Visintin Silvano - Concorso Lagunando

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Visintin Silvano

Nato a Venezia il 13/05/1949. Docente negli istituti superiori di Venezia dal 1977 al 2013. Polisportivo. E’ stato per vent’anni skipper in Mediterraneo e lavorando nelle navi mercantili ha effettuato per due volte il giro del mondo... (Pubblicazione nell’Antologia “Il cioccolato” Carta e Penna 2016 – Torino) (Vincitore del premio poetico “Massimo Troisi” – Concorso Poetico Nazionale Villa Bruno 2017 – Napoli) (Vincitore della “XXVI° edizione del Festival internazionale di poesia erotica – Baffo – Bonafè” Carnevale di Venezia 2017)
POESIA
 CILIEGIO D’INVERNO







Splendevi di giallo
Gonfia bolla di sapone
Ora a terra è il ballo
Come dopo un’esplosione

Il vento freddo ti ha investito
Con soffio impetuoso
Al tocco non ha resistito
Fragile l’abito amoroso

Lo scheletro rivela scoperto
L’inverno dal volto crudo
Le braccia tremano all’aperto
Il corpo è rimasto nudo

Quel grigio esalta le voglie
Nell’aria che sembra sera
Guardo a terra le tue foglie
E sogno nuova primavera.

TRAFFICO LIDENSE



Ricorda gentile autista
che il Lido non è una pista

E per quanto sembrino strani
è abitato da semplici umani

Vanitosi e forse un po’ montati
ma in larga misura pensionati

E non dimenticare nella tua fretta
quella nostra speranza in bicicletta

Bimbi urlanti e talvolta fastidiosi
ma giovani e quindi poco corrosi

Imploro inoltre la graziosa signora
che il gran SUV conduce ancora

con mano unica e volto poco amico
mentre parla all’iphone che fa molto fico

Abbi pietà di noi bipedi nani
Fummo giovani anche in tempi pur lontani

Se non del codice ti giunga l’oblazione
sincera arrivi diretta la mia maledizione.
 ISOLE MINORI ?



Oh Venezia, mia incomparabile regina,
cosa saresti senza la laguna
tua vicina?

Dove i grandi palazzi
sull’acqua
arguti e complessi
come splendidi arazzi
danzerebbero riflessi?

Sospira il vento perspicace
la noia dell’istante infrange
quando la calda notte tace
solleva
leggere onde in falange

Musica segreta
cara all’uomo solo
che esplora del cuore gli anfratti
irridenti cocai
si corteggiano in volo
stupiti e complici solo i pochi gatti

Allora si schiudono porte arcane
svanite le certezze di storia dell’arte
silenti e sagge
le isole lontane
declamano che di te son prima parte

Un racconto che a volte sfioro anch’io
come Il turista che vien da fuori
con sicumera goffa che sa di stantio
le dichiara convinto come isole minori

Solo quando sale sulla mia povera navetta
ribalta in un attimo ogni certezza
convinzione svanita in lesta piroetta
ipnotizzato anch’egli da tanta bellezza

E’ l’aria che canta versi ancestrali
del ritorno costante alla vera fonte
Il sole, la nebbia, perfino i temporali
tra uomo e natura creano ponte

Strade d’acqua intrecciate a labirinto
s’inoltrano nel deserto che pare immane
teatro del conoscere non più finto
che volge di nuovo a mete lontane

Qui anche dopo la triste caduta
torno a scoprire l’aiuto vicino
la traccia riappare
della rotta perduta
un’altra isola accoglie il nostro destino

Percorsi che copiano le voci interne
tolgono l’ansia,
trasformano il panico
I colori, le erbe, le piante nelle acque ferme
ricordano ai distratti il fulcro organico

Se poi scintilla la luce pura di primavera
per me fortunato che sono nato a maggio
e dall’alba la montagna accompagna fino a sera
Allora concluso in completezza è il viaggio

