Pietro Rainero - Concorso Lagunando

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Pietro Rainero

LAGUNANDO 2020 > selezionati 2020
Nato ad Acqui Terme, dove risiede.
Dopo aver frequentato il Liceo Classico di Acqui, si è laureato in Fisica presso l’Università di Genova con una tesi sui quark in collaborazione con il C.E.R.N. di Ginevra. Attualmente è docente di Matematica e Fisica presso il
Liceo Artistico della sua città natale. Collabora con riviste e siti web e scrive anche per l’importante blog culturale ”Alla volta di Leucade”. Dal 2013 fa parte della Giuria del premio “Gozzano”.
Ha scritto 117 racconti.
È presente su 217 antologie ed ha al suo attivo 50 primi posti nei concorsi di narrativa.
ORTI DEI DOGI
RACCONTO
L’ISOLA DELL’ESSERE

“Sarebbe stato meglio non nascere”
“Già, ma quanti possono dire di aver avuto una simile fortuna?”


Il professor Halvorsen prese due gessetti colorati, si avvicinò alla lavagna e tracciò, quasi con noncuranza, questo disegno.







“Sembra Giove con la sua celebre macchia rossa equatoriale!” esclamò Astrid Olsen, la ragazzina dalle trecce bionde del primo banco.
“Già, ma i colori sono diversi” commentò il professor Arvid Halvorsen, “somiglia molto, invece, alle immagini che abbiamo di Nettuno, il sovrano misterioso dei sogni, dio del mare e imperatore delle metamorfosi, che abita nella periferia del firmamento”
Come vedete, il professor Arvid Halvorsen, 54 anni di età, a volte mostrava un animo piuttosto incline alla poesia.
Lo stesso poi continuò: “Ma il pianeta non è Nettuno; è grande come la Terra e la macchia nera è l’isola dell’essere. E tutto intorno, in blu, si estende l’oceano del non essere. Il problema che voglio sottoporvi oggi è: quanto è grande l’isola dell’essere?”
Quarantaquattro occhi, quelli di 11 maschi e altrettante femmine, si riempirono di stupore: cosa intendeva dire il loro amato docente di fisica? E come portare a termine il difficile compito?
“Vi vedo decisamente perplessi, cari miei” aggiunse il professor Arvid Halvorsen, 54 anni, docente a tempo indeterminato “mi spiego meglio: voi siete sulla ventina d’anni di età, la generazione che è nata a cavallo, più o meno, del nuovo millennio. Voi siete quelli che effettivamente esistono, che abitano l’isola dell’essere. Tu, ad esempio, Erling: come si chiamano i tuoi genitori?”
Erling Jensen, ubbidiente, rispose subito: “Mio padre è Ivar Jensen e mia madre si chiama Annette Molvaer”
“Bene, Erling. Se tuo padre avesse donato l’anello di nozze non a tua madre, ma ad esempio alla signora Deepali Chander, di New Delhi, tu saresti nato?” Erling riflettè un attimo sulla questione postagli dal professor Arvid Halvorsen, 54 anni, docente a tempo indeterminato del Liceo Grieg.
“No, non penso proprio. Sarebbe nato un bimbo con cromosomi metà norvegesi e metà indiani”
“Esatto” confermò il professor Arvid Halvorsen, 54 anni, docente a tempo indeterminato del Liceo Grieg sito in via Borg 27, aggiungendo subito “Proprio questo voglio dirvi: un ipotetico signor Julio Ramòn Ribeyro, del Perù, invece di sposare la sua vicina di casa avrebbe potuto viaggiare e prendere come moglie Anna Toskanskaja di Kiev, oppure la signorina Ariane Dubois, di Parigi. E ancora, il signor Praxis Rakotonomenjanahary del Madagascar avrebbe potuto convolare a giuste nozze non con la sua sposa attuale, ma magari a Pechino con l’educata e gentile Qing Shu e così via....  Ecco cosa è il mare del non essere. Per conoscere l’isola dovrete stimare anche quante sono le persone che avrebbero, teoricamente, potuto nascere nella vostra generazione, senza però riuscirci; cioè quanti nuotano nel mare del non essere senza essere riusciti ad approdare all’isola dell’essere, senza essere nati. Cominciate calcolando quanti siete voi, nella vostra generazione. Quanti siete?”
Gli undici maschi della 4° B scrutarono gli occhi delle undici compagne, ricambiati, ma nessuno dei 22 ebbe uno straccio di idea finché, finalmente, Jan Dahl, il robusto ragazzone della terza fila, propose:
“Tutti quelli che, una ventina di anni fa, sono nati da coloro che si sono sposati ed hanno avuto figli”
“Perfetto!” approvò con visibile soddisfazione l’insegnante, che continuò “E quanti erano coloro che, venti anni fa o giù di lì, avrebbero potuto avere figli? Chi è che mette al mondo figli?”
Ventidue allievi, le pareti e le finestre, con lampadari e lavagna compresi, rimasero muti.
“A quale età si hanno figli?” venne in loro aiuto, lanciando questa domanda come un salvagente, Arvid Halvorsen.
“Beh.., di solito tra i 25 e 35 anni, credo; forse anche fino a 40” osò Bendik Pettersen, l’adolescente vicino alla finestra dotata di termosifone.
“Bene, bene. Possiamo, in prima approssimazione, prendere il periodo dai 25 ai 35 anni, che ne dite?”
“Va bene, prof” rispose per tutti Lene Berg, di solito la più diligente.
