Luca Bertini - Concorso Lagunando

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Luca Bertini

LAGUNANDO 2020 > selezionati 2020
Ho 51 anni, sono sposato con un figlio e lavoro all’Ufficio Tecnico del Comune di San Giuliano Terme.
La passione per la scrittura ha attraversato varie fasi della mia vita, in cui ho sperimentato varie forme compositive.
Da alcuni anni ho ripreso vecchie idee, a cui se ne sono aggiunte di nuove.
Da circa vent’anni seguo una costante pratica meditativa come allievo di Raja Yoga.
ORTI DEI DOGI
RACCONTO
IL PROFUMO DEI FIORI DEL LOTO


La gigantesca ragnatela del reticolo ferroviario, che si dipana a partire dalla stazione centrale di Howrah, era immersa nell’apparente calma notturna quando la luce emessa dai fari di un’auto, uscita dall’agglomerato di edifici posti fra di essa ed il fiume, l’illuminò in tutta la sua estensione.
Era l’ora in cui la città iniziava a ritemprarsi dall’afa che l’aveva oppressa lungo tutta la giornata, e che nella tarda primavera non fa che preludere all’arrivo della stagione monsonica.
L’auto percorse ancora un tratto di strada costeggiando la ferrovia, per lasciarsela infine sulla destra e dirigersi verso il fiume Hughli, fino a che l’imponente sagoma dello Howrah Bridge, illuminata dai suoi fari, non prese forma di fronte ad essa.
Questo ponte, ricostruito quando l’amministrazione dell’intera India era ancora in mano inglese, sembrerebbe essere il cordone ombelicale di un’unica metropoli, la quale ha invece due corpi ben distinti, che si adagiano l’uno ad ovest e l’altro ad est del fiume. Da Howrah, posta a ponente, ci conduce verso l’altro agglomerato, decisamente più caotico, che oggi prende il nome di Kolkata, ma che allora assumeva ancora quello di Calcutta.
Attraversato il fiume, la macchina s’incuneò nel corpo di Calcutta verso una destinazione che prese forma solo varie miglia dopo, quando entrata nella vecchia area del Khalighat si fermò poco distante da un edificio che, a quell’epoca, era comunemente conosciuto come la Casa Khaligat.

All’interno di quell’auto, una berlina scura di grossa cilindrata, era possibile intravedere due sagome: una posizionata al posto di guida, e l’altra sui sedili posteriori. Dopo alcuni minuti, quella seduta alla guida uscì e, presa una valigia dal portabagagli, si diresse verso la porta della Casa Khaligat.
Bussò varie volte. Quindi posò la valigia lateralmente all’ingresso prima di far ritorno alla macchina, che rimase ferma fino a quando la porta dell’edificio non fu aperta.
Fu una figura femminile ad uscirvi, giusto in tempo per vedere il bagliore dei fari dell’auto allontanarsi.
Vista la valigia, la prese e la portò all’interno.
Quell’edificio, che ospitava l’istituto con il nome di “Casa Khaligat per i morenti”, era stato fino a pochi anni prima un ostello, utilizzato in particolar modo dai fedeli in visita al vicino tempio della dea Khali. La sua struttura era organizzata attorno ad un patio centrale con lunghi stanzoni, che ora accoglievano uomini o donne in condizioni d’abbandono, e più o meno prossimi alla morte. Separati da questi vi erano le cucine e le stanze dove si ritiravano per la notte le religiose che lo gestivano.
Nell’area del patio erano rimaste delle piccole vasche, vestigia del suo precedente vissuto. Da queste, nella tarda primavera, emanava l’odore dolciastro dei fiori del loto quando iniziano a sbocciare.