Sul libro di bordo dalla carta annerita
rimangono i disegni bizzarri della fortuna
sono tappe del tempo,
storie di vita
queste isole immobili della laguna.
LAGUNA








Amo quest’immobile laguna
Quando calma e austera
Come non c’è nessuna
Esibisce la purezza vera

Orizzonte di specchio immacolato
Confuso dal sole potente
Sul niente rovesciato

Le briccole come note di spartito
Segnano le pause dell’infinito
Silenzio oltre le cause

Nessun rumore

Solo la forcola sussurra al vogatore
Mentre la pala affonda
Sulla seta increspata

A destra
un tuffo nel tenero tessuto
lo svasso in piroetta
Si butta abbasso

Senza fretta,
A lungo, come me,
rimescolando nel profondo,
proseguirà il suo affondo

Attimi di pace

Mentre il vento tace
E i versi dei gabbiani
Svaniscono lontani

Mistero raggiunto?
Qualcosa si rivela?

Per ora mi basta questa tela
Dipinta con mano ferma

Laguna senza tempo
Laguna eterna.
 NEBBIA








Nebbia
che tutte le sponde
confonde

Nebbia
che il cielo terso
nasconde
universo ormai perso

Nebbia
che la vista appanna
sotto una grigia gonna

Nebbia
dal cuore di donna
sottile

Nebbia
dove divento vile

per orizzonti negati
stesso mistero
da tutti i lati

Nebbia
dell’ultimo sole
muta
senza parole

Nebbia
priva di canti
nel ricordo
e davanti

Nebbia
senza più feste
nel pensiero

ancora spero
alzo la testa
e cerco il celeste.
NARRATIVA
Il lampione
-lungomare del Lido-