“E dunque quante erano quelle persone?” li incalzò di nuovo colui che doveva pian piano guidarli verso la soluzione del quesito, verso l’isola.
Un vivace dibattito allora nacque e si sviluppò tra i banchi della 4°B del Liceo Grieg, lassù a Tromsø, dibattito che crebbe, divenne adulto e poi svanì, morendo prematuramente.
Jens Karlsen, il capoclasse, riassunse la conclusione alla quale lui ed i suoi coetanei erano arrivati “Come prima stima possiamo pensare che, poiché la gente vive in media quasi 80 anni, le persone tra i 25 e i 35 anni siano circa, dato che questo intervallo copre 10 anni, un ottavo del totale di tutte quelle viventi”
“Niente male, davvero” confermò Arvid Halvorsen “Ieri, però, ho dato un’occhiata alla distribuzione della popolazione in base all’età. Direi che forse un nono andrebbe un po’ meglio”
“Ok, prof. Quindi dobbiamo calcolare quanto era un nono della popolazione mondiale di 20 anni fa”
“Sì, ma mi raccomando: dalla popolazione del pianeta prendete un nono, non soltanto un nonno!”
scherzò, dando il là ad una risata generale, il professor Arvid Halvorsen, 54 anni, docente a tempo indeterminato del Liceo Grieg sito in via Borg 27 a Tromsø, e che amava, con queste battute, alleggerire a volte le lezioni delle sue discipline, matematica e fisica, piuttosto impegnative.
A quel punto Asbjørn Kristiansen, Fredrik Hagen, ma anche Margit Løvland, e perfino Anders Larsen, si collegarono con il proprio smartphone al web, cercando quel numero, la popolazione della Terra nell’anno 2000, trovandolo, ma incontrando anche le persone che calpestavano il suolo del nostro pianeta nell’anno 1000, nel 1800 e addirittura nel 500 avanti Cristo (se siete incuriositi, le stime davano rispettivamente 400 milioni, 978 milioni e 100 milioni).  
Quello che scoprirono gli alunni, cioè che nel 2000 la superficie della Terra pullulava di 6 miliardi e 70 milioni di abitanti, fu essenziale per proseguire il calcolo.
“Ed ora?” li incalzò il loro caro docente.
“Beh, un nono di 6.070 milioni fa....” Gunnar Jacobsen lo chiese alla calcolatrice del suo cellulare, che rispose subito premurosa “Fa 674 milioni e 444 mila”. Gunnar tradusse la risposta della macchina a beneficio della classe.
“Già. Queste erano le persone in grado di procreare figli nella generazione appena passata e precedente alla vostra. Quindi?”
“Circa metà uomini e metà donne. Giusto?” chiese speranzosa Linda Nilsen.
“Sì. Metà maschi e metà femmine. Che si sono sposati tra di loro ed hanno avuto figli. Già: quanti figli hanno avuto? Quanti sono gli abitanti che si aggirano sull’isola dell’essere?”
“Dobbiamo sapere quanti figli ha, in media, una coppia!” esclamò convinta Aase Haugen, la più bassa di statura dell’intera classe.
“Esatto!” confermò Arvid Halvorsen, alto invece un metro ed ottantacinque.
Nuovamente ci fu un gran pigiar di tasti sui display degli smartphone, tant’è che poco dopo Arne Bergen, il più veloce (il prof. di ginnastica una volta lo aveva cronometrato sui 100 metri in 12 secondi e 83), fu in grado di affermare: “Pare che la media mondiale sia intorno ai 2 virgola 6 figli ogni coppia”
“Sì, qui in Europa nascono pochissimi bimbi, ma in altre parti ne nascono 4 o 5 a coppia, se non di più. Dunque quanti fanno parte della vostra generazione, quanti colleghi avete?”
“Uhm...” chi parlava si chiamava Unni Thoresen, una giovane con occhi azzurri contornati da una lunga chioma dorata “Nel duemila c’erano 674 milioni e 444 mila persone di quell’età, quindi 337 milioni e 222 mila maschi con altrettante femmine. Quindi 337 milioni e 222 mila matrimoni, quasi tutti si sposano”
“Sì, quasi tutti, perlomeno in media nel Mondo, regalano l’anello di fidanzamento, danno baci alla sposa, ricevono riso in testa e fanno tutte quelle cose lì. Pertanto?”
“Quindi basta moltiplicare 337 milioni e passa per 2,6!” escogitò Unni, discendente di un capo vichingo che aveva vinto 3 o 4 battaglie.
“Così pare. E quanto viene?”
“Abbiamo 876 milioni e 777 mila ragazzi della nostra generazione”
“Sì, credo sia ragionevole. 876 milioni tra, diciamo, i 15 ed i 25 anni d’età, al giorno d’oggi”
“Questi sono gli abitanti dell’isola?” domandò la gentile Sissel Fosse, che abitava a Kaldfjord, sull’isola prospiciente Tromsø.
“Questi popolano l’isola dell’essere, ma quanto è grande l’isola?”
“Come facciamo a saperlo?” Sissel Fosse non vedeva bene come procedere.
“Quanti sono quelli che, invece, potenzialmente potrebbero esistere?”
“Giusto! Sapendo questi potremmo poi fare una proporzione e scoprire quanto è grande l’isola rispetto all’oceano!” Sissel Fosse era entusiasta di aver afferrato il punto cruciale.
Gli allievi, confortati da questi ultimi sviluppi, ripresero a parlottare vivacemente tra loro, per cercare di trovare quante persone, potenzialmente, avrebbero potuto venire alla luce (forse sarebbe meglio dire “avrebbero potuto approdare sull’isola”) dalle varie combinazioni di tutti gli sposalizi possibili.
