Angelo Coco - Concorso Lagunando

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Angelo Coco

LAGUNANDO 2020 > selezionati 2020
Dipendente del Ministero della Pubblica Istruzione, ha svolto attività giornalistica collaborando con i quotidiani “Umanità”, “La Sicilia”, “Giornale di Sicilia”, “Gazzetta del Sud” e con il settimanale “Centonove”.
Si occupa di poesia e, fra gli altri, ha vinto il “Rhegium Julii”; il  “Premio internazionale Valdagrò”; il “Penisola Sorrentina”; il “Colapesce”; il “Città di Leonforte”; “Città di La Spezia” e numerosi altri premi.
ORTI DEI DOGI
ROMANZO
Notturno Veneziano



“Venezia non è una città,
essa è piuttosto un sogno
allungato sulla riva del mare.”
(Maxence Fermine, Il violino nero)


PROLOGO
Mercoledì 23 giugno

Venezia, ore 23,30

L’idea che il corpo dava, osservandolo da dietro, era di una persona che, colta da improvviso e irresistibile sonno, non aveva trovato nulla di meglio di una scrivania per concedere alle proprie membra qualche minuto di riposo prima di avviarsi verso un più comodo e accogliente letto.
Dalla posizione in cui si trovava, Fatma non poteva avere una visuale completa della scena. Fece alcuni passi, misuratamente lenti, poggiando per terra i piedi con cautela, attenta a non produrre il minimo rumore, chiedendosi, nel contempo, se quel corpo, più che dal sonno, non fosse stato colto da un improvviso malore.
Trovandosi tra la piantana e la grande scrivania, la sua ombra venne proiettata sulla parete di fronte quasi ingigantita e senza rendersene conto Fatma emise un grido di spavento subito soffocato.
«Oh, no, mio Dio, cos’è successo!»
Magda Styler stava lì, col busto riverso e una linea di sangue che le rigava la camicetta a partire dal cuore per raccogliersi sul pavimento in una pozza irregolare proprio davanti al piede sinistro.
Quando Fatma giunse a pochi centimetri dalla contessa, il primo gesto che le venne istintivo compiere fu di scuoterla dolcemente poggiando una mano sulla spalla, ma un attimo prima qualcosa la trattenne. Fu come se un lampo le attraversasse la mente, uno di quelli che aprono uno squarcio improvviso nella ragione e fanno capire come l’istinto, a volte, possa rivelarsi indispensabile. Ebbe imbarazzo e fu colta da un terrore che le impedì di toccare il corpo inanimato. Rimase con la mano piegata a pochi centimetri dalla contessa e nel vedere il sangue per terra, così da vicino, si sentì presa da un indicibile senso di panico e dalle viscere le salì in bocca il sapore bruciante del vomito. Si portò le mani alla bocca coprendosi per intero il volto. Il buio calò su tutta la scena.
“Devo stare calma.”
Quando riaprì gli occhi, nulla era mutato: la stanza, con gli oggetti in penombra che si allungavano sui muri o su altri oggetti, le apparve avvolta in un’atmosfera incartata e la contessa ancora là, inanimata. Da lì a poco il palazzo sarebbe stato invaso dalle forze dell’ordine, le venne da pensare.
«Mi faranno ogni sorta di domande: com’è successo; all’ora del delitto lei dov’era; ha un alibi; è stato toccato nulla; la contessa aveva nemici - e tanto altro ancora.»
Ruotò il busto e la testa all’indietro di quel tanto per fermare lo sguardo sulla maniglia della porta e pensò alle impronte lasciate. Se invece di entrare nello studio avesse proseguito il proprio cammino, avrebbe soltanto rimandato il tempo della scoperta del cadavere in un dopo, all’indomani, compreso fra le otto e le otto e quarantacinque; era l’orario quando, tutte le mattine, in ogni stagione dell’anno, la contessa iniziava la propria giornata.
L’unica variante era costituita dalla scelta del locale dove si sarebbe isolata per consumare la colazione: nella stessa camera da letto; nella piccola stanza da pranzo, quasi un privè separato dal resto degli ampi ambienti della casa, o nello studio, se preferiva accompagnare il ricco menù a base di frutta di stagione e crostate calde di forno, a un primo rapido sguardo alle notizie dei giornali. D’estate, il rituale mattutino si spostava in una parte della veranda che si affacciava sul prato del cortile interno del palazzo.
“Con una meravigliosa veduta sul Canal Grande si rintana, invece, in uno spazio chiuso che sa molto di solitudine”, Fatma aveva osservato in più occasioni con il suo modo discreto di esaminare persone e cose.
Percorrendo il corridoio per arrivare alla sua stanza, Fatma si era lasciata incuriosire da una striscia di luce che s’incuneava sotto la porta dello studio a segnare un sottilissimo fascio bianco sul pavimento, oltre che dalle note di una melodia che uscivano da un impianto stereo.