Di lei conservo chiaro il nome: Sara, Sara XXXXXXXX. La generosa mia eroina. Di tutte la più importante perchè fu la prima. Inaspettata, inconsueta, forse perfino immotivata. Al di fuori di ogni tormento. Non ci fu amore specifico, quello dei violini, il vero sentimento. Per lei, ne sono certo, si trattò di un gioco e come tutti i divertimenti durò poco. Per me fu la bomba atomica che non avevo mai provato prima. Nel corpo lo sconvolgimento come il fungo di Hiroshima.
Dunque l’antefatto. Parliamo di anni dodici circa. Probabilmente frequentavo la seconda media. Epoca del mio sviluppo puberale. Improvviso nello slancio statuale che prometteva, nella precocità, ipotesi di gigantismo, successivamente smentite. Dunque, anche la voce e i primi baffuti peli testimoniavano la rivoluzione cellulare che propendeva alla riproduzione. La masturbazione, alla cui scoperta sarà dedicato specifico capitolo, era accompagnata anche da un tepore emotivo, sempre pronto ad accendersi al primo gentile sorriso di una qualsivoglia fanciulla. Insomma, mi innamoravo ancor prima dell’aspetto specifico. Cioè, ero già innamorato. Vivevo in uno stato perenne di languore sentimentale che chiedeva disperatamente una vittima, un’eroina su cui riversare la cascata di emotività che spingeva all’esplosione. Brutta sensazione, Anche perchè regolarmente frustrata. Le candidate più ambite, dotate dei simboli più chiari dl mio languore romantico: capelli lunghi soffici e profumati, occhi di gatta complici e fuggenti, piccoli seni appena disegnati, gambe scattanti e prolungate, eloquio squillante e ironia bruciante, erano già tutte prenotate dai giganti della terza, se non da quelli del vicino liceo che, a volte arrivavano perfino in Lambretta.
Ad accentuare la frustrazione c’era anche la mia totale, segreta, inabilità sessuale. Non stiamo parlando di prestazioni speciali, siamo ai prodomi dell’arduo percorso. Anche se l’apostrofo roseo credo rappresenti il saluto primario e la sincera rivelazione dell’attitudine. Sì, stiamo parlando proprio del bacio. Io, allora, non sapevo baciare: Ah, Ah, che ridere!!
Sembra una tenera incertezza dovuta all’età, ma provate voi a risolverla, a quei tempi, senza tragiche conseguenze. A chi potevo chiedere adeguate spiegazioni? Certo non ai prof.(mio Dio!!) a cui la domanda sarebbe parsa quantomeno impertinente. Alla mamma? Forse possibile data l’originale, estroversa natura. Ma avrebbe acceso la sua incontenibile curiosità e mi avrebbe vincolato ad una complicità perenne che sentivo andava evitata.
Restava mio fratello maggiore, Gilberto, confidente e complice da sempre. Tuttavia avevo cominciato a percepire che non tutto era credibile nei suoi racconti, riempiti spesso nell’entusiasmo della descrizione, di colorate fantasie diventate per lui sincera realtà. Insomma era già artista teatrale.  Ecco! Forse i suoi amici, più vecchi come lui di due anni e quindi certamente esperti nel settore. Ma come farlo senza bruciare l’immagine recitata di una maturità già raggiunta, con cui, faticosamente, mi ero conquistato uno spazio di rispetto nella loro compagnia, pur essendo ancora “cucciolo”? A quell’età due anni fanno una bella differenza!
Elaborai il piano. Una conversazione buttata là, con nonchalance, fingendo il confronto tra esperti scafati e forse un po’ annoiati, in cerca di nuovi stimoli nel dettaglio innovativo. L’occasione giunse con Adriano XXXXXXXXX, compagno di classe di Gilberto, simpatico e con me gentile, anche se vedremo, poco affidabile. Ne aumentava il fascino ai miei occhi, per virtù transitiva, la presenza anche di una sorella più giovane dalle lunghe gambe, un portamento austero e un’aurea da indossatrice inavvicinabile. Fu così che,  in attesa di alcuni amici alla fermata dei vaporetti di S.M.Elisabetta, feci la domanda che doveva apparire quasi banale e che invece rivelò tutta la mia debolezza, aprendosi alla crudele beffa. “Ma tu, Adriano, quando baci… come fai?” Lo sguardo indagatore, rimasto sospeso prima della risposta, rivelò intuitivamente la mia gaffe. E in qualche modo mi salvò fortunatamente dalla credulità totale. Capii che forse si faceva beffe di me. “Ah, come al solito -rispose- quando apre la bocca… le metti la lingua in gola… fino in fondo… e poi… puoi anche soffiare!” L’aggiunta mi rese più evidente che non tutto era oro colato, anche se il particolare della lingua mi parve di una certa attendibilità. L’essere più grande si manifesta anche con l’autocontrollo, quindi non battei ciglio, annuendo e confermando, quasi, che certamente era la tecnica migliore.