Anjezë Gonxhe Bojaxhiu era particolarmente stanca quella sera. Chiuse lentamente la porta della propria stanza, e prima di togliersi la veste si sedette un attimo sull’unico letto in essa presente. Si alzò però subito, facendo forza su stessa, per togliersi l’abito del giorno e prepararsi per la notte. Dopo era solita restare pochi minuti seduta sul bordo del letto, che era anche un modo per ritagliarsi uno spazio per sé, prima di sdraiarsi e prendere sonno. Ed in quel poco tempo, non faceva mai mancare un ringraziamento a Dio per la giornata che aveva appena trascorso.
Quella sera però non le venne nessuna parola con cui ringraziarlo, ma l’unica cosa che riuscì ad offrirgli fu una nenia, che era le riaffiorata alla mente dal profondo della memoria. E di questa nenia, che apparteneva ad una lingua di cui in quegli anni si era quasi completamente dimenticata, una sola parola: Gonxhe, che in albanese significa “bocciolo”. Quello che poi era anche il suo secondo nome, scelto per lei da sua madre, anche se ormai non le apparteneva più da quando aveva deciso di assumere quello di Suor Maria Teresa.
E mentre questa nenia continuava a risuonarle per la testa, si ricordò anche altro: che sua madre la cantava ogni volta in cui la tristezza prendeva possesso dei suoi piccoli occhi, ed il significato di quella breve nenia, che con parole semplici parlava di un piccolo bocciolo che come lei stava crescendo, e dal quale avrebbe potuto attingere la forza necessaria per affrontare ogni difficoltà avesse incontrato.
Si ricordò pure che ogni volta che sua madre la canticchiava non finiva di chiederle di ripeterla, fino a che quelle due piccole fessure s’illuminavano nuovamente, e sorridevano, ed in quel sorriso sembrava sparire ogni tristezza che attanagliava la sua piccola esistenza.

Durante tutta la giornata si era spremuta fino all’ultima stilla d’energia, fino a sentirsi svuotata, ma non le era servito a scacciare nessuno di quei pensieri che ora l’opprimevano.
L’amministrazione di Calcutta passava con regolarità mensile del denaro alla congregazione che gestiva la Casa Khaligat, dato che la presenza di quell’istituto era importante anche per la stessa città. Queste somme nel tempo si erano però rivelate insufficienti a gestire il numero degli ospiti, che negli anni era cresciuto considerevolmente, cosicché erano le piccole offerte a permettere di guardare con fiducia al domani, ma la loro consistenza fluttuava nel tempo, ed a periodi di floridità se ne alternavano altri di profonda incertezza.
Suor Maria Teresa, come fondatrice di quella congregazione, si era presa l’onere di gestire la Casa Khaligat, ed era consapevole di quanto precaria fosse quella situazione economica, in cui la tendenza a crescere del numero degli ospiti non faceva che far lievitare le spese, ed alimentava quella dipendenza che non dava garanzie per il futuro.
In cuor suo era certa che sarebbe arrivato il giorno in cui neanche le offerte sarebbero state sufficienti per gestire quella struttura, e quel giorno sapeva che qualcuno avrebbe dovuto fare una scelta, in cui in gioco ci sarebbe stato da un lato la sostenibilità della Casa Khaligat, e dall’altro la volontà di tenerla aperta per chiunque avesse bussato alla sua porta. E quella scelta sarebbe stata lei a doverla effettuare, prima che altri gliela richiedessero. Oh, con questo non era turbata dalla paura di un proprio fallimento, poiché sapeva che da quello avrebbe avuto la forza di rialzarsi, erano le prospettive di quella scelta ad incupirla, poiché qualunque strada avesse intrapreso era certa che sarebbe stata colma di amarezze.

Era in tali circostanze che tornava a chiedersi che cosa l’avesse spinta a dedicarsi alla creazione di quel luogo, e la risposta non cambiava mai.
Se c’era stato uno scopo, nell’aver fatto quella scelta, non era certamente perché glielo avesse chiesto la sua Chiesa, che forse neppure s’immaginava cosa fosse realmente Calcutta. Come aveva sempre sostenuto si era sentita chiamare da quel posto e da quella situazione, e la sua vocazione da quel momento l’aveva percepita solo in quel senso, nel dover dare tutta sé stessa per realizzare quel progetto. E quella che indicava a chiunque glielo chiedesse come la sua chiamata, era certa che fosse venuta da Dio.
In quei momenti però erano anche altri i pensieri che le passavano per la testa, quando i dubbi tornavano ad affollare le sue notti ed il futuro le appariva opprimente come un cielo plumbeo, ed allora arrivava a chiedersi persino il senso dell’aver realizzato tutto ciò, poiché non riusciva proprio ad accettare che dovesse toccare a lei scegliere coloro a cui quella dignità sarebbe spettata, e quelli che ancora una volta sarebbero rimasti esclusi.