Non era mai successo, stando ai suoi ricordi, che la contessa stesse ad ascoltare musica nello studio a notte inoltrata. Quando ne aveva voglia, lo faceva distesa nel suo grande letto con baldacchino, con la lampada sul comodino accesa e qualcosa da leggere fra le mani, fosse un libro, una rivista, un giornale o magari una delle tante relazioni che preparava per la sua attività di gallerista.
Fatma aveva aperto la porta spinta da un’affettuosa curiosità non immaginando che, varcata la soglia, si sarebbe trovata al cospetto di un cadavere. All’improvviso si sentì invasa da qualcosa che poteva definirsi in un solo modo: paura. Girò attorno alla scrivania una, due, tre volte, con la camminata sempre più insicura, osservando il corpo privo di segni di vita. Pensieri e ricordi cominciarono a fluirle disordinatamente dentro. Fu sul punto di uscire dalla stanza e scappare via. Ma la tentazione si dileguò in un baleno. Arrestò il movimento frenetico e traballante e si rese conto che la sola cosa da fare era avvertire qualcuno.
“Certe emergenze non vanno in sintonia con gli orologi.”
Accese il cellulare, attese che sul dispaly comparissero gli asterischi da sostituire con il PIN e compose il numero di Alvise, l’attempato collega maggiordomo.
Il telefono squillò a lungo prima che dall’altro capo le giungesse una voce sonnecchiante.
«Casa Zanetti…» La restante parte della frase rimase solo nel- l’intenzione tali furono la concitazione e il pianto dai quali venne travolto.
«Alvise, una disgrazia, la contessa…» La forza di proseguire si perdette tra singhiozzi di disperazione.
«Calmati, Fatma, per favore, e cerca di dirmi cos’è successo.»
La donna ritrovò la forza di tornare in sé dopo il rabbioso sfogo e, apparentemente più distesa, cercò di comunicare la notizia.
«La contessa è morta, uccisa, qui nello studio…»
«Come, uccisa…» farfugliò il maggiordomo pieno di stupore.
«C’è del sangue, per terra.»
Di corporatura robusta e all’apparenza incrollabile, Alvise si sentì venir meno, le gambe si piegarono quasi di colpo e si trovò seduto dal suo lato del letto con il ricevitore del cordless poggiato sull’orecchio e le labbra serrate in una smorfia di stupore mista a dolore.
La moglie, svegliatasi di soprassalto al trillo del telefono, intuendo che qualcosa di grave era successa, sollevò il corpo appoggiandosi alla morbida spalliera del letto.
Guardando il movimento di Alvise, le sembrò di trovarsi accanto un gigante che, perdendo all’improvviso il punto d’appoggio, si stava abbattendo su se stesso.
Alvise rimase in silenzio.
La moglie ebbe l’impressione che stesse per esplodere in una reazione inconsulta. Pensò che fosse sul punto di cedere quando cominciò a far ondeggiare la cornetta del telefono indeciso se lanciarla contro una parete o stritolarla nella mano. Poi, pian piano, si riprese e appena riacquistò un apparente tono di composta sicurezza cercò di dare fiducia, per quanto possibile, a Fatma.
«Fai conto che fra venti minuti sarò da te. Intanto cerca di stare calma e, mi raccomando, tocca meno cose che puoi.»
Toccare meno cose significava lasciare meno impronte in giro ma, soprattutto, non coprire quelle eventualmente rimaste che potevano appartenere a mani estranee all’ambiente ed essere di aiuto alle indagini, pensò in rapida successione Fatma.
«Stare calma! Dice bene Alvise. Vorrei vedere lui nella mia situazione e per giunta da sola.»
Girò per la stanza come se vi stesse entrando per la prima volta. Doveva familiarizzare con una improvvisa atmosfera di vuoto e con le cose che adesso sembravano possedere caratteristiche mutate nel giro di qualche ora appena; i quadri, la grande libreria che occupava due intere pareti, piena di volumi riposti tutti in bell’ordine e con l’etichetta della catalogazione sul dorso. Il salotto con a fianco, da un lato, un mobile bar e dall’altro un tavolo con una scacchiera dai pezzi scintillanti anche solo alla luce della lampada rimasta accesa sulla scrivania.
In una sera d’inverno veneziano, la contessa aveva provato a spiegare a Fatma le regole essenziali e, per sommi capi, la storia del gioco degli scacchi. Qualcosa era riuscita a memorizzare, la ragazza turca, ma dopo quella volta, chissà perché, si era sempre rifiutata di sedere a uno dei due lati del tavolo anche solo per provare un inizio di partita. Aveva scoperto che il re era il pezzo più importante ma anche quello più debole e per questo doveva essere sempre protetto. Proprio come durante una battaglia.
E la regina?
(continua)
 Nella presente   antologia è stata riportata solo la presentazione del romanzo.

Per l’Opera   completa contattare l’Autore.

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