Tuttavia il particolare della lingua continuava a gironzolare nella fantasia e a porre altri tormentati interrogativi. Come si doveva procedere? Era solo un affondo e poi si restava fermi? E dove finiva la sua lingua? Quanto bisognava inoltrarsi? Non l’avrei forse soffocata? Come Don Abbondio dopo la minaccia dei bravi, continuavo a tormentarmi nella quotidianetà delle azioni, senza trovare una certezza risolutiva che sarebbe potuta arrivare solo da un miracolo. Che avvenne! Come un lampo, inatteso, esplosivo. Così vicino che lo scoppio del tuono fu immediato. Il temporale era proprio lì accanto e non me n’ero accorto. Me lo disse un amico più grande, Gianni XXXXXXX, detto “Tamba”, per un’evidente somiglianza scimmiesca nel contenimento delle sue dimensioni nonché nei lineamenti del volto.
Una ragazza di terza, di nome Sara, mi aveva notato in patronato e chiedeva di andare insieme al cinema Minion. Lì la domenica invernale si svolgeva il rito di un film guadagnato con lo sconto al catechismo e trasformato poi, almeno nel delirio della sala, in una bolgia infernale. Sapevo, tuttavia, che nel clamore degli schiamazzi e nel furore degli scherzi cretini, si potevano creare nicchie di invisibilità e quasi di intimità. La richiesta mi sorprese non poco. Come tutti gli adolescenti credo, non pensavo di essere degno di una qualche osservazione. Soprattutto da parte di una ragazzina carina, dai lunghi capelli biondi chiusi da una simpatica frangetta, due occhi celesti che vorresti aver dipinto, il naso birichino un po’ rivolto all’insù, quasi a lasciare spazio a due magnifiche labbra che anticipavano l’odierno tocco di botulino. Aggiunsi che era giusto della mia altezza, ma in più aveva già le tette. Non il seno appena disegnato, ma due belle, rotonde tette che non si vergognavano per niente di curvare il morbido maglione. Mio Dio! Allora esisti! Ecco il miracolo! Non ci credete? E allora scoprite il seguito. La luce si spegne e ci trova seduti nell’angolo estremo dell’ultima fila, mentre davanti a noi inizia la bagarre che accompagna i titoli del film. C’eravamo presentati all’ingresso, un semplice “Ciao”, guardandosi negli occhi con un interrogativo che trovò subito risposta”sì… Ci stò” Confermato dall’abbraccio con cui l’accompagnai al posto, conservato da una semplice amica. Nel buio per primo fu la battaglia delle mani. Agganciavano il braccio, si attorcigliavano scorrendo tra la cavità dell’ascella. Talvolta azzardavano, senza resistenza, l’abbraccio alla spalla. Le guance si avvicinavano tra il profumo dei capelli, intervallate da qualche nervoso sorriso per gli scherzi tremendi che i compagni si scambiavano davanti. Era chiaro l’intento, ma qualcosa contrastava il libero fluire dell’impresa. Prudenza ormai matura? Pudore? Semplice opportunismo? Il film ci offrì un rapido pretesto. Nessuno in realtà lo guardava con attenzione. Per noi c’era ancora meno ragione. In verità aspettavamo il buio della sera. Non era del tutto consapevole, non c’era stato un accordo. Forse lo aveva pensato lei, non certo io che stavo viaggiando in luoghi inesplorati con l’emozione del turista fai da te. Tuttavia avvenne con semplicità più che complicità. “Che noia! A te piace?!... Dai… Usciamo…” Neppure Tarzan mi avrebbe inchiodato alla poltrona.
Ci facemmo largo tra gli indigeni in lotta con carte lanciate, versi animaleschi e poltrone terremotate. Ci accolse la sera anticipata dell’inverno. Quell’ultimo grigio, nebbioso chiarore del tramonto che dura un attimo ed è subito notte. Giusto ciò che ci voleva. Chiacchierammo, allegri come vecchi amici, descrivendo le gesta dei compagni rimasti al cinema. A volte, tenendoci per mano, a volte, rincorrendosi per brevi tratti, come cuccioli in vena di saltare. In realtà volevamo fare presto. A quell’età, alla sera con i genitori si entra in zona rischio (allora!!!) specie per le ragazze. Ma avevamo ancora un buon margine prima di cena. La direzione ci fu chiara fin dall’inizio: il lungomare! La fila continua dei lampioni forniva luce adeguata, ma anche un’ombra abbondante per le foglie degli alberi sporgenti. In più, la sera d’inverno la zona è deserta. E fu lì. Nell’accogliente ombra del primo lampione a destra, alla fine del Gran Viale. All’altezza del Blue Moon, in direzione des Bains. Non dicemmo niente. Semplicemente ci fermammo sotto al lampione. Ci guardammo negli occhi sorridendo. Ci abbracciammo, prendendo posizione, quasi ieratici e scultorei, come una coppia di pattinatori prima che scatti la musica del loro percorso libero. Le labbra si avvicinarono, le teste si fletterono in perfetta posizione e sincronia. E BANG!!!! Partì la giostra.