Finché Henrik Bjørnson disse: “Fingiamo che questa classe esaurisca tutta la popolazione mondiale: allora sulla Terra ci sarebbero 22 abitanti, 11 maschi ed 11 femmine.
Io potrei sposare Margit Løvland, ma potrei invece optare per Linda Nilsen, oppure ancora condurre all’altare Lene Berg.  Ho 11 possibilità; così come ognuno degli altri maschi della 4B. Ci sono 121 combinazioni possibili: 11 al quadrato.”
“D’accordo” gli concesse Arvid Halvorsen che 21 anni prima aveva condotto all’altare la sua adorata Stine Gundersen.
“In tutta la Terra, all’inizio del XXI secolo, c’erano 674 milioni e 444 mila persone candidate a diventare genitori. 337 milioni e 222 mila uomini ed altrettante donne.  337 milioni e 222 mila donne, dunque il quadrato di questo numero ci fornirà tutti i matrimoni possibili ed immaginabili!”
“Bene!” lo spronò il valente professore “E quanti figli potrebbero nascere da così tante unioni di anime gemelle?”
“Beh, non sarebbero sempre gemelle. Comunque, visto che ogni coppia in media ha 2,6 pargoli..”
“Esatto!!”
I ragazzi, allora, ma anche le signorine, moltiplicarono 337 milioni e 222 mila per se stesso e poi il risultato ancora per 2,6 volte, ottenendo quello che la graziosa Turid Lindgren annunciò al pianeta Terra: “Ci sono più di 295 milioni di miliardi di persone virtuali!!”
“Sì, 295 milioni di miliardi, o 295 miliardi di milioni, se preferite” rinforzò la loro convinzione il caro prof. Arvid Halvorsen, 54 anni, docente a tempo indeterminato del Liceo Grieg sito in via Borg 27 a Tromsø, sposato con Stine Gundersen.
“Questo è il numero che un nugolo di coscienziose cicogne virtuali, con un andirivieni da riempire tutto il cielo ed intasare senza dubbio il traffico aereo, avrebbe dovuto trasportare ai papà e alle mamme in trepida attesa. Sono quelli che riempiono, in tutte le sue parti, il grande mare del non essere. In definitiva, dunque: quanto è grande l’isola dell’essere?”
“Basterà fare una proporzione” riprese Turid “la superficie dell’isola sta a quella dell’oceano come quelli della mia generazione stanno al numero di chi avrebbe potuto nascere”
“Esatto. E poiché questo numero è molto maggiore di quello dei giovani della vostra generazione, potete prendere al posto della superficie dell’oceano quella dell’intero pianeta: l’errore sarà trascurabile”
“Ma perché quel pianeta è proprio grande come la Terra?” domandò, poco convinta, Tove Skakke, la compagna di banco di Turid.
“Tu dove sei nata, su Saturno?”
“No. Sulla Terra”
“Come tutti noi! E quindi, come vedi, il pianeta su cui c’è l’isola dell’essere è una copia della nostra Terra! Dovete calcolare la sua superficie: sapete quanto è il suo raggio?”
Reidun Mattsson, la più studiosa, non se lo fece dire due volte. Alzò la mano e rispose “Certo. E’ circa 6.400 chilometri”
“Brava. Dunque, cari ragazzi, fate la proporzione”
Allora, e dovete credermi, 22 adolescenti, tra i quali addirittura, dovete credermi di nuovo, anche Sigurd Syr, il più svogliato, dopo aver moltiplicato il quadrato del raggio della Terra per 4 pi greco, per ottenere la superficie del nostro vecchio ed accogliente pianeta, impostarono e poi risolsero questa proporzione: ics sta a 514 milioni e 457 mila chilometri quadri come 876 milioni e 777 mila sta a 295 milioni di miliardi.
Ics fornì i metri quadrati dell’isola dell’essere, che risultarono essere circa un milione e 525 mila.
“Non una grande isola, vero?” fu il succinto commento del docente, che poi chiese ancora, poiché mancava una manciata di minuti alla fine della lezione “Se fosse di forma perfettamente circolare, quanto misurerebbe il suo raggio?”
Fu uno scherzo da ragazzi, per i suoi 22 ragazzi, dividere l’area dell’isolotto per pi greco e poi estrarre la radice, le quali operazioni consentirono a Margit Løvland, un filo grassoccia, di affermare con certezza “Ha un raggio di soli 696 metri e 90 centimetri!!”
“Ma sicuramente è piena di gente fino all’inverosimile: quale sarebbe la densità della popolazione?”
Altra domanda banale per quei giovani norvegesi, i cui lontani antenati avevano affrontato prove ben più impegnative.
Risultò che sulla terra ferma (ma pure in mare, ovviamente) la densità ammontava a ben 575 abitanti per metro quadro, un paesino su una mattonella. Un pianeta, sicuramente, sul quale chi voleva viaggiare andava incontro a problematiche di traffico piuttosto complesse!!
L’ultimo commento del professor Halvorsen sul pianeta fu:
“Un diametro minore di 1.400 metri. Già, nel disegno che ho tracciato sulla lavagna non la vedreste neppure, l’isola, tanto sarebbe piccina, così come dallo spazio non ci si accorge della grande muraglia cinese, lunghissima ma sottilissima. La piccolezza dell’isola, incastonata nello sterminato mare blu, testimonia la limitatezza e la precarietà dell’essere, in confronto alla grandezza sconfinata del non essere, ricco delle sue mille, infinite potenzialità”

