due figli.
Dopo essere tornata dal Cammino di Santiago ho riscoperto un ritmo nuovo, lento, che mi ha cambiato il modo di affrontare la vita.
ORTI DEI DOGI
RACCONTO
Il mio immenso blu




«Buongiorno dottore».
«Buongiorno signora, lei ha un tumore maligno».
Non mi ero ancora accomodata sulla sedia, e mentre gli stringevo quella mano inconsistente, tutto aveva cominciato a girare veloce, mi sembrava di essere dentro una tromba d’aria che mi sollevava da terra e mi scagliava in un immenso blu. Avrei voluto continuare a volare per ore. E invece.
Tanto lo sapevo anch’io che era maligno, avevo letto l’esito. Ti mandano un sms in cui ti dicono che hanno il piacere di informarti che l’esame istologico è pronto, e che puoi scaricartelo. Poi, è naturale che si vada a curiosare in internet, anche se Fabio mi aveva sgridato subito, e citando Mark Twain mi aveva detto che si può morire per un errore di stampa. Quindi avevo letto solo le prime parole: tumore maligno con basso grado di aggressività.
Ma questo dottore ripeteva più volte tumore maligno, senza aggiungere altro. Il suo sguardo vuoto si nascondeva dietro gli occhialetti tondi, evitando accuratamente di guardarmi in faccia. Cercai allora di intercettare gli occhi della sua infermiera, ma anche lei preferiva guardare il soffitto pur di non incrociare il mio sguardo. Ma cos’hanno tutti in questo ambulatorio che non mi guardano?
Pensare che la signora prima di me mi aveva detto che il dottore era bravissimo, e che spiegava tutto nei minimi particolari, con termini semplici. Ma lei era entrata nell’ambulatorio in fianco al mio.
Il dottore, anzi dottorino perché poi ho scoperto che era uno specializzando, mi parlava come se fossi già sotto terra. E lo faceva con grande naturalezza, anzi, si stava impegnando, forse voleva vedermi piangere. Io guardavo quella bocca sottile che si muoveva, si apriva e si chiudeva, ma quasi non sentivo la voce, e non distinguevo le parole. La tromba d’aria era tornata a prendermi. E tutto girava.
Fabio aveva provato a smorzare i toni.
«Ma dottore, non è che fosse inizialmente benigno, e poi sia diventato maligno?».
«No, questo nasce maligno e rimane maligno. Chissà da quanto tempo è là».
Sembrava quasi contento di dire tumore maligno. Lo ripeteva sempre. Parlava con arroganza, come se fosse il primario con il codazzo dietro. E invece era lui il codazzo.  
Mi spogliai di malavoglia, e su quel lettino lo sentivo che parlava con l’infermiera, tanto io per lui non ero che un tumore maligno che aveva studiato sui libri.
«Qui si dovrà fare un trapianto di pelle» diceva mentre toccava la parte da operare, «poi ci sarà bisogno di un drenaggio», e io vedevo la faccia del dottorino tutta scomposta, come se Picasso gli avesse spostato gli occhi al posto della bocca, il naso era sul collo, e la bocca era proprio scomparsa.
Io avevo smesso di parlare, quasi subito. E ce ne vuole per farmi stare zitta. Ma mi risvegliai immediatamente quando il dottorino cominciò a parlare di date per l’intervento.
«Dottore, senta, io sto per partire per il Cammino di Santiago. Se voi mi chiamate fra venti giorni io faccio in tempo ad andare e ritornare». Questa fu l’unica frase che riuscii a formulare in quel vortice oscuro che era l’ambulatorio sei.
«Signora», sorrisetto di chi prende palesemente per il culo, «non crede che la salute sia più importante di un viaggetto?».
Come se fosse un viaggetto come un altro. Non mi degnai di rispondergli. C’erano troppe tempeste dentro la mia testa. Telefonai subito alla mia amica per dirle che forse non potevo partire. Lei capiva, ma sarebbe partita da sola, ci eravamo tanto allenate per quella data.
Cominciava così la mia battaglia. Non volevo farmi risucchiare dal terrore. Anzi, volevo cercare di capire perché mi era venuta questa cosa quando cercavo di coltivare il mio pensiero, e il mio corpo, come fosse un bel giardino da far fiorire. E invece era arrivata la bestiolina. Ricordavo il terrore che mi strizzava lo stomaco anni prima, quando avevo letto un altro esame istologico. Quindi, obiettivo numero uno della giornata era cercare di dormire senza paura. Perché la paura non fa bene.
Cercai di allontanare da me la figura scomposta del dottorino, perché quello non c’entrava niente con me, e feci appello a tutte le tecniche di yoga, meditazione, rilassamento e autoguarigione che potessi ricordare. Riuscii a dormire tutta la notte. Senza stritolamenti di stomaco.
Mi arrabbiai molto però quando lessi la relazione della visita: “Si spiega l’esito dell’esame istologico … e si programma l’intervento di radicalizzazione …  “. Si spiega l’esito? Mi era stato spiegato l’esito mentre io stavo volando nel mio immenso blu e non avevo sentito? Chiesi conferma a Fabio, e a parte tumore maligno non era stato detto altro. Tornai in ospedale con gli esami preoperatori, e mostrando all’infermiera la lettera incriminata le dissi che non mi era stato spiegato un bel niente. E che volevo parlare con il responsabile del reparto.
Mi chiamò il medico bravo, dopo una mattinata in sala operatoria. Il tono pacato, una leggera erre moscia, e una grande empatia mi misero subito a mio agio. Mi disse che con la sua esperienza nella maggior parte dei casi la mia patologia non dava brutte conseguenze, ma che dopo l’intervento avrei dovuto essere monitorata costantemente con molti esami di controllo.
Mi presi un giorno per decidere se partire o meno.
Camminare mi faceva bene, potevo stare fuori per ore senza stancarmi. Preferivo camminare da sola, passo dopo passo, nel silenzio della natura. Ma per allenarmi dovevo fare molti chilometri, e poi dovevo anche sintonizzarmi col ritmo della mia amica, quindi spesso ci allenavamo insieme. Altre volte camminavo con Davide, anche lui sarebbe partito per il Cammino di Santiago poco dopo di noi.
Raffaella ed io partimmo il 30 di aprile.
Porto ci accolse con un vento purificatore. Avevamo deciso di dare una nostra personale interpretazione della pellegrina, e iniziammo subito con una degustazione completa di porto nelle cantine della parte antica della città, proprio sul lungofiume. Il ponte di ferro a due piani sembrava una torre Eiffel adagiata sulla strada, le casette colorate mettevano allegria, e i gabbiani volavano disordinati sopra le barche dei pescatori. Un ragazzo teneva la folla col fiato sospeso perché sembrava si volesse tuffare dal ponte, che era altissimo, ma poi non si tuffava mai.
Eravamo molto fiere delle nostre conchiglie prese alla Cattedrale, dove avevamo raccolto il primo timbro. Avevamo scelto la Senda Litoral del cammino portoghese per stare vicino al mare. E infatti il primo tratto del nostro cammino era costeggiare il fiume Duero per raggiungerne la foce. Fu una piacevole sorpresa vedere un lungo molo bagnato dalle onde che si protendeva verso un oceano infinito. Sembrava una mano che veniva offerta a chi aveva bisogno di aggrapparsi. A me è sempre piaciuto andare sui moli, forse perché è uno dei pochi ricordi di mio padre. Quando mi portava in cima al molo di Cesenatico il papà era contento di dirmi che era stato costruito da Leonardo da Vinci. Nel molo di Porto eravamo avvolte da un vento caldo che faceva ballare i capelli e il foulard, le onde scherzavano con quelli come noi che osavano avanzare per raggiungere la punta. Raffaella non era felice di farsi lavare dalle onde del porto, mentre io mi sbracciavo, e cercavo di dirle che poteva correre fra un’onda e l’altra.