Che dire? Mi parve subito ridicola la mia precedente ansia di prestazione e altrettanto banali e incompetenti si evidenziarono le istruzioni. Tutto fu naturale, grazie anche alla guida di Sara che,come credo, aveva un’attitudine speciale. Non c’erano motivazioni, speculazioni, intorbidamenti. Tutto era evidente e ciò che si manifestò fu il piacere di un incontro, di un dialogo, di un confronto. Fu uno sviluppo fantasioso, un ricamo di follia e la più tenera dolcezza. Poi di nuovo il fuoco dentro, e piroetta e salto mortale, una rincorsa e il passo a due, la fuga e l’inseguimento, l’abbandono e il finto inganno, la pace e il cuore in affanno, lo struggente sentimento di un medesimo discorso. Complici -davvero complici- e che nessuno finga perché davvero parlavamo la stessa lingua!
Dopo la lunga apnea, finalmente respirammo. Ma fu solo per l’apoteosi “Baci bene, sai!” Fu il complimento che in vita non avevo sentito mai. Volavo. E presto fu preso l’accordo. Ragionevole e ritmato: ad ogni lampione un altro bacio ci sarebbe stato. E così fu. Notai che acceleravamo, accorciando i termini di trasferimento e inversamente proporzionale diventava il tuffo il tuffo nel caldo intreccio primordiale. E quegli attimi prolungati, l’orgoglio sovraeccitato, davano al signorino ardimento di impresa. Ecco che allora si allarga la presa e, lampione dopo lampione, si allungano le mani verso le rotondità del maglione. Che splendore d’Angora la lana, calda e soffice al tatto, ma sotto… sode e tonde e grandi… Dio, divento matto. Ecco la fine della guerra e finalmente conquistata la nuova terra! Lei gradiva. Non era per niente schiva. Con altre c’era stato lo scatto come trappole per topi. Via! Quasi uno schiaffo. Invece, hic manebimus optime. Accoglienza impeccabile e generosa. Complice, come si dice all’amore. La strada purtroppo finì. Ero ad un passo dallo scendere sotto il profondo mare e scoprire i tesori del forziere. Ma l’ora e la vicinanza alla sua casa, l’interruzione dei lampioni per la traversa laterale, imposero il triplice fischio. L’accompagnai fin sotto casa, felici come due atleti usciti vittoriosi dallo stadio. Che bello! Che grandi siamo stati! Una squadra perfetta e… squadra che vince non si cambia! Ci sentiamo domani e… riprendiamo il nostro gioco. Ciao! Ciao! Niente baci, troppo visibili dalle finestre, solo tocco di mani, come buoni amici di scuola.
Il giorno dopo partii per la montagna per le vacanze di Natale. Non la baciai mai più. Seppi sui monti da amiche invidiose che stava con un altro. Lo sgomento provocò legittima paralisi emotiva che non sfuggì al più vecchio gigante amico, detto appunto il “faro”, mio occasionale compagno di stanza. Mi impose di scriverle una lettera, una lettera molto risentita solo perché da lui suggerita. Io infatti non le volevo alcun male. Ma quanto ho capitosi trattava del classico maschile onore ferito. Fortunatamente non le arrivò mai. Fu intercettata dal padre di Tamba che aveva il compito di intermediario. Me la riconsegnò con uno stupido rimprovero da adulto per aver usato il figlio come “ruffiano” e con un sorriso furbetto di chi tutto lascivamente aveva letto. Capii che il mondo contiene persone malvagie e infelici e imparai a difendermi.
E ora che c’è di nuovo il Natale, passeggio con la mia cagnetta India alla fine del viale. Più di mezzo secolo è passato. Certo sono un po’ cambiati, ma rimane ancora la fila dei lampioni sul lungomare.
Nella sera mi fermo e non visto dalla gente, lancio un bacio a Sara di cui non seppi più niente, insieme alla preghiera che Dio la protegga da tutti i mali e le regali ancora altri cento,mille, felici Natali.