Ma ora che la lezione sta per finire, cari lettori che conoscete a menadito il professor Arvid Halvorsen, 54 anni, docente a tempo indeterminato del Liceo Grieg sito in via Borg 27 a Tromsø, sposato con Stine Gundersen, che non è nato su Saturno ma oltre il circolo polare artico e che, volendo, potreste anche in sua assenza ormai sostituire facendo l’appello della 4°B (se scorrete attentamente il racconto trovate nome e cognome di tutti gli alunni), vorrete certamente sapere come al docente fosse venuto lo sfizio di far esercitare la classe proprio in quel calcolo così originale.
Sentiamo dunque cosa rispose quando la bella Synne Andreassen, proprio sul suono della campanella, gli disse “Certo che Lei, prof, non ci annoia mai con gli esempi che ci propone! Ma come le è venuta l’idea dell’isola dell’essere?”
“Beh, leggendo un famoso aneddoto: un figlio e sua mamma stanno parlando e ad un certo punto la madre dice “Sarebbe stato meglio non nascere!” al che il figlio, istantaneamente, risponde “Sì, mamma, ma quanti possono dire di aver avuto una simile fortuna?””
Tutta la classe esplose in una gran risata, al termine della quale il prof di fisica commentò:
“Sicuramente nessuno può esprimere la propria soddisfazione per non essere venuto al mondo, e dunque capisco bene le vostre risate. Anche io a suo tempo ho trovato la battuta molto divertente, ma non è vero che nessuno ha goduto di un simile destino. E voi oggi, perlomeno relativamente alla vostra generazione, avete calcolato questo numero: 295 milioni di miliardi sono quelli che hanno avuto una fortuna simile!”


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