Valentina Confuorto - Concorso Lagunando

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Valentina Confuorto

É videomaker e autrice.
Col suo primo racconto scritto a 16 anni ha vinto il primo premio del “Modello Pirandello”, prendendo ad Agrigento un milione - e tre chili.
Ha vinto diversi concorsi letterari, pubblicando poesie e racconti in antologie e riviste; si è dedicata inoltre alla realizzazione di opere multimediali legate alla musica, arrivando finalista in concorsi nazionali e internazionali.
Con il documentario “Nascostamente” ha vinto il primo premio del Video- Concorso Francesco Pasinetti nel 2013.
Da alcuni anni scrive per il teatro; le sue opere sono andate in scena al Palazzo Ducale di Venezia, al Chiostro Nina Vinchi del Piccolo Teatro di Milano e al Nuovo Teatro San Paolo di Roma.

ROMANZO
 Un   anno col dolcista


Sinossi

Da Napoli, con leggerezza e curiosità, India   arriva a Padova per studiare Psicologia. Dopo pochi giorni in   ostello ha già trovato una bici e una casa.

Le sue coinquiline non potrebbero essere più   diverse tra loro: Patty è al terzo anno del DAMS, studia teatro e fa   mille altre cose; Niki è una matricola di Psicologia e viene dalla   Puglia, si lamenta per tutto ed è ossessionata dall’igiene.

Per India la prima occasione di   socializzazione è un concerto pre-diploma di un ragazzo padovano,   Giotto, incredibilmente dotato nel suonare il flauto dolce. Al   concerto segue uno spritz collettivo. Inizia così la scoperta del   mondo della musica antica da un lato e di quello dei musicisti   dall’altro.

Il momento della settimana che più riempie   di gioia e di energia India coincide con le prove del coro   rinascimentale dell’università. Prova dopo prova inizia a   familiarizzare con un un mondo insospettato di compositori dai nomi   improbabili e di brani con idee ben strane: far fare i versi degli   animali ai coristi, imitare le formiche che solleticano la gamba,   amanti che muoiono come cigni… Nel coro, oltre alla presenza   rassicurante di Patty, spicca quella di Odetta, un soprano   presuntuoso e vanesio.

Da Napoli, intanto, India riceve la notizia   di un malore di suo zio. In quel momento inizia a sentire il peso   della lontananza, la forza dei legami familiari, l’importanza della   buona salute. La cosa si risolverà dopo qualche tempo, ma farà   emergere un aspetto della vita dello zio poco piacevole.

Lo studio prosegue bene, ogni tanto capita   l’occasione di trovare un lavoretto. Per il ponte dell’Immacolata   Chika, la sorella di India, arriva a Padova per una visita. Insieme   le due vanno a caccia di monumenti e di divertimenti, sfinendosi tra   le camminate, gli aperitivi e le confidenze.

Il tempo scorre, le vacanze natalizie sono   tranquille e, salutando i genitori alla stazione, India non dà segni   di cedimento. Vedere però il Vesuvio, in tutta la sua maestosità,   che si allontana la farà scoppiare a piangere.

Il ritorno a Padova non è scoppiettante:   Giotto non ha organizzato niente per Capodanno, tutti gli altri   amici sono via. La partecipazione a un pan e vin in campagna   risolleva un po’ India, che continua così la sua scoperta delle   tradizioni venete.

Qualche problema con l’inglese, ma la   sessione d’esame si conclude senza troppi problemi. Per distrarsi   cosa c’è di meglio di fare un giro a Venezia col Carnevale? India   chiede a Giotto di accompagnarla, ma lui non può, deve studiare.   Sarà una brutta sorpresa scoprire che, in seguito alla richiesta   della madre, tutta la famiglia andrà a Venezia senza avvisarla. Come   interpretare un’azione così? Ha senso dichiarare guerra aperta a   quella che a stento potrebbe definirsi sua suocera?