Alla fine conquistammo la cima del molo. Era bellissimo essere là. Con l’oceano davanti. Improvvisamente mi sentii inondare da quel blu immenso che sembrava mi volesse dire qualcosa. La melodia delle onde, il sapore del mare, il canto del vento, e forse anche mio padre, mi dicevano di stare serena e avere fiducia. Ero felice. Raffaella mi disse che sembravo una bambina che giocava sulla spiaggia. E mi sentivo proprio così.
L’oceano era il nostro fedele compagno, le passerelle si snodavano sulle dune di sabbia, e fra un mulino e una casetta di pescatori, c’era sempre lui alla nostra sinistra che ci teneva per mano e che sussurrava la colonna sonora del nostro cammino. Però non avevo ancora avuto occasione di mettere i piedi in acqua. Nella prima spiaggia, con le onde che sbattevano forti sulla battigia, mi buttai letteralmente dentro la schiuma dell’oceano. La bambina dentro di me era tornata a trovarmi, e giocava felice con la risacca delle onde. A volte osavo addentrarmi in quel mare, ma le onde erano minacciose e si rompevano fragorosamente sulla spiaggia. Era meglio stare attente, per non venire risucchiate.
Il continuo andare e venire delle onde fece scattare qualcosa dentro di me, sembrava un respiro grande che mi prendeva dentro. Era una inspirazione e una espirazione, una espansione e un ritiro, un chiedere e un dare, era riempire e svuotare, era pregare e ringraziare. Era tutto ed era niente. E in quel tutto io mi immersi, per pulirmi e rigenerarmi. Nel mio immenso blu.
La prima sera ero distrutta. Ma c’era un tramonto strepitoso che mi diede la forza di uscire per la cena. Dopo quasi trenta chilometri, ne avremmo fatti altri cinque per cercare il menù del pellegrino, che nessuno sembrava conoscere. Le energie di Raffaella erano inesauribili. Non tenevo un diario, ma ogni giorno cercavo di scrivere almeno una frase. Quella sera scrissi: “espansione, fare spazio, libertà, per fare le cose che fanno stare bene, che danno gioia e per togliere le cose che non piacciono, che si fanno per forza”. Oceano blu che espande. E che libera.
Era il ritmo lento del cammino che regolava le nostre giornate, un ritmo che era suo mio e nostro, era una simbiosi di respiro e di passi. Un passo alla volta. Per arrivare alla meta. Che poi non era la meta, ma una tappa e un nuovo inizio. Era lasciare andare. Era seguire il mio passo senza preoccuparmi del passo di Raffaella, magari più veloce a tratti. Era il rispetto di una per l’altra che ci faceva capire quando si aveva voglia di parlare, di ridere, o di stare semplicemente in silenzio. La mia compagna di cammino era straordinaria. La frase della sera era: “lasciare andare, consegnare al sentiero le zavorre, alleggerire”.
Scoprivo la libertà di stare dentro la natura, sempre all’aria aperta, con il cielo sopra la testa, respirando i profumi della terra e del mare. Dal primo giorno iniziai il rito del sassolino: sul sentiero c’erano delle torri di sassolini, alcune piccole, altre più grandi, costruite dai pellegrini che ci avevano precedute. Almeno una volta al giorno mettevo anch’io il mio bel sassolino, che sceglievo con cura fin dal mattino.
La Senda Litoral però non era sempre facile. Spesso dovevamo ripercorrere molta strada per raggiungere il ponte in prossimità delle foci dei fiumi. Avevamo scelto di utilizzare una guida cartacea, ma non avevamo gli aggiornamenti, soprattutto dei nuovi lavori sulle passerelle. Infatti ci perdemmo. La nostra guida non ci poteva più aiutare, e non riuscivamo a trovare il classico simbolo della conchiglia gialla stilizzata. Ma nemmeno in quella occasione scaricammo le tracce del cammino sul cellulare. Senza dircelo. Facemmo molta fatica a raggiungere Praia de Amorosa, ci avevano consigliato di camminare sulla spiaggia, ma c’era un vento talmente teso che dovevamo fendere l’aria rannicchiandoci in avanti. La sabbia arrivava sul viso come fosse una raffica di spilli, e le onde sbattevano con tale violenza che non potevamo camminare sulla sabbia bagnata. Ad ogni passo sprofondavamo dentro la sabbia. Era una bufera. Che confondeva le idee.
Quando raggiungemmo finalmente la strada, una ragazza a cui avevamo chiesto indicazioni ci offrì un passaggio per la tappa della giornata, Viana do Castelo. Rifiutammo. Volevamo arrivarci a piedi. Ma anche in questo caso il ponte che portava al paese sembrava una chimera. Raffaella era sempre ottimista, diceva che sicuramente c’era un altro ponte, per noi pellegrini. Ma non era vero. Avevamo capito che gli ultimi chilometri erano sempre i più impegnativi, con i ponti che davano mostra di sé solo all’ultimo momento.
Il momento più bello della giornata era la sera quando potevamo toglierci le scarpe. Magari con una birra Estrella. Ringraziavamo i nostri piedini che ci stavamo portando alla meta. Che poi era nuova tappa. Avevamo molta cura per i nostri piedi: mattina e sera li massaggiavamo con la crema apposita, e anche durante il giorno ci cambiavamo i calzetti e li inondavamo di crema. La frase di quella sera era: “trovare la strada, trovare i ponti, evitando le ridondanze, per non rifare la stessa strada, non rifare gli stessi errori, non rifare le stesse cose. Cambiare è movimento, è vita”.
Era arrivato il momento di salutare il Portogallo. C’era un traghettino da prendere per raggiungere la Galizia, e là ci scattarono la mia fotografia preferita: le due pellegrine sorridenti sul primo cippo spagnolo. Il cippo era contrassegnato dalla classica mattonella blu con la conchiglia gialla stilizzata, ed erano segnati anche i chilometri mancanti a Santiago di Compostela. In quel momento ne mancavano 165. Un bel maialino nero ci accolse in terra spagnola, e lo scenario cambiò completamente. La spiaggia divenne roccia, e la costa cominciò a salire. L’oceano ci accompagnava sempre, ma a distanza, lo potevamo intravvedere fra gli eucalipti e le felci. In Spagna ci si salutava sempre fra pellegrini, ed era naturale augurarsi ‘buen camino’. Anche i piccoli paesi di pescatori lasciavano il posto ai primi borghi medievali, sembrava di essere proiettate al tempo dei templari. Dopo Vigo salutammo l’amato oceano per addentrarci nelle colline di vigneti. Raffaella era sempre fresca come una rosa, sembrava avesse bevuto la pozione di Asterix. Io continuavo il mio rito del sassolino, solo che in Galizia i sassolini si mettevano sulla cima del cippo.
Un giorno feci particolarmente fatica. Eravamo arrivate a Redondela dove il nostro cammino si ricongiungeva al Cammino Centrale, e avevo cominciato a sentire male al ginocchio. Dato che conoscevo i miei limiti fisici, temevo che si sarebbe gonfiato. Trovai il mio bastone in un bosco di eucalipti, e sentii subito un grande beneficio. Era bellissimo, arcuato e resistente. Nel cammino viene definito ‘l’aiuto di Dio’. Io lo agghindavo con un fiore ogni giorno di colore diverso, che legavo più volte perché tendeva a cadere a ogni passo. Raffaella parlava sempre con tutti. Anche quel giorno, nel cimitero di un paesino, parlò a lungo con una vecchietta che diceva di avere cento anni, e che aveva appena seppellito il marito. La frase di quella sera era “avere cura: cura per guarire, cura per le cose, cura per la casa, cura per il cibo, fare le cose con cura”.
