Tamai Franca - Concorso Lagunando

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Tamai Franca

La scrittura è una scoperta revente che mi ha dato molte soddisfazioni. Ho partecipato a vari concorsi nazionali e in varie occasioni i miei racconti sono stati premiati in quanto finalisti. Qualche volta hanno raggiunto lo scalino più alto del podio. Per me la scrittura è un bel gioco in cui mi lancio con tutto il mio entusiasmo.
Immagina Venezia




Immagina di essere un pesce, una spigola o una triglia, che dal mare sia spinto nelle obliose acque della laguna e che si veda comparire, all’improvviso, una foresta di migliaia di tronchi piantati nel limo, che sorreggono, a testa in giù, delle immense ombre scure che gli coprono la luce. E che mosso da una folle curiosità, sfidando la natura, voglia oltrepassare il suo limite e affacciarsi oltre il lieve incresparsi dell’acqua.
Rimarrebbe accecato dal bianco splendore e affascinato da tanta bellezza. Potrebbe morirne, dimenticando di rituffarsi a respirare. Ecco, così deve sentirsi il viaggiatore che per la prima volta vede Venezia, perché nessuna città al mondo le è simile.
Ora immagina di essere un gabbiano, di librarti sull’azzurro del cielo, spennellato di nubi evanescenti, come dentro a un quadro del Tiepolo, e da quella posizione privilegiata cogliere la visione d’insieme della città.  Vedresti il verde del rame che ricopre i campanili delle innumerevoli chiese, il bianco dei marmi dei palazzi, le calli che s’intersecano in un fantasioso labirinto per poi aprirsi in un campiello, la lunga esse del Canal Grande “ il Canalazzo” che lo attraversa, le gondole che lentamente lo accarezzano, i vaporetti che lasciano una lunga scia bianca.  Vedresti i ponti che congiungono le due rive: maestoso il Ponte di Rialto, il più antico edificato in pietra, sempre pullulante di gente, di venditori di ortaggi che si mescolano con i visitatori che passeggiano curiosando tra le bancarelle, come tante formichine brulicanti, in cerca di cibo.
E poi tutti gli altri ponti, sono circa cinquecento, a volte messi di sghimbescio, per l’esigenza di salvaguardare l’ordine delle costruzioni già esistenti nelle due rive.  Se ti alzassi ancora un poco nel tuo volo, coglieresti il limite di Venezia, il mare, che la custodisce e la tiene prigioniera, e che a volte, insaziabile, la lambisce fin dentro le calli, ricoprendo i preziosi marmi e mosaici dei pavimenti. Come fosse un pianeta sperduto nell’universo, vedresti i suoi disordinati satelliti, sparsi alla rinfusa. Murano con il cuore ardente delle sue vetrerie, Burano che reclama la sua identità sfoggiando le sue case variopinte, S. Francesco del deserto, un ciuffo di verde in mezzo al mare, silenziosa e accogliente come la trovò il poverello d’Assisi, Torcello, pregna di storia e sacralità.  
E ora immagina di essere un visitatore che si trovi in questa città, libero di muoversi nello spazio del tempo, cammina per le strette calli, lastricate di pietra bianca, portata con le barche dalla lontana Istria, dove ogni segno, ogni graffio, diventa un indecifrabile messaggio. Segui quelle tracce e fatti condurre.  Assapora l’ombra, dove il sole non riesce a insinuarsi, scruta ogni portone, ogni finestra delle case che si affacciano, cogli il respiro di chi le ha vissute. Ascolta la storia che ogni calle ti vuole raccontare, scritta sui nizioeti che candidi riportano il nome di antichi mestieri, del pestrin, il lattaio, fruttarol, il fruttivendolo, o di personaggi che assunsero l’onore della cronaca per fatti terribili, come calle degli assassini, o d’inquietanti fenomeni, casino degli spiriti, dove la notte si sentono ancora misteriosi suoni. Lasciati andare e tutto diventerà possibile. Ti sembrerà di scorgere un’ombra che svolta furtiva l’angolo e si perde nel buio del sotoportego, forse era Shylock, l’ebreo, che rientrava di fretta nel ghetto, all’imbrunire. E quel luccichio che la luna ha illuminato non era forse il pugnale del Moro che si agitava nei suoi pensieri di vendetta? Attento, è un labirinto dove potresti perderti, ma forse è proprio questo il bello, perdersi e sentire solo i propri passi riecheggiare, liberi, come i pensieri.
Poi all’improvviso, inaspettato vedrai aprirsi e comparire un campo, arioso, con alberi e panchine per riposare, incorniciato da palazzi maestosi, con terrazze, altane, lunghe finestre dai vetri tremolanti che lasciano intravedere soffitti affrescati, lampadari scintillanti come diamanti. In quelle stanze, con un manoscritto in mano, potresti scorgere Lord Byron, che con voce sinuosa decanta, per il piacere di una giovane servetta, i primi versi del suo “don Juan”. Delle presenze ti osserveranno immobili, i mascheroni che con le loro grottesche sembianze ricordano un mondo di mistero e di magia. Lasciati andare, fatti guidare dai tuoi sensi. Non senti un profumo di gelsomino? Se ti affacci a quella grata, puoi scorgere un giardino, nascosto dalle alte mura, come uno smeraldo, prezioso. Se passi qui accanto nelle sere d’estate, puoi sentire il frinire delle cicale.
E ora immagina di percorrere con una leggera imbarcazione quella lunga via liquida che è il Canal Grande e lasciati trasportare, nel silenzio. Lo stupore ti coglierà per tanta bellezza, ogni palazzo dal nome altisonante, ogni chiesa che si affaccia maestosa, ogni bricola in attesa di una gondola, ha una sua storia, che narra di vite peccaminose, devozioni per santi custoditi negli altari, passioni travolgenti, pestilenze. E quando stordito, vedrai il canale abbracciare il mare per tuffarsi nel Bacino di S. Marco, ai tuoi occhi comparirà la visione più sublime, che nemmeno il Canaletto, con le sue tele, poteva annunciarti. E qui mi fermo, perché non saprei trovare le parole per farti immaginare oltre l’immaginabile e lascio a te la gioia di assaporare con la tua sensibilità, la tua conoscenza, il viaggio.  
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