Arriva la primavera e con sé porta le   elezioni e la Pasqua. India ha scoperto che Giotto le aveva mentito   per mesi riguardo al suo passato e decide di lasciarlo. Lui, però,   dimostra di essere profondamente innamorato di lei e cerca di   schierarsi contro il volere dei propri genitori: compra a loro   insaputa un biglietto per Napoli, ma la mamma lo scopre e ha un   malore. Ancora una volta India sarà sola, ma, nel sole di Ischia,   non le peserà poi tanto.

Dopo un po’ di tempo i due tornano   fiaccamente insieme, anche se un paio di episodi danno da pensare a   India: Giotto ha chiesto a Odetta di cantare con il quartetto di   flauti del quale fa parte, senza proporlo prima a lei. Inoltre ha   continuato a mantenere contatti con la sua ex e insieme hanno fatto   un concerto. La mente di India è sempre più lontana da Giotto, anche   se la storia si trascina.

Nuova sessione d’esami, nuove feste, nuove   coppie che si formano. India rivede per una sera Gaetano, una sua   vecchia fiamma di Napoli, e l’attrazione ha la meglio sul buon   senso. La scelta di non seguire Giotto nei corsi estivi di musica   antica non le peserà per niente. Mentre è al mare, però, riceve un   messaggio sibillino. Da quel momento Giotto non si farà più vivo, né   con lei, né con gli altri amici, e questo suo silenzio la   destabilizzerà completamente.

Il fumo, l’alcol, il sesso promiscuo non   aiutano a cancellare il dolore del distacco, del ripudio, del   silenzio imposto. Come risalire la china?

 Nella presente antologia è stata riportata solo la presentazione del romanzo.

Per l’Opera completa contattare l’Autore.

NARRATIVA
 Semo tute impiraresse


In via Garibaldi la stava una vecia impiraressa, che de nome la faseva   Cate, Caterina Ponal. La gaveva più de 90 ani e fin a quatro zorni prima   de… la lavorava ancora. No la gera mai stada in teraferma. No la gaveva   mai visto, che so, un bo, un cavalo, n’aseno, però, dentro la so casa,   la gera el pilastro. Nei ani la gaveva organizà un picolo laboratorio de   perle nel magazen che dava sula calle. No che la fusse diventada rica,   però ogni giorno la famegia gaveva un piato de minestra, e un per de   volte a setimana i magnava anca polenta e sepe, o polenta e bisato. E,   se no ghe gera gnente, i magnava polenta e onze, ma i viveva co ordine e   co dignità. Oh, e la gera na famegia granda, quatro fioi, do masci e do   femene, le niore, i zeneri e diese nevodi.

El marìo, i lo ciamava Nane Graspa, e no te spiego par cossa. Ma, se sa,   el timon tien drita la barca, la Cate faseva rigar drito tuti, dando per   prima el bon esempio. La matina la toleva na carega e la sessola, la se   meteva en cale cole altre done e le faseva bozzolo. E po, via per ore e   ore cola palmetta a impirar perle, e co gaveva dele agàde longhe cussì,   via co n’altro mazzo.

La domenega po, la meteva la traversa de la festa, le papusse ricamae, e   ale tre la se vedeva co le comari. Le ciacolava, le rideva, le cantava,   le se contava le so robe, e qualche volta le zogava ala tombola. 77! Le   gambe dele done! 22! Le ochete! 80! La goba canta!

E zo a ridar, zo a cantar, e zo goti de scabio, le se perdeva via e ala   fine le gera cussì alegre - e cussì mbriaghe - che le pareva più zoveni   de vinti ani.

Ala fine, povareta, la xe sciopada e la famegia no gaveva miga i schei   par far i funerali. Eora so fia più granda va a ciamar la Gigia, che   tuti ciamava cazzafati spogiamorti, ve imaginé parché. La dise: no star   preocuparte, ghe penso mi, ti vedarà, qua semo a Castelo, miga a San   Polo. La tol un piato, ghe fa una crose nera sora e lo mete sula carega   fora dela porta, spetando che qualchiduni ghe meta una oferta. Passa   diese minuti, gnente. Passa vinti, ancora gnente. Passa mez’ora e la   Betina, la fia dela Cate, scominzia a vardarla mal. La Gigia, però, che   sa de che gamba le done le va sote - co se trata de no far na bruta   figura - cossa la pensa? La mete do monede de cinque lire nel piato. E   tute le done, zo a metar oferte e finalmente i funerali i se pol far.