In questo tratto del cammino gli odori e gli aromi erano i protagonisti: il profumo balsamico degli eucalipti, l’odore pungente della terra umida del sottobosco, gli aromi dei fiori di tutti i colori, il profumo dei pini. C’erano delle meravigliose calle bianche che spuntavano in mezzo agli arbusti. Come se un pennello avesse punteggiato di calle il sottobosco. Un ruscello si snodava in fianco al nostro sentiero e gorgogliava tranquillo.
Pontevedra fu amore a prima vista. Le case con i portici mi ricordavano la mia città, e poi fummo accolte da un ragazzo con i dread che ci invitava a provare la sua locanda per la cena. Di solito non ci facevamo influenzare dalle proposte turistiche, ma quella sera mangiammo il primo polpo alla galiziana veramente buono.
Avevamo avuto fortuna con il tempo. Ma nelle ultime due tappe trovammo pioggia. Era giusto così, non saremmo state delle vere pellegrine. Avevamo i giorni contati. Ma un passo alla volta riuscimmo a raggiungere Santiago de Compostela nei tempi previsti. La mattina dell’ultima tappa ci svegliammo molto presto, volevamo arrivare a Santiago per la messa del pellegrino, a mezzogiorno. Io pensavo che avrei offerto il mio bastone a San Giacomo il giorno dell’arrivo, invece lo dimenticai proprio quella mattina. Forse sarebbe servito a qualcuno che ne aveva più bisogno. Nonostante la sveglia all’alba e il ritmo serrato, arrivammo mezz’ora dopo la messa. In una Santiago grigia e umida. Eravamo molto fiere di noi. Ci facemmo immortalare davanti alla cattedrale, avvolte dentro le nostre mantelle antipioggia, una rossa e l’altra blu. Raffaella era raggiante mentre facevamo la fila nell’ufficio del pellegrino. Dovevamo ritirare la Compostela e l’ufficio del pellegrino doveva controllare i timbri che avevamo raccolto durante il cammino e certificare che avevamo percorso gli ultimi cento chilometri a piedi. In realtà ne avevamo percorsi più di trecento.
Thomas mi aveva detto che non potevo perdermi Finisterre. Lui aveva già fatto sei diversi cammini di Santiago, e ogni volta lo concludeva là. Non sarebbe nello spirito dei pellegrini prendere i mezzi, ma era consuetudine finire il cammino a Finisterre, che letteralmente significa Fine della Terra. Se fossi riuscita ad andare, dovevo fare una cosa per lui.
Con Raffaella decidemmo quindi di non visitare Santiago l’ultimo giorno, tanto l’avevamo vista bene il giorno dell’arrivo, per andare in pullman al faro di Finisterre. Raffaella ed io ci capivamo sempre al volo. In sintonia sempre, su tutto. Appena arrivate girai un video per Thomas, anzi, per suo figlio che non aveva mai conosciuto. Andava a Finisterre per salutarlo. Quell’anno mi aveva chiesto di salutarlo al posto suo. Le lacrime iniziarono a scendere prima lente, poi sempre più incontenibili. La mia amica aveva capito che avevo bisogno di stare da sola, e senza rendermene conto scesi sugli scogli per stare davanti al mio immenso blu. Per piangere da sola. Ero diventata un tutt’uno con l’oceano attraverso le piccole gocce di lacrime e sale. Poco distante da me c’era una ragazza, anche lei molto emozionata. Ci abbracciammo. Anche lei piangeva da ore. Quel posto era magico.
La frase dell’ultima sera fu: “il canto delle onde dell’oceano risuona in me per guarire, per lavare e per ripulire”.
Avevo imparato che un passo alla volta si poteva arrivare ovunque, e sapere che le mie gambe potevano portarmi dappertutto mi riempiva di gioia. Il ginocchio si era comportato bene, e l’ernia lombare non si era svegliata. Avevo richiesto al mio fisico uno sforzo continuo e importante, e lui mi aveva risposto contento. Salutammo Santiago con l’ultimo saluto da pellegrine: ultreya, fai il tuo cammino.
Al rientro avrei dovuto pensare all’intervento, dovevo assolutamente trovare il modo di non andare sotto le mani del dottore che mi aveva fatto la prima visita in ospedale. La data dell’intervento si stava avvicinando imperiosa, e io non ero affatto tranquilla. Cercavo disperatamente una via d’uscita. Mi misi in contatto con l’Istituto Oncologico di un’altra città per avere un’alternativa. Mi richiamarono subito, ma mi consigliarono di rispettare la data già programmata perché la tempestività poteva fare la differenza.   
Il giorno fatidico, dopo l’accettazione, mi diedero il letto in una stanza del reparto. Passò la professoressa con il codazzo dietro. Lei parlava con grande enfasi di ciascuna patologia, ma a me non disse nemmeno una parola. Ero solamente una malattia da estirpare. Fra i vari specializzandi, c’era il dottorino che mi aveva fatto la prima consulenza oncologica. Anzi, che non era riuscito a fare nessuna consulenza. Cominciai a sudare, mi sentivo così sola, inerme. Era quello che volevo evitare a tutti i costi: affidare il mio destino nelle mani di chi mi aveva trattato male. E che agiva con grande supponenza. Lui non mi degnò nemmeno di uno sguardo, non mi aveva riconosciuta. Mentre a me il cuore batteva sempre più veloce.
Quando mi portarono in sala operatoria non sapevo cosa aspettarmi. Vedevo poco senza occhiali, l’anestesista cercava di mettermi tranquilla, anche le infermiere erano molto carine con me. Mi si avvicinò il chirurgo, mi mise una mano sulla spalla e mi disse, con una delicata erre moscia:
«Bene signora, adesso la addormentiamo, faremo anestesia generale».
Ed io sprofondai nel mio immenso blu.










































































































DESTINI SULLE RIVE DELLA LAGUNA




Il locale era vicino alla bocca di porto. Tavolini sparsi qua e là sotto gli ombrelloni, con una bella vista sul mare da una parte e sulla laguna dall’altra.
A quell’ora del pomeriggio c’era poca gente e soprattutto non c’era nessuno che andasse di fretta. Sandro si sedette e ordinò qualcosa al cameriere cortese.
Dal quel posto il panorama spaziava dalle isole fino alle montagne che si stagliavano sullo sfondo di un cielo limpido e terso.
Era un pomeriggio bellissimo. L’acqua brillava per i riflessi del sole. Una barca scivolava via lenta, con due pescatori a bordo. Distolse lo sguardo e ricominciò a pensare all’ultimo periodo della sua vita come gli capitava ormai sempre più spesso. Era più forte di lui, non riusciva a concentrarsi su qualcosa che fosse al di fuori delle sue vicende personali: altre persone, altre storie, in una parola il mondo. Il peso di quello che gli era capitato era troppo forte. Il suo matrimonio era finito dopo una lenta agonia, sbriciolato poco per volta.
Com’era cominciata?
Non se lo ricordava di preciso e questo era pazzesco perchè si trattava della vicenda più importante della sua vita. Non c’erano stati eventi memorabili, un prima e un dopo. Le cose erano scivolate giù in maniera impercettibile, ma inarrestabile. Semplicemente avevano scoperto di non avere più niente da dirsi a parte le solite banalità. Parlavano, ma non comunicavano. Alla fine le solite parole erano diventate un rito pesante e avevano preferito il silenzio.
Col tempo, per sfuggire a quella condizione imbarazzante in maniera insopportabile, ognuno si era costruito il proprio mondo, due mondi separati dentro a quattro pareti. Non erano riusciti a evitarlo e, forse, non ci avevano neppure provato veramente, come se fosse mancata la volontà, come se la noia e il senso di estraneità li avessero svuotati di energia. Era successo, punto e questo era un fatto. Alla fine era stata lei a voler chiudere, senza drammaticità, come se fosse stata una pratica da archiviare. Non avevano neppure litigato. Il modo perfetto per suggellare la fine di qualcosa che si era estinto senza scossoni, senza passioni.