LUCI SUL PALCO



Sonia, attrice professionista appartenente alla compagnia   “Artis”, era solita svegliarsi presto per andare alle prove ma, questa   volta, aveva i sintomi di un’influenza. Ancora assonnata, telefonò in   teatro pregando Simone, suo collega, di riferire a Roberto, il regista,   che non ce l’avrebbe fatta a raggiungerli né a recitare nei giorni   successivi, motivo per il quale avrebbe potuto dare la sua parte ad   un’altra. Roberto andò su tutte le furie e, strappato di mano il   cellulare a Simone, le ricordò che soltanto lei era in grado di   interpretare la protagonista della loro commedia, perciò avrebbero   aspettato la sua guarigione. I giorni passavano e Sonia non tornava al   lavoro. Era sempre stata la più brava e la più versatile in quanto   riusciva a immedesimarsi perfettamente in qualunque personaggio le fosse   assegnato. Questa volta sarebbe dovuta “diventare” Nora, la coraggiosa   eroina di “Casa di bambola” di Ibsen che era riuscita a riprendere in   mano la sua vita dopo essere stata subordinata per anni ad un marito   incapace di apprezzarla e di amarla. Sonia si era preparata a lungo ma,   ogni volta che si immedesimava in lei, si sentiva male sia   psicologicamente che fisicamente. Così, nonostante la febbre fosse   passata, non volle fare rientro e si lasciò andare alla pigrizia e   all’indifferenza verso tutto quanto stesse accadendo. Un giorno Rosaria,   un’amica della compagnia, andò a trovarla per comunicarle che, data la   sua prolungata assenza, le era stata assegnata la parte di Nora. Questa   notizia la sollevò moltissimo. Le prove generali erano fissate la   settimana successiva, di sabato mattina. Lo spettacolo era previsto di   sera, ma mancava all’appello Rosaria che si era infortunata ad un piede   mentre stava raggiungendo i compagni in bicicletta. Per evitare di   rimandare lo spettacolo, il regista chiamò Sonia pregandola di   riprendere il suo posto. La sua reazione fu all’inizio negativa ma alla   fine, dopo un lungo tira e molla, si rese disponibile. Durante la prova   generale si sentiva strana, quasi fosse improvvisamente caduta in uno   stato di trance. Tutti notarono il suo cambiamento: recitava senza   partecipazione e senzatrasmettere emozioni. Ma ormai non si poteva   tornare indietro. Non restava altro da fare che rassicurarla che tutto   sarebbe andato per il verso giusto. Alle 21.00 si sollevò il sipario. La   platea era gremita. Rosaria era riuscita a farsi accompagnare in teatro   e si era seduta in prima fila. Era sicura che l’amica non l’avrebbe   delusa e che avrebbe dato il meglio di sé. All’inizio del I atto Sonia   sembrava leggermente sotto tono, come se si stesse sforzando di   recitare. Ciononostante era in grado di mantenere discretamente la scena   e di catturare l’attenzione. Dal II atto in poi riuscì ad entrare di più   nel personaggio di Nora e a percepirla per chi veramente era: una donna   responsabile e matura trattata dal marito come una bambina viziata. Ora   le riusciva facile sorridere, annuire come Nora, avanzare richieste e   fare piccole smorfie al marito per assecondarlo e farsi ben volere. La   sua voce risuonava nella platea alta e cristallina, il corpo volteggiava   agile e sciolto sul palco come quello di un’ allodola, il piccolo   uccello simbolo di quello che Tovarld vedeva nella moglie: una persona   che, malgrado la sua immaturità, era riuscita miracolosamente a crescere   i figli; una donna dalla quale pretendeva obbedienza e sottomissione,   perchè spettava soltanto a lui provvedere realmente alle necessità della   famiglia, esserne la colonna portante e la fonte di sussistenza dovuta   alla sua dedizione al lavoro di bancario. Dal suo punto di vista, Nora   non