“Madre! Madre!”
“Madre Teresa!”
La voce di una delle consorelle la richiamò da quei pensieri, ed i passi concitati che sentì avvicinarsi alla sua porta la costrinsero a rimettersi la veste del giorno, prima di aprire.
Attese che la consorella bussasse, ed attese ancora per sfruttare tutto il tempo possibile per pensare. Infine, aprì la porta.
“Madre! Un’altra persona è stata adagiata presso la nostra porta. È un uomo, vecchio e quasi cieco, che si regge appena in piedi.”
Suor Maria Teresa si spostò verso la zona del patio interno all’edificio senza dire alcunché, come a cercare un filo d’aria fresca alla calura di quel giorno che per lei sembrava non aver fine. Ed ogni secondo che lasciava passare le diceva che non vi erano alternative, e che quella scelta avrebbe dovuta compierla quanto prima.
Fu allora, che l’odore dolciastro dei fiori del loto l’avvolse facendole perdere la cognizione di ciò a cui stava pensando, ed un altro pensiero ebbe la caparbietà d’affiorare alla sua mente. E questo pensiero, che nulla c’entrava con quello su cui stava riflettendo, le ricordò una storiella su quei fiori che aveva spesso sentito ripetere da quando era in India, e che seppur estranea a tutta la sua formazione religiosa la spinse a fare questa riflessione: se questi fiori di loto, che nascono nel fango, quaggiù in India vengono considerati come il simbolo della purezza spirituale, cos’è che non è in grado di fare Dio se lo volesse?

Fornite le indicazioni alla consorella per sistemare il nuovo arrivato, Suor Maria Teresa tornò nella sua stanza, si mise nuovamente la veste per la notte, quindi si sdraiò sul letto, ma nonostante la stanchezza accumulata durante il giorno non riuscì ad abbandonarsi ad un sonno che la ristorasse.
Vi era qualcosa che l’agitava, e non era la scelta in sé che aveva appena compiuto, ma il non aver chiaro che cosa l’avesse spinta a farla. Ed in quell’agitazione che la permeava, poco dopo notò che le era rimasta nelle narici la sensazione di quell’odore dolciastro dei fiori del loto.
Non è che ciò la infastidisse, quanto piuttosto la portò a chiedersi perché quell’odore l’avesse distratta proprio quella sera, accompagnandola verso una riflessione che era stata determinante nella decisione che aveva preso, mentre di solito non lo percepiva affatto. Avrebbe potuto pensare ad un qualche segno che non era stata in grado di comprendere, dato che il fiore del loto è pur sempre un simbolo di spiritualità anche fuori dall’ambito indiano, ma quella considerazione, che aveva anche fatto, era fin troppo generica e non appagava la sua ricerca di una risposta che la soddisfacesse.
Così tornò a cercare di addormentarsi, ma il tempo continuò a scorrerle addosso senza che ciò avvenisse, fino a che la mente non la portò a ricordare un fatto accadutole non più di un mese prima.

Era una mattina di metà aprile, ed era stata convocata presso uno degli uffici dell’Amministrazione cittadina per un colloquio riguardante, come al solito, l’andamento della Casa Khaligat.
Fu durante il viaggio che sentì urlare quella notizia, ma fu solamente in sala d’attesa che ebbe la possibilità di leggere un articolo sulla morte di Albert Einstein.
Di Einstein e delle sue teorie fino ad allora non si era mai curata. Oh, certo sapeva chi fosse quell’uomo, ed aveva sentito argomentare su quella sua teoria della relatività sia in modo entusiastico che denigratorio, ma non avrebbe saputo dir due parole su di essa più che sulla storia dei vichinghi, poiché semplicemente faceva parte di un ambito che non la interessava.
Di quell’articolo, letto per ingannare l’attesa, ci fu paragrafo che la colpì in particolare. Il giornalista partendo dalla citazione di una frase dello scienziato, in cui Einstein sosteneva che le idee fondamentali della scienza fossero essenzialmente semplici, concludeva che noi come umanità, per la fiducia che abbiamo acquisito nella scienza, saremmo disposti ad aspettare fino al momento in cui quelle teorie, che oggi potrebbero anche sembrarci astruse, diventino comprensibili.
Si ricordò con chiarezza che l’idea su cui aveva riflettuto dopo aver letto quel paragrafo non c’entrasse in alcun modo con la scienza, poiché lei aveva pensato solo a Dio, ed al fatto che ciò che arriva a chiederci in alcuni momenti della nostra vita sia essenzialmente semplice, ma che noi siamo incapaci di comprenderlo. Allora, l’unico modo che abbiamo di dare ascolto ad una sua richiesta sta solo nel guardare ai passi già compiuti, e nel fidarsi delle risposte che abbiamo già avuto.