Questi, da un po’, erano i suoi pensieri. In quel momento si sedette vicino un tizio di mezza età, brizzolato, con abbigliamento sportivo. Aveva un bel portamento, alto e longilineo, ma quando si tolse gli occhiali da sole comparve un viso triste con i lineamenti tirati. “Come va Alvise?” lo salutò il cameriere. Evidentemente si conoscevano. L’altro borbottò qualcosa tipo “Al solito” e cominciarono a chiacchierare.
Quando rimase solo Sandro lo osservò meglio. Lo incuriosì l’espressione fissa dei suoi occhi. Era chiaro che non prestava attenzione a quello che gli capitava intorno, la sua mente stava vagando dietro a qualcosa e a Sandro venne voglia di sapere cosa. Gli sarebbe piaciuto entrare nella mente delle persone, sapere cosa pensi il prossimo andando oltre le apparenze di tutti i giorni. Era sicuro che in tutti avrebbe trovato uno schermo di convenzioni a nascondere i reali intenti della gente, uno schermo impenetrabile anche agli amici, ai familiari e perfino agli affetti.
Pensò, però, a come sarebbe il mondo se si sapesse tutto degli altri in partenza, senza disvelamento, soprattutto nei rapporti affettivi. Rifletté e pensò che senza il senso del mistero, di quello che si nasconde dietro il volto di chi ti sta davanti, alla vita mancherebbe qualcosa. E poi, una conoscenza simile ci renderebbe veramente migliori? Certo, con la sua ex un potere del genere gli avrebbe fatto molto comodo, in particolare nelle situazioni in cui non riusciva a capire cosa diavolo volesse da lui. A mandarlo letteralmente in bestia era il suo rifiuto di dirgli chiaramente cosa si aspettasse. Quando le chiedeva di aiutarlo  era il suo commento stizzito era sempre “Dovresti saperlo!”. L’avrebbe strozzata.
Il cameriere ritornò con l’ordinazione e si sedette al tavolino. “Alvise, vedrai che un lavoro lo trovi”. “Quale lavoro??” si riscosse l’altro. “Sono mesi che cerco, la risposta è sempre la stessa!”. L’amico lo soccorse “Ma tu hai esperienza, competenza, capacità e questo conta”. “Non conta nulla, invece. Mi frega l’età! L’età! A quarantacinque anni sei già fuori capisci? Fuori!”.
Si accese una sigaretta mentre l’altro rimaneva zitto “Prima di Natale ci hanno riuniti per farci gli auguri, i bastardi. Poi, durante le feste è girata la voce che non avrebbero riaperto e infatti dopo la Befana: sorpresa! Cancelli chiusi e saluti a tutti. Fuori, così, da un giorno all’altro e lo sapevano, lo sapevano quando ci hanno fatto gli auguri che eravamo fottuti, lo sapevano, ma come si fa Dio Santo, come si fa??....”. Seguì una bestemmia in falsetto. Riprese, avvilito “Dopo vent’anni di lavoro, gli ho dato il sangue a quei cancheri!” L’amico gli mise la mano sulla spalla.
Alvise sorseggiò il caffè, poi riprese “In giro chiedono gente molto giovane o extracomunitari, così li pagano poco e quando non occorrono più li mandano via con due pedate sui cojoni”. “E i sindacati?” “Ma quali sindacati, lì dentro nessuno aveva la tessera, era meglio  per te”. Il cameriere sospirò “Dai mi informo, conosco gente, qui passano in tanti, metto in giro la voce e vedrai che qualcosa salta fuori”. “Grazie Gianni, ma non serve, non prendono uno dopo i quaranta e poi, adesso c’è anche la malattia” “Quando hai la prossima chemio?”.
Alla parola chemio Sandro rimase senza fiato. Avevano più o meno la stessa età e lui aveva sempre dato per scontata la buona salute. Finì la sua bibita e rimase a pensare: lui, un lavoro sicuro ce l’aveva e stava bene. Certo, la sua vita di coppia era finita, ma in giro c’era chi stava peggio. Questa considerazione se l’era sentita dire tante volte dai suoi amici quando si sfogava con loro e, onestamente, non gli sembrava un granchè: cosa c’è veramente dietro questo sollievo? La gioia inconfessabile nel trovare qualcuno più sfigato? Nobile consolazione. Meglio dire, allora, “potrebbe andarmi peggio”. E poi, cosa significa pensa a chi sta peggio di te? Che bisogna vergognarsi del proprio disagio perchè c’è sempre chi soffre di più? Si girò verso la laguna e immerse gli occhi in quello sfondo di acqua e di cielo.
La barca di prima passò di nuovo, lenta e silenziosa. Si stiracchiò. Una cosa gli sembrava indiscutibile: ad alcuni va tutto bene, altri, invece, sono bersagliati dalla malasorte e nessuno capisce il motivo, neppure i preti. Si concentrò su due signore ad un tavolino non lontano, ingioiellate e abbronzate che stavano parlando rumorosamente del loro prossimo viaggio in Kenya. Ecco: un altro mondo rispetto a quello di Alvise. Dove sta la giustizia?
Si guardò intorno: due ragazze stavano parlando di lavoro: una aveva problemi con il titolare, l’altra con il capufficio. Niente di nuovo sotto il sole. Poco più in là due studenti stavano discutendo di calcio chattando con il cellulare. Solite cose, alla loro età poi! Ordinò un’altra bibita.
Osservò due giovani che si erano seduti al tavolino di fianco. Due palestrati, coperti di tatuaggi e con il taglio dei capelli alla moda. Da quando avevano preso posto non avevano proferito parola riservando ogni attenzione al cellulare. Il futuro dei rapporti umani, pensò Sandro. A dire il vero, negli ultimi tempi con la sua ex non si scambiavano neppure il buongiorno buonasera.
A quel ricordo si rimangiò il pensiero. “Allora, come va il primo periodo da solo?” attaccò uno dopo aver appoggiato lo smartphone sul tavolino.  “Non ci credo ancora che sia finita, adesso sono anch’io tra i separati”. Sandro aguzzò di colpo le orecchie. “Si, stavo male, si litigava sempre, però non sto bene neanche adesso. Sette anni sono tanti”. L’altro non si fece impressionare “Non sei ancora abituato, ti passerà. Volevi continuare così? Era insopportabile, l’ho sempre pensato ma non te l’ho mai detto perchè ti vedevo convinto”.
L’amico si agitò sulla sedia: “Negli ultimi tempi non ne potevo più, ma adesso ci sono momenti, quando torno in quel buco che ho trovato, alla sera, che mi viene un vuoto qui allo stomaco e per poco non piango”. “Dai, dai, dai! Quanto pensavi di andare avanti ancora?” si sentì incalzare impietosamente. “Lo so, ma adesso è tutto stravolto, non posso frequentare gli amici come prima, i familiari di lei neanche mi guardano più, anche i miei non hanno approvato, li ho delusi”. “Senti, non puoi stare con una persona solo perchè hai paura dei suoi o dei tuoi.
Che matrimonio sarebbe stato? Come quelli di una volta, cioè finchè morte non vi separi e poi non si parlavano per tutta una vita?”. “Hai ragione, hai ragione, la testa pensa così ma il resto va da un’altra parte”. L’altro non si lasciò scoraggiare” Senti, era solo questione di tempo, non c’era futuro. E’ inutile portare avanti una cosa che non funziona, si può tirare avanti ma, appunto, è un tirare avanti e a che prezzo? Se ci fosse scappato un figlio cosa avresti fatto, eh?
Prima o poi i nodi vengono al pettine ed è meglio fare chiarezza prima piuttosto che poi. Se aspetti diventa tutto più difficile”. A Sandro il neo separato sembrava Ralph Malph della serie TV Happy Days, con in più i tatuaggi e i capelli a piramide. Il “confessore”, invece, assomigliava a Chandler, della serie televisiva Friends, sempre con in più i tatuaggi e i capelli a piramide. Ralph domandò: “Quando è toccato a te come hai fatto?”.
Chandler partì senza incertezze: “La prima cosa che ho provato è stato uno strappo, dopo, però, mi sono sentito sollevato e questo mi ha convinto che stavo facendo la cosa giusta. Ho provato una specie di esaltazione, potevo scegliere, ero libero, capisci? Invece di marcire in una relazione che non portava da nessuna parte avevo di nuovo tutta la vita davanti. Ho avuto momenti brutti, mi sono venuti in mente i bei ricordi.
E’ stato un fallimento, è chiaro, mi sono chiesto dove avessi sbagliato, mi sono sentito una schifezza, ma la sensazione di poter ricominciare tutto daccapo è stata impagabile, una nuova ripartenza, capisci?  E’ andata male, tutti prima o poi falliscono in qualcosa. Ho sofferto, ma ho vissuto e ho visto davanti un nuovo inizio, prospettive nuove!”. Sandro respirò a fondo. Le parole di Chandler lo avevano colpito. Rivisse il periodo successivo alla sua separazione: l’ansia di fronte all’irreparabile, i sensi di colpa, la considerazione di sè a pezzi, la vita da riorganizzare. Era entrato in un tunnel e lo aveva attraversato imbambolato, incapace di reagire. Ne era uscito solo in parte e comunque piegato, privo di slanci verso il futuro. Aveva preso la fine del suo matrimonio come qualcosa che avrebbe segnato in peggio il resto della sua vita. Era continuamente preso dal pensiero di quel fallimento, con la testa sempre rivolta all’indietro.
Quelle parole gli avevano dato una sferzata di energia, gli avevano fatto vedere le cose in un altro modo: rimuginare non sarebbe servito a cambiare il passato ma avrebbe avuto il potere di rovinargli il presente e soprattutto il futuro. Qualche pensiero simile gli era già venuto, per la verità, ma sentirlo dire da un altro aveva avuto un effetto completamente diverso. Doveva smettere di pensare come Ralph. Se ce l’aveva fatta il ragazzone con i tatuaggi poteva farcela anche lui.
Si rilassò, provando una sensazione di sollievo. Guardò il mare e poi la laguna, lì da secoli, placida e sonnacchiosa. Gli venne in mente, chissà perchè, il titolo di un libro di uno scrittore inglese, Archibald Cronin, letto tantissimo tempo prima “E le stelle stanno a guardare”.
Ritornò con la mente alla sua vicenda. Una cosa aveva cominciato a pesargli: non avere avuto un figlio. Lo consolava il pensiero che forse era meglio così, considerando il finale. Dato che per lungo tempo la cosa non lo aveva angustiato si interrogava spesso sulla vera natura di questo rimpianto.
A dire il vero il desiderio si era fatto strada da quando aveva preso coscienza della sua vulnerabilità. Passata la quarantina si era “accorto” che malattie e disgrazie colpivano anche gente non anziana. Una vicina di casa si era ammalata e non era più autosufficiente, per sua fortuna aveva due figli che abitavano vicini e si prendevano cura di lei. Ecco, chi si sarebbe preso cura di lui da vecchio? O se avesse avuto una malattia grave prima di diventarlo? Bevve un sorso. No, messa così non sarebbe stata una paternità disinteressata. Ma quante lo sono veramente?
C’è chi vede nel figlio un surrogato di immortalità. Oppure un mezzo per conseguire traguardi che non era riuscito a raggiungere, col risultato di caricare il figlio di aspettative e guai a deluderle. Sì, dietro le parole amore paterno o materno possono nascondersi tante cose e non tutte c’entrano con l’amore. Forse un figlio avrebbe dato un senso alla sua vita che ora sentiva così vuota. Chissà.
Una cosa era certa: probabilmente si sarebbe trovato solo nel periodo più brutto della vita. In quel momento si avvicinò una signora, piuttosto in là con gli anni. Si guardò intorno per cercare un posto perchè il locale si era riempito, poi si rivolse a Sandro e gli chiese timidamente se potesse sedersi. Il modo dimesso di presentarsi e gli occhi sfuggenti davano l’impressione di una persona che la vita l’aveva subita a bastonate. Sandro la invitò ad accomodarsi e lei lo ringraziò. “Sa, ogni volta che posso vengo qui, ad ammirare il mare e la laguna”. “Capisco, in effetti è un bel posto, soprattutto con giornate come questa”. “Lei è di qui?”. No, vengo da fuori provincia, oggi avevo un pomeriggio libero e così ne ho approffittato”. “Ha fatto bene, qui è possibile trovare un poco di tranquillità. E’così importante avere un poco di tranquillità, altrimenti si scoppia”, la voce si incrinò, abbassò la testa e per poco non si mise a piangere.
Sandro fu preso in contropiede:” Signora....” “Mi scusi, mi scusi, sono così imbarazzata, mi scusi ancora”. Prese il fazzoletto dalla borsa e si soffiò il naso “Sta bene? Le ordino qualcosa?” “Grazie, lei è così gentile”. Sandro chiamo il cameriere e ordinò un cappuccino. “Ha figli?”, riprese lei. “No, nessun figlio”. La Signora si mise a fissare la laguna e parlò di nuovo “Io due, uno è disabile mentale e vive con me. E’ violento, a volte ha scoppi di rabbia che non controlla e alza le mani.  Poi beve e quando si ubriaca diventa molto cattivo. Ogni giorno che torno a casa ho paura perchè non so mai come si comporterà”. “E suo marito?” “Sono vedova da molti anni e i parenti sono lontani”.
Sandro si sporse verso di lei: “E l’altro figlio?” “Ha problemi di salute, oltre che di lavoro. E’ stato operato da poco e ho dovuto occuparmi di lui durante la convalescenza”. Arrivò il cappuccino. Ci fu una pausa. La Signora lo bevve molto lentamente, come se in quella lentezza cercasse una tregua da tutte le pene che la tormentavano.
Poi riprese “A volte non ce la faccio più. Se non ci fosse il figlio sarebbe tutta un’altra vita”. Sandro era commosso. Gli venne istintivo prenderle la mano.  “E i servizi sociali?”. Lei sorrise debolmente “Ho insistito tanto, ma ho l’impressione che ormai mi considerino una rompiscatole. Non ho un buon rapporto con l’assistente”. Sandro respirò a fondo “Signora, se può esserle utile le posso dare l’indirizzo di un mio caro amico, uno psicologo veramente in gamba.
Ha lo studio proprio qui vicino. E’una brava persona, è vicino alla pensione, gli interessa solo aiutare la gente. Non le chiederà nulla”. Gli occhi di lei si illuminarono “Grazie, grazie!” gli disse infervorata stringendogli la mano “Grazie! Non so davvero come ringraziarla! Quando sono venuta qui ero così demoralizzata, è per questo che vengo qui, guardare il paesaggio mi calma un poco.
E’ stata una fortuna incontrarla. A volte, quando cammino per la strada con il magone e tra la gente che incontro non c’è nessuno che conosca la mia situazione mi sento veramente sola. E’ brutto, sa, sentirsi così soli”. Sandro stava per lacrimare. “Le ordino qualcosa altro, magari da mangiare?” le chiese per mettersi in salvo. “No, grazie, adesso devo andare, le ho rubato troppo tempo. Lei è così gentile”. Si alzò e si alzò pure lui per salutarla. Le passò un biglietto da visita. “Vada da quel mio amico, ci vada presto. Vedrà, le farà bene”. “Ci andrò senz’altro. Lei è una bella persona, che Dio la benedica”. “Grazie, spero di incontrarla e di avere buone notizie”.
La fissò mentre si allontanava e si sedette di nuovo. Elettroni, pensò, siamo elettroni che seguono la loro traiettoria. Sfioriamo gli altri senza intuire i loro drammi di cui, forse, non ci importa nulla distratti dai nostri obiettivi a volte così futili. “Ognuno sta solo sul cuor della terra trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera”. Era quasi il tramonto. Il grande disco si abbassava, splendido e maestoso. Cosa aveva fatto quella signora per meritarsi una vita così disgraziata? Nulla, probabilmente. Allora perchè? Gli vennero in mente quelle parole così dure e sincere “ Se non ci fosse il figlio sarebbe tutta un’altra vita”.
Comparve di nuovo la barca con i due pescatori a bordo e sfilò davanti al locale, elegante e discreta. Si rilassò, svuotò la mente e lasciò che il paesaggio affondasse nei suoi occhi. Rimase così per molto tempo, senza pensare, registrando solo le sue sensazioni.
Ormai era sera. C’era poca gente ai tavolini. Si alzò, pagò e lentamente si diresse verso la macchina. Respirò l’aria a pieni polmoni. Era disteso. L’incontro con la signora lo aveva rasserenato.
Aiutare una persona in difficoltà lo aveva cambiato d’animo.
I soliti pensieri erano spariti. Non aveva una famiglia, un figlio, ma poteva sempre fare qualcosa per qualcuno. Il pensiero lo rinvigorì. Una nuova ripartenza, un nuovo inizio.
Salì in macchina, si guardò nello specchietto retrovisore, dentro gli occhi, dentro le pupille. Gli scappò un sorriso, per la prima volta da tanto tempo. Ingranò la marcia e accelerò.
Un nuovo inizio.
Una nuova ripartenza.             
   

                    







































































































































UN  GIORNO  QUALUNQUE  DI  FINE  FEBBRAIO




Stirare. Oggi è la giornata ideale per stirare. Il corso di scrittura è saltato, la mia azienda è chiusa, scuole, musei, biblioteche, cinema e teatri, tutto chiuso. Eppure è un mercoledì qualunque di fine febbraio, sarei al lavoro, non fosse per. Prendo l’asse da stiro da dietro la credenza. Lo apro sotto la finestra, oggi finalmente è uscito il sole, ma la via è deserta. Da quando è scoppiata l’epidemia cinese stanno tutti tappati in casa e si attengono alle regole trasmesse in questi giorni fino alla nausea da TV, radio, social e giornali. Io non faccio eccezione.
Un silenzio domenicale avvolge la casa. Ho acceso un incenso in soggiorno e il profumo arriva fin qui. Mi sento in vacanza. Riempio d’acqua il ferro da stiro e saluto con un sorriso l’apertura del giacinto che ho messo sul davanzale della cucina. E’ rosa!
Ho tutto il tempo per farmi venire un’idea per il racconto che devo presentare martedì prossimo. Sempre che martedì riaprano i  corsi.
Passo il ferro sul colletto della camicia a fiorellini - prima il collo e i polsini, poi il resto, mi ha insegnato mia madre. L’avevo indosso quando sono andata in gita a Cracovia con Antonio. Quanto tempo è passato? Eravamo ancora insieme, aveva una giacca blu e non mi passava nemmeno per la testa che potesse avere un’amante. La mia amica Patrizia dice che ci vogliono almeno due anni per metabolizzare la fine di una relazione. Meglio non pensarci, adesso. Devo cercare una storia, una location, una protagonista.

Eccola. Si chiama Ludwika e sta attraversando piazza Zgody in una fredda giornata di fine febbraio. Cammina in fretta, lanciando brevi sguardi di sbieco. Stringe al petto, contro il cappotto grigio, un piccolo pacco rettangolare.
Siamo a Cracovia, anno 1942. Piazza Zgody è proprio al centro del  ghetto ebraico, nel quartiere periferico di Podgòrze, oltre la Vistola.
E’ già passato un anno da quando Ludwika è stata strappata dalla sua bella casa nel centro della città, insieme alla sua famiglia. Li hanno sbattuti in un angusto appartamento di due stanze, che dividono con un ex gioielliere di nome Ambrozius, che di notte si agita e spesso urla.

Sono rimasti lei, la madre e il fratello dodicenne.  Il padre l’hanno caricato su un treno, destinazione ignota. La ragazza non vuol credere alle voci che circolano da un po’ di tempo sui giornali clandestini. Lei ha fiducia  che  prima  o  poi  la  guerra  finirà, e  i  tedeschi  batteranno  in ritirata, e ognuno tornerà alle proprie case, alle proprie occupazioni, ai propri affetti.  Dawid, amore mio!  Lui è rimasto di là.  Lui è ariano e lavora nella succursale  polacca  delle  acciaierie  Krupp.  Intanto  la  vita nel ghetto diventa ogni giorno più dura: il cibo scarseggia, il riscaldamento non funziona, mancano medici e medicine, le condizioni igieniche sono pessime e scoppiano epidemie che si portano via i più deboli. Ma la cosa più tremenda è che i militari nazisti hanno carta bianca, nel ghetto, e si divertono a prendere in giro gli ebrei, a umiliarli pubblicamente, a sottoporli a torture inenarrabili. Così, per divertirsi. E se qualcuno reagisce sparano. Il terrore ormai serpeggia in ogni via e in ogni casa. Per questo Ludwika cammina in fretta, guardandosi attorno. Ora sta entrando nella farmacia di Tadeusz Pankiewicz, non certo per acquistare medicine.
Mi mancano ancora una tovaglia, due lenzuola e tre asciugamani. Sospendo un attimo per mettere sul fuoco un pentolino d’acqua per il tè (oggi mi voglio coccolare, ho persino dei biscotti alla cannella) e tornando all’asse da stiro accendo la radio.  Stanno facendo il bilancio dei morti e dei contagiati. 67 le vittime in tutta Italia, 1580 i positivi al tampone. Nessun progresso nella ricerca di un vaccino.
Il virus si sta diffondendo alla velocità della luce e la mia provincia è zona rossa. Penso a Davide, il mio collega della contabilità. L’ultimo giorno di lavoro aveva la febbre e tossiva. Mio dio! Vuoi vedere che… Perché penso a me, invece di pensare a lui? A me che gli sono stata vicino, a me che gli ho stretto la mano, al suo fiato che probabilmente mi ha raggiunto, mentre mi parlava di conti e di fatture. E’ incredibile come si diventa egoisti, in casi estremi. Davide vive solo e anche quando sta bene è sempre immerso in una sorta di malinconia. Chissà che vita ha fatto fino ad ora. Perché non ho mai parlato con lui?
“Pronto, Davide? Sono Giuditta.”
“Ah. Ciao.”
“Come stai?”
Sento il rumore di un sorriso, prima della sua risposta:
“Nessuno mi aveva mai chiesto come stavo, prima d’ora e adesso sei la terza persona che chiama.”
“Beh, con il virus che corre non mi sembra tanto strano.”
“Hai ragione, scusami.”
“Come va con la febbre? Sai, forse è il caso…”

“Già fatto, non preoccuparti. Domani vengono a farmi il tampone.”
Ecco, ho finito le parole. In realtà ho l’aberrante tentazione di riattaccare e richiamare domani, o dopodomani, insomma quando ci saranno i risultati del test. Per fortuna mi spunta da chissà dove un briciolo di umanità.
“Se hai bisogno di qualcosa…”
“Ti ringrazio, ma ho fatto la spesa l’altro giorno, tornando dall’ufficio.
Sono a posto.”
“Davide?”
“Sì?”
“Come impieghi il tuo tempo in questi giorni?”
“Leggo. Ho tanti di quegli arretrati! In fondo non mi dispiacerebbe    risultare positivo al test: avrei almeno 14 giorni di isolamento e di pace.”
“Non dirlo nemmeno per scherzo, Davide. Non hai pensato che potresti morire?”
“E allora? Ho già vissuto abbastanza, credimi. Comunque, se hai letto i bollettini medici, questo virus non ammazza nessuno. Anzi, secondo me è stato prodotto in laboratorio per far fuori la Cina e seminare il panico nella popolazione. Un popolo terrorizzato, si sa, è più facilmente assoggettabile.” Andiamo avanti così per un buon quarto d’ora. Davide stava spendendo con me (e io con lui) più parole di quante ce ne eravamo dette in un anno di convivenza in azienda. Inoltre stavo scoprendo una persona, dietro il contabile della Bdb&Partner. Una persona che legge, che ha delle opinioni personali e qualche oscuro motivo per non apprezzare la vita. E adesso? Chi bussa alla porta?
“Ludwika!” Tadeusz Pankiewicz aggirò il bancone e si fece incontro alla ragazza, posandole le mani sulle spalle.
Nel ghetto si conoscevano tutti e tutti conoscevano Tadeusz. La farmacia l’aveva ereditata dal padre e pur essendo ariano aveva ottenuto dal Reich di continuare a gestirla in loco, riuscendo a convincere i nazisti che la presenza di una farmacia nel ghetto sarebbe stata utile in caso di epidemia. In quanto ariano aveva anche ottenuto un lasciapassare per poter entrare e uscire liberamente dal ghetto. Aveva molti amici tra gli ebrei e le tragiche circostanze in cui si era trovato a vivere, l’arroganza del potere tedesco e una sua naturale attitudine ad aiutare gli altri lo fecero avvicinare sempre di più a quel popolo.  Aperta ventiquattr’ore su ventiquattro, la farmacia “All’Aquila” divenne un punto di riferimento per gli abitanti del ghetto. Qui arrivava la Gazzeta Zydowska, il quotidiano ebraico che teneva aggiornati sull’andamento della guerra, ma anche tutta la stampa proibita. Qui  si tenevano riunioni clandestine e da qui passavano viveri, medicine e documenti abilmente falsificati.
“Come sta la mamma? Come sta Andrej? E’ un po’ di tempo che non  vi si vede. Ma tu hai un’urgenza. Vieni, andiamo di là”
La ragazza seguì il farmacista lungo un corridoio nel retro, fino a una grande stanza dove lui aveva sistemato una branda, un tavolo e qualche mobile, e dove lui viveva.
“Ho bisogno di un lasciapassare”, disse subito Ludwika. Intanto strappava la carta del piccolo pacco rettangolare, per offrire a Tadeusz  una preziosa icona in argento, raffigurante una madonna con bambino.
“Non ce n’è bisogno, cara - disse il farmacista allontanando l’offerta  - qui ci aiutiamo tutti senza dare o chiedere niente, lo sai. E’ bellissima  la tua madonna. Trova un posto sicuro e nascondila: chissà che un giorno non possa servirti per comprare il pane… o un po’ di felicità.”
“Un lasciapassare, signor Pankiewicz. - Gli occhi, le mani, l’intero corpo di Ludwika sembravano voler scansare ogni discorso superfluo per  tenersi tenacemente attaccati all’obiettivo - Ne ho bisogno per raggiungere Dawid al più presto. Mi è giunta voce che si è preso un brutto virus, ha la febbre alta, ha bisogno di me. Devo vederlo, potrebbe essere l’ultima volta!”
“Calma, Ludwika. Ieri abbiamo subìto una perquisizione della OD (e per fortuna non era la Gestapo!). Hanno trovato solo una copia della Goniec  Krakowski e me la sono cavata con tre bottiglie di acqua di colonia e una bella dose di morfina, ma dobbiamo stare molto attenti. Per il lasciapassare dovrai aspettare qualche giorno, forse addirittura qualche mese.”
“Non posso, signor  Pankiewicz. Sono incinta, Dawid sta malissimo e potrebbe morire senza saperlo.”
“Cara ragazza, vorrei tanto aiutarti, ma sono in difficoltà. Devi solo avere un po’ di pazienza. Pensa al tuo bambino, alla tua mamma, a tuo fratello.”
“Grazie, signor  Pankiewicz.”
Ludwika girò bruscamente le spalle e si avviò decisa verso l’uscita.
Tadeus cercò di trattenerla e di farla ragionare e alla fine sembrò che la ragazza accettasse di pazientare.
La notte stessa, dopo il coprifuoco, un’ombra esile strisciava lungo i muri di via Limanowski, in direzione del varco posto all’incrocio con via Lwoska. Ludwika era disposta a passare anche tutta la notte acquattata tra i cespugli e il filo spianto in prossimità della porta, in attesa che almeno una delle sentinelle che presidiavano il varco si allontanasse o avesse un colpo di sonno. Era pronta a tutto, pur di uscire dal ghetto e raggiungere Dawid.
A un tratto: “Altolà, vieni fuori, bastardo!” tuonò una voce, seguita da un colpo di pistola sparato in aria.
Scoperta. Ludwika uscì tremante, con le mani alzate.
Oswald Bousko in persona le stava davanti, le gambe aperte solidamente piantate sul terreno, la pistola puntata su di lei.  
Il tenente Bousko era il più ambiguo dei militari tedeschi, al ghetto lo conoscevano tutti.  Era stato uno dei primi ad arruolarsi nelle SS e ad inneggiare a Hitler, ma dopo aver aperto gli occhi sulle vere intenzioni del Furer fu il primo a voltargli le spalle, continuando tuttavia a mantenere un atteggiamento che non destasse sospetti. “Le mie urla sono la maschera migliore del mio stato d’animo”, aveva confidato un giorno a Tadeusz Pankiewicz e non era infrequente che aiutasse segretamente gli ebrei, anche se non in modo del tutto disinteressato.
“Dove siamo diretti, signorina?” chiese sovrastando la ragazza dal suo metro e novanta e piegando le labbra in una smorfia ironica. Ludwika non rispose. “A quest’ora vanno in giro solo le puttane. Dì un po’: quanto chiedi per una prestazione?” Ludwika chinò il capo.
Nel frattempo anche l’altra sentinella s’era avvicinata, pregustando un divertimento fuori programma. Bousko la liquidò bruscamente: “E’ mia prigioniera. Devo scortarla al Zentralgefagnis. Raus!” Il soldato batté i tacchi e sparì. “Adesso tu mi segui buona buona, senza fiatare. Tranquilla, ti porto fuori dal ghetto. Ma tutto ha un prezzo, e tu pagherai, non è vero?”
Appena fuori dal ghetto c’era un casotto che le sentinelle usavano per ripararsi dal freddo e ubriacarsi di vodka. Senza troppi complimenti Bousko vi spinse la ragazza e in un attimo le fu addosso. Ludwika si divincolava con tutte le sue forze, l’uomo riuscì a strapparle  la gonna e le mutande, ma quando tentò di baciarla lei gli diede un morso che lo fece sanguinare. Immediatamente partì un ceffone che lasciò tramortita la ragazza. Nonostante il sangue che usciva copioso dalla sua bocca, Bousko riuscì a penetrarla. Poi soddisfatto la lasciò lì per terra, svenuta. Uno dei suoi colleghi l’avrebbe certamente uccisa.

Oh, no! - penso tra me, ma non lo do a vedere. Sulla porta c’è Francesco, un mio compagno del corso di scrittura. Ex compagno, perché la sua schizofrenia s’è aggravata nell’ultimo anno, l’hanno ricoverato in psichiatria e, imbottito com’è di psicofarmaci, non ha più frequentato. Ai tempi gli avevo prestato attenzione, perché i suoi scritti, pur non rispettando le regole di grammatica e di sintassi avevano lampi di genio.
Sono stata l’unica a dimostrargli il mio entusiasmo e forse per questo mi sta ancora perseguitando. Una o due telefonate al giorno, sono sempre gentile, ma ho cominciato a non rispondere. Purtroppo se non rispondo per tante volte di seguito si presenta a casa.
“Ehi, Francesco! Non sei tappato in casa come tutti?”
“A me non mi tocca, la Cinese. Lo so per certo.”
“Scusa sai, ma devi stare a una distanza di almeno un metro e mezzo, sono le regole.”
“No ti dico, io posso anche toccarti.” Così dicendo punta il dito sulla mia spalla, io indietreggio, lui avanza fin dentro l’appartamento.
Sono incazzata nera, ma la follia mi fa paura, devo tenerlo a bada, divento quasi melliflua:
“Okay, entra (è già entrato), posso farti un caffè?”.
Armeggio con la caffettiera davanti al lavandino della cucina, sento la sua presenza alle spalle, fingo un’indifferente ilarità: “Come fai a sapere che sei immune da questo virus bastardo, Franci?”
“Io sento le voci - risponde - Me lo dicono loro.”
Faccio una risatina nervosa, accendendo il gas sotto la caffettiera: “Okay ci credo, però è meglio rispettare le regole del Ministero della sanità.”
“Non io!” grida all’improvviso Francesco. Cosa ho detto? In un attimo mi è addosso con tutti suoi novanta e passa chili. Sembra un ossesso, mi infila le mani dappertutto, ansima. Quando cerca di tapparmi la bocca con la mano gliela mordo, con tutta la forza dei miei denti. Getta un urlo da bestia ferita, mi molla un ceffone che mi tramortisce e scappa, infilando porta e portone, sempre urlando e tenendosi la mano ferita.
Mio dio! Mi massaggio il collo, mi copro il viso con le mani tremanti. Chi l’avrebbe mai detto che Francesco… Era sempre stato mite, nei nostri incontri precedenti. Accasciata sul pavimento della cucina incomincio a singhiozzare piano, mentre la caffettiera annuncia imperiosa la fine del suo lavoro. Spengo il gas, mi rialzo, mi asciugo gli occhi. Com’è innaturale tutto questo silenzio! Il debole sole di questa giornata malata è ormai tramontato e io sento un enorme struggente bisogno di una voce. Davide?
“Scusa, sono ancora io.”
“Che succede? Ti ho contagiato con le parole di prima?”
“No, stupido. E grazie che mi fai ridere, ne ho proprio bisogno.”
“Okay, ti ascolto.”
“Ho appena subìto un abuso.”
“Ah.”
“Oh, scusami, Davide. Ci siamo ignorati per mesi, abbiamo cominciato a spiccicare qualche parola solo oggi e adesso… Non posso buttarti addosso un carico da novanta in questo modo. Sono proprio una stupida!” (perché mi tornano su le lacrime, perché non riesco a frenarmi?)
“Su, non piangere adesso. Piuttosto come stai? Ti va di dirmi esattamente cosa è successo?”
“Era un mio compagno di scrittura, è venuto a trovarmi, ha dei problemi. Ho detto qualcosa che non ha gradito, non so che cosa e mi è saltato addosso. Ma mi sono difesa, non è successo niente, davvero.”
“Io credo che dovresti andare dai carabinieri a denunciare il fatto.”
“Oh no, Francesco è border line, ma non è cattivo. Se lo sapessero i suoi lo farebbero rinchiudere e lui ne soffrirebbe, ha un animo sensibile. E poi ho ridimensionato tutto, adesso. Sto bene. Dev’essere questo virus bastardo che circola, a dare alla testa a tutti quanti!”
“Sicura che Francesco non te l’abbia passato?”
“No, hai ragione. Forse siamo pari, adesso: due appestati. Magari potremmo anche vederci.” All’improvviso ho voglia di cucinare, di apparecchiare, di accendere il fuoco nel camino. E di chiedere a Davide cos’è che rende i suoi occhi così tristi, le spalle così curve.
“Posso venire a casa tua, se vuoi - azzardo - anche subito.”
Ancora sento il rumore del suo sorriso.
“E’ che aspetto un’amica, stasera. Sempre che non cancellino i voli per l’Italia.”
“Ah.  Da dove arriva la tua amica?”
“Da Cracovia. Ci conosciamo da sempre, si chiama Ludwika.”
“Ludwika?”
“Sì, perché?”
“…………………….”
“Giuditta, ci sei?”
“Sì, eccomi. E’ una giornata strana, Davide. Adesso devo andare. Chiamami, quando hai i risultati del tampone.”

Cara Ludwika,
Non so dove spedirti questa lettera, ma so che devo scriverla.
Spero che tu sia riuscita a raggiungere il tuo Dawid, a buttargli le braccia al collo, virus o non virus, a cercare con lui una vita migliore. Spero anche che un miracolo abbia sottratto tua madre e tuo fratello alle deportazioni nei campi di Auschwitz e Birkenau. Ci sono stata, sai? L’orrore di quanto è accaduto laggiù ti si deposita sulla pelle e ti sconvolge lo stomaco, anche se il verde, erba, rampicanti, alberi è cresciuto pietosamente ad addolcire quelle fabbriche di atrocità.
Sei milioni di uomini, donne e bambini uccisi solo perché erano ebrei. E’ difficile credere a una tale follia. Ma io li ho visti quei volti  schedati appesi alle pareti, ho visto le montagne di oggetti strappati ai deportati, e i forni, i pali delle impiccagioni, le fosse comuni.
Il ghetto dove tu hai vissuto per più di un anno è oggi un quartiere alla moda, pieno di piccoli bistrot e ristoranti.
Piazza Zgody è diventata piazza Bohaterow Getta, ovvero Piazza degli eroi del ghetto e la farmacia di Tadeusz Pankiewicz è ancora lì, sull’angolo. E’ grande quella piazza, e nuda.  Due artisti polacchi di cui non ricordo il nome hanno seminato sul pavé 70 enormi sedie di bronzo, a grande distanza una dall’altra, come tante solitudini  mute e senza nome. Dicono che si siano ispirati a una foto d’epoca, dove una bambina del ghetto è colta mentre trascina una piccola sedia, prelevata dalla scuola. Gliel’avevano ordinato, perché c’era da aspettare. Ore, giorni forse, sotto il sole cocente, che arrivassero i convogli della morte. Forse gli occhi di quella stessa bambina hanno visto uccidere lì, in quella piazza, i vecchi, i malati, i ribelli. E spogliare i cadaveri, e ammucchiarli nelle vie laterali. Forse le sue orecchie hanno sentito gli urli e le risate dei carnefici, i colpi di pistola e i pianti mescolarsi all’abbaiare dei cani e agli inni nazisti mandati dagli altoparlanti.
E’ una giornata strana, questa, cara Ludwika. Ti confesso che ogni anno, nel Giorno della memoria che cade il 27  gennaio, io non faccio che sbuffare di insofferenza davanti ai servizi sulla Shoa che riempiono TV, giornali  e social. Sono anni che vedo gli stessi documentari, sento le stesse interviste, sono sottoposta alle stesse fotografie. Sono anni che l’esibizione della Shoa mi disturba. Oggi invece, nell’isolamento e nel silenzio creato da un virus che viene dalla Cina, grazie a una camicia a fiorellini che ha risvegliato un ricordo e a una voce mai sentita prima che si è rivelata amica… Oggi hai bussato alla mia porta.
Sei entrata nella mia vita ora. Sei nella mia scrittura. E finalmente ti abbraccio. Siediti, ho appena finito di stirare. Ce la prendiamo una bella tazza di te? Con affetto. Giuditta
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