Dalla cale del Ganzer ala ciesa de San Piero ghe gera tuta Castelo, tuti   coi oci bassi, commossi, senza dir gnente. All’uscita le done le   scominzia un fià a pispolar, po le se ferma, le se varda, una la   scominzia quasi come un sussurro, e tute le altre ne va drio.

Semo tute impiraresse

semo qua de vita piene

tuto fògo ne le vene

core sangue venessiàn,

no ghe gnente che ne tegna

quando furie deventèmo,

semo done che impiremo

e chi impira gà rason.

E questa gera la storia de Caterina Ponal, na femena che pure da morta   se ga fato rispetar.

La perla Rosetta




Imaginé de star a Muran più de cinquecento   ani fa. Eora, ghe gera un certo Anzolo Barovier, che’l gera un   strigon. Co ch’el tocava el vero faseva un capolavoro. Tanto par   dirve, el vero cristalo, quelo trasparente, lo ga inventà lu; pareva   quelo de rocca, ma no ghe meteva el piombo. Come xe che’l lo gavarà   fato? Mah. E po, el faseva anca veri che pareva piere dure e smalti   luminosisimi, pensé ala coppa Barovier.

Bon, el fa sie fioi, la seconda la gera la   Marieta, un spetacolo.

Fin da picenina, el se la porta in fornasa e   ghe insegna tuti i segreti del vero e ela se li scrive su un tacuin.

Nel 1494 la fornasa tol a lavorar un certo   Giorgio, un garzon che vegniva da Spalato, un dalmata insoma. El   gera soto de na gamba, e par questo i lo ciamava Ballarin. A parte   la gamba sota, el gera svegio e lavorador, anca massa svegio. Desso   ve conto. A un certo punto ‘l scominzia a lavorar cola Marieta e,   sicome no’l gera un molton, sapa pian e spenzi guaivo, no’l diseva   ala Marieta “che bea che bea”, ma “che brava che brava”. E, visto   che’l no gera beo, la faseva rider, e ridi ancuo, ridi doman, un   zorno la Marieta ndando a messa no se desmentega el tacuin ala   fornasa?

E ‘l Ballarin zo a copiar tuto de furia e   dopo, cossa falo, no’l scampa via? Co Marieta se ne incorze, de boto   la pensa: bruto fio de un cancaro, Dio te manda pan, pesse e un spin   in culo! El pezo, xe co ela lo dise a so pare. Missier Anzolo no ghe   pensa do volte, va dai sbirri, lo denuncia e lo fa finir in preson.   E quanto tempo’l ghe resta? In quatro e quatro oto un vetraio dela   concorenza, certo Alvise Trevisan ghe paga la cauzion, lo tol ala   fornasa co lu e ghe da anca so fiola da maridar.

Polé imaginarve la Marieta, povareta. Fato   sta che dopo un fià de tempo la capisse che, anco co’l tacuin   segreto, Ballarin no’l xe bono de far i veri come che li faseva ea,   anzi, e po a Muran ghe xe posto par tuti. E cussì, xe vero che la no   se maridarà mai, ma la continua a sperimentar, far, brigar. A un   certo punto la ga sta idea de far dele canne forae co dentro tanti   strati e, na volta molae, le fa un disegno a stela de dodese ponte,   bianche, blu e rosso matòn. Le ciama canne rosette.

Co la canna roseta la farà oldani de rosete,   sechieti de rosete, maneghi da pugnali e maneghi de corteli de   rosete, tuto de rosete. Le collane de perle Rosete diventarà   preziosissime in Africa, pensé.

Ma no la finisse miga qua, savé: el doge   Agostin Barbarigo permete a Marieta de verzar na fornasa tuta sua de   ela, par far i veri beisimi che la gà inventà.

E cussì, da una storia de “spionagio   industrial”, una dona la xe diventada un’imprenditrice e ga fato   rosegar tuti i altri vetrai de Muran.

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