Fu allora, per un istante, che tutto le sembrò un po’ più chiaro. E comprese come ciò che l’aveva distratta non fosse stato che un segno, che le faceva presente una richiesta molto semplice, e cioè di aver fiducia. Che poi ciò che avesse fatto da tramite fosse stato quell’odore del fiore del loto invece che altro non significava granché, poiché si percepisce qualcosa solo quando siamo disposti ad ascoltare.
Ciò su cui si basa la Fede non può essere che la fiducia, rifletté, che nasce da dentro e si nutre di qualcosa di tangibile che a volte solo noi siamo in grado di percepire, e che capiamo che non è lì solo per caso. La Fede e la fiducia da cui prende forza sono come il tronco di un albero e le sue radici, su cui esso si regge e trova fondamento.
Così intuì che ciò su cui si radica la fede trovasse le sue fondamenta nella materia, ed in essa anche il suo nutrimento.
La cosa le sembrò talmente assurda in sé da non avere quasi alcun senso, ma più ci pensava e più vedeva che ogni tessera di quel mosaico si stava posando nel posto giusto.
Intuì anche altro, solo che per timore decise d’ignorarlo. Intuì che le radici, quando si spingono in profondità nel terreno alla ricerca di un fondamento, smuovono quella stessa terra che le circonda ed a cui hanno bisogno d’appigliarsi, solo che essa è parte della materia e come tale si alimenta di dubbi, e tali dubbi non faranno che accompagnarci nel nostro viaggio, soprattutto se ci porta verso qualcosa che è fuori da essa. Ed in tal modo ciò che è allo stesso tempo il nostro sostegno, sarà anche ciò che armerà le mani che vorranno abbatterlo.

“Madre! Madre!”
“Madre Teresa!”
La voce di una delle consorelle la richiamò ancora una volta dai suoi pensieri. Così si mise di nuovo la veste del giorno, e fu pronta ad aprirle non appena questa bussò.
Le disse che era successa una cosa talmente strana che non trovava le parole per descriverla, ed intanto, ansimando per l’emozione, trascinò dentro la stanza di Suor Maria Teresa una valigia.
Quindi provò a raccontarle tutto, ma lo fece con una tale foga che Suor Maria Teresa capì solo di una macchina che era fuggita via, di quella valigia e di tanto denaro.
Le chiese di ripeterglielo, ma ciò che capì non fu più di questo: che lei aveva sentito bussare alla porta … che era subito andata ad aprire pensando che fosse qualcuno a chiedere ospitalità, ma che non vi aveva trovato nessuno, e che l’unica cosa che aveva visto erano stati i fari di una macchina che era subito corsa via … e che casualmente aveva notato quella valigia accanto alla porta, e dopo averla portata dentro, aprendola, aveva visto qualcosa che non si sarebbe mai immaginata vi potesse essere… una montagna di soldi come non aveva mai visto in tutta la sua vita.
Dopo aver ripreso fiato, la consorella le chiese solo se quel denaro sarebbe stato sufficiente per la Casa Khaligat.
“Sì! Ce la faremo!”, fu la risposta di Suor Maria Teresa.
E gli occhi le brillarono come quando da bambina sua madre le cantava quella nenia che parlava di un bocciolo, che si pronunciava con il suo secondo nome: Gonxhe.


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