avrebbe mai potuto comprendere cosa significasse guadagnare,   amministrare soldi, relazionarsi con persone importanti. Il suo regno   sarebbe stato sempre e solo la casa, unico spazio adatto ad accogliere   le sue piccole e fragili ali. Le sue ali erano proprio come quelle di   Sonia: anche lei un uccellino, anche lei imprigionata in una gabbia,   quella delle illusioni che suo marito Roberto potesse cambiare e   trattarla in modo diverso. La somiglianza tra i due uomini era notevole:   Tovarld non si era mai sforzato di comprendere ed apprezzare cosa   realmente avesse fatto Nora per lui quando in passato aveva contratto un   debito con Krogstad, un usuraio, per poter curare la sua grave malattia.   Invece di esserle grato per aver corso un così alto rischio, si era solo   preoccupato di mettere a tacere lo scandalo che sarebbe potuto scoppiare   qualora la storia del debito fosse stata svelata a tutti i colleghi da   Krogstad che lavorava nella sua stessa banca. Preso dalla rabbia e dalla   preoccupazione, era stato sul punto di cacciarla di casa e di toglierle   i figli. Solo alla fine, grazie al fatto che la situazione fosse   rientrata fortuitamente nella norma, l’aveva magnanimamente perdonata,   rivelando la sua natura meschina. Così Nora, stanca dei maltrattamenti e   dell’ingratitudine del marito, aveva deciso di abbandonare un nido che   non era stato mai caldo ed accogliente. Ma questa volta non aveva   bisogno del permesso di Torvald per andare via: lo avrebbe fatto di sua   spontanea volontà, nella convinzione che solo la solitudine avrebbe   potuto scardinare o, almeno, scalfire l’orgoglio e la presunzione di un   uomo profondamente egoista e ingrato. Come Torvald, anche Roberto aveva   sempre sottovalutato la moglie e non l’aveva mai ringraziata per tutte   le volte in cui lo aveva aiutato e consigliato. Nei primi anni di   matrimonio Sonia aveva sanato i debiti da lui contratti a causa di un   investimento sbagliato e lo aveva salvato dal baratro. Nonostante fosse   molto più brava ed esperta di lui sia come attrice sia in qualità di   regista, aveva lasciato che dirigesse la compagnia. Si era sempre messa   in ombra perché le interessava solo la sua felicità. E, ora che sembrava   avessero raggiunto una certa tranquillità col lavoro teatrale, le   dimostrava la sua riconoscenza trattandola in modo autoritario e   dispotico, dispensando ordini e critiche sul suo modo di recitare con la   scusa di volerla rendere più brava e perfetta di quanto già fosse. Così   come per Nora era arrivata l’ora di dire basta, anche per Sonia era   giunto il momento che aveva a lungo rimandato. Aveva sperato con tutto   il cuore che il marito cambiasse. Ma, dato che la fiducia riposta era   stata disattesa, avrebbe dato una svolta drastica alla situazione, anche   se le dispiaceva molto dover lasciare i compagni e non poter condividere   più con loro la passione che avevano in comune. Nell’indossare davanti   al pubblico la maschera di Nora, aveva compreso che proprio lei le stava   dando il coraggio di riprendere in mano la sua vita. Ora non temeva più   il giudizio degli altri, non aveva più paura di reprimere le sue   emozioni. Mai come in quel momento si era sentita se stessa, la vera e   autentica Sonia. Era consapevole che avrebbe dovuto abbandonare la   sicurezza economica e professionale costituita da una compagnia ormai   affermata ma, nello stesso tempo, era profondamente convinta che il suo   affezionato pubblico avrebbe continuato a seguirla in qualunque luogo   fosse andata. Non avrebbe avuto più nulla da temere se non l’ennesima e   ultima lite con Roberto, dopodichè avrebbe finalmente spiccato